La diseguaglianza nelle vacanze


Ecco, dunque, nella virtù è posta la massima felicità
Seneca, De vita beata


Nel 399 a.C. ad Atene fu celebrato il processo politico più famoso di tutti i tempi. In un clima politico e ideologico ancora arroventato dopo la tragica fine della guerra del Peloponneso e la sanguinosa caduta dei Trenta tiranni, Socrate fu accusato di empietà e corruzione dei giovani e condannato a morte. L'Apologia di Socrate tramanda il discorso con cui il filosofo orgogliosamente rivendicò, nel processo, i suoi meriti nei confronti della città e l'ideale di giustizia secondo cui aveva sempre vissuto. Un ideale di cui diede prova anche nelle sue ultime ore, rifiutando la fuga che l'amico Critone gli offriva nel dialogo omonimo perché avrebbe rappresentato la sconfessione di tutta una vita tesa alla ricerca del bene e della virtù.
Melèto fu l' accusatore d' ufficio, colui che propose la pena di morte e che presentò l' accusa presumibilmente nel gennaio del 399; si sa, infatti, che il processo avvenne in febbraio, per legge il trentesimo giorno dopo l'accusa. Altri accusatori furono Anito, il vero e proprio accusatore e Licone. Al processo erano presenti cinquecento giudici, molto pubblico e amici e testimoni di entrambe le parti. Il processo fu presieduto dall'arconte re e la votazione avvenne per mezzo di gettoni, ogni giudice ne possedeva due, uno bianco e uno nero, quello bianco indicava assoluzione, quello nero condanna e la votazione era segreta.
Gli accusatori lo accusarono di non praticare il culto degli dei di Atene, di credere in dei estranei a quelli ateniesi e infine di corrompere i giovani; quindi, dimostrate le prime due tesi, lo era di conseguenza anche la terza. Ma di fatto questi furono solo dei pretesti, perchè il vero motivo delle avversità contro Socrate era di natura politica: Socrate era oligarchico, gli accusatori sostenitori della democrazia.
I punti fondamentali della difesa di Socrate furono:
1) La rivelazione delle diverse calunnie. Socrate non fu mai né filosofo né sofista e non lo si udì mai parlare di tali argomenti.
2) L' oracolo di Delfo: Socrate scoprì che la sua sapienza derivava dall' ignoranza altrui.
3) Melèto accusò Socrate di corrompere i giovani, ma non sapeva cosa significassero educare e corrompere. Socrate ha con lui un tono ironico e giocoso e non gli dedica molto tempo, non considerandolo meritevole: Socrate mostra qui di sapere che l' accusa vera e propria non è quella che gli muove Melèto.
4) La divina missione. Socrate ha sempre seguito la voce che sente internamente, ha sempre rispettato la legge, anche a costo della vita, pur di essere giusto.
Durante il discorso, Socrate si rivolge ai giudici chiamamdoli sempre "...o cittadini di Atene..." e soltanto dopo il giudizio si rivolgerà a coloro che hanno votato in suo favore chiamandoli giudici.
Egli, nella difesa, pur potendo, non vuole evitare la morte; alcuni sostengono che lo fece perchè, considerando l'età di settant' anni e le diverse preoccupazioni che aveva, preferiva morire. Ma in realtà la maggior parte dei suoi contemporanei e degli studiosi successivi sostengono che se avesse pregato i giudici di non mandarlo a morte, la sua vita sarebbe continuata priva di senso, di significato e di colore. Questo per il fatto che si sarebbe opposto al volere delle leggi e non le avrebbe rispettate, come invece aveva sempre fatto e soprattutto perchè non avrebbe seguito un comportamento dignitoso, come invece gli ordinava la voce che sentiva internamente, ma un comportamento vile. Inoltre non è vero, come alcuni dicono, che non si difese perchè egli disse " ...vediamo se quella calunnia che vi cova nel cuore da così gran tempo, mi riesce a sradicarla e cacciarla fuori...".
Non si sa precisamente quando l' Apologia fu scritta, si pensa quando, dopo essersi allontanato per la morte del maestro, Platone ritornò in Atene.
L' Apologia si suddivide in tre parti: le prime due sono le difese vere e proprie che precedettero le decisioni dei giudici, la terza è invece il discorso che Socrate ebbe in privato sia con i giudici che votarono contro, che con quelli che votarono in suo favore, quest'ultima parte è la più solenne e vera, che illumina le altre due.
Si può notare che nel discorso di Socrate vi sono diversi contrasti di tono, a volte ironico, a volte solenne. L'esordio e il momento in cui dice della differente capacità di parlare sua e degli altri oratori sono in chiave ironica ".....Non al loro modo io sono oratore....". Invece, quando parla dell' oracolo, quasi lo commuove il fatto di dover trattare di una cosa tanto grande, che cerca di celare questo sentimento con un sorriso; invece, quando non vuole che la parola sia troppo sonora e solenne, ne accentua volutamente il suono e la solennità. Il discorso con Melèto è giocoso ed ironico, umile e malizioso, ma subito dopo il tono si innalza e diventa solenne, Socrate è preso a parlare della sua missione divina e del fatto che rispetta il giusto e le leggi anche a costo di perdere la vita.
Non mancano la dimostrazione dell' immortalità e il riferimento al mito presenti nel discorso che fa ai giudici che votarono in suo favore, quando dice che dopo la morte, qualora ci fosse un' altra vita, egli potrà conoscere le anime grandi del passato "....E ancora, per starsene insieme con Orfeo e con Musèo, con Omero e con Esiodo, quanto non pagherebbe ciascuno di voi?...." e sarà giustamente giudicato "...troverà colà i giudici veri, quelli appunto che nell'Ade si dice esercitino officio di giudici, e Minos e Radamanti ed Eaco e Trittòlomo e quanti altri tra i semidei furono giusti nella loro vita...".
Nell' Apologia è evidente che Platone non riporta semplicemente la difesa del suo maestro, ma inserisce un apporto personale. Egli infatti fa dell'oracolo il motivo dominante e principale che fin da subito consacra l'insegnamento di Socrate e incentra l'intera Apologia sulla predicazione e missione divina di Socrate. Così Socrate e Platone non sono due persone, ma due in una, dentro la fantasia di Platone Socrate opera e parla, scrivendo l' Apologia Platone ripensa alla difesa di Socrate, come se fosse stato lui a viverla.
L' Apologia non vuole essere solamente la difesa di Socrate nel processo, ma anche al di fuori del processo. Non vuole essere solo la sua difesa, ma anche la difesa della sua difesa, la sua celebrazione ed esaltazione.
Certamente l' Apologia contiene anche il clima dell' epoca dopo la morte di Socrate; infatti a molti dispiacque la sua morte, persino i giudici che lo condannarono andavano scusandosi tra le persone. Si dice spesso che con l' Apologia di Socrate (e col Critone) Platone non ha voluto fare opera filosofica, ma tratteggiare il ritratto del vero filosofo. Mi riferisco alla singolare e complessa vicinanza tra il Socrate dell'Apologia e la "sapienza dionisiaca" del Sileno. Meglio sarebbe stato non nascere, dice il Sileno al re Mida; oramai non rimane nulla di meglio che morire. E Socrate dice, nell' Apologia, che la morte e' un "guadagno meraviglioso". Meglio dunque, per Socrate, la buia e muta notte della morte che la vita più felice. Tuttavia, quello che il Sileno afferma categoricamente, Socrate lo intende come una possibilità , come uno dei due lati di un' alternativa che egli non sa risolvere, ma gli consente una superiore serenità di fronte alla morte. La quale è un bene, egli dice, perche' "o è un non esser più niente" e un "non sentir più niente", oppure è una "migrazione dell'anima", che se ne va nell'Ade e incontra gli uomini migliori e può ragionare con essi intorno alla vera sapienza, e questa è la maggiore felicita' . In entrambi i casi la morte è un bene. Socrate non si limita a "sperarlo": lo vede con certezza, anche se non sa quale dei due casi sia il vero. Ma per i più la morte è il più grande dei mali! Soprattutto per i greci, che incominciano a pensare il senso radicale del niente. E appunto per mostrare che la morte non è annientamento dell'anima che il Socrate "platonico" del Fedone (abissalmente diverso dal Socrate dell' Apologia) combatte la sua grande battaglia contro il dubbio. Il Socrate dell'Apologia, invece, non si angoscia di fronte all'annientamento. Meglio il niente che un qualsiasi momento fortunato della vita. Ma, noi, come possiamo accettare un simile paradosso? Non è un sofismo? No, purché si sappia leggere tra le righe: la più fortunata delle vite è pur sempre esposta alla minaccia del niente; si può giungere allora a preferire di essere niente all'angoscia di doverlo diventare. "Ormai è passata per i morti l'angoscia di non risorgere più ", dice Eschilo nell' Agamennone. Dove è chiaro che si può preferire la morte perchè, vedendo in essa il maggiore dei mali, non si ha la forza di sopportare il tempo in cui la si deve attendere e che dunque solo in apparenza, come Socrate finisce col dire, puo' essere un tempo felice.
Molto si è scritto su quanto nell'Apologia vi sia di Socrate e quanto di Platone; purtroppo è il destino dei grandi pensatori come Socrate e Gesù, il cui pensiero, non avendo essi lasciato scritti, è stato tramandato da discepoli e da una costellazione di testimonianze indirette, la cui lettura sinottica risulta estremamente problematica. Platone stesso ci addita il luogo di nascita della "questione socratica": esso va ricercato nella cerchia degli allievi di Socrate, che, nella difficoltà di fissare il contenuto del messaggio socratico non pienamente compreso, finirono per forgiarsene ciascuno uno proprio, tendenzialmente parziale e naturalmente contraddittorio con gli altri. Giova ricordare che Senofonte in Memorabili dà una descrizione di Socrate estremamente adulatrice: a noi non resta che una lettura combinata di un Senofonte apologetico e di un Platone che colma le lacune lasciate da quello con l'intensità di una rappresentazione la quale, al contrario, vuol essere riflessione filosofica prima che rievocazione storica.
Ma il panorama non è completo se non si rammenta che nel 423 aC, nelle Nuvole, Aristofane aveva rappresentato Socrate come un ciarlatano dissacratore dei valori tradizionali, riscuotendo il plauso degli spettatori. Le Nuvole ottennero il terzo posto durante la grandi Dionisie del 423 aC e da ciò deluso, Aristofane scrisse una seconda versione, mai messa in scena, ma che è quella che oggi leggiamo. Il valore della commedia come fonte di informazioni su Socrate è trascurata, ma al contrario occorre riflettere sul fatto che la caricatura di Aristofane doveva essere tale da riscontrare il favore del pubblico che in Atene accorreva in massa ad assistere a uno spettacolo teatrale. Certamente Aristofane non avrenbbe immaginato che la sua commedia, venticinque anni dopo, avrebbe ispirato i suoi accusatori nonché spinto la maggioranza dei giurati a emettere un verdetto di condanna nei confronti di Socrate. D'altra parte come si evince dal Simposio di Platone i rapporti tra Socrate e Aristofane dovevano essere corretti.
Tornando all'Apologia, Socrate, parlando ai cittadini di Atene, è stupito del fatto che i suoi accusatori dicano che non bisogna farsi trarre in inganno da lui, che è abile parlatore. Egli sostiene di non esserlo affatto, a differenza invece dei suoi avversari, alcuni dei quali ancora freschi di studi, e inoltre chiede agli ascoltatori di non curarsi affatto del modo in cui parla, ma solo di cercare di capire se per loro ciò che egli dice è verità, oppure no.
Socrate distingue due tipologie di accusatori: quelli antichi e quelli recenti. I più antichi sono i peggiori, quelli che sostengono "...che c'è un tal Socrate uomo sapiente, che specula su le cose celesti, che investiga tutti i segreti di sotterra, che le ragioni più deboli fa apparire più forti.." ; questi sono coloro che avevano cercato di persuadere la maggior parte delle persone lì presenti quando erano in giovane età e quindi più facilmente influenzabili. Inoltre, i calunniatori convincevano sempre più persone, affinchè poi queste cercassero di convincerne altre. L'accusa fatta a Socrate è la seguente: "...Socrate è reo, e si dà da fare in cose che non gli spettano: investigando quel che c' è sotto terra e quello che è in cielo; tentando far apparir migliore la ragione peggiore; e questo medesimo insegnando altrui....". Socrate sostiene di non occuparsi assolutamente di queste cose e che non vi è nulla di vero in ciò che è stato detto dai suoi accusatori; non è nemmeno vero che egli insegni ai giovani con l' intento di ricevere denaro. Vi sono molte persone che fanno istruire i propri figli facendo venire insegnanti anche da zone lontane e poi pagandoli, come ad esempio Callia, che ha speso più denari con i Sofisti che tutti gli altri cittadini messi insieme, chiamando Eveno per istruire i figli. Socrate sostiene di non far parte di coloro che istruiscono per poi ricevere denaro.
Socrate si è procacciato questo nome "...per una certa sua sapienza..", sapienza che lui definisce umana. Questa consapevolezza gli deriva dall'oracolo di Delfi: infatti, un giorno, Cherefonte domandò all'oracolo se vi era qualcuno più sapiente di Socrate e la Pizia rispose di no. Saputolo, iniziò per Socrate la ricerca della sapienza tra gli uomini e di ciò che intendeva significare l'oracolo; i primi da cui si recò furono gli uomini politici. Si accorse che lui era il più sapiente tra tutti, perchè riconosceva di non sapere, a differenza invece, degli uomini politici, che sostenevano di conoscere, anche se in realtà non era così. Poi si recò dai poeti e anche qui ottenne lo stesso risultato, perchè questi, interrogati sulle loro poesie, non sapevano rispondere; infine andò dagli artisti, ma il fatto che questi presumessero di essere sapientissimi sia nel loro mestiere che in quello altrui li rendeva più ignoranti di Socrate. Egli infatti sostiene che il vero sapiente è quello che, come lui, riconosce di non sapere: così egli si era procurato diversi nemici, che, volendolo accusare, ma non sapendo di cosa, gli muovono le accuse che si è soliti fare a tutti i filosofi, cioè "...che specula su le cose del cielo e di sotto terra, e che insegna a non riconoscere gli dèi, e che fa apparire migliore la ragione peggiore"....
Segue poi la difesa di Socrate contro Melèto, uno degli accusatori più recenti: Socrate dice di essere stato portato dal suo avversario in tribunale solo perchè costui non sapeva chi accusare. Melèto sostiene che tutti cercano di far migliori i giovani, al di fuori di Socrate e che egli fa ciò volontariamente. Socrate risponde che Melèto non si è mai curato dei giovani e che, visto che chi sta con coloro che fanno del bene può farne anche lui e che chi sta con coloro che fanno del male potrebbe diventare anche lui malvagio, allora lui non trarrebbe vantaggio dall'insegnare ai giovani il male, perchè stando con loro potrebbe farne anche lui. Poi Melèto accusa Socrate di essere ateo, ma si contraddice, perchè afferma che Socrate crede in dèmoni, considerando anche questi degli dei e ammettendo, così, che Socrate non è ateo, come invece egli sostiene.
Socrate dice che potrebbe discolparsi salvando così la propria vita e che se gli venisse chiesto di smettere di insegnare ciò che insegna in cambio della vita, egli potrebbe accettare. Ma non vuole farlo: se non verrà condannato, continuerà a svolgere il suo compito e ad ammonire le persone che si credono sapienti. Si paragona, ad esempio, ad Achille, che preferì rischiare, sapendo che sarebbe andato incontro alla morte, piuttosto che non vendicare la morte dell' amico Pàtroclo. Socrate dice che non si sta difendendo per sé stesso, ma per i cittadini che dalla sua morte trarranno molti più svantaggi di quanti ne possa trarre lui stesso.
Socrate dice che non ha mai voluto far parte della vita politica perchè, se lo avesse fatto, di sicuro non sarebbe rimasto al mondo per molto tempo, in quanto, combattendo per la giustizia, avrebbe sicuramente rischiato di essere condannato. Infatti, egli aveva fatto parte della vita politica una sola volta, quando fece parte del Consiglio. Proprio il giorno in cui si dovevano giudicare i dieci capitani che non avevano raccolto in mare i naufraghi e i morti dopo la battaglia delle Arginuse, capitò che esercitassero ufficio i suoi concittadini della tribù di Antiòchide; egli chiese che nulla venisse fatto contro la legge e già vi erano persone che volevano mandarlo in prigione. Quando venne l'oligarchia, i Trenta lo chiamarono, affinchè insieme ad altri quattro si recasse a Salamina per condurre via Leonte di Salamina, per poi farlo morire, ma egli si rifiutò, perchè ciò era contrario alla legge. Egli è lo stesso sia negli affari pubblici che in quelli privati, non è stato mai maestro di nessuno, ma se alcuni vogliono ascoltarlo, egli cerca sempre di insegnare loro: che questi ne traggano dei vantaggi oppure no, lui non deve essere né biasimato né lodato. Egli quindi non ha mai corrotto i giovani, anzi, questi sono sempre stati felici di stare in sua compagnia e se essi, ora o quando avranno raggiunto l'età adulta, penseranno di essere stati influenzati negativamente, allora siano essi stessi ad accusarlo in tribunale. Socrate sostiene che Melèto, nell'accusarlo, avrebbe dovuto chiamare alcuni dei giovani a cui egli aveva insegnato, questi avrebbero detto il contrario delle accuse che gli erano state mosse. Se questi fossero stati corrotti da Socrate, allora potrebbero trarne qualche vantaggio, ma se così non fosse o se testimoniassero i parenti per loro, allora non ci sarebbe alcun motivo di dire il falso per difenderlo.
Socrate continua il proprio discorso dicendo che molte altre persone, per meglio difendersi, avrebbero potuto portare in tribunale i propri figli e anche i parenti, per destare più commiserazione e pregare i giudici di non condannarlo. Questo è per Socrate un atto vergognoso, che non giova né ai cittadini né a coloro che cercano di difendersi in un tale modo, ma che porta solo vergogna all'intera Atene. Infatti anche Socrate è sposato ed ha tre figli, di cui uno ancora piccolissimo, avrebbe potuto portali in tribunale e persuadere i giudici con lacrime e preghiere, ma si rifiuta, perchè il giudice siede per giudicare con le leggi e non per essere convinto. Inoltre, se Socrate si comportasse così, costringerebbe i giudici a violare il giuramento e insegnerebbe alle persone a credere che non esistono dei.
Socrate, dopo la votazione, apprende che 280 hanno votato contro, mentre i restanti 230 in suo favore e che quindi era condannato a morte. Egli dice che un uomo come lui ".....io che nella vita rinunciai sempre a ogni quiete, e trascurando quel che curano i più non badai ad arricchire né a governare la mia casa, non aspirai a comandi militari né a favori di popolo, né ad altri pubblici onori, non m'immischiai in congiure né in sedizioni cittadine, ritenendo me stesso troppo sinceramente onesto perchè potessi salvarmi se mi ci fossi immischiato...." non deve ricevere nessuna condanna, ma anzi dovrebbe andare a vivere nel Pritanèo, luogo dove vivevano a spese dello stato i cittadini benemeriti della patria.
Egli non vuole andare in esilio per risparmiare la propria vita perchè, finchè sarà in vita, non cesserà mai di indagare sulle questioni proprie e altrui in qualsiasi luogo si trovi poichè "...una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta...." !
In questo tratto della sua difesa Socrate ironizza parecchio sui suoi giudici e questo atteggiamento gli aliena molti dei presenti; infatti i voti a favore della condanna a morte saranno superiori ai 280 della prima votazione sull'incriminazione.
A coloro che avevano votato contro di lui dice che se avessero aspettato poco più tempo, avrebbero potuto incolpare i veri colpevoli e che, per averlo condannato, subiranno una pena ancora peggiore della morte.
A coloro che invece avevano votato in suo favore dice che tutte le volte che in vita stava per fare o per dire qualcosa di errato, il demone che sentiva dentro di sé si era sempre opposto e fatto sentire. Ma quella mattina, durante la sua difesa, non si era mai opposto, pur sapendo che ciò che stava dicendo lo avrebbe portato alla morte, questo perchè la morte non è un male per il demone. Infatti, una persona che dopo la morte non provi più sentimenti, è come una notte in cui una persona né sogna né prova altri sentimenti, preferibile di gran lunga alle notti in cui si sogna ed alle giornate. Nel caso invece ci fosse un'altra dimensione, dove regnano le anime del passato, sarebbe davvero una grandissima felicità per Socrate poter conoscere le anime "magnae" del passato come Omero oppure Odisseo, essere giudicato giustamente da giudici come Minos e poter continuare a fare ciò che faceva in vita.
Conclude dicendo che a un uomo dabbene è impossibile venga fatto del male e che tutto ciò che gli accade è per volontà degli dei. Inoltre prega i suoi concittadini di ammonire i suoi figli se, un giorno, quando saranno adulti, non si cureranno dell'anima ma delle cose materiali.


Eugenio Caruso - 2 settembre 2015



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