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Italia: vizi e virtù. La caduta del fascismo


In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtù"


Italia: vizi e virtù
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

copertina 3

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2.2 La fine del regime fascista
Nel novembre '42, gli inglesi sfondano a El Alamain, nel dicembre i russi scatenano sul Don la controffensiva dell'armata rossa, nel gennaio '43, Paulus si arrende a Stalingrado, questi tre avvenimenti segnano la fine dell'illusione nazi-fascista.
Il nostro esercito, privo di ufficiali in grado di affrontare una guerra moderna, specchio di un Paese tecnologicamente povero, organizzato, al più, per compiti difensivi (Marchesi, 1993), è stato mandato al massacro e fatto a pezzi in Russia, in Africa, nei Balcani, in Grecia. Alla base della disfatta vi sono anche gli errori strategici commessi da Mussolini: la dispersione su troppi teatri di operazione, con circa 36 divisioni male armate ed equipaggiate, l'apertura del fronte greco, nonostante il parere contrario dei capi militari, la mancata occupazione dell'isola di Malta, l'invio in Russia dei 220.000 uomini dell'ottava armata, quando già il Corpo di spedizione italiano, con i suoi sessantamila uomini, aveva dovuto affrontare enormi problemi logistici.
Mussolini cerca di raddrizzare le sorti del conflitto cambiando i vertici militari; il generale Ambrosio viene nominato capo di stato maggiore dell'esercito, nel '42, e capo di stato maggiore generale, nel febbraio del '43. Ambrosio, subito dopo la nomina cerca di persuadere Mussolini sulla necessità del ritiro delle truppe italiane impiegate oltre confine e di giungere, il più presto possibile, a una pace onorevole. Il generale porta a sostegno la considerazione che la reazione dei tedeschi non potrebbe essere violenta perché le loro forze in Italia sono ancora insignificanti (da aprile a luglio '43 i tedeschi sposteranno in Italia otto divisioni e una brigata (Marchesi, 1993). Intanto Castellano, generale addetto al comando supremo, già dai primi mesi del '42, aveva stretto rapporti con Ciano, conquistandone la fiducia, e, attraverso il duca Acquarone, ministro della casa reale, e la principessa Maria José, da mesi sta preparando il terreno per convincere il re, sempre timoroso e indeciso, ad appoggiare un colpo di stato militare contro Mussolini (Marchesi, 1993).

armistizio

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.


Sotto le bombe degli alleati, alla fine del '42, si spezza il legame tra il regime e la grande industria del Nord. Questa, è controllata da pochissimi potenti (Agnelli, Beneduce, Borletti, Costa, Crespi, Donegani, Falck, Marinotti, Marzotto, Mondadori, Giacinto Motta, Pesenti, Pirelli, Volpi, i maggiori) che, secondo l'industriale elettrico Ettore Conti, costituiscono un'impenetrabile oligarchia, tenuta insieme dai fili delle "parentele azionarie", in particolare dall'appartenenza a Bastogi, il salotto della finanza italiana, presieduto da Alberto Beneduce, suocero di quel Cuccia, che presiederà Mediobanca, il "salotto buono" del dopoguerra. Con acuta ironia, Ettore Conti osserva che la struttura e il comportamento di questa oligarchia ricorda l'antico feudalesimo. Al profilarsi della sconfitta, i grandi industriali, che hanno sempre cercato di non confondersi con il regime, pur sfruttando a piene mani le vantaggiose condizioni economiche che esso offriva, ora non hanno intenzione di farsi travolgere dalla sua rovina e si preparano a realizzare le condizioni favorevoli per una restaurazione conservatrice. Dal diario di Ciano risulta che già dal novembre '42, Donegani, presidente della Montecatini, Pirelli e Volpi di Misurata, Presidente della Confindustria, hanno avanzato ipotesi di sganciamento dalla Germania. Nel febbraio del '43 Giovanni Agnelli lascia la direzione operativa della Fiat nelle mani di Vittorio Valletta; nel marzo del '43, Vittorio Cini è incaricato dal mondo industriale di convincere Mussolini dell'opportunità dello sganciamento; molti industrali iniziano ad aiutare i partigiani o assumendoli o finanziandoli.
Nel '43, l'insofferenza, per i dolori, i disagi, le disillusioni, l'oppressione, inizia a manifestarsi anche tra le masse; il 5 marzo, alla Fiat Mirafiori, gli operai scioperano e, a fine mese, l'ondata di protesta si sposta a Milano, gli scioperi, che bloccano l'attività produttiva in Piemonte e in Lombardia, sono dovuti alle difficoltà economiche, ma oramai, il silenzio, imposto dal regime, è rotto e, nella classe operaia, si risveglia l'antico antifascismo.
Il 12 maggio, Mussolini "autorizza" la resa dell'esercito italiano in Africa, il 10 luglio, gli alleati sbarcano in Sicilia: gli "otto milioni di baionette" si sono rivelati il simbolo del bluff fascista, ma, il 19 luglio, nell'incontro di Feltre con Hitler, Mussolini non ha il coraggio di proporre lo sganciamento dell'Italia dalla guerra, come suggeritogli dal generale Ambrosio, e questo episodio segna l'inizio della sua fine ( Innocenti, 1993); Ambrosio presenta le dimissioni, che Mussolini non accetta.
Il 16 luglio un gruppo di gerarchi, sotto la regia di Dino Grandi, chiede a Mussolini di riattivare il consiglio dei ministri, il gran consiglio e le camere. Il Duce, che ritiene di godere dell'appoggio di Vittorio Emanuele, convoca, il 24 luglio, a palazzo Venezia, il gran consiglio del fascismo. Mussolini, spoglio dell'abituale tracotanza, per due ore fa il punto della situazione e sviluppa una rassegnata e patetica autodifesa. Dopo l'intervento di Mussolini, Grandi presenta l'ordine del giorno, con il quale si sollecita Mussolini a cedere al re il comando delle forze armate e a ripristinare la costituzione. Alle 2,37 del 25 luglio 1943, diciannove gerarchi su ventotto approvano la mozione Grandi e, implicitamente, decretano la fine del fascismo. Lasciato il gran consiglio, Grandi consegna al conte Acquarone copia dell'ordine del giorno, convinto di due fatti, uno, che il re nominerà il maresciallo Caviglia, rispettato da alleati e antifascisti, capo di un governo democratico, due, che verranno immediatamente rovesciate le alleanze e dichiarata guerra alla Germania. Il pomeriggio del 25, Mussolini si reca dal re, sicuro del suo sostegno, ma il voto del gran consiglio ha convinto Vittorio Emanuele a desistere dal suo timoroso temporeggiare e ad avallare il colpo di stato militare (Marchesi, 1993). Il duce uscirà da Villa Savoia, prigioniero, sotto scorta dei carabinieri. Intanto Vittorio Emanuele, nominando capo del governo militare, il generale Badoglio, uomo compromesso con il fascismo, e che non gode del rispetto, nè dei fascisti, nè degli antifascisti, compie il suo tradimento nei confronti di Grandi e del paese. Il maresciallo d'Italia, come suo primo atto, dichiara che la "guerra continua", mentre avvia, tra sospetti e lungaggini, le trattative con gli alleati. Questo atto di viltà del re segnerà il destino del Paese e della stessa monarchia. La denuncia del patto con la Germania, dichiarata contestualmente con l'arresto di Mussolini, avrebbe avuto un valore simbolico importantissimo nei riguardi dei tedeschi, degli alleati e degli italiani, avrebbe significato la denuncia di una guerra voluta da Mussolini e subita dalla monarchia e dal popolo. Quella frase: "La guerra continua", è il segno del comportamento irresponsabile e vile della monarchia e del suo establishment e sarà causa di distruzioni per il paese. Dopo il 25 luglio, Ambrosio propone immediatamente di dislocare le truppe in modo da poter fronteggiare i tedeschi, ma il re e Badoglio si oppongono nel timore che la mossa possa essere interpretata dai tedeschi come una provocazione. In ogni caso, l'eventuale difesa di Roma da un attacco tedesco può disporre di cinque divisioni, di cui due corazzate e una motorizzata, tra le più efficienti dell'esercito italiano, con circa 50.000 uomini, inoltre, per potenziare la difesa della capitale lo stato maggiore esercito comanda l'afflusso di altre due divisioni e di un reggimento bersaglieri (Marchesi, 1993).
Intanto, la disillusione degli alleati, per il mancato scioglimento del patto italo-tedesco, fa rovesciare su tutta la penisola decine di migliaia di tonnellate di bombe; nel tragico ferragosto del '43, dopo tre giorni di bombardamenti, Milano è in ginocchio, più dell'80 % degli edifici sono danneggiati, più di quarantamila sono i senzatetto, più di 1000 i morti. Nonostante i bombardamenti, le trattative per l'armistizio vanno per le lunghe: il Re e Badoglio pensano infatti che si possa ancora trattare, dopo che Roosevelt e Churchill, riuniti a Quebec, hanno autorizzato Eisenhouer ad attenuare le prime dure condizioni dell'armistizio. Durante le trattative tra i generali Castellano e Smith, in Sicilia, il generale italiano riesce ad ottenere l'assicurazione che, in concomitanza dell'annuncio dell'armistizio, gli americani impegnino, per la difesa di Roma, una divisione di reparti paracadutisti e aviotrasportati e una divisione corazzata. Il 2 settembre il re, sollecitato da Ambosio e Castellano, decide di accettare le condizioni alleate, anche se il generale Carboni, comandante del corpo d'armata per la difesa di Roma, si dichiara in disaccordo (Marchesi, 1993). Alle 17,15 del 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, dopo ulteriori tergiversazioni da parte italiana, i generali Castellano e Smith, presenti Eisenhouer e Alexander, in rappresentanza dei rispettivi governi, firmano l'atto formale dell'armistizio, che deve restare segreto per qualche giorno (il documento con tutte le clausole dell'armistizio verrà firmato, il 20 settembre, a Malta, tra Eisenhouer e Badoglio).
Nei giorni seguenti l'incapacità di azioni decise da parte di Badoglio e l'ostruzionismo da parte del generale Carboni, fanno perdere tempo prezioso e portano all'infausta decisione di chiedere l'annullamento del lancio della divisione americana, errore le cui conseguenze saranno incalcolabili (Marchesi, 1993).
Gli alleati irritati, l'otto di settembre, annunciano la firma dell'armistizio. Alle 19,42 dello stesso giorno, il generale Badoglio è costretto ad annunciare alla radio " ... Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza", poco dopo, la monarchia, Badoglio, Ambrosio e altri generali fuggono verso Pescara. Ambrosio tenta con tutta la sua autorità di opporsi alla fuga da Roma, ma il re gli impone l'ordine di seguirlo. La confusione e l'incapacità di governare gli eventi si rivelano anche in questo frangente. Gli aerei predisposti per la fuga al Sud non vengono utilizzati, perché l'ammiraglio de Courten assicura la disponibilità di una serie di mezzi navali in grado di ospitare la lunga colonna dei fuggiaschi. Dal porto di Ortona, la mattina del 10 settembre, vengono imbarcati, sulla corvetta Baionetta, la corte, Badoglio, Ambrosio e pochi altri. Non meno di cento tra generali e alti ufficiali rimangono sulla banchina, inutilmente in attesa di altri mezzi; all'alba essi devono disperdersi, lontani dalle loro sedi. Dal 9 settembre lo stato maggiore dell'esercito non è più operativo, e il fatto che la totalità degli alti ufficiali, sia stata abbandonata a Ortona, lascia, prive di comando e senza istruzioni tutte e tre le armi (Marchesi, 1993). Alla pilatesca comunicazione di Badoglio, si somma un lungo vuoto di potere, dovuto al viaggio per mare verso il Sud occupato dagli alleati; un'incursione aerea tedesca costringe la nave dei fuggiaschi a riparare a Brindisi, dove il re e il suo seguito sbarcano il 10 pomeriggio.
Badoglio, dopo quarantacinque giorni di governo, con la sua fuga e l'abbandono dell'esercito alla sua sorte, impone al paese una seconda Caporetto, che costerà altrettante vittime quante ne costò la prima. Infatti, mentre le divisioni di Hitler calano dal Brennero con furia vendicativa, l'esercito italiano si scioglie e diventa una fiumana di sbandati, dove, invece, esso cerca di resistere ai tedeschi viene fatto a pezzi, come a Cefalonia. Le sofferenze, gli inganni e le viltà per gli italiani non sono finite; il 12 settembre Mussolini, ombra di sè stesso, viene liberato, dai tedeschi, dalla prigionia sul Gran Sasso e si presta al gioco di Hitler, subendo, più che volendo, i seicento giorni della Repubblica di Salò.
Quando Mussolini viene liberato, forse non ha tutti i torti se il suo rancore si rivolge alla "borghesia ingrata", che per anni sarebbe sopravvissuata grazie ai soldi del suo governo e che con altrettanto opportunismo lo avrebbe tradito. Durante i seicento giorni di Salò, l'oligarchia industriale evita il contatto con la Repubblica, nessun imprenditore prende sul serio i progetti di socializzazione del fascismo morente, e l'interlocutore principale diventa l'occupante tedesco al quale deve essere assicurato un minimo di produzione industriale in cambio dell'impegno di non smantellare e trasferire in Germania le fabbriche.Quando la bufera sarà passata, il sistema produttivo italiano avrà subito perdite modeste, e potrà riprendere a funzionare a pieno ritmo abbracciando il nuovo regime, con il quale ancora non si confonderà, ma dal quale cercherà di ottenere ancora condizioni monopolistiche favorevoli alla propria sopravvivenza.
Frattanto il vuoto di potere istituzionale che grava sull'Italia va lentamente riempiendosi; a Roma, l'indipendente Bonomi, il democristiano De Gasperi, il liberale Casati, il socialista Nenni, il comunista Scoccimarro e l'azionista La Malfa, fondano il Comitato di Liberazione Nazionale e poco dopo, a Milano, gli stessi partiti dànno vita al Cln Lombardia, che si trasformerà in Comitato di Liberazione Alta Italia, assumendo, di fatto, il comando della lotta partigiana.
A Brindisi nasce il Regno del Sud, al quale gli alleati concedono quattro provincie (Brindisi, Bari, Lecce e Taranto); il suo esercito è costituto da pochi carabinieri, da alcuni marinai, da prigionieri liberati dagli alleati e da qualche sbandato, il suo unico obiettivo è la sopravvivenza.
La monarchia e il governo Badoglio sono entità solo virtuali, ma, Churchill, che dirige la politica nel Mediterraneo, e che non ritiene opportuno introdurre elementi "destabilizzanti", convince gli alleati americano e russo a sostenere sia la monarchia, che Badoglio. Questi, forte dell'appoggio degli alleati, rende note al Paese le sue condizioni: la monarchia non si discute, gli antifascisti sono invitati a "integrare" il suo governo militare, a guerra finita Badoglio lascerà libero il popolo italiano di scegliersi un nuovo governo. Il Cln non accetta il diktat e, il 16 ottobre, approva un ordine del giorno, in cui si afferma che la lotta di liberazione dovrà essere guidata da un governo espressione delle forze antifasciste e che a questo governo spetterà il compito di convocare il popolo per decidere circa la forma istituzionale dello stato.
Il 28 gennaio '44 si apre a Bari la prima assise pubblica dei partiti antifascisti. Due giorni prima il Clnai, in un messaggio al congresso di Bari, aveva sostenuto due punti fermi: primo, non appena Roma sarà liberata dovrà insediarvisi un governo, emanazione del Cln, che dovrà assumere tutti i poteri costituzionali, in attesa di un referendum istituzionale, secondo, dovrà essere respinto ogni compromesso con il regime e con le forze che lo hanno sostenuto. Questa posizione del Nord non è però condivisa dal Sud, dove si impone la teoria di Croce e dei notabili meridionali, e cioè sacrificare Vittorio Emanuele per salvare la monarchia, e puntare a un rimpasto e non al cambiamento del governo Badoglio. Al congresso prevale una tesi di mediazione, il governo non sarà emanazione del Cln, che proporrà invece una giunta esecutiva permanente con funzioni consultive. Lo scontro, tra i moderati, sostenuti dal presidente del Cln, Bonomi, e coloro che vogliono rompere con il vecchio stato, si ripete, a Roma, nelle riunioni del Cln (Bocca, 1995). In marzo Churchill ribadisce ancora il suo appoggio alla monarchia; inoltre, arriva, inatteso, il riconoscimento del governo Badoglio, da parte dell'Urss. Forti di queste posizioni, i moderati cercano di rompere l'accerchiamento della sinistra; Bonomi rassegna le dimissioni da presidente e De Gasperi si disimpegna dall'attività del Cln, ponendone l'attività in posizione di stallo.
Dopo il tentativo fallito, del dicembre '43, il primo marzo '44 il Clnai indice uno sciopero generale; a mezzogiorno gli operai della Fiat abbandonano la fabbrica e dànno il via a manifestazioni di protesta che, in breve, si estendono a tutto il Nord. Gli scioperi vengono affiancati anche da azioni di sabotaggio da parte dei Gruppi di azione pattriottica (Gap), il braccio armato della resistenza, per le azioni terroristiche nelle città. L'otto marzo, quella che sarà la più impressionate manifestazione popolare organizzata nell'europa occupata, viene interrotta dalla dura repressione tedesca, che porta alla deportazione di migliaia di lavoratori.
Il 27 marzo, Togliatti, dopo 18 anni di assenza, ritorna in Italia, per riprendere il pieno controllo del Pci e piegarlo alla politica dell'Unione Sovietica; il 30 marzo, il consiglio nazionale del partito approva la svolta di Salerno, cioè si dichiara disposto a collaborare con la monarchia e con le altre forze conservatrici, decisione presa senza consultare, né le forze combattenti, né gli altri partiti antifascisti. Solo la volontà di proseguire la lotta contro il fascismo tiene unita la Resistenza, nonostante la disillusione provata dalle componenti non comuniste della sinistra e il disorientamento e il disagio dei comunisti. La svolta di Salerno rappresenta l'ennesima dimostrazione del trasformismo italiano: uno dei leader del comunismo mondiale, diventa il paladino del governo della restaurazione, condannando, di fatto qualsiasi possibilità di reale rinnovamento dello stato.
Il 5 giugno '44 il generale americano Clark entra in Roma, che, unica delle grandi città, non insorge, poichè, a Roma, la "Resistenza armata come organizzazione di massa è latitante" e i vari "Lussu, Ginzburg, La Malfa, Nenni, Gronchi, Saragat, sorpresi a Roma dall'armistizio ... restano generali senza esercito". Con la liberazione di Roma finisce la breve storia del regno del Sud e il re nomina reggente, il principe Umberto. Il Cln romano riesce ad avere un moto di orgoglio; si forma un blocco, che va dai socialisti ai liberali, che, l'otto giugno, chiede perentoriamente: lo scioglimento del governo Badoglio-Togliatti, la costituzione di un governo politico, che dovrà giurare fedeltà alla nazione e non alla monarchia e che avrà potere legislativo e, infine, l'impegno, da parte del principe reggente, di rimettere al paese la scelta della forma costituzionale. Umberto accetta le condizioni del Cln e la designazione di Bonomi a capo del nuovo governo. Il 6 giugno '44, gli alleati sbarcano in Francia e scatenano l'attacco finale alla fortezza hitleriana, mentre, in Italia, la lotta partigiana, vive, nell'estate'44, un momento di grandi successi.
Un censimento (Bocca, 1995) indica che nel maggio '44 i combattenti sarebbero 12.600 (5.800 garibaldini, 2.600 giellisti, 700 cattolici), cresciuti poi a cinquantamila in luglio e settantamila in agosto, quando le file della resistenza si ingrossano con quelli che i veterani chiamano i "partigiani estivi". La Resistenza, nell'estate '44, occupa tutte le valli alpine e le zone collinari dell'Italia settentrionale e centrale. Luigi Longo ricorda che in quel periodo erano state proclamate ben quindici piccole repubbliche; nell'autunno l'esperienza si concretizza su scala maggiore nelle tre grandi repubbliche dell'Ossola, la maggiore, dell'Alto Monferrato e della Carnia; all'Ossola confluiscono importanti uomini dell'antifascsimo, come Concetto Marchesi, Giancarlo Pajetta, Umberto Terracini, Ezio Vigorelli, i fratelli Bonfantini, Piero Malvestiti, Ettore Tibaldi, che iniziano a sperimentare modelli di Italia post-fascista.
L'illusione della liberazione vicina dura però solo pochi mesi, nell'ottobre '44 l'avanzata alleata in Italia si ferma sugli Appennini, a quindici chilometri da Bologna; nella spartizione in zone d'influenza l'Italia è oramai assegnata alla sfera occidentale e non è più necessario affrettarne i tempi della liberazione mentre lo sforzo alleato va indirizzato sul fronte francese.
I tedeschi, bloccata, quindi, l'avanzata degli alleati, si rivolgono al fronte interno e scatenano una repressione durissima contro i partigiani, che, nell'autunno-inverno del '44, devono abbandonare le valli e le città e ritirarsi in alta montagna o disperdersi nelle pianure.
Il 26 novembre '44, sotto la pressione dei conservatori inglesi, Bonomi è costretto a rimettere l'incarico nelle mani del luogotenente, riconoscendogli, implicitamente quell'autorità, che gli era stata rifiutata alla costituzione del governo. Gli inglesi si rifiutano di avallare il governo Sforza, proposto dal Cln e impongono un secondo Bonomi, ma su posizioni più conservatrici; per protesta socialisti e azionisti rifiutano di partecipare al governo. La Resistenza, dinanzi alle interferenze inglesi e per far valere le proprie ragioni, invia a Roma Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta, Edgardo Sogno, Alfredo Pizzoni, che, nella commissione di controllo alleata, trovano sostegno negli americani. Il 7 dicembre viene, quindi, firmato un patto, che prevede, da parte degli alleati, il riconoscimento del Clnai, un sostegno finanziario e la riorganizzazione dei lanci, da parte del Clnai, l'impegno a riconoscere il governo militare alleato appena una provincia viene liberata. Il 21 dicembre arriva anche il consenso di Bonomi, che riconosce il Clnai, come rappresentate del governo nella lotta dei partigiani contro i nazi-fascisti.
Nel marzo del '45 gli alleati entrano in Germania e il 9 aprile inizia l'attacco alleato sugli appennini; la sconfitta di Hitler è oramai certa e, in Italia, inizia la corsa verso le montagne, gli attesisti scompaiono, le sigle si moltiplicano, le divisioni dei socialisti (Matteotti), dei democristiani (Italia e Fiamme verdi), dei repubblicani (Mazzini), che hanno finora avuto un ruolo insignificante, si gonfiano. A liberazione avvenuta i partigiani in armi saranno circa 300.000, ma, i 45.000 partigiani caduti, i 20.000 tra mutilati e invalidi e le migliaia di antifascisti che hanno conosciuto il carcere o l'esilio, saranno l'unica vera credenziale che il Paese può presentare per il proprio riscatto. Intanto ex-fascisti, monarchici e clero, tessono le loro trame per giungere ad un ordinato trapasso dei poteri e per annullare i valori della resistenza, che, come affermerà Norberto Bobbio, sarà una "Resistenza incompiuta".
Il 25 aprile il Clnai proclama l'insurrezione di Milano ed emana tre decreti: uno, tutti i poteri al Clnai, due, istituzione di organi di giustizia e condanna a morte di Mussolini e dei massimi gerachi, tre affidamento dell'amminhistrazione delle aziende a Consigli di gestione elettivi.

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9 gennaio 2017

 

Tratto da

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www.impresaoggi.com