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Italia: vizi e virtù. Il miracolo economico


In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtù"


Italia: vizi e virtù
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

copertina 3

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2.11 Il "miracolo economico"
Gli anni cinquanta, anche se sono stati caratterizzati da una grande instabilità politica, sono anche quelli del miracolo economico, con tassi di crescita del reddito vicini al 6%, secondi nel mondo dopo il Giappone, e con tassi di crescita delle esportazioni, superiori al 10%. Inizia a essere evidente un fenomeno che caratterizzerà la storia economica del Paese; imprese e imprenditori sono vaccinati contro le turbolenze, gli egoismi, i corporativismi della classe politica. Inizia a formarsi quella distanza tra privato e pubblico che caratterizzerà tutta la storia dell'Italia fino ai giorni nostri.
Vengono bruciate le tappe, secondo un modello di sviluppo centrato sulla produzione di beni di consumo durevoli (negli anni '60 l'Italia è al primo posto in Europa nella produzione di frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie), sulla costruzione delle infrastrutture di base, sull'edilizia, sull'industria petrolchimica e sulla produzione dell'acciaio. Anche la politica monetaria è premiata, infatti, nel gennaio del 1960, il Financial Times attribuisce l'Oscar della moneta più stabile alla lira italiana.
Questo modello di sviluppo, dovuto a una felice combinazione di fatti in "circolo virtuoso", ha però in sé una crisi latente, esso infatti - a esclusione dei settori dell'energia nucleare, nel cui ambito viene progettato, Cirene, un reattore tutto italiano, e della chimica, che, con il premio nobel Giulio Natta, ci vede all'avanguardia nella produzione del polipropilene e dei polimeri pregiati - non riesce a sviluppare una endogena capacità di innovazione.
Cosicché, quasi compiuta la rincorsa ai paesi più industrializzati, quando alla fine degli anni sessanta si presenta una crisi economica mondiale, diversi settori industriali incontrano serie difficoltà a tenere il passo dei competitori esteri e cercano protezione tra le braccia dello stato. Peraltro, l'unica banca d'affari italiana, Mediobanca, forse perché troppo coinvolta nei problemi della grande industria e forse per una certa dose di scetticismo verso gli "ingegneri", sarà sempre restia alla concessione di crediti a favore dell'innovazione tecnologica.
Tra le voci plaudenti e apologetiche, di quegli anni, sembrano stonate e irritanti quella di Ernesto Rossi, che denuncia abusi e ingiustizie e quella di Luigi Sturzo, sia quando propone di rifarsi al liberismo statunitense, sia quando mette in guardia il suo partito che il peggior nemico dello stato è lo statalismo e che, un suo prodotto, la partitocrazia, potrebbe minare la democrazia. Nel 1958, Sturzo denuncia in Parlamento che grosse somme di danaro giungono ai partiti dall'industria, dalle aziende pubbliche e da società e governi stranieri, i quali si aspettano sicuramente di ricevere qualcosa in cambio. Ma la voce del fondatore del partito dei cattolici cade nel disinteresse di una Dc, orientata a seguire le orme dell'uomo più potente dell'Italia di quegli anni, Enrico Mattei.
Il capostipite dei grand commis dell'industria pubblica, grazie agli ingenti utili derivanti dal monopolio del gas, finanzia partiti, correnti, giornali, uomini e corrompe tutto quanto può ostacolare la sua marcia. Il presidente dell'Eni, come osserva Piero Ottone, fu «più di tutti, il continuatore della filosofia mussoliniana, l'erede dell'impostazione mentale del ventennio... Con Mattei l'operazione di finanziamento clandestino dei partiti assunse proporzioni ciclopiche, e fu il punto di partenza della gigantesca corruzione che ha condotto...» (Ottone, 1995).
Da parte sua Mattei ammetteva «I partiti? Sono come i taxi. Li chiamo quando servono, perché mi portino dove voglio. Io pago la corsa!». Personalmente incorruttibile, fu uno dei maggiori corruttori della storia della Repubblica. Proprio perché l'Eni si identifica con Mattei, alla morte del suo ideatore, l'azienda perde slancio; i partiti si vendicano per essere stati considerati dei taxi e i democristiani, prima, e i socialisti, dopo, mettono il guinzaglio al cane a sei zampe. I cinque membri della Giunta dell'Eni diventano tutti frutto di nomine politiche: il risultato di sofisticate alchimie di potere. L'azienda perde di vista il proprio core business e diventa, lentamente, una corte dei miracoli, non per scelte industriali interne, ma per volontà dei partiti, un guazzabuglio di politica, intrighi e vecchi merletti (Roddolo, 2000).
Il miracolo economico degli anni cinquanta (che proseguirà negli anni sessanta) è anche frutto di una politica sindacale moderata sul fronte delle rivendicazioni salariali; questa moderazione è però bilanciata da un eccesso di attivismo sul piano politico; i sindacati sono "la cinghia di trasmissione" della volontà dei partiti. L'arma dello sciopero generale contro i governi viene usata frequentemente e il Pci fa pesare, attraverso il sindacato, la sua presenza politica. Aris Accornero, in uno studio sul sindacalismo degli anni '50, mette in luce che il movimento operaio ha un atteggiamento, che lo porta al «rifiuto del sistema», verso il quale «non lascia passare alcuna occasione di pronunciamento politico», e al «consenso di fabbrica... con un'accondiscendenza addirittura opportunistica verso la determinazione imprenditoriale sul lavoro» (Accornero, 2000).

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Eugenio Caruso - 7 marzo 2017

Tratto da

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www.impresaoggi.com