Il primo canto dell'inferno dantesco

Dante Inferno Canto I. Qualche giorno fa durante una riunione conviviale un giovane un po' narcisista iniziò a recitare il primo canto della Divina Commedia tra le adulazioni dei presenti. Io che mi diverto a volte a fare il rompiscatole gli chiesi che cosa rappresentava la selva oscura e cosa il colle. Con mia sorpresa capii che per tutti la selva era un bosco e il colle un colle. Considerando che Inpresa Oggi vuole essere, anche, uno strumento di cultura ritengo interessante descrivere questo primo canto e ricordare che tutta la Commedia è un insiene di allegorie.

Il Canto I fa da prologo a tutto il poema, non al solo inferno. Poichè infatti ad ogni cantica sono assegnati 33 canti, questo iniziale resta fuori dal computo, e porta così il numero complessivo a 100 compiendo quella perfetta armonia fondata sul numero 3 più uno, che è alla base della struttura compositiva della Commedia. In questo primo canto siamo ancora fuori dell'oltremondo, e si estende ai nostri occhi un paesaggio, una selva, una piaggia, un colle, che è figura della vicenda dell'uomo espressa con simboli tradizionali e subito riconoscibili: dalla tenebra alla luce, dal male al bene, dal dolore alla felicità. Ma in questo paesaggio simbolico cammina un uomo reale e concreto, con un'età definita, in un'età definita, che si spaventa e trema e chiede aiuto, e che incontra un altro un personaggio storico descritto da luoghi geografici e nomi storici. E' questa la novità della Commedia che porta la presenza storica in tutta la sua concretezza e ci racconta la vicenda umana non per astratte figure, ma per singole, reali persone, con tutte le sfumature, gli accadimenti e le grandezze e le debolezze che di esse sono proprie.

La selva "Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita."
Nel primo verso della Divina Commedia, Dante pone l'accento su come la sua sia un'esperienza universale ed epica usando l'aggettivo nostra invece di mia. Per Dante la metà della vita di un individuo sono i trentacinque anni, poiché riteneva l'età media di un uomo essere di 70 anni (lo scrisse nel Convivio). La data di questo viaggio è storica, come si deduce da più luoghi della Commedia che fissano al 1300 (Dante era nato nel 1265) e precisamente il venerdì santo di quell'anno è l'inizio del cammino. Egli "parte" infatti nel 1300, anno altamente simbolico, nel quale si svolse il primo giubileo; anno certo non scelto a caso per il viaggio di conversione e di salvezza. Inoltre la parola cammin introduce già il tema del viaggio che il poema tratta.
Il primo verso riecheggia un passo biblico del profeta Isaia (38,10): “Io pensavo: nel mezzo dei miei giorni me ne andrò, alle porte degli inferi sarò trattenuto per il resto dei miei anni, non vedrò più il signore nella terra dei vivi”. L'idea della vita come cammino (che ha quindi un suo fine) riempie questo primo verso. Il concetto era già stato sviluppato in un passo del Convivio, dove si ritrova una parte del primo verso "così l'anima nostra, incontanente che nel novo e non mai fatto cammino di questa entra ..." è questo il cammino verso il bene, che l'uomo "perde per errore come le strade della terra " (Conv IV, XII 15-8).
L'azione inizia in medias res. Ciò permette a Dante di evitare alcuni punti "scomodi" della narrazione, durante i quali finge di non ricordare le cose, sviene o è comunque assente a livello intellettivo, anche se fisicamente c'è sempre. Il poeta si è smarrito in una selva oscura, secondo il senso allegorico in un momento difficile della sua vita e più in generale nella selva del peccato o dell'errore. Dante indica nella selva un reale periodo di traviamento della sua vita, ma, allo stesso tempo vuole che essa raffiguri il generale sbandamento dell'umanità. Come noto cronotopo, infatti, la selva oscura rappresenta la perdizione e l'errore, nella Commedia, così come recita la favolistica popolare. Dante la usa anche nel Convivio "la selva erronea di questa vita". D'altra parte, nell'ambito letterario, la selva si ritrova nell'Eneide all'entrata dell'Averno virgiliano e all'inizio del Tesoretto di Brunetto Latini. Essa significa uno stato di peccato; la selva è infatti oscura perchè non vi splende il Sole, segno del bene e di Dio.
La diritta via invece rappresenta chiaramente la rettitudine, e quindi il cronotopo opposto. Pietro di Dante ha interpretato questa espressione osservando che; "l'origine dell'anima è il cielo, e l'anima desidera tornare alla sua origine, cioè a Dio; altrimenti devia dalla diritta via , cosa che l'uomo può fare grazie al libero arbitrio".Ma la retta via è solo smarrita e non perduta perchè può essere ritrovata "questa via si smarrisce ... perchè chi vuole la può ritrovare, mentre nella presente vita stiamo" (Boccaccio).
E che dolore, che paura, è per il Dante-narratore ricordare la "durezza" delle selva selvaggia, intricata e ostile. Questa selva (ovvero il peccato) era così amara che la morte (intesa come la dannazione) è una cosa di poco peggiore; ma per poter parlare del bene che il poeta vi incontrò (e cioè la salvezza, che giunge con Virgilio) e così poter indicare a tutti la via di tale salvezza, che è l'intento del poema, egli si appresta di buon grado a rivivere quell'esperienza.
Dante non ricorda bene come ha fatto a smarrirsi, a causa di un torpore dei sensi che gli fece perdere la verace via (anche qui è chiaro il senso allegorico; dice il Boccaccio "è il sonno mentale dell'anima", ma anche nella Bibbia il sonno è usato spesso come figura del peccato).

Come già detto, anche nell'Eneide, Enea, all'ingresso del Tartaro, deve attraversare un luogo solitario e tenebroso sede di tutti i mali dell'uomo: "Andavano oscuri nella notte solitaria attraverso le tenebre e le vuote case di Dite e i regni delle ombre vane come è il cammino nelle selve al debole lume dell'incerta luna quando Giove nasconde il cielo nell'ombra e la nera notte toglie il colore alle cose. Proprio davanti al vestibolo e sul primo ingresso dell'Orco, hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni vendicatori e vi abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame cattiva consigliera, la turpe Miseria, fantasmi terribili a vedersi, la Morte e il Dolore; quindi il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell'animo e sull'opposta soglia la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere cinti con bende sanguinanti".

Il colle illuminato dal sole
A un certo punto Dante arriva ai piedi di un colle, dove termina la selva, dietro il quale sta sorgendo il sole, che calma un po' la sua inquietudine. La luce simboleggia la Grazia divina, che illumina il cammino umano, quindi il colle è una via di salvezza, da alcuni interpretato come la felicità terrena alla quale ogni uomo tende naturalmente. Dante crede di poter raggiungere il colle con le sue forze e inizia a passargli quella paura che aveva colmato il suo cuore nella notte passata con tanta piéta, con tanto dolore. I versi danteschi (...al piè di un colle giunto....guardai in alto....Allor fu la paura un poco queta che nel lago del cor m’era durata la notte ch’i’ passai con tanta pieta.) richiamano quelli di un salmo biblico (CXX, 1). "Alzai i miei occhi verso un monte dal quale mi verrà il soccorso". La prima similitudine del poema è proprio dedicata a questo senso di sollievo: come colui che, scampato da annegamento arriva con fatica alla riva marina e si guarda indietro per rivedere quell'acqua perigliosa (anche qui l'allegoria tra l'acqua perigliosa e il mare del peccato), così Dante si gira per vedere lo passo che non lasciò già mai persona viva. Quest'ultimo passaggio è un po' oscuro perché è ambiguo; i primi commentatori intesero che nessuno è immune dal peccato e che nessuno può uscirne senza la luce della Grazia divina, oppure che la vita peccaminosa (la selva) finisce sempre per uccidere chi vi s'indugia.
Dante si riposa un po' e riparte, in salita (con una perifrasi, sì che'l pié fermo sempre era 'l più basso, ossia in modo che il piede perno fosse più in basso rispetto a quello che avanza). Pietro da Dante dà un'altra spiegazione a questo verso; egli sostiene "Come il corpo ha due piedi, così anche l'anima, con i quali essa va verso il bene o verso il male. Il piede più basso, e più saldo, rappresenterebbe il legame con le cose terrene che ancora aggrava Dante, mentre quello che avanzava è ancora incerto ed esitante".
La salita è appena iniziata quando appare una lonza leggera e molto veloce, coperta da una pelliccia maculata, che non si vuole togliere davanti a Dante, anzi lo ricaccia indietro, Dante spaventato, con bisticcio di parole tramite balbettamento mostra esitazione (e non mi si partia dinanzi al volto, anzi ’mpediva tanto il mio cammino, ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto). La lonza, così come gli altri animali che seguiranno, sono simboli di virtù o debolezze specifici, secondo le indicazioni dei bestiari medievali, e in questo caso gli antichi commentatori sono tutti concordi nell'indicarla come simbolo di lussuria.
Dante non dice se questa lonza si avvicini o scappi, ma inserisce uno stacco sull'ora: è il tempo del mattino nel quale il sole sale con quelle stelle (quella costellazione) che erano con Dio al momento della Creazione: la prima costellazione dello zodiaco è l'ariete, quindi è il periodo dell'equinozio di primavera, momento propizio dell'anno che fa sperare a Dante di poter evitare quella fiera a la gaetta pelle, cioè maculata.
Ma la speranza è subito cancellata dall'apparizione di un leone, che pare andare incontro a Dante con la testa alta e con rabbiosa fame, di tale impeto che pareva che l'aere ne tremesse. Il leone viene indicato come simbolo di superbia.
Subito appare anche una lupa, carica nei segni del corpo e nella magrezza di tutta la sua bramosia. Essa avrebbe secondo Dante reso infelice la vita di molte altre genti e gli si avvicina con aspetto talmente spaventoso che Dante perde tutta la speranza di raggiungere il colle, mi dette tanta gravezza (pesantezza) da non riuscire più a salire. Che il peso del corpo e del peccato aggravi e tragga verso il basso l'anima, è immagine comune nella tradizione cristiana. La lupa è la bestia più pericolosa ed è indicata come simbolo di avidità (la Chiesa, che vuole sempre di più) - e non, come è erronea credenza, di avarizia; infatti, l'avarizia indica la tendenza a tenere per sé ciò che già si possiede; l'avidità indica la volontà di possedere un bene in quantità sempre maggiore. L'attaccamento ai beni mondani i è il peccato più radicato nell'uomo e il più difficile da superare. Dante, come un avaro o un commerciante che tutto acquista finché non perde tutto, si sente adesso triste e sconfortato, per via della bestia senza pace, cioè implacabile. La lupa si avvicina a poco a poco e respinge Dante dove 'l sol tace, cioè nella selva del peccato. La forza del peccato di avidità è tale che può spingere, facilmente, l'essere umano a tornare nelle tenebre del peccato.

canto 1
Dante spaventato dalle tre fiere

Evidentemente Dante ha attinto l'idea delle fiere da un passo biblico del profeta Geremia (V, 6): "Per questo li azzanna il leone della foresta, il lupo delle steppe ne fa scempio, il leopardo sta in agguato vicino alle loro città: quanti escono saranno sbranati, perché si sono moltiplicati i loro peccati, sono aumentate le loro ribellioni."
Riiassumendo, nel primo canto lo spazio è presentato secondo la contrapposizione basso-alto (valle-colle), a cui corrisponde l'antitesi buio-luce di origine biblica: essa indica l'eterna lotta fra il bene e il male, tra il peccato e la grazia, infatti rimanda alle parole evangeliche di Gesù: "Io sono la luce del mondo, chi mi segue non cammina nelle tenebre". (Giovanni, 12). L'opposizione spaziale è anche indicatrice della gerarchia morale peccato-salvezza: la selva oscura è collocata in basso loco, rispetto al colle che è posto in alto ed è illuminato; è priva di luce in quanto non è illuminata dal sole che mena dritto altrui per ogni calle.

Apparizione di Virgilio
Mentre Dante non solo torna indietro, ma rovina, cioè precipita ripiombando nella selva del peccato, improvvisa ecco un'apparizione dal nulla: qualcuno, che sembra fioco per essere stato a lungo in silenzio, chi per lungo silenzio parea fioco, la lettura è comprensibile solo in funzione dell'allegoria; in realtà che un uomo emerso da secoli di silenzio sembri non aver fiato per parlare è una figurazione che ha una sua comprensibilità, così come si può interpretare che la voce della ragione, rappresentata da Virgilio, sia rimasta a lungo muta nell'uomo smarrito nel peccato.
Dante impaurito gli chiede misericordia, che sia ombra, cioè anima trapassata, oppure omo certo, cioè vivo.
La figura risponde: "Non sono un uomo, ma uomo fui"; e, come per presentare un biglietto da visita, specifica che i suoi genitori furono lombardi, anzi mantovani entrambi; e che nacque sub Iulio, cioè al tempo di Giulio Cesare, anche se non lo vide (ancor che fosse tardi), e visse sotto il buon Augusto al tempo del paganesimo (degli dei falsi e bugiardi). La Lombardia indicava nel Medioevo tutta l'Italia settentrionale in genere; al tempo di Virgilio tale denominazione non esiasteva ma Dante gli fa usare questo termine senza preoccuparsi dell'anacronismo, oppure commette un errore storico.
"Poeta fui e cantai di quel giusto figliuol d'Anchise (per Virgilio Enea è il più giusto tra gli uomini) che venne da Troia dopo che la superba Ilion (che rappresenta la rocca della città) venne incendiata". Poi Virgilio fa una domanda direttamente a Dante: «Ma tu perché ritorni a tanta noia? (inteso come dolore, angoscia, peccato) / perché non sali il dilettoso monte / ch'è principio e cagion di tutta gioia?».
In questa parte il Canto assume un tono colloquiale come se ne incontreranno parecchi; ("tu sei quel Virgilio che ha fatto da faro per molti poeti, io stesso ti ho scelto come guida. Ho letto attentamente tutta la tua opera e ti considero mio maestro e la massima autorità in fatto di saggezza. Vedi qulla lupa che mi spaventa ti prego aiutami". Virgilio" Se vuoi salvarti a te conviene seguire un'altra strada perchè quella lupa non lascia passare nessuno di qui e chi lo tenta viene ucciso. La bestia ha sempre fame e dopo aver mangiato ha più fame di prima e ha molti seguaci. Solo quando arriverà il veltro questi la ricaccerà nell'inferno dal quale Lucifero l'ha fatta uscire. Il veltro sarà la salvezza dell'Italia per la quale si sono gia sacrificati, tra gli altri, Camilla, Eurialo, Niso e Turno; egli sarà esempio di sapienza, amore e virtù. Se vorrai salvarti potrai seguirmi e ti condurrò nell'Inferno e nel Purgatorio e poi, un'anima più degna di me ti accompagnerà nel Paradiso perchè a me non è consentito entrare in questo luogo destinato alle genti beate e felici ». Dante "Poeta, per salvarmi da quella fiera ti prego accompagnami attraverso l'Inferno e il Purgatorio fino alla porta del Paradiso".).
Dante ha riconosciuto il suo maestro e lo chiama per nome, vergognandosi un po': (parafrasi) "Sei tu quel Virgilio e quella la fonte di tanto parlare che è come un fiume in piena? Tu che sei l'onore e il lume degli altri poeti, fa' che mi faccia premio il lungo studio e il grande amore che ho avuto per la tua opera: tu sei il mio maestro e il mio autore (autorità), sei l'unico dal quale presi quel bello stile (poetico) che mi ha reso onore."
Dopo essersi raccomandato così animatamente, Dante chiede al famoso saggio se può aiutarlo con quella bestia che lo ha fatto tornare indietro e che gli fa tremare le vene e i polsi. (questa espressione come altre che vedremo in seguito sono entrate nel linguaggio comune. "questa avventura mi fa tremare le vene e i polsi"). Virgilio allora indica a Dante, che ha iniziato a piangere, come a lui convenga iniziare un altro viaggio per uscire da questo luogo, perché la lupa non lascia passare nessuno ma anzi arriva a uccidere chi tenta di passare a causa della sua natura malvagia: essa non soddisfa mai la sua bramosa fame e, anzi, dopo aver mangiato è più affamata di prima; molti sono gli uomini (molti son gli animali a cui s'ammoglia) che si fanno vincere dalla cupidigia (che la cupidigia lega a sé) e saranno ancora molti, fino alla venuta di un salvatore (il veltro) che ucciderà la lupa con dolore.
Il fatto che Dante chiami quest'animale lupa e non lupo potrebbe essere indice di come egli volesse forse alludere anche alla lupa capitolina, cioè a Roma, sede del papato corrotto. Dante sceglie come sua guida Virgilio per diversi motivi:
- nella quarta bucolica Virgilio aveva cantato la nascita di un puer che avrebbe riportato nel mondo l'età dell'oro (secondo l'interpretazione in chiave allegorica della classicità vigente nel Medioevo, Virgilio era ritenuto uno spirito profetico per aver preannunciato la nascita di Cristo);
- Virgilio nel Medioevo è considerato il simbolo della ragione che non ha ancora conosciuto la pienezza della rivelazione cristiana. Egli è pertanto in grado di condurre Dante per l'Inferno e per il Purgatorio, ma non per il Paradiso (sarà necessaria Beatrice-teologia);
- Virgilio aveva celebrato l'impero di Augusto, archetipo e realizzazione provvidenziale dell'ideale di impero universale che Dante aveva esaltato nel De Monarchia come la soluzione al degrado morale e politico dell'Italia e dell'Europa (Dante deplorava infatti il fatto che, dopo Federico II, in Italia fosse assente la figura imperiale);
- Virgilio aveva narrato la discesa di Enea negli Inferi, e sarebbe quindi stato un ottimo maestro nel viaggio nei regni ultraterreni (lo stesso Dante nel secondo canto dell'Inferno si inserirà tra la schiera di personaggi illustri scesi secondo la tradizione agli Inferi, cioè Enea e San Paolo).

Profezia del veltro
Stava dicendo Virgilio quindi che la lupa vivrà indisturbata finché 'l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. Il veltro, nel linguaggio dell'attività venatoria, è il cane da caccia (si confronti l'uso per esempio in Inferno, XIII v. 126): quindi Dante resta nell'allegoria animalesca e spiega che un cane farà finalmente morire dolorosamente questa lupa dell'avidità, cacciandola di città in città (villa qui è un francesismo), finché non l'avrà rimessa ne lo 'nferno da dove il primo invidioso (Lucifero, l'angelo ribelle) la fece uscire; là onde 'nvidia prima dipartilla. Secondo un'altra interpretazione filologica "prima" sta a significare: la prima volta, quindi il momento del peccato originale di Eva. L'assenza dell'articolo rende questa ipotesi più realistica rispetto a quella che identifica Lucifero come: 'nvidia prima'.
Su chi o cosa simboleggiasse questo veltro nessuno ha potuto ancora dare una spiegazione sicura e univoca e di fatto ciò resta uno dei più celebri enigmi del poema. Due terzine descrivono questo veltro come salvatore che non sarà cibato né dalle terre né dal denaro (peltro, inteso come metallo), ma da sapienza, amore e virtù; la sua nazione sarà tra feltro e feltro; e sarà la salvezza di quell'umile Italia per la quale morirono la vergine Camilla, Turno, Eurialo e Niso.
A parte gli ultimi due versi che citano l'Eneide, il significato degli attributi del veltro non è chiaro: il cibo del veltro sono le virtù spirituali che richiamano la Trinità e che potrebbero riferirsi o a un personaggio in particolare sia laico che religioso, o a un'entità presente o futura; la sua nascita sarà tra feltro e feltro cioè tra panni umili o tra tonache monastiche, o tra il feltro che si usava per foderare le urne per le elezioni dei magistrati? Oppure in senso geografico tra Feltre e Montefeltro, alludendo magari a Cangrande della Scala i cui territori si estendevano pressappoco tra quelle due località? O Arrigo VII? O Uguccione della Faggiuola? O il ritorno di Cristo?
La questione probabilmente non verrà mai svelata perché Dante qui usa un linguaggio particolarmente sibillino anche perché tra le tante profezie della Commedia questa è l'unica profezia "vera", che non consiste cioè in un fatto già avveratosi all'epoca in cui Dante scrisse il poema. Le dottrine profetiche al tempo di Dante si andavano diffondendo. In particolare si ricordano quelle del frate calabrese Gioacchino da Fiore.

Il viaggio nell'oltretomba
Continuando nella risposta di Virgilio alle questioni di Dante, il poeta latino a questo punto consiglia Dante di seguirlo in un viaggio da lui guidato, attraverso il loco etterno (il regno dell'oltretomba, dove tutto è eterno, a differenza della fugacità del mondo dei vivi): nell'Inferno udirà le disperate grida e vedrà gli antichi spiriti dolenti che invocano la seconda morte (l'annichilimento totale per fermare le loro sofferenze); nel Purgatorio vedrà coloro che sono contenti nei loro supplizi perché hanno la speranza di ascendere alle beate genti; nel Paradiso, se ci vorrà salire, ci sarà un'anima più degna di lui ad accompagnarlo, poiché l'imperatore dei cieli (Dio) non vuole che Virgilio vada per la sua città perché egli non è cristiano quindi fu ribelle alla sua legge. Dio infatti, prosegue Virgilio, impera dappertutto (nel linguaggio giuridico "ha giurisdizione") ma regge ("regna direttamente") in Paradiso e beato chi è eletto ad andarvi (Oh felice colui cu' ivi elegge!). Dante risponde che è d'accordo (io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch'io fugga questo male e peggio); per sfuggire al male della selva o al peggio della dannazione egli accetta di compiere il viaggio, in modo che possa vedere la porta di San Pietro e coloro che Virgilio dipinge così mestamente, cioè i dannati. Allora Virgilio parte e Dante gli "tiene dietro".

Testo

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Iliòn fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perch‚ non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

VIRGILIO

Publio Virgilio Marone, noto semplicemente come Virgilio (Andes (Mantova), 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.), è stato un poeta romano, autore di tre opere, tra le più famose della letteratura latina: le Bucoliche (Bucolica), le Georgiche (Georgica), e l'Eneide (Aeneis). Al poeta vengono attribuiti anche una serie di componimenti giovanili, la cui autenticità è oggetto di dubbi e di complicate controversie, che si è soliti indicare in un'unica raccolta, nota col titolo di Appendix Vergiliana. Virgilio, per il senso sublime dell'arte e per l'influenza che esercitò nei secoli, fu il massimo poeta di Roma, nonché l'interprete più completo del grandioso momento storico che, dalla morte di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e dell'Impero ad opera di Augusto. L'opera di Virgilio, presa a modello e studiata fin dall'antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla letteratura e sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la sua Divina Commedia, nella quale Virgilio funge da guida dell'Inferno e del Purgatorio. Giova notare che la fama di Virgilio si dipanò non solo per le sue qualità artistiche, ma anche per le sue capacità divinatorie e magiche; basti pensare che a Napoli era considerato un dio. Pertanto Dante avrebbe dovuto escluderlo dal ruolo di guida nella Divina Commedia. Ma, l'ammirazione per l'opera di Virgilio ebbe il sopravvento sulle indubitabili caratteristiche magiche, profetiche e neopitagoriche del poeta latino.
Virgilio frequenta la scuola di grammatica a Cremona, poi la scuola di filosofia a Napoli e infine la scuola di retorica a Roma. Qui conobbe molti poeti e uomini di cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere. Inoltre nella capitale portò a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante di quell'epoca. Lo studio dell'eloquenza doveva fare di lui un avvocato e aprirgli la via per la conquista delle varie cariche politiche. L'oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura del mite Virgilio, riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti, nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò Virgilio entrò in una crisi esistenziale che lo portò, non ancora trentenne, a spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, per recarsi alla scuola dei filosofi Filodemo di Gadara e Sirone per apprendere i precetti di Epicuro.
Gli anni in cui Virgilio si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest'ultimo a Farsalo (48 a.C.), poi l'uccisione di Cesare (44 a.C.) in una congiura, e la guerra tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall'altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.) e infine lo scontro tra Ottaviano e Antonio, con le vittorie di Azio e Alessandria da parte di Ottaviano. Egli fu toccato direttamente da queste tragedie: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma sembra che, grazie all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno e lo stesso Augusto), Virgilio sia riuscito (almeno in un primo tempo) a evitare la confisca. Si spostò poi a Napoli.
Dopo il successo delle Bucoliche venne in contatto con Mecenate ed entrò a far parte del suo circolo, che raccoglieva molti letterati famosi dell'epoca. Il poeta frequentava le tenute che Mecenate possedeva in Campania nei pressi di Atella e in Sicilia. Grazie a Mecenate, Virgilio conobbe Augusto e collaborò alla diffusione della sua ideologia politica. Divenne il maggiore poeta di Roma e dell'Impero e le sue opere poetiche furono introdotte nell'insegnamento scolastico da Quinto Cecilio Epirota ancor prima della sua morte, verso il 26 a.C. Virgilio morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di ritorno da un viaggio in Grecia, secondo i biografi per le conseguenze di un colpo di sole. Prima di morire, Virgilio raccomandò ai suoi compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto dell’Eneide, perché, per quanto l'avesse quasi terminata, non aveva fatto in tempo a rivederla: i due però consegnarono i manoscritti all'imperatore, e l'Eneide, anche se reca tuttora evidenti tracce di incompiutezza, divenne in breve il poema nazionale romano. I resti del grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo tuttora visibile, nel quartiere di Piedigrotta. L'urna che conteneva i suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio:
«Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura duces»
«Mi ha generato Mantova, il Salento mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai pascoli [le Bucoliche], campagne [le Georgiche], comandanti [l'Eneide]»
Un primo gruppo di opere (noto dal Cinquecento come Appendix Vergiliana) sarebbe stato composto tra il 44 a.C. e il 38 a.C., tra Roma e Napoli, ma buona parte della critica moderna tende ad escludere la paternità virgiliana:
Alla spicciolata (Catalepton);
La focaccia (Moretum);
Epigrammi (Epigrammata): che comprendono le Rose (Rosae), Sì e no (Est et non), Uomo buono (Vir bonus), Elegiae in Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il livore (De livore), Il canto delle Sirene (De cantu Sirenarum), Il compleanno (De die natali), La fortuna (De fortuna), Orfeo (De Orpheo), Su sé stesso (De se ipso), Le età degli animali (De aetatibus animalium), Il gioco (De ludo), De Musarum inventis, Lo specchio (De speculo), Mira Vergilii experientia, Le quattro stagioni (De quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu solis), Le fatiche di Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera Y), ed I segni celesti (De signis caelestibus). L'ostessa (Copa) (solo secondo il biografo Servio);
Maledizioni (Dirae);
L'airone (Ciris);
La zanzara (Culex);
L'Etna (Aetna);
Storia romana (Res romanae), opera solo progettata e poi abbandonata.

Opere successive:
Bucoliche (Bucolica): composte tra il 42 e il 39 a.C. a Napoli, sono una raccolta di dieci componimenti detti "ecloghe" o "egloghe" di stile perlopiù bucolico. Le Bucoliche, che significa canti dei bovari, sono dunque costituite da dieci egloghe: la prima è un dialogo tra due contadini, Titiro e Melibeo. Melibeo è costretto ad abbandonare la sua casa e i campi, che diverranno la ricompensa di un soldato romano. Titiro invece può restare grazie all'influenza di un potente (forse Ottaviano, o un nobile della sua cerchia, come Asinio Pollione); la seconda egloga contiene il lamento d'amore del pastore Coridone, che si strugge per il giovane Alessi; la terza egloga è una tenzone poetica fra due pastori, svolta in canti alternati detti amebèi; la quarta egloga è dedicata a Pollione ed è la celebre profezia circa la nascita di un puer il cui avvento rigenererà l'umanità; la quinta è il lamento per la morte di Dafni, il "principe dei pastori"; nella sesta il vecchio Sileno canta l'origine del mondo; nella settima Melibeo racconta la gara di canto tra due pastori; l'ottava egloga contiene due canti d'amore ed è dedicata ad Asinio Pollione; la nona egloga è molto simile alla prima, ma vi si canta un esproprio di terre definitivo (i due protagonisti sono Lìcida e Meri) e la decima è dedicata a Gallo e ne celebra gli amori infelici. Varo, Gallo e Pollione furono tre potenti governatori della provincia Cisalpina presso cui il poeta aveva forse sperato di trovare favore per rientrare in possesso delle proprie terre perdute durante l'esproprio.
Georgiche (Georgica): composte a Napoli in sette anni (tra il 37 a.C. e il 30 a.C.) e suddivise in quattro libri. È un poema didascalico sul lavoro dei campi, sull'arboricoltura (in particolare della vite e dell'olivo), sull'allevamento e sull'apicoltura come metafora di un'ideale società umana. Ciascun libro presenta una digressione: il primo le guerre civili, il secondo la lode della vita agreste, il terzo la peste degli animali nel Norico, il quarto libro si conclude con la storia di Aristeo e delle sue api (questa digressione contiene la famosa favola di Orfeo e Euridice). Secondo il grammatico tardoantico Servio, nella prima stesura delle Georgiche, la conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio Gallo ma, caduto questi in disgrazia presso Augusto, Virgilio avrebbe concluso l'opera in modo diverso. L'opera fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente di uno dei più grandi capolavori della letteratura latina e l'espressione più alta dell'autentica e vera poesia virgiliana.
Eneide (Aeneis): poema epico composto forse fra Napoli e Roma, in dieci anni (tra il 29 a.C. e il 19 a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un'Iliade latina, fu il libro ufficiale sacro all'ideologia del regime di Augusto sancendo l'origine e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Il poema rimase privo di revisione, e nonostante Virgilio prima di partire per l'Oriente ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di sua morte, esso fu pubblicato per volere dell'imperatore.
La fama del poeta dopo la morte fu tale che egli fu considerato una divinità degna di ricevere onori, lodi, preghiere, e riti sacri. Già Silio Italico (appena un secolo dopo), che acquistò la villa e la tomba di Virgilio, istituì una celebrazione in memoria del mantovano nel suo giorno di nascita (le Idi di ottobre). In tal modo questa celebrazione si tramandò anno per anno nei primi secoli dell'era volgare, diventando un punto di riferimento importante soprattutto per il popolo napoletano che vide in Virgilio il suo secondo patrono e spirito protettore della città di Napoli, dopo la vergine Partenope. Ai suoi resti (cenere e ossa), conservati nel sepolcro da lui stesso concepito secondo forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il potere di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le divinità pagane venissero dimenticate, di Virgilio si mantenne comunque intatto il ricordo, e le sue opere furono interpretate cristianamente.
Egli divenne in particolare un simbolo dell'identità e della libertà politica di Napoli: fu per questo che nel XII secolo i conquistatori normanni, col consenso interessato della Chiesa di Roma, consentirono a un filosofo e negromante inglese di nome Ludowicus di profanare il sepolcro di Virgilio con lo scopo di rimuovere e asportare il vaso con le sue ossa, al fine di indebolire e sottomettere Napoli al potere normanno distruggendo l'oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia. I resti di Virgilio furono salvati dalla popolazione che li trasferì all'interno di Castel dell'Ovo, ma in seguito vennero qui sotterrati e nascosti per sempre a opera dei Normanni. Da allora i napoletani ritennero che il potere protettivo del Poeta verso la città fosse vanificato.
Il ricordo di Virgilio però, soprattutto nel popolo napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente per la tradizione colta, con il tempo si affiancò quella di mago nella tradizione popolare, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin di bene. Di tale interpretazione ci resta un corpus basso-medievale di leggende che hanno come sfondo soprattutto le città di Roma e Napoli: ad esempio, tanto per citarne una, quella che lo vede costruttore del Castel dell'Ovo magicamente edificato sopra il guscio di un uovo magico di struzzo che si sarebbe rotto solo quando la fortezza fosse stata definitivamente espugnata, oppure quella che riguarda la creazione e l'occultamento sotterraneo di una specie di palladio (una riproduzione in miniatura della città di Napoli contenuta in una bottiglia vitrea dal collo finissimo) che per magia protesse la città dalle sciagure e dalle invasioni finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere dell'imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il Regno di Sicilia (che allora comprendeva anche la città di Napoli). La realizzazione del cunicolo di Fuorigrotta che la tradizione popolare asserisce essere stata realizzatra da Virgilio in una nottata. Fuorigrotta deve il suo nome alla sua posizione "al di fuori della grotta" in riferimento al fatto che, sin dall'epoca romana, è collegata da una o più grotte al rione di Mergellina. La prima grotta, realizzata in epoca romana, è la Crypta Neapolitana, ancora visitabile nei tratti più esterni, ma non più percorribile per motivi di sicurezza, che collega Fuorigrotta con Piedigrotta, nei pressi della tomba di Virgilio. Era parte di un asse viario che collegava Napoli a Pozzuoli e l'area dei Campi Flegrei.
Durante l'Alto Medioevo Virgilio fu letto con ammirazione, il che permise alle sue opere di essere tramandate completamente. L'interpretazione dell'opera virgiliana utilizzò largamente lo strumento dell'allegoria: al poeta fu infatti attribuito un ruolo di profeta di Cristo, sulla base di un brano delle Bucoliche (la IV ecloga) annunciante la venuta di un bambino che avrebbe riportato l'età dell'oro e identificato per questo con Gesù. Virgilio venne quindi rappresentato come vate, maestro e profeta nella Divina Commedia, Dante ne fa la propria guida attraverso i gironi dell'Inferno e del Purgatorio. La presenza di Virgilio è costante nello svolgimento della letteratura italiana. L'eco della sua poesia risuona sovente nelle opere dei nostri più grandi scrittori. Per Dante Alighieri, l'Eneide diviene modello di alta poesia, fonte di ispirazione di tanti suoi versi. È vero, egli avverte il fascino anche di altri grandi autori del passato, di "Omero, poeta sovrano" di " Orazio satiro", "Ovidio", "Lucano", e poi "Tullio e Lino e Seneca morale", ma è Virgilio la sua guida, Virgilio "l'altissimo poeta". Dante riconosce la grandezza morale, il peso del pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori dell'umanesimo classico e quelli cristiani. Si può considerare pertanto il primo umanista della nostra letteratura: un discepolo di Virgilio, al di là del pensiero medievale. Dalla lettura delle sue opere apprese il senso di partecipazione al dolore universale, la pietas, intesa quest'ultima nel senso morale di adesione al cielo sì, ma anche di attenzione ai valori della terra. Egli si accosta al mantovano non solo per capire "come l'uom s'eterna", ma anche per perfezionare lingua e stile.
Con diversa e più moderna sensibilità si avvicina a Virgilio un cultore degli studia humanitatis come Francesco Petrarca. Il dolore umano alla scuola del poeta antico trova innumerevoli rivoli per elevarsi in una poesia soavemente malinconica. Da lui deriva l'amore per le belle lettere, la nobiltà dei sentimenti e del pensiero, da lui l'arte della perfezione stilistica. La lingua italiana diviene, come vuole de Sanctis, "la dolcissima delle lingue". Intuisce e tramanda ai posteri i più alti segreti della poesia del mantovano. Virgiliano nell'anima, vive a lui unito nello spirito, gli dedica epistole. Petrarca venne salutato come il nuovo Virgilio, modello di poeta, elegante, raffinato: si colloca tra i più grandi lirici di tutti i tempi. Nell'Umanesimo è ancora Virgilio, unitamente a Cicerone, l'autore più amato, più ricercato come guida di maestria linguistica. Con il ritorno al mondo classico nasce la nuova civiltà in cui confluisce l'antica e, nel contempo, una nuova visione della vita e del mondo.
La lingua latina per tutta la prima metà del Quattrocento domina incontrastata nella nostra letteratura, ed è una letteratura elegante, che raggiunge come per miracolo forme umanissime. Si pensi alle Neniae, le celebri ninne-nanne che il Pontano scrive per il suo bambino; alle Sylvae del Poliziano, ben due dedicate a Virgilio: Manto, carica di suggestioni e risonanze dell'antica bucolica in cui si celebra la poesia pastorale, e il Rusticus, che si ispira invece alle Georgiche, ricolma di immagini e di echi virgiliani. Il Poliziano, complice Virgilio, viene ritenuto il lirico più elegante che abbia scritto in latino. Della riscoperta del mondo antico non solo la lingua latina viene a giovarsi, ma anche la lingua volgare quando si torna a prediligerla. Jacopo Sannazaro, considerato il "Virgilio cristiano" per il suo De Partu Virginis, nell'Arcadia riproduce la classica bucolica in una lingua armoniosa, piena di fluidità e di malinconia. Non si può non parlare della Fabula di Orfeo del Poliziano: Orfeo ed Euridice come nelle Georgiche rivivono il loro dramma d'amore in un canto accorato, di estrema eleganza. Riporta altresì a Virgilio quella sorta di immersione nell'universo e nella natura presente nella favola del giovane Julio nelle Stanze, così come la Giostra richiama la mente al senso di vaga malinconia delle ombre virgiliane della sera. Ancor più determinante è l'influsso di Virgilio nel Rinascimento. Il volgare, assurto a piena dignità letteraria, affronta temi alti, impegnativi e viene adottato dai grandi scrittori del tempo. Il riferimento è all'Ariosto e al Tasso. L’Eneide non poco contribuisce a portare l'Orlando Furioso alle più alte vette della poesia rinascimentale e l'Ariosto tra i più grandi artisti del tempo. Qui Cloridano e Medoro ritrovano il fascino, l'umanità di Eurialo e Niso a rappresentare un sentimento alto come l'amicizia, nobile come la fedeltà; e molte analogie si possono trovare nella caratterizzazione dei guerrieri uccisi nel sonno dalle due coppie. Angelica vive all'unisono con la natura che la circonda, ama le cose semplici e umili, effonde intorno un sentimento virgiliano di pace, di serenità, appena velato di malinconia. Per non riferire di altri temi comuni ai due poeti: l'amore, la giovinezza, l'eroismo, la religione della vita, la rappresentazione dell'animo umano in tutte le sue variazioni.
E si arriva a Torquato Tasso, che da Virgilio eredita finezza e musicalità del dire. Le ingenue parole di Aminta, allorché descrive il primo sbocciare di un amore nuovo nella favola pastorale che da lui prende il nome (atto I, scena II), riportano insistentemente al mondo idillico popolato di prati, ninfe, pastori, boschi, nel quale regna una lieve, sospesa virgiliana malinconia. Il candore di Galatea torna a risplendere nella delicata figura di Erminia, che si desta al "garrir" degli uccelli tra alberi e fiori mentre "scherzan" con l'onda al suon di "pastorali accenti" (Gerusalemme liberata, VII, 5 e 6, passim). Al pari di Didone, Armida, creatura piena di mistero riscopre l'umanità nel dolore e nell'amore. Come l'eroica Camilla, desta commozione la fiera Clorinda. Nell'opera tutta aleggia quel senso di tristezza per il quale molti hanno ritenuto la Liberata il poema italiano forse più vicino all'Eneide, già a partire dall'incipit (il verso canto l'armi pietose e il capitano richiama immediatamente il virgiliano arma virumque cano).
Come stretto amico di personaggi di potere e di grandissima influenza come l'imperatore Augusto, del governatore provinciale Gaio Asinio Pollione e del ricco Gaio Cilnio Mecenate, secondo leggende medioevali di scarsa o nessuna attendibilità, il poeta avrebbe potuto beneficiare in molti modi la città di Napoli in cui tanto amava risiedere. I suoi biografi medioevali infatti ci narrano che fu Virgilio a proporre all'imperatore di costruire un acquedotto (proveniente dalle sorgenti nei pressi di Serino nell'avellinese) che servisse questa e anche altre città, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia. Inoltre avrebbe esortato Augusto a creare per Napoli una rete di pozzi e fontane per l'approvvigionamento idrico, un sistema fognario di cloache e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario scavare un traforo nella collina di Posillipo, l'odierna "Grotta di Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV secolo come "Grotta di Virgilio". Infine, Virgilio, essendo grandemente appassionato di divinazione e del mondo della religione in generale, avrebbe fatto installare due sculture di teste umane in marmo, una maschile e allegra, l'altra femminile e triste, sulle mura della città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un presagio casuale fausto o infausto per i cittadini di passaggio. Con le modifiche fatte in epoca aragonese, le teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale, ma andarono poi perdute a causa della distruzione del complesso. Come riportano i suoi più antichi biografi, Virgilio aderì al neopitagorismo, corrente filosofica e magica allora molto diffusa nella Magna Grecia, e in particolare a Neapolis, una delle poche città del Meridione che dopo la conquista romana aveva conservato la sua vita culturale genuinamente ellenica. In quanto filosofo neopitagorico e mago gli sono attribuite diverse immagini magiche e talismani volti alla protezione della città di Napoli che tanto amò, secondo alcuni biografi medievali e rinascimentali.

Struttura dell'inferno

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17 aprile 2018

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