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I cinque anni di Papa Francesco

Dante Inferno Canto II. In un precedente articolo ho illustrato il primo canto dell'inferno dando una spiegazione di questo mio impegno. Ero un po' perplesso. D'altra parte ho notato che l'articolo è stato letto da decine di affezionati visitatori di IMPRESA OGGI, pertanto voglio provare a proseguire, parlando del secondo canto. Esso è come un altro prologo ("capitulum adhuc proemiale", lo chiamò Pietro), ed è dedicato all'ingresso all'oltretomba e svolge un secondo tema centrale e preliminare al poema. Nello studio liceale della Commedia questo secondo canto è solitamente saltato, per affrontare subito il terzo; sbaglio enorme perchè esso ci apre le porte alla comprensione dell'intero poema.

Perplessità di Dante
"Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.


Dante, dopo aver trascorso una notte e un giorno tra la selva e il pendio del colle, verso sera inizia il suo viaggio nell'oltretomba. Sulla terra tutti riposano, solo Dante si appresta a intraprendere un viaggio duro (la guerra) e forse superiore alle sue forze: si tratta infatti di un viaggio sì del cammino quindi fisico, ma anche de la pietade cioè spirituale (tutta la Divina Commedia viene infatti indicata come un percorso di conversione, attraverso l'espiazione graduale del peccato nell'Inferno, la purificazione nel Purgatorio e la beatificazione nel Paradiso). Il tutto verrà raccontato dalla mente che non erra, cioè dalla memoria che ricorda bene quello che ha visto.
"O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.


Il secondo canto, è il proemio alla cantica infernale e per questo Dante invoca le Muse per aiutarlo nel duro compito di riferire senza errori tutto quello che è stato visto: qui si vedrà la nobiltà del suo ingegno di poeta e di uomo. Giova notare che antepone le Muse al proprio ingegno perchè Dante presenta, pertanto, il poema sotto l'aspetto letterario. Tale invocazione, tradizionale della poeasia classica, è un topos letterario mantenuto anche dai poeti cristiani per i quali le Muse rappresentano l'ispirazione poetica. In sostanza qui sono indicati i tre fattori necessari alla riuscita del poema: bellezza di canto (Muse), vigoria intellettuale e fantastica (ingegno), sicura precisione dei ricordi (mente).
"Io cominciai: "Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede.".


(Ricordo che Silvio nella mitologia romana è il figlio postumo di Enea e di Lavinia. Crebbe solo con la madre, che temendo che Ascanio gli potesse nuocere, lo nascose in una casa tra le selve, da cui il nome che gli fu dato. Ritrovato dagli abitanti di Alba Longa, alla morte del fratello Ascanio, gli succedette come re di Alba Longa. Silvio regnò per 29 anni., presumibilmente fra il 1141 a.C. ed il 1112 a.C.. Dalla sua stirpe discenderanno quasi tutti i re di Alba Longa e da lui in poi la maggior parte conserveranno il nome di Silvio nel cognome. Gli succedette suo figlio Enea Silvio.)
Il riferimento all'alto ingegno provoca in Dante una riflessione sulla sua virtù: egli chiede a Virgilio di guardare se essa è possente, cioè all'altezza, prima di partire per l'alto passo (il difficile viaggio, più adatto al senso del canto piuttosto che riferito al difficile compito di riportare per iscritto quello che ha visto). Altri hanno avuto esperienza, ancora vivi (mortali), nel regno dell'oltretomba: Enea, padre di Silvio, che andò nell'Averno sensibilmente, cioè con il proprio corpo e i propri sensi, accompagnato dalla Sibilla; Dio (avversario d'ogne male) lo concesse a Enea perché conosceva l'alto compito che l'attendeva, la fondazione di Roma caput mundi e sede della Chiesa apostolica (il loco santo / u' (ubi, cioè "dove") siede il successor del maggior Pietro), quindi era tutt'altro che indegno. Qui Dante vuole sottolineare che Roma è il luogo santo non perchè vi risiede il papa, ma perchè fu stabilito nell'empireo. Enea, proprio per quella visita nell'altro mondo capì cose che furono la causa della sua vittoria e della nascita del papato. Vi andò poi il "Vas d'elezione", ovvero San Paolo (secondo la Seconda lettera ai Corinzi dove l'apostolo dice di essere stato rapito dal terzo cielo) che aveva avuto da Dio il compito di arrecare conforto alla fede cristiana, bisognosa, nel periodo delle origini, di conferma e coraggio. Dante, con il fatto di porre un rapporto tra la sua andata nell'oltretomba e quella di Enea e Paolo, afferma che ha una missione da compiere. Dante, pertanto, fonda la ragione che regge tutta l'invenzione del poema, il viaggio è stato predisposto dalla provvidenza divina, esso è quindi di capitale importanaza per lo sviluppo di tutto il poema. E' interessante notare che Dante chiama Enea, padre di Silvio e non di Ascanio: la ragione va trovata nel fatto da Silvio discende la lunga dinastia dei re albani, dai quali il potere passò ai re di Roma.
" Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono.

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta
.

Dante non si reputa degno di tale compito, perché teme che (nel testo la costruzione di temo è alla latina con la negazione come timeo ne) se l'impresa venisse attuata, ciò sarebbe folle: e arriva anche a spronare Virgilio di essere savio e prendere una decisione per lui. Così, in quell'oscura costa Dante diviene come colui che disvuol ciò che volle, perché nuovi pensieri gli hanno fatto cambiare idea e ora distoglie il pensiero dal cominciare l'impresa: quindi pensando e valutando le proprie forze Dante si pente della sua affrettata accettazione (cotanto tosta).
Conforto di Virgilio
"«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ombra;
«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare
l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".

canto ii

Beatrice appare a Virgilio

Virgilio non fa tardare la sua risposta: "Se ho ben capito le tue parole, la tua anima è ora offesa da viltà, la quale spesso ingombra gli uomini allontanandoli dalle imprese onorate (degne di onore), come quando una bestia si impaurisce per qualcosa che invece è solo un'ombra. Perché tu ti sollevi da questo timore ti spiegherò perché venni da te e cosa intesi la prima volta che mi preoccupai per te".
Inizia quindi la spiegazione di quello che è successo a Virgilio mentre Dante era smarrito nella selva, con un'analessi a più voci contemporanea agli avvenimenti del Canto I. Virgilio si trovava tra color che son sospesi (nel Limbo) quando venne chiamato da una donna beata e bella, che gli fece provare il desiderio spontaneo di essere comandato, di obbedirle. Virgilio non lo dice subito ma è la figura angelicata di Beatrice, tra i protagonisti assoluti del poema, che fa il suo ingresso in questa cantica.
Ella aveva gli occhi più lucenti di una stella e cominciò a rivolgersi a lui soave e piana con angelica voce: (parafrasi) "Oh anima cortese (gentile, onesta) mantovana, la cui fama ancora è viva nel mondo e durerà fin quando dura esso, quanto il mondo lontana, (captatio benevolentiae), il mio amico (Dante), ma non amico della fortuna (verso dall'interpretazione ambigua, in genere parafrasato come una nota all'amore divino e spirituale che lega i due), è impedito nel cammino nella diserta piaggia (la selva), tanto che è già tornato indietro per paura, e temo che si sia già smarrito perchè mi sono mossa a soccorrerlo troppo tardi, dopo che ho udito quello che mi hanno detto di lui in cielo. Ora vai, e con la tua bella arte retorica (la parola ornata) e con ciò che serva a salvarlo (campare), aiutalo, così che io abbia consolazione. Chi ti fa andare sono io, Beatrice, e vengo dal luogo dove voglio tornare, da dove mi mosse l'amore (termine volutamente ambiguo: amore per Dante? o spirito di carità generico? o Dio stesso?) che mi fa parlare; quando tornerò davanti al mio Signore con lui mi loderò spesso di te." Qui Dante, come succederà in altre occasioni, sembra smarrire una regola fondamentale dell'oltremondo, ma è spinto dalla naturale sollecitudine che Beatrice ha per gli altri. Sembra poco credibile che Beatrice possa raccomandare Virgilio a Dio.
La forza poetica che sprigiona da Dante, l'uomo in preda allo sgomento e al senso della propria indegnità, e da Beatrice, la donna che viene in suo soccorso mandata dal cielo e non da altro mossa che dalla forza dell'amore, è di quelle che fondano una lunga e solida storia d'amore. Il problema che qui si pone è alla base del viaggio e del poema; come può un semplice essere mortale e, per di più, peccatore essere degno di un'impresa concessa a soli due uomini che ebbero il compito di restaurare nell'umanità l'ordine politico (Enea) e quello religioso (Paolo)? Dante sostiene di non aver nessun titolo e infatti non ne ha; Virglio risponde alla domanda di Dante affermando che qualcuno si è mosso in suo favore per amore, spinto a sua volta dalla divina pietà. Ma c'è un valore che Dante rivendica per questa strordinaria concessione; come già con Virgilio (vaglaimi 'l lungo studio e l'grande amore), così ora con Beatrice (chè non soccorri quei che t'amò tanto) rivendica il suo stesso amore per quella donna. Tutto il canto è costruito in modo che il luogo oscuro nel quale si muovono Dante e Virgilio, faccia da cornice alla scena centrale della comparsa di Beatrice e dello sfondo celeste da cui ella proviene. La paura è allontanata da quella apparizione che porta con sè il ricordo potente di un altro tempo della vita: i precisi rinvii al Vita Nuova sono il cosciente richiamo a quel periodo giovanile in cui Dante seguiva l'inclinazione del cuore e che ora gli consente di ritrovare la strada smarrita.
" Tacette allora, e poi comincia’ io:

"O donna di virtù, sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo' ch'aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi".

"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch’io non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto incendio non m’assale.


Virgilio risponde entusiasta a quella che chiama "donna di sola virtù", per la cui virtù la specie umana oltrepassa il cielo con il cerchio minore (quello della Luna), dicendole che è così felice del suo ordine che non vede l'ora di ubbidire, basta che lei gli dica il suo desiderio (talento). Qui accolgo l'interpretazione della maggior parte dei critici che riferiscono il cui a Beatrice, in quanto è di lei che si fanno le lodi, prendendo Beatrice come valore simbolico. Anche il senso risulta teologicamente più preciso. Di fatto è solo per la rivelazione divina che gli uomini possono elevarsi alla contemplazione di Dio trascendendo la loro natura, come accadrà appunto a Dante condotto da Beatrice proprio oltre il cielo lunare. Pertanto è proprio questo il momento in cui Dante anticipa il valore simbolico, che poi si rivelerà lentamente, della figura di Beatrice, che fin dall'inizio deve in qualche modo essere investita. Virgilio chiede anche quale sia la ragione per la quale ella non ha temuto di scendere al centro di quell'Universo (l'Empireo il cielo dove vivono i beati), dove lei vuole tornare (la Terra era il centro dell'universo nel sistema tolemaico e per i padri della Chiesa al centro della terra si estendeva l'Inferno che era il punto più lontano da Dio). Beatrice allora risponde brevemente che non teme l'Inferno, perché non è cosa che per lei faccia male, quale creatura divina, non avendo effetto su di lei le fiamme di quello 'ncendio.
Tre donne in soccorso di Dante
"Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché‚ non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

non odi tu la pieta del suo pianto?
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno".

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse;
per che mi fece del venir più presto;

e venni a te così com’ella volse;
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
"

C'è una Donna in paradiso (la Madonna) che si dispiace per l'impedimento (il fatto che Dante sia bloccato nella selva) dove lei sta mandando Virgilio e che con la sua misericordia spezza il severo giudizio divino su Dante (la misericordia di Maria è dunque più forte della giustizia di Dio?); questa chiese a Lucia di proteggere quel suo fedele (nel Convivio III 9, 15-16 Dante racconta di aver avuto una grave malattia agli occhi e che richiese l'aiuto della protettrice degli occhi, Lucia). Allora Lucia andò da Beatrice, seduta accanto a Rachele e le parlò (si noti come le parole di Lucia sono riportate da Beatrice attraverso il racconto di Virgilio, attraverso la narrazione di Dante): (parafrasi) "Beatrice, lode vera di Dio, perché non soccorri colui che t'amò tanto e che per te uscì de la volgare schiera? (di nuovo il tema dell'amore spirituale che innalza gli uomini). Non senti il dolore del suo pianto, non vedi come egli combatte la morte sul fiume dove il mare non prevale? (metafora forse dei gorghi dell'esistenza e del tempestoso mare delle passioni per le quali l'uomo è in continuo rischio di morte )". Beatrice continua a spiegare come si sia affrettata scendendo dal suo beato scanno fiduciosa dell'onesta parola di Virgilio, che onora lui e chi lo ascolta. Finito di riportare il discorso di Beatrice, Virgilio prosegue: si era accorto che gli occhi di Beatrice erano lucenti per le lacrime e dopo il pietoso discorso di Beatrice era corso da Dante, come ella aveva voluto; lo tolse di davanti a quella bestia (la lupa), che gli aveva impedito la via breve per salire al monte.
"Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?".

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

"Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro".
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro."


Virgilio inizia poi a spronare Dante chiedendogli cosa ci sia, perché (ripetuto due volte) egli si attarda; perché ha tanta viltà nel cuore, senza ardire, né franchezza, quando tre donne benedette si curano di lui nella corte celeste e quando il ragionamento che Virgilio gli ha fatto prometta tanto bene? Anche il viaggio di Dante risponde a un disegno provvidenziale, come quelli di Enea e di San Paolo. Essendo voluto da Dio, non è solo conquista personale e personale elezione, ma si configura anche nei suoi aspetti generali come il viaggio dell'intera umanità per ritrovare pace e giustizia. Le tre donne rappresentano tre momenti della Grazia: la Grazia preveniente (la Vergine), la Grazia illuminante (santa Lucia) e la Grazia operante (Beatrice). Rinfrancato da queste parole, Dante si rianima, come quei fiori che piegati dalla brina notturna si drizzano forti sullo stelo quando il sole li scalda ; è una delle terzine più belle di tutta la poetica italiana. Senza alcuna esitazione, ringrazia Beatrice (pietosa) e Virgilio (cortese) e si dichiara pronto a seguirlo nel suo difficile cammino, come aveva già deciso: i loro due voleri ora sono uno solo, cioè Dante concorda con Virgilio, suo duca (che lo precede nell'andare), signore (che prende le decisioni e comanda) e maestro (che spiega e risolve i dubbi). Allora Dante parte ed entra per un sentiero alto e silvestro, cioè arduo e selvaggio.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale,

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezione,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono:
me degno a ciò né io né altri ’l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ombra;
«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare
l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia’ io:

"O donna di virtù, sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo' ch'aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi".

"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch’io non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto incendio non m’assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché‚ non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

non odi tu la pieta del suo pianto?
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno".

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse;
per che mi fece del venir più presto;

e venni a te così com’ella volse;
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai?
perché tanta viltà nel core allette?
perché ardire e franchezza non hai?

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore, e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Eugenio Caruso - 25 aprile 2018

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