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Inferno, Canto IV. Il limbo

Questo canto si apre con Dante che, risvegliatosi sulla riva opposta dell'Acheronte, vede Virgilio pallido in viso e impaurito. Dante, infatti, accertatosi, per prima cosa, di essere ancora nel mondo dell’aldilà, vede attorno a se un abisso di cui è impossibile osservarne il fondo per la fitta nebbia e ode dei lamenti provenire da questo. “…de la valle d’abisso dolorosa che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai. Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa… ”. Così Virgilio invita Dante a continuare il viaggio “nel cieco mondo” affermando, per giustificare il suo pallore, che la sua è solo pena perché stanno per entrare nel limbo, il luogo in cui il poeta stesso è destinato a restare per l'eternità; qui, infatti, si trovano le anime di coloro che vissero prima della nascita di Cristo e che non poterono perciò seguire la sua parola (in particolare gli Spiriti Magni, cioè i grandi letterati pagani), ma che al contempo non commisero peccati, così come i bambini che morirono prima di essere battezzati. Non vi sono però gli spiriti degli antichi ebrei che furono prelevati da Cristo e portati in Paradiso pur essendo vissuti prima della sua nascita. Nel limbo non si odono lamenti ma solo i sospiri di anime, sospese tra il desiderio di contemplare Dio e la consapevolezza di non poterlo mai fare. È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

"Or discendiam qua giù nel cieco mondo",
cominciò il poeta tutto smorto.
"Io sarò primo, e tu sarai secondo".

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: "Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?".

Ed elli a me: "L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne".
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Un cupo (greve) boato (truono) mi interruppe (Ruppemi) nella mente il sonno profondo (alto), così che io mi risvegliai (riscossi) come chi (persona) viene destato bruscamente (per forza);
e alzatomi in piedi (dritto levato), rivolsi (mossi) intorno gli occhi riposati e guardai intensamente (fiso) per cercare di capire (conoscer) dove mi trovavo.
Sta di fatto che mi ritrovai (Vero è che… mi trovai) sull’orlo (proda, la riva opposta dell’Acheronte) della profonda voragine infernale (valle d’abisso dolorosa) che raccoglie il frastuono (’ntrono) di infiniti lamenti (guai).
Era talmente oscura e profonda e piena di caligine (nebulosa) che, per quanto aguzzassi la vista (per ficcar lo viso a fondo), non riuscivo a distinguervi (non vi discernea) nulla.
«Ora scendiamo giù nel mondo tenebroso (cieco)», cominciò a dire il poeta impallidendo (tutto smorto). «Io starò davanti (sarò primo) e tu mi seguirai (sarai secondo)».
E io, che mi ero accorto del suo pallore (color), dissi: «Come potrò seguirti (verrò), se hai paura (paventi) tu stesso, che sei solito (suoli) confortare i miei timori (dubbiare)?».
Ed egli a me: «La sofferenza (angoscia) degli abitanti del Limbo (genti che son qua giù) mi dipinge sul volto quel turbamento (pietà) che tu interpreti (senti) come (per) timore (tema).
Andiamo, poiché il lungo cammino ci incalza (sospigne)». Così si incamminò (si mise) e mi fece entrare nel primo cerchio che circonda (cigne) la voragine infernale (abisso). L'inferno è immaginato da Dante come un abisso profondo a forma di imbuto che va restringendosi fino al centro della terra, dove è confitto Lucifero.

IL LIMBO
Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: "Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio".

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.

"Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore",
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

"uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?".
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,

rispuose: "Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati".

Là (Quivi), almeno per quanto si poteva udire (secondo che per ascoltare), non vi era (non avea) altra manifestazione di dolore (pianto) se non (mai che) in forma di sospiri, che facevano tremare l’aria (aura) eterna;
ciò accadeva (avvenia) a causa del dolore (duol) non provocato da pene materiali (sanza martìri) che avevano le schiere (turbe) numerose (molte) e folte (grandi) di neonati (infanti), di donne e di uomini (viri).
Il maestro disse: «Non chiedi chi sono gli spiriti che vedi? Ora voglio (vo’) che tu sappia, prima (innanzi) che tu vada (andi) oltre (più),
che essi non peccarono; e se hanno dei meriti (mercedi), non sono sufficienti (non basta), perché non ricevettero il battesimo, che è il necessario tramite (porta) per accedere alla religione in cui tu credi;
e se vissero (s’e’ furon) prima (dinanzi) del cristianesimo, non adorarono Dio come si doveva (debitamente): e tra questi pagani (cotai) vi sono io stesso (medesmo).
Per tali mancanze (difetti) e per nessun’altra colpa (rio) siamo dannati in eterno (perduti), puniti (offesi) solo da questo, viviamo nel desiderio (disio) senza speranza di vedere Dio (sanza speme).
Quando l’ebbi udito (’ntesi), mi prese al cuore (cor) un grande dolore (duol), poiché (però) compresi (conobbi) che nel Limbo erano posti (sospesi) individui di grande valore.
«Dimmi maestro, dimmi signore», cominciai io per aver conferma (esser certo) di quella fede che supera (vince) ogni errore:
«mai nessuno, per merito (merto) suo o d’altri, è uscito di qui (uscicci) per divenire beato?».
Ed egli (quei), che aveva compreso (’ntese) la mia allusione (parlar coverto),
rispose: «Io ero appena arrivato (nuovo) nel Limbo (in questo stato), quando vidi giungere qui Cristo (un possente), coronato dal segno di vittoria. Nell'iconografia medievale il Cristo era spesso rappresentato con un'aureola attraversata da una croce; il segno di vittoria è indubbiamente la croce.
Trasse fuori di qui (Trasseci) lo spirito (ombra) di Adamo (primo genitore), di suo figlio Abele e quello di Noè, di Mosè legislatore (legista) e rispettoso della volontà divina (ubidente);
il patriarca Abramo e re David, Giacobbe (Israèl) col padre Isacco e i suoi figli (nati) e con Rachele, per la qualeGiacobbe tanto dovette adoperarsi (per cui tanto fé),
e molti altri ancora, e li rese (feceli) beati. E voglio (vo’) che tu sappia che, prima di loro, non furono mai salvati altri spiriti umani».

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

"O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?".

E quelli a me: "L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza".

Non avevamo smesso di camminare (non lasciavam l’andar) per il fatto che egli parlasse (perch’ei dicessi), ma continuavamo ad attraversare (passavam… tuttavia) la folla (selva): intendo dire (dico) la folla numerosa degli spiriti (spiriti spessi).
Non avevamo fatto ancora molta strada dal punto in cui mi ero svegliato (di qua dal sonno), quando vidi un fuoco che illuminava (vincia) un emisfero (emisperio) di tenebre.
Eravamo ancora un po’ lontani (Di lungi) di lì (n’), ma non tanto da impedirmi di vedere (discernessi), almeno in parte, che gente degna d’onore (orrevol) occupava (possedea) quel luogo.
«Tu che onori dottrina e arte, chi sono costoro che hanno tanta dignità (onranza), che li distingue (diparte) dalla condizione (modo) di tutti gli altri?». Giova ricordare che nel medioevo Virgilio era ammirato, oltre che per la sua arte, anche per la sua saggezza.
Ed egli: «La fama (nominanza) onorata che di loro ancora risuona in terra (sù ne la tua vita) acquista in cielo un favore (grazïa) che li privilegia (avanza) in tal modo (sì)».

Intanto voce fu per me udita:
"Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita".

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:
"Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene".

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

Nel frattempo udii una voce: «Onorate l’altissimo poeta: ritorna il suo spirito, che si era allontanato (dipartita)». Onorate ... il grande e semplice verso è il tributo di Dante a Virgilio preso a emblema di quella virtù che la poesia esprimeva.
Dopo che la voce si interruppe (fu restata) e si acquietò (queta), vidi quattro grandi spiriti venire verso di noi: avevano un aspetto (sembianz’) né triste né lieto.
Il maestro cominciò a dire: «Guarda (Mira) quello che, con la spada in mano, precede (vien dinanzi) gli altri tre come loro signore (sire): è il sommo (sovrano) poeta Omero; Omero porta la spada perchè cantore delle armi, e avanza come il re tra i poeti, quale era considerato dagli antichi.Dante non potè leggerlo interamente se non nei frammenti citati da Cicerone, Orazio e Aristotele.
Quello che segue (vene) è Orazio autore di satire (satiro); il terzo è Ovidio (il poeta latino famoso dopo Virgilio) e l’ultimo Lucano (autore della Pharsalia è, dopo Virgilio il grande modello epico di Dante).
Poiché ciascuno di essi condivide (si convene) con me (meco) il nome di poeta che la voce di prima fece risuonare (sonò) da sola, mi rendono (fannomi) onore, e da questo punto di vista (di ciò) fanno bene».
Così vidi radunarsi (adunar) i nobili seguaci (la bella scola) del massimo cultore (segnor) dello stile tragico (altissimo canto), che si eleva (vola) sugli altri poeti come un’aquila.
Dopo che ebbero conversato (ragionato) un po’ tra loro, si rivolsero (volsersi) a me con un cenno di saluto (salutevol), e di ciò (di tanto) Virgilio si compiacque (sorrise);
mi fecero (fenno) inoltre ancora più onore in quanto mi ammisero (mi fecer) nel loro gruppo (schiera), così che io fui sesto tra poeti tanto grandi (tra cotanto senno).
Così andammo fino al fuoco (lumera), parlando di cose di cui ora è opportuno (è bello) tacere, così come allora in quel luogo (colà dov’era) era opportuno parlare.

IL NOBILE CASTELLO
Giungemmo ai piedi di un nobile castello, cerchiato da sette alte cinte murarie e difeso da un bel fiumicello.
Attraversammo questo come se fosse terra asciutta (dura); entrai insieme ai poeti attraverso sette porte: giungemmo in un prato di fresca vegetazione (verdura).
Vi erano persone dallo sguardo tranquillo e dignitoso (tardi e gravi), dall’atteggiamento (sembianti) che esprimeva grande autorità: parlavano poco e lentamente (rado), con voci nobili e dolci (soavi).
Andammo a collocarci (Traemmoci) così in uno dei lati (canti), in un luogo aperto, luminoso e sopraelevato (alto), da dove si potevano (potien) vedere tutti. Corrisponde al colle dell'Eneide dove Anchise conduce Enea perchè possa vedere tutti i suoi discendenti.

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.

Lì, di fronte (Colà diritto), sul prato splendente (verde smalto), mi furono (fuor) indicati i magnanimi (spiriti magni), della cui vista mi esalto intimamente (in me stesso). Gli abitanti del castello sono i magnanimi, secondo il concetto aristotelico dell'Etica Nicomachea, concetto profondamente studiato eda Dante: coloro che furono stimati degni di fatti grandi e che li compirono praticando in modo eccelso le umane virtù e acquisendo "grandi onori e fama". (Vedi Convivio). L'elenco dei nomi è una forma tipica del serventese medioevale, ma che segue la metodologia dei campi elisi virgiliani. Il primo gruppo comprende tutti personaggi della storia di Roma, nella quale entra quella di Troia. Il secondo, quello di filosofi e poeti, grandi della vita contemplativa, si raccoglie attorno ad Aristotele che rappresenta l'umana saggeza. I due gruppi rappresentano le virtù morali e intellettuali proprie dell'uomo.
Io vidi Elettra (madre di Dardano, il mitico fondatore di Troia) con molti suoi discendenti (compagni), tra i quali riconobbi Ettore ed Enea, Cesare (come discendente di Enea) in armi e con gli occhi minacciosi (grifagni).
Vidi Camilla (madre di Lavinia sposa di Enea) e Pantasilea (regina delle amazzoni morta sotto Troia per mano di Achille); dalla parte opposta vidi il re Latino seduto insieme a sua figlia Lavinia.
Vidi quel Bruto (Lucio Giunio Bruto primo console di Roma) che cacciò Tarquinio il Superbo, Lucrezia (si suicidò per aver perso l'onore), Giulia (figlia di Cesare), Marzia (moglie di Catone Uticense) e Cornelia (madre dei Gracchi, tutte donne della storia repubblicana, celebri per la loro virtù); e da solo, in disparte (in parte), il Saladino (sultano d'Egitto nel XII secolo e celebrato nel Medioevo come sovrano cavalleresco e liberale).
Innalzando un poco lo sguardo (ciglia), vidi il principe (maestro) dei filosofi (di color che sanno) sedere in mezzo a un gruppo di sapienti (filosofica famiglia). E' Aristotele considerato nel basso Medioevo come supremo maestro di filosofia
Tutti lo ammirano (miran), tutti gli fanno onore: là io vidi Socrate e Platone, che gli stanno più vicino (più presso) davanti agli altri;
Democrito che sostiene la teoria del mondo come aggregazione casuale di atomi (che ’l mondo a caso pone),
Diogene, Anassagora e Talete (Tale), Empedocle, Eraclito e Zenone;
e vidi il valente (buono) classificatore (accoglitor) delle qualità delle piante (del quale), vale a dire (dico) Diascoride;
e vidi Orfeo, Cicerone (Tulïo), Lino e Seneca il filosofo (morale);
il matematico (geomètra) Euclide e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna e Galeno, Averroè (Averoìs) autore (che… feo) del grande commento ad Aristotele.
Io non posso riferire (ritrar) di tutti esaurientemente (a pieno), poiché la materia del poema (il lungo tema) mi incalza (caccia), così (sì) che molte volte la narrazione (il dir) deve trascurare (vien meno) i fatti accaduti (al fatto).
La compagnia dei sei poeti (sesta compagnia) diminuisce dividendosi in due (in due si scema): Virgilio (savio duca) mi condusse (mi mena) in altra direzione (via), fuori dall’atmosfera quieta (fuor de la queta), nell’aria (aura) che trema.
E mi ritrovai (vegno) in un luogo (parte) dove non vi è nulla che abbia luce (ove non è che luca).

COMMENTO
Il canto inizia con Dante che viene risvegliato dal sonno. Così come i suoi sensi erano stati spenti da un prodigio alla fine del canto III, un nuovo miracolo, per l'esattezza un tuono, lo riporta in sé. Il poeta si guarda intorno e si rende conto di aver passato l'Acheronte e di trovarsi sulla riva "de la valle d'abisso dolorosa / che 'ntrono accoglie d'infiniti guai". Tanto è fitta l'oscurità in cui si trova immerso il poeta da impedirgli di distinguere alcuna cosa. Ovviamente l'oscurità di cui parla Dante è la mancanza della luce divina che penetra tutto l'universo, non c'è grazia di Dio nel luogo dove lui si trova. La mancanza di luce causa smarrimento, ecco intervenire Virgilio, che invita Dante a seguirlo, assumendo nuovamente il ruolo di guida spirituale con le parole "Io sarò primo, e tu sarai secondo". Virgilio però è pallido, Dante pensa che ciò sia dovuto alla paura del viaggio imminente, dubita quindi nella validità di quella guida e manifesta la sua perplessità "dissi: "Come verrò, se tu paventi / che suoli al mio dubbiare esser conforto?". Virgilio a questo punto lo rassicura, spiegandogli che il suo pallore non nasce dalla paura, bensì dalla pietà per le anime che patiscono le loro pene nell'Inferno, e lo esorta a non perdere più tempo.
Dante, seguendo il suo maestro, si ritrova nel primo cerchio dell'Inferno. Qui si trova nel Limbo, il luogo dove sono puniti coloro che non conobbero la Parola di Dio perché nati prima dell'avvento del Cristianesimo, coloro che non credettero nell'avvento futuro di Cristo, e i bambini non battezzati. Essendo queste anime non colpevoli di uno specifico peccato, pagano semplicemente la mancanza di fede, non subiscono una pena fisica, semplicemente vivono in eterno nella consapevolezza di non giungere mai alla beatitudine. Non essendo tormentati e straziati come le altre anime dell'Inferno, i dannati qui non piangono, semplicemente sospirano: "Quivi, secondo che per ascoltare, / non avea pianto mai che di sospiri / che l'aura etterna facevan tremare;". Virgilio spiega a Dante quali anime abitano il primo cerchio, facendogli capire con l'espressione "semo perduti" che anche lui paga lì la sua pena. La consapevolezza che il suo maestro sia un'anima perduta nelle tenebre mette tristezza al poeta, che nei suoi versi constata come "gente di molto valore / conobbi che 'n quel limbo eran sospesi". Quest'ultima considerazione apre un confronto tra la ragione e la giustizia divina. Il poeta trova tra i dannati personaggi che egli considera valorosi, quindi Dio ha punito persone che per il metro di giudizio umano sarebbero da premiare. Vediamo quindi l'incapacità della ragione di comprendere appieno la giustizia divina, nei versi il poeta sembra quasi non capacitarsi che personaggi come Virgilio possano essere puniti, eppure è così. Il Limbo inteso come luogo di pena eterna per le anime che non hanno vissuto nella fede in Cristo apre la strada a una questione spinosa. I patriarchi dell'Ebraismo, come ad esempio re David, nacquero prima dell'avvento del Figlio di Dio, furono quindi destinati al Limbo? Essi sono anche patriarchi del Cristianesimo. L'ambiguità viene subito risolta da Dante che chiede al maestro se mai alcun'anima sia uscita dal Limbo. Virgilio gli spiega che, poco tempo dopo la sua discesa nel primo cerchio, vide "venire un possente, / con segno di vittoria coronato.", si trattava di Gesù Cristo, che portò via dall'Inferno l'anima di Adamo, quella di Abele, quella di Noè, quella di Mosè, quella di Abramo, quella di re David e in generale quelle di tutti i patriarchi di Israele. Essi infatti non avevano assistito alla venuta di Cristo, però ci avevano creduto e l'avevano desiderato per millenni nel Limbo, quindi erano ormai meritevoli della beatitudine. Virgilio spiega poi che nessuno prima di loro fu mai salvato.
I due poeti non hanno percorso ancora molta strada tra le anime del Limbo, quando Dante vede un fuoco che parzialmente vince le tenebre del luogo. Questo modesto fuoco, che pure riesce a spezzare in qualche modo le tenebre infernali, raffigura la luce della mente umana (qui abitano infatti i grandi filosofi e poeti antichi) nel suo limiti e pure nella sua analogia con la luce divina. Grazie a quella debole luce giungeranno a un castello in cui vivono le anime magne. Incontrano intanto i primi grandi personaggi che, pur non credendo in Cristo, si distinsero in vita nelle arti. La loro grandezza ha disposto Dio a loro favore, così che gli è stata assegnata una posizione favorevole nel Limbo stesso ("L'onorata nominanza / che di lor suona sù ne la tua vita, / grazia acquista in ciel che sì li avanza". Queste anime accolgono tra gli elogi Virgilio. Dante vede queste anime dalla sembianza "né trista né lieta", infatti esse non patiscono alcuna pena e allo stesso tempo non hanno speranza di vivere la grazia eterna. Virgilio indica al suo protetto quattro anime: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Il discorso di Virgilio col quale indica i quattro grandi della poesia si conclude con un verso che, a una lettura superficiale, può farci vedere della presunzione. "fannomi onore, e di ciò fanno bene" dice infatti la guida. Nonostante Dante ammiri Virgilio al punto di eleggerlo come rappresentante della ragione, riesce difficile pensare che gli attribuisca una tale presunzione nella sua opera. Ritengo molto più plausibile che Dante, per bocca del suo maestro, voglia indicare come giusto il rendere onore all'arte, di cui in quel frangente Virgilio è un rappresentante. La frase assume quindi un significato più profondo e indica forse anche una speranza, Dante è infatti un poeta e si augura di ricevere gli onori dovuti alla sua arte nella propria patria. Nei versi che seguono infatti le grandi anime della poesia, dopo aver parlato un po', lo invitano tra loro "sì ch'io fui sesto tra cotanto senno". I sei poeti camminano fino al castello parlando di argomenti non attinenti ai temi del poema ("cose che 'l tacere è bello"). Per i critici il castello rappresenta la filosofia. Questo, ci dice Dante, è circondato da sette fila di mura e da un piccolo fiume. Per entrare nel Castello il poeta deve passare sette porte. Sul significato di queste mura e queste porte i critici non sono concordi. Per alcuni le sette mura rappresentano le sette parti della filosofia (fisica, metafisica, etica, politica, economia, matematica, dialettica), mentre le sette porte indicano le sette arti liberali del trivio (grammatica, dialettica, retorica) e del quadrivio (musica, aritmetica, geometria, astronomia); altri vedono nelle sette mura le quattro virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e le tre intellettuali (intelligenza, scienza, sapienza). Anche sulla simbologia riguardante il fiume ci sono diverse interpretazioni, Boccaccio per esempio vi vide il simbolo delle ricchezze e delle gioie materiali, che a vedersi sono invitanti ma possono portare alla perdizione. Una volta dentro al castello, Dante vede queste anime sagge il cui aspetto rappresenta l'idea stessa del sapiente ("Genti v'eran con occhi tardi e gravi, / di grande autorità ne' lor sembianti: / parlavan rado, con voci soavi"). A questo punto il poeta ci elenca le anime che riconosce nel castello, indicando numerosi personaggi celebri nella storia e nella leggenda di Roma (a partire dai troiani), filosofi e scienziati greci, e tre importanti personaggi musulmani (Saladino, Avicenna e Averroè). Può incuriosire in un'opera permeata di teologia cristiana la presenza di personaggi musulmani, ma non dobbiamo dimenticare che nel castello del Limbo vi sono grandi uomini di cultura che non conobbero la fede in Cristo. Saladino quindi è inserito tra i grandi perché fu liberale nei confronti dei cristiani, Avicenna e Averroè furono invece due grandi filosofi molto noti nel Medioevo. Alla fine del canto, terminato l'elenco, Dante ci dice di non poter citare tutte le anime perché son troppe, il gruppo di sapienti si scioglie e lui resta di nuovo solo con Virgilio ("La sesta compagnia in due si scema"). Insieme escono dal castello e tornano tra le tenebre, riprendendo il cammino.

Eugenio Caruso - 16 maggio 2018

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