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Inferno Canto V. Francesca da Polenta

Dante, Inferno Canto V. Forse sarò un romantico, ma questo quinto canto è quello che amo maggiormente. Usciti dal Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II cerchio, meno ampio del precedente ma contenente molto più dolore. Sulla soglia trovano Minosse, che ringhia con aspetto animalesco: è il giudice infernale, che ascolta le confessioni delle anime dannate e indica loro in quale cerchio siano destinate, attorcigliando intorno al corpo la lunghissima coda tante volte quanti sono i cerchi che il dannato deve discendere. Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo ammonisce a non fidarsi di Virgilio, poiché uscire dall'Inferno non è così facile come entrare. Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio di Dante è voluto da Dio.
Il Canto V è il primo dell'Inferno che ci mostra la pena di una categoria di dannati e Francesca è il primo peccatore a dialogare con Dante: troviamo anche una figura demoniaca, Minosse, che qui rappresenta il giudice dei dannati ed è ridotto a una parodia della giustizia divina, essendo descritto come un essere mostruoso e animalesco, con una lunga coda che avvolge intorno a sé per indicare ai dannati il luogo infernale cui sono destinati.
Non sappiamo da dove Dante abbia tratto questa trasformazione, di cui non c'è traccia nei testi classici cui può essersi ispirato, ma è certo che Minosse qui si limita a essere esecutore della volontà divina, una sorta di strumento che agisce senza la profonda dignità che aveva nell'Eneide di Virgilio o negli altri poeti antichi; è probabilmente anche il custode del II Cerchio, anche se nulla autorizza a collegarlo al peccato di lussuria in quanto nel mito classico egli era descritto piuttosto come re saggio e giusto. Nella letteratura greca Minosse è anche considerato per la sua competenza giuridica, pertanto è , in parte, incomprensibile questo ritratto che ne fa Dante.
I lussuriosi sono trascinati da una bufera incessante, che simboleggia la forza della passione sessuale cui essi non seppero opporsi in vita (Dante li definisce peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento). Tra essi si distingue un'altra schiera, costituita dai lussuriosi morti violentemente, tra cui oltre ai due protagonisti del canto vi sono vari personaggi del mito e della letteratura, come Didone, Achille, Paride, Tristano.
Dante intende svolgere un discorso intorno alla letteratura amorosa, per condannarla in quanto fonte potenziale di peccato e pericolosa per quei lettori che potessero essere indotti a mettere in pratica i comportamenti descritti nei libri. Non a caso i lussuriosi nominati da Virgilio appartengono quasi tutti alla sfera letteraria o mitologica e Dante li definisce donne antiche e' cavalieri, cavalieri con un riferimento preciso alla letteratura francese del ciclo arturiano (cui appartengono sia Tristano sia Lancillotto e Ginevra, citati dopo da Francesca).
Dante stesso non ha bisogno di spiegazioni per capire che in questo Cerchio sono puniti i lussuriosi e ciò per il fatto che il poeta era stato avido lettore e produttore di letteratura amorosa, quindi si sente coinvolto in prima persona nel loro peccato (di qui il turbamento angoscioso che prova dall'inizio dell'episodio): la sua intenzione è condannare la letteratura che celebra l'amore sensuale e non spiritualizzato, quindi ritrattare parte della sua precedente produzione poetica, rappresentata dalle Petrose e forse anche dallo Stilnovo.
Francesca è un personaggio significativo a riguardo, perché il caso suo e di Paolo era un episodio di cronaca che doveva essere ben presente ai lettori contemporanei. La vicenda, di cui non c'è comunque traccia nei cronisti del tempo, era quella di un adulterio tra Francesca da Polenta, figlia del signore di Ravenna, e il cognato Paolo Malatesta, fratello di Gianciotto che la donna aveva sposato in un matrimonio combinato per riappacificare le due famiglie. Gianciotto aveva scoperto la relazione e aveva ucciso entrambi.
Dante non intende affatto compensare i due amanti clandestini per la loro morte, né giustificare in alcun modo il loro peccato, ma piuttosto mettere in guardia tutti i lettori dai rischi insiti nella letteratura di argomento amoroso. Francesca, infatti, è una donna colta, esperta di letteratura: cita indirettamente Guinizelli e lo stesso Dante, dei quali riprende alcuni versi nella famosa anafora Amor... amor... amor, nonché le leggi del De amore di A. Cappellano, testo notissimo nel Medioevo e base teorica della lirica provenzale.
Il suo amore con Paolo è nato per una reciproca attrazione fisica e l'occasione è venuta proprio dalla lettura di un libro, il romanzo cortese di Lancillotto e Ginevra (che Dante sicuramente non conosceva direttamente, ma attraverso qualche volgarizzamento). La loro colpa non è tanto di essersi innamorati, ma di aver messo in pratica il comportamento peccaminoso dei due personaggi letterari; hanno scambiato la letteratura con la vita e ciò ha causato la loro dannazione.
La pietà provata da Dante verso di loro non è dunque una generica compassione né la riabilitazione del loro amore clandestino (errata è dunque l'interpretazione dei critici romantici, come De Sanctis), ma è il turbamento angoscioso di uno scrittore che prende coscienza della pericolosità della poesia amorosa da lui prodotta in passato. Non è del resto un caso che una lussuriosa sia il primo dannato descritto da Dante, mentre gli ultimi penitenti del Purgatorio (Canto XXVI) saranno Guido Guinizelli e Arnaut Daniel, condannati proprio in quanto poeti amorosi. L'"affetto" che Dante prova per i due cognati è indicato anche dal fatto che sono sì all'inferno ma che hanno avuto la concessione di essere in eterno insieme. «Poeta, volontieri parlerei a quei due che ’nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri». 

Testo

Così discesi del cerchio primaio 
giù nel secondo, che men loco cinghia, 
e tanto più dolor, che punge a guaio. 

      Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: 
essamina le colpe ne l’intrata; 
giudica e manda secondo ch’avvinghia. 

      Dico che quando l’anima mal nata 
li vien dinanzi, tutta si confessa; 
e quel conoscitor de le peccata 

      vede qual loco d’inferno è da essa; 
cignesi con la coda tante volte 
quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

      Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; 
vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 
dicono e odono, e poi son giù volte. 

      «O tu che vieni al doloroso ospizio», 
disse Minòs a me quando mi vide, 
lasciando l’atto di cotanto offizio, 

      «guarda com’entri e di cui tu ti fide; 
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!». 
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? 

      Non impedir lo suo fatale andare: 
vuolsi così colà dove si puote 
ciò che si vuole, e più non dimandare». 

      Or incomincian le dolenti note 
a farmisi sentire; or son venuto 
là dove molto pianto mi percuote. 

Così discesi dal I Cerchio al II, che cinge uno spazio minore, ma contiene tanto maggior dolore che spinge a lamentarsi. Minosse sta orribilmente sulla soglia e ringhia: esamina le colpe dei dannati che si presentano; li giudica e li destina a seconda di come attorcigli la coda. Dico che quando l'anima dannata si presenta davanti a lui, rende piena confessione; e quel conoscitore dei peccati stabilisce in quale zona dell'Inferno debba andare; si cinge con la coda tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato deve discendere. Davanti a lui ci sono sempre moltissime anime; una dopo l'altra vanno a sottoporsi al suo giudizio; parlano e ascoltano, poi sono precipitati giù. E Minosse, quando mi vide, mi disse questo, tralasciando per un momento il suo alto compito: «O tu che vieni in questo luogo di dolore, bada al modo in cui entri e a chi ti stai affidando! Non ti inganni la facilità dell'ingresso!» (Riprende il Facilis descensus Averno dell'Eneide). E Virgilio rispose: «Perché continui a gridare? Non impedire il suo viaggio voluto da Dio: si vuole così in Cielo, dove è possibile tutto ciò che si vuole, quindi non dire altro». Ora inizio a sentire le note dolenti; ora sono giunto in un luogo dove molta sofferenza mi colpisce. (Minosse, figlio di Giove e Europa, fu re di Creta secondo la mitologia greca; già in Omero era il giudice delle anime dell’Ade).

La fonte di Dante è sempre Virgilio; infatti anche Enea incontra Minosse "Subito si udirono voci e un immenso lamento e sul limitare anime piangenti di infanti, che appena nati alla dolce vita il nero giorno portò via e strappati dal seno materno sprofondò in una morte immatura. Accanto a questi i condannati a morte per un'ingiusta accusa. Né invero queste dimore vengono assegnate senza sorte e senza giudice. Minosse, inquisitore, scuote l'urna, convoca il concilio dei morti silenziosi e apprende le vite e le colpe. Quindi occupano luoghi vicini le anime dolenti di coloro che si diedero la morte di propria mano e provando tedio per la vita gettarono le anime. Quanto vorrebbero sopportare ora nell'aria pura la povertà e i duri affanni della vita. La legge si oppone e la tenebrosa palude dell'onda odiosa li rinchiude e lo Stige scorrendo nove volte li rinserra".


      Io venni in loco d’ogne luce muto, 
che mugghia come fa mar per tempesta, 
se da contrari venti è combattuto. 

      La bufera infernal, che mai non resta, 
mena li spirti con la sua rapina; 
voltando e percotendo li molesta. 

      Quando giungon davanti a la ruina, 
quivi le strida, il compianto, il lamento; 
bestemmian quivi la virtù divina. 

      Intesi ch’a così fatto tormento 
enno dannati i peccator carnali, 
che la ragion sommettono al talento. 

      E come li stornei ne portan l’ali 
nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 
così quel fiato li spiriti mali 

      di qua, di là, di giù, di sù li mena; 
nulla speranza li conforta mai, 
non che di posa, ma di minor pena. 

      E come i gru van cantando lor lai, 
faccendo in aere di sé lunga riga, 
così vid’io venir, traendo guai, 

      ombre portate da la detta briga; 
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle 
genti che l’aura nera sì gastiga?». 

      «La prima di color di cui novelle 
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, 
«fu imperadrice di molte favelle. 

      A vizio di lussuria fu sì rotta, 
che libito fé licito in sua legge, 
per t•rre il biasmo in che era condotta. 

      Ell’è Semiramìs, di cui si legge 
che succedette a Nino e fu sua sposa: 
tenne la terra che ’l Soldan corregge. 

      L’altra è colei che s’ancise amorosa, 
e ruppe fede al cener di Sicheo; 
poi è Cleopatràs lussuriosa. 

      Elena vedi, per cui tanto reo 
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, 
che con amore al fine combatteo. 

      Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille 
ombre mostrommi e nominommi a dito, 
ch’amor di nostra vita dipartille. 

Io giunsi in un luogo totalmente buio, d'ogni luce muto, (la sensazione visiva viene fusa con quella uditiva. L'inferno, per la sua specifica struttura e per i significati simbolico-allegorici della cultura cristiana, si configura da subito come un luogo in cui la luce, e quindi la redenzione divina, è del tutto assente) che risuona come il mare in tempesta quando soffiano venti contrari. La bufera infernale, che è incessante, trascina rapinosamente le anime; li tormenta sbattendoli e percuotendoli. Quando arrivano davanti alla rovina (ruina: la maggior parte dei commentatori è concorde nell’identificare la "ruina" con il luogo in cui è ancora visibile l’effetto del terremoto che seguì la morte di Gesù. In altri passi dell’Inferno indica uno “scoscendimento”. Il luogo ricorda ai dannati la salvezza concessa dal sacrificio di Cristo, in contrapposizione alla loro eterna condanna, perciò i loro lamenti aumentano ogni volta che vi passano vicino) emettono urla, pianti, lamenti; qui bestemmiano Dio. Capii che a questa pena sono dannati i peccatori di lussuria, che sottomettono la ragione al piacere. E come d'inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti malvagi; li trascina qua e là, su e giù; non hanno alcuna speranza che li conforti, né di riposo né di una diminuzione della pena. E come le gru emettono i loro lamenti, (lai: nel francese antico, lai indica un tipo di composizione musicale e poetica, spesso di argomento magico-amoroso e di andamento narrativo. Presso i trovatori provenzali la parola designa il lamento degli uccelli e con tale significato è passato all’italiano medievale) formando in cielo una lunga riga, così vidi venire sospirando delle anime, trasportate da quella tempesta; allora dissi: «Maestro, chi sono quelle anime castigate così dalla oscura bufera?» «La prima di coloro di cui vuoi avere notizie,» mi rispose allora Virgilio, «fu imperatrice di molti popoli. Fu così dedita al vizio di lussuria, che rese lecito nella sua legge tutto ciò che le piaceva, per eliminare la condanna morale che le spettava. Ella è Semiramide, di cui si legge che fu sposa di Nino al quale poi succedette: governò la terra che ora è governata dal Soldano. L'altra è colei che si suicidò per amore (Didone), e non tenne fede alla memoria del marito Sicheo; poi c'è la lussuriosa Cleopatra. Vedi Elena, per cui si combatté una lunga e sanguinosa guerra, e vedi il grande Achille, che, alla fine, combatté a scopi amorosi (Achille secondo racconti medievali appartenenti al ciclo troiano, si innamorò di Polissena, figlia di Priamo, re di Troia). Vedi Paride, Tristano»; e mi indicò col dito più di mille anime, che morirono a causa dell'amore.

      Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito 
nomar le donne antiche e ’ cavalieri, 
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 

      I’ cominciai: «Poeta, volontieri 
parlerei a quei due che ’nsieme vanno, 
e paion sì al vento esser leggeri». 

      Ed elli a me: «Vedrai quando saranno 
più presso a noi; e tu allor li priega 
per quello amor che i mena, ed ei verranno». 

      Sì tosto come il vento a noi li piega, 
mossi la voce: «O anime affannate, 
venite a noi parlar, s’altri nol niega!». 

      Quali colombe dal disio chiamate 
con l’ali alzate e ferme al dolce nido 
vegnon per l’aere dal voler portate; 

      cotali uscir de la schiera ov’è Dido, 
a noi venendo per l’aere maligno, 
sì forte fu l’affettuoso grido. 

Dopo aver sentito il mio maestro nominare le donne antiche e i cavalieri, fui presto da turbamento e quasi mi smarrii. Cominciai: «Poeta, parlerei volentieri a quei due che volano insieme e sembrano essere trasportati tanto lievemente dal vento». Mi rispose: «Aspetta quando saranno più vicini a noi: allora pregali in nome di quell'amore che li trascina ed essi verranno». Non appena il vento li portò verso di noi, iniziai a parlare: «O anime affannate, venite a parlarci se Dio ve lo consente!» Come le colombe chiamate dal desiderio volano verso il dolce nido (per accoppiarsi), con le ali ferme e alzate, portate dal desiderio, allo stesso modo i due uscirono dalla schiera di Didone, venendo a noi attraverso l'aria infernale, tanto forte e affettuoso fu il mio richiamo.

      «O animal grazioso e benigno 
che visitando vai per l’aere perso 
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 

      se fosse amico il re de l’universo, 
noi pregheremmo lui de la tua pace, 
poi c’hai pietà del nostro mal perverso. 

      Di quel che udire e che parlar vi piace, 
noi udiremo e parleremo a voi, 
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 

      Siede la terra dove nata fui 
su la marina dove ’l Po discende 
per aver pace co’ seguaci sui. 

      Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 

      Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

      Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi a vita ci spense». 
Queste parole da lor ci fuor porte. 

      Quand’io intesi quell’anime offense, 
china’ il viso e tanto il tenni basso, 
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». 

      Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
menò costoro al doloroso passo!». 

      Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, 
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri 
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 

      Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, 
a che e come concedette Amore 
che conosceste i dubbiosi disiri?». 

      E quella a me: «Nessun maggior dolore 
che ricordarsi del tempo felice 
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. 

      Ma s’a conoscer la prima radice 
del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
dirò come colui che piange e dice. 

      Noi leggiavamo un giorno per diletto 
di Lancialotto come amor lo strinse; 
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 

       Per più fiate li occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso; 
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

       Quando leggemmo il disiato riso 
esser basciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fia diviso, 

      la bocca mi basciò tutto tremante. 
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: 
quel giorno più non vi leggemmo avante». 

      Mentre che l’uno spirto questo disse, 
l’altro piangea; sì che di pietade 
io venni men così com’io morisse. 

      E caddi come corpo morto cade.


«O creatura cortese e benevola, che nell'aria oscura visiti noi che tingemmo il mondo di sangue, se il re dell'universo ci fosse amico lo pregheremmo perché ti dia pace, visto che mostri pietà del nostro peccato. Il re dell’universo: perifrasi per riferirsi a Dio, insolita per un dannato. Chi parla è Francesca, la quale dà mostra nelle sue espressioni di una sensibilità umana che conserva, nonostante la sua dannazione, tratti di nobile gratitudine e di umiltà. Il dialogo con Dante, nel suo procedere, restituisce la dimensione cortese (cioè, quella di una conversazione tra anime nobili ed elette) della sua pur triste e sanguinosa vicenda. Noi vi ascolteremo e vi parleremo di ciò che volete, mentre il vento tace come fa in questo punto. La terra dove sono nata (Ravenna) sorge alla foce del Po, dove il fiume si getta in mare per trovare pace coi suoi affluenti. L'amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel corpo che mi fu tolto, e il modo ancora mi danneggia. (Amor: prima delle tre terzine in cui Francesca narra in sintesi la sua vicenda, e che si aprono tutte con la parola “Amor”, quasi a evocare una forza superiore che travalica ogni volontà individuale, i lussuriosi sono del resto coloro “che la ragion sottomettono al talento”). Una lunga tradizione letteraria, dall’amore cortese allo Stilnovo, argomenta in varie maniere questo tipo di condizione. Tra i romanzi cortesi è bene menzionare uno dei protagonisti del ciclo arturiano, Lancillotto, e in particolare il romanzo di Chrétien de Toyes Lancelot ou le Chevalier à la charrette, romanzo che la stessa Francesca citerà. L'amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che, come vedi, non mi abbandona neppure adesso. L'amore ci condusse alla stessa morte: Caina (Caina: primo girone del IX cerchio dell’Inferno, dove si puniscono i traditori dei parenti) attende colui che ci uccise». (Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, fanno parte di quel gruppo che disegnano “in aere di sé lunga riga”, di cui Virgilio ha citato gli esempi più noti, ovvero quelli che si uccisero o furono uccisi per amore. Paolo e Francesca, che volano congiunti nella tempesta, sembrano volare leggeri agli occhi di Dante. La loro vicenda storica è assai nota: Francesca è figlia di Guido il Vecchio, signore di Ravenna, Paolo è invece un Malatesta, dei signori di Rimini. Il marito, di lei, Gianciotto è fratello di Paolo. I due cognati si innamorano, ma sorpresi dal marito vengono trucidati insieme. Il fatto risale al 1282-1283 circa, altre fonti collocano il massacro nel 1285). Essi ci dissero queste parole. Quando io sentii quelle anime offese, chinai lo sguardo e lo tenni basso così a lungo che alla fine Virgilio mi disse: «Cosa pensi?» Quando risposi, dissi: «Ahimè, quanti dolci pensieri, quanto desiderio portarono questi due al passo doloroso!» Poi mi rivolsi a loro e parlai dicendo: «Francesca, le tue pene mi rendono triste e mi spingono a piangere. Ma dimmi: al tempo della vostra relazione, in che modo e in quali circostanze amore vi concesse di conoscere i dubbiosi desideri?» E lei mi disse: «Non c'è nessun dolore più grande che ricordare il tempo felice quando si è miseri; e questo lo sa bene il tuo maestro (e ciò sa 'l tuo dottore: Virgilio, relegato nel Limbo in quanto pagano, può comprendere la sofferenza che provoca il ricordo della felicità terrena nella condizione eterna di lontananza dalla beatitudine celeste). Ma se tu hai tanto desiderio di conoscere l'origine del nostro amore, allora farò come colui che piange e parla al tempo stesso. Un giorno noi leggevamo per svago il libro che narra di Lancillotto e di come amò Ginevra (di Lancialotto come amor lo strinse: Lancillotto del Lago, personaggio dei romanzi del ciclo arturiano, è il protagonista del romanzo Lancelot ou le chevalier à la charrette, in cui si narra l’amore di questi per la regina Ginevra, moglie di re Artù. Il riferimento è all’episodio del bacio tra i due amanti) ; eravamo soli e non sospettavamo quel che sarebbe successo. Più volte quella lettura ci spinse a cercarci con gli occhi e ci fece impallidire; ma fu solo un punto a sopraffarci. Quando leggemmo che la bocca desiderata di Ginevra fu baciata da un simile amante, costui, che non sarà mai diviso da me, mi baciò la bocca tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse; quel giorno non leggemmo altre pagine». (Galeotto: nella vicenda di Lancillotto e Ginevra, il personaggio di Galehaut (italianizzato in "Galeotto") è il testimone, o “mallevadore”, del loro amore. Questi, siniscalco della regina Ginevra, la induce a baciare il cavaliere; così in Dante la vicenda narrata dal libro, o il libro stesso, diventano a loro volta “mallevadori” dell’amore peccaminoso di Paolo e Francesca). Mentre uno spirito diceva questo, l'altro piangeva, così che io venni meno a causa del turbamento, proprio come se morissi. E caddi come un corpo privo di vita. E caddi come corpo morto cade. Anche quest'espressione "come corpo morto cade" è entrata nel linguaggio comune come è spesso accaduto per altre espressioni usate da Dante.

Video HD https://www.youtube.com/watch?v=XL1KFCCevzM

Gassman https://www.youtube.com/watch?v=WockTmMB9VE


Francesca e le vette eccelse della poesia
Francesca è un personaggio di grande tragicità e nel contempo avvicinabilità, disegnato dal fecondo pennello della poesia di Dante. La sua umanità è rimasta e la avvolge di tratti nobili e cortesi; ma il suo spirito è separato per sempre dalla felicità e dalla pace e niente potrà ormai riscattarla da quella scelta che lei liberamente fece e per cui la sua vita si è chiusa per sempre (niente altro ella vede e sa ormai che quell'amore e quella morte). La pietà che regge tutto il canto è solo per lei, singola e determinata persona (Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio), ma insieme per la figura umana che in lei si riconosce, e che in lei appare travolta e perduta. Quello che la poesia di Dante vuole mettere a fuoco non è la gentilezza di Francesca e neppure il suo peccato, due elementi certo presenti e vivi nella trama dei versi, ma proprio il loro tragico incontrarsi: cioè come quell'umana dignità e bellezza siano state per sempre offese cedendo al peccato. Non è un evento di ordine etico, ma spirituale; esso non tocca infatti la natura, ma il destino ultimo dell'uomo.

Francesca e Didone
L'emozione che mi dà Francesca nell'inferno dantesco la provo per Didone nell'ade virgiliano. "Tra queste la fenicia Didone, ancor fresca di ferita, errava nella vasta selva. Appena l'eroe troiano le fu vicino e la riconobbe indistinta fra le ombre come chi o vede o crede di aver visto la luna attraverso le nubi al cominciar del mese, si mise a piangere e parlò con dolce amore: - O infelice Didone, mi era dunque giunta vera la notizia che eri morta e che avevi seguito il tuo fato col ferro? Ahimé, io sono stato la causa della tua morte? Giuro per le stelle e per gli dei celesti e se qualche fede esiste sotto la profonda terra, contro voglia, o regina, mi sono allontanato dal tuo lido. Ma gli ordini degli dei, che ora mi costringono ad andare tra queste ombre, per questi orridi luoghi infernali e per la profonda notte mi spinsero coi loro comandi. Né ho potuto credere di arrecarti un così grande dolore con la mia partenza. Ferma il passo e non sottrarti al nostro sguardo. Chi fuggi? Questa è l'ultima volta che il fato mi concede di parlarti. Con queste parole Enea cercava di lenire l'animo ardente di Didone che guardava in modo torvo e scoppiava in lacrime. Lei ostile teneva gli occhi fissi al suolo, col volto immobile, mentre parlavo, come la dura selce o la rupe Marpesia. Infine si allontana e nemica si rifugia nella selva ombrosa dove l'antico coniuge Sicheo corrisponde ai suoi affanni ed uguaglia il suo amore. Nondimeno Enea, scosso dall'iniqua sventura di Didone, prosegue per lungo tratto in lacrime e prova dolore per lei che si allontana.".

MINOSSE

E' strano che Dante raffiguri Minosse come un mostro ringhiante, probabilmente secondo la tradizione medioevale. Sia Omero che Virgilio lo avevano rappresentato, in vita come un saggio re e in morte come un giudice messo a giudicare le anime dei morti.
«Queste dimore infernali non sono state assegnate
senza giudizio e giudice: Minosse inquisitore
scuote l'urna dei fati, convoca l'assemblea
dei morti silenziosi, li interroga, ne apprende
i delitti e la vita»
(Virgilio, Eneide, VI,431-433, trad. C. Vivaldi)

La descrizione di Creta da parte di Omero ci lascia immaginare l’isola come un insieme di tante città comandate e coordinate dal re Minosse.
Bella, e feconda sovra il negro mare
Giace una terra, che s’appella Creta,
Dalle salse onde d’ogni parte attinta.
Gli abitanti v’abbondano, e novanta
Contien cittadi, e la favella è mista:
Poichè vi son gli Achei, sonvi i natíi
Magnanimi Cretesi, ed i Cidonj,
E i Dori in tre divisi, e i buon Pelasgi.»
(Omero, Iliade Libro XIX)

Minosse, figlio di Zeus e di Europa, come i due fratelli Sarpedonte e Radamanto fu adottato da Asterio dopo che questi sposò la madre Europa. Secondo la leggenda visse durante il II millennio a.c. nel palazzo di Cnosso e, in base ai principali miti, fu un re giusto di Creta: per questo motivo, dopo la sua morte cruenta, divenne uno dei giudici degli inferi insieme a Eaco e Radamanto. In seguito alla morte del re Asterio, Minosse costruì un altare in onore di Poseidone in riva al mare per dimostrare il suo diritto al trono; Minosse pregò il dio di inviargli un toro da immolare ma, pur venendo esaudito, alla fine non sacrificò l'animale poiché era molto bello: Poseidone, adirato, fece allora innamorare del toro Pasifae, la moglie di Minosse, e da questa unione nacque il mostruoso Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro. Minosse incaricò dunque Dedalo di costruire un labirinto in cui nasconderlo. Il regno di Minosse fu caratterizzato da ampi scontri con i popoli vicini, che riuscì ad assoggettare; combatté anche contro Niso, re di Megara, che aveva un capello d'oro a cui era legata la sorte della sua vita e della sua potenza. La figlia di Niso, Scilla, si innamorò al primo istante di Minosse e non indugiò ad introdursi nottetempo nella camera del padre per tagliargli il capello d'oro; in seguito si recò da Minosse offrendogli le chiavi di Megara e chiedendogli di sposarla. Minosse conquistò Megara ma rifiutò di portare con sé a Creta la parricida che, presa dallo sconforto, si gettò in mare e annegò. Minosse attaccò anche Atene, in seguito all'assassinio del figlio Androgeo ad opera del re Egeo; sconfitti gli ateniesi, Minosse impose un tributo di sangue: la consegna, ogni nove anni, di sette fanciulli e sette fanciulle da dare in pasto al Minotauro. Tale sacrificio cessò solo grazie all'intervento di Teseo, che con l'aiuto di Arianna riuscì ad uccidere il mostro. Secondo il mito Minosse fu ucciso in una vasca da bagno in Sicilia mentre era ospite nella rocca del re sicano Cocalo. Il racconto è stato ripreso da Diodoro Siculo nella Biblioteca storica che narra come la sua leggendaria tomba si trovasse al di sotto di un tempio di Afrodite e come Terone di Akragas avesse occupato quest'area sacra con il proposito ufficiale di vendicare l'uccisione del re cretese.

IL MINOSSE DI OVIDIO "LE METAMORFOSI LIBRO VIII"
E ciò mentre Minosse devastava le coste dei Lèlegi e saggiava la forza del proprio esercito contro Alcàtoe. Era, Alcàtoe, la città di Niso, che alto sul capo, fra la sua canizie venerata, aveva un capello acceso di rosso, simbolo del proprio immenso potere. Per la sesta volta era sorta a oriente la falce della luna e ancora incerte erano le sorti della guerra: da tempo ormai tra l'una e l'altra schiera volava indecisa la vittoria. A ridosso delle mura (ricche di suoni, perché, si diceva, il figlio di Latona vi aveva posato la sua cetra d'oro, trasmettendone la voce alle pietre) c'era la torre del re. In cima a questa era solita salire sua figlia, per battere con un sassolino, quando ancora c'era la pace, quelle pietre armoniose; ma di lassù, ora in piena guerra, guardava incantata lo svolgersi cruento degli scontri. E ormai, per il protrarsi della guerra, conosceva il nome dei capi, le armi, i cavalli, le divise e le faretre cretesi; ma prima degli altri e più del necessario, conosceva l'aspetto del condottiero, del figlio di Europa. A suo giudizio, se Minosse nascondeva il capo sotto un elmo irto di penne, era bello col cimiero; se imbracciava uno scudo tutto riflessi d'oro, stava bene con lo scudo. Se aveva, tendendo il braccio, scagliato un giavellotto smisurato, la fanciulla esaltava l'eleganza legata alla forza; se piegava un arco enorme con la freccia incoccata, lei giurava che, i dardi in mano, così s'atteggiava Febo; se poi, togliendosi l'elmo di bronzo, scopriva il suo volto e avvolto di porpora cavalcava su gualdrappe colorate un bianco cavallo, governandone la bocca schiumante, allora a stento, sì, a stento la vergine figlia di Niso non impazziva: chiamava fortunato il giavellotto che lui toccava, fortunate le redini che impugnava. L'impulso suo, se avesse potuto, sarebbe stato d'introdursi, lei, una fanciulla, tra le schiere nemiche; o quello di gettarsi dalla cima della torre nell'accampamento cretese, di aprire al nemico le porte di bronzo, o di fare qualsiasi cosa Minosse volesse. E mentre se ne stava lì a contemplare seduta le candide tende del re di Dicte: "Devo rallegrarmi o dolermi", disse, "che si faccia questa guerra luttuosa? Non so: mi dolgo perché Minosse è un nemico che amo, ma se non ci fosse questa guerra, l'avrei mai conosciuto? Però, se mi prendesse in ostaggio, potrebbe deporre le armi: avrebbe me come compagna, me come pegno di pace. Se la donna che t'ha partorito era bella come te, che sei del mondo il più bello, è giusto che di lei s'invaghisse un nume. Tre volte felice sarei, se librandomi in volo potessi posarmi nell'accampamento del re di Cnosso e, rivelandogli chi sono e il mio amore, chiedergli qual prezzo vorrebbe per essere mio, purché non esigesse la mia patria. Sfumino pure le nozze sospirate, piuttosto che ottenerle col tradimento! Anche se a volte la clemenza di chi vince, per la mitezza sua, finì per favorire i vinti. Giusta è certo la guerra che conduce per vendicare suo figlio, forte è la sua causa, forti le armi con cui la difende, e temo proprio che ci vincerà. Ma se per la città la sorte è segnata, perché dovrebbe essere Marte ad aprirgli le mura e non il mio amore? Meglio che vinca subito, senza stragi e senza versare una goccia del suo sangue. Almeno non tremerò al pensiero che qualche folle ferisca il tuo petto, Minosse: chi mai così crudele sarebbe di scagliarti allora contro, sapendo chi sei, un'asta mortale? L'idea mi piace, è un fatto: sono decisa a consegnargli me stessa e la mia patria in dote per porre fine alla guerra. Ma volerlo non basta: sentinelle vegliano gli accessi e le chiavi delle porte sono in mano a mio padre: solo lui, ahimè, io temo, solo lui ostacola il mio piano. Volessero gli dei che fossi senza padre! Ma ognuno, lo sai, è dio di sé stesso e la fortuna sprezza le preghiere dei vili. Un'altra donna, arsa da una passione come la mia, avrebbe da tempo rimosso con gioia ogni ostacolo all'amore. E perché un'altra dovrebbe avere più coraggio? Tra fiamme e spade saprei senza viltà gettarmi; ma qui fiamme e spade son fuori luogo; a me serve solo un capello di mio padre, prezioso per me più dell'oro: quel capello color porpora mi renderà felice, facendomi ottenere ciò che sospiro". Mentre parlava, sopraggiunse la notte, nutrice incontrastata delle passioni, e con le tenebre crebbe l'audacia. Era l'ora del riposo, l'ora in cui il sonno invade la mente stanca dei diuturni affanni. In silenzio lei s'insinua nella camera paterna e al padre proprio lei, la figlia, strappa (che delitto, ahimè) il capello fatale e, impadronitasi di quella preda infame, fugge come un fulmine, stringendola a sé. Uscita dalle mura, avanzando tra i nemici (tanto è sicura d'essere elogiata!), giunge al cospetto del re e a lui, che la guarda sbalordito, dice: "Al delitto mi ha spinto l'amore. Io, Scilla, figlia di re Niso, ti consegno la patria mia e le divinità del focolare. Non chiedo premio all'infuori di te! Prendi come pegno d'amore questo capello di porpora, e sappi che non un capello ti offro, ma la testa di mio padre!". E con la destra gli porge quel dono scellerato. Di fronte a questo Minosse si ritrasse e, sconvolto alla vista di quel fatto inaudito, rispose: "Che gli dei, o infamia del nostro tempo, ti bandiscano dal loro mondo e a te si neghino la terra e il mare! Non tollererò che un mostro come te metta piede a Creta, no, a Creta che è la culla di Giove e il mio mondo!". Così disse; e dopo avere imposto ai nemici, che si erano arresi, le condizioni che ritenne più giuste, ordinò che si sciogliessero gli ormeggi alle navi da guerra e ai rematori di prendervi posto. Quando Scilla vide le navi far vela solcando il mare, senza che il condottiero la premiasse per il suo misfatto, esaurite le preghiere, fu presa da una collera violenta e tendendo furibonda le braccia, coi capelli scarmigliati: "Dove fuggi," gli gridò, "abbandonando chi t'ha soccorso? Alla mia patria, a mio padre io t'ho preferito! Dove fuggi, rinnegato, tu che hai vinto solo per colpa e merito mio? Non il dono che ti ho dato o il mio amore t'hanno commosso, neppure il pensiero che tutte le mie speranze in te erano riposte! Dove vuoi che vada così reietta? In patria? Giace sconfitta; ma se anche non lo fosse, mi è preclusa, perché ho tradito! Tornare al cospetto di mio padre, che io ti ho consegnato? I cittadini mi odiano, e con ragione; i vicini temono il mio esempio: tutto il mondo mi sono preclusa, perché solo Creta mi si potesse aprire. Ma se anche questa tu mi vieti e, ingrato, m'abbandoni, tua madre non è stata certo Europa, ma la Sirte inospitale, le tigri dell'Armenia o Cariddi flagellata dall'Austro. E non sei figlio di Giove; da una chimera di toro tua madre non fu rapita: la storia della tua nascita è una favola. A generarti fu un toro, sì, ma un toro vero, feroce, e non certo innamorato d'una giovenca! O Niso, padre mio, puniscimi! E voi mura che ho tradito, godete, godete della mia sventura! L'ammetto, non merito che la morte. Ma almeno mi sopprima chi ha subito veramente la mia empietà. Perché tu, che grazie alla mia colpa hai vinto, pretendi di punirla? Per mio padre e la patria questa è un delitto, per te una grazia. Davvero ti è degna compagna chi ti ha tradito con un toro in calore, abbindolato da un simulacro di legno, e nel ventre si è portata un feto mostruoso! Ma alle tue orecchie giunge la mia voce? O i venti, come spingono le tue navi, se la portano via, priva di senso per quell'ingrato che sei? Ormai, no, non è incredibile che Pasìfae t'abbia preferito un toro: ben maggiore è la tua ferocia. Sventurata me! Comanda ai suoi di affrettarsi, l'onda sollevata dai remi scroscia, e con me la mia terra svanisce ai suoi occhi. Ma non ti servirà; invano cerchi di scordare i meriti miei! Se anche non vuoi, io ti seguirò: avvinghiata all'ansa della poppa, lungo il mare mi farò trascinare!" E subito si getta in acqua, inseguendo le navi con la forza che le accende la passione, finché, sgradita compagna, si aggrappa alla chiglia del re cretese. Quando suo padre, che, ormai trasformato in aquila marina, si librava con ali fulve nell'aria, la vide, si lanciò per straziarla col becco adunco, appesa com'era. Lei impaurita mollò la poppa, e parve che l'aria leggera nella caduta la reggesse, impedendole di sfiorare l'acqua; una piuma: mutata in un uccello coperto di piume, è detta Ciris per ricordare col nome il capello reciso.
Storicità di Minosse
«Minosse, infatti, fu il più antico di quanti conosciamo per tradizione ad avere una flotta e dominare per la maggior estensione il mare ora greco, a signoreggiare sulle isole Cicladi e colonizzarne le terre dopo aver scacciato da esse i Cari ed avervi stabilito i suoi figli come signori. Eliminò per quanto poté la pirateria del mare, come è naturale, perché meglio gli giungessero i tributi.» (Tucidide, Guerra del Peloponneso I, 4)

Eugenio Caruso - 24 maggio 2018

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