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Italia, vizi e virtù. La RAI di Ettore Bernabei



In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtù"

Italia: vizi e virtù
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

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5. La Rai di Ettore Bernabei
Alla fine del 1960, il fanfaniano Ettore Bernabei, dopo essere stato direttore del Giornale del mattino di Firenze e del Popolo, organo ufficiale della Dc, viene nominato direttore generale della Rai; la nomina viene direttamente da Fanfani. Bernabei diventerà uno dei più potenti boiardi di stato e dirà di sé «Il mio modo di essere eminenza grigia, era di stare dietro le poltrone di chi pigiava i bottoni».
Il 6 ottobre del 1924 può essere considerata la data di nascita del servizio radiofonico in Italia. Erano le ore 21 quando Maria Luisa Boncompagni, dai microfoni della neonata URI (Unione Radiofonica Italiana), annuncia l’inizio delle trasmissioni. L’Unione Radiofonica Italiana, che nel 1928, si trasforma in EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), è una società a capitale misto pubblico, privato. Nel capitale della società è presente anche la Fiat e non è un caso che il primo presidente della concessionaria sia Enrico Marchesi, già direttore centrale della casa automobilistica. Marchesi viene affiancato dal direttore generale Raoul Chiodelli, ma, entrambi sono sotto il controllo diretto del ministero delle Comunicazioni.
Il primo palinsesto della URI ha una durata di due ore e comprende programmi musicali, informazioni meteo, economiche e notiziari. Per ascoltare la radio si deve sottoscrivere un abbonamento; alla fine del 1924 gli abbonati alla radiofonia sono circa 15.000, nel 1939 sono un milione e duecentomila. Come era stato possibile che in quindici anni, gli utenti della radio arrivassero ad una cifra così alta? Il fascismo aveva fatto la sua parte. Mussolini aveva sempre dedicato grande attenzione al sistema dell’informazione, ma, il suo interessamento alla radio non fu repentino. A cavallo degli anni 20 e 30, dopo l’iniziale diffidenza nei confronti del nuovo mezzo, Mussolini comprende che la radio può essere un efficace strumento di propaganda.
Nel 1933 l'EIAR passa sotto il controllo della Sip (Società idroelettrica piemontese), operazione che rientra nella strategia dei privati di creare una rete di servizi a livello nazionale. Alcune famiglie piemontesi, infatti, avevano investito nei business dell'epoca, la produzione e distribuzione dell'elettricità (Sip) e del gas (Italgas), il telefono, con le concessionarie di Piemonte e Lombardia, (Stipel), delle tre Venezie (Telve) e di Emilia, Marche, Umbria, Abbruzzi, e Molise (Timo), il cinema (con la Pittalunga film ) e la radio.
La crisi internazionale del 1929, il mancato previsto incremento negli abbonamenti telefonici e il dissesto delle grandi banche finanziatrici travolgono, sia pure in misura diversa, le concessionarie telefoniche che avevano effettuato significativi investimenti nei primi anni di vita.
La Sip, cui faceva capo il 60% del sistema telefonico italiano, è coinvolta dal crollo della Italgas e della Banca commerciale. Per la sorte della società, è decisivo l'intervento dello Stato, mediante l'Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale), fondato per rilevare tutte le partecipazioni industriali delle grandi banche in crisi. Nell'ottobre del 1933 viene creata la Stet (Società torinese esercizi telefonici); compito della Stet è controllare e coordinare da un punto di vista tecnico e amministrativo le società telefoniche Stipel, Timo e Telve, scorporate dalla Sip, e attuare le necessarie operazioni finanziarie per un loro rilancio. Il prestito obbligazionario di 400.000.000 di lire, pari al capitale Stet, viene offerto al pubblico come azionariato; al termine delle conversioni, il 42% del capitale risulta essere in mano ad azionisti privati.
Le altre due concessionarie telefoniche, la Teti e la Set, pur pesantemente coinvolte nelle difficoltà del sistema bancario italiano, rimasero nelle mani di gruppi privati. L'acquisizione dei pacchetti di maggioranza di tutte le concessionarie telefoniche da parte della Stet avvenne solo molti anni dopo, nel 1958, mentre la fusione delle cinque concessionarie in un'unica società, la Sip (Società italiana per l'esercizio telefonico), è del 1964. In quello stesso anno la Stet acquisisce il controllo di Italcable e di Telespazio. Nel Gruppo di partecipazione statale confluiscono, nel tempo, molte altre società connesse al settore telefonico, come la Sirti, le Telecomunicazioni-Siemens, l'Elettronica S.Giorgio-Elsag, la Sgs-Ates, la Selenia, la Siemens Data e una serie di aziende ausiliarie.
Ritornando alla storia della radio, un giovane della buona società piemontese, l'avvocato Bernardi, si mette subito in mostra. Con il passaggio della Sip al'Iri, Bernardi viene mantenuto al suo posto ed è intoccabile durante tutto il periodo fascista. Alla fine della guerra, Bernardi prende la tessera del Pci, fonda, all'Eiar, l'unico soviet italiano, passa indenne la transizione alla democrazia, la trasformazione della Eiar in Rai e l'avvio della televisione con il primo canale.
La prime trasformazioni in Rai si vedono con l'amministratore delegato, legato alla sinistra cattolica, Filiberto Guala, nominato nel 1954, che, nel suo primo discorso ai quadri espone il suo programma «Sono venuto a cacciare i pederasti e i comunisti». Guala trasferisce la direzione generale dell'azienda da Torino a Roma, apre le porte a un gran numero di dirigenti cattolici e pone il telegiornale alle dirette dipendenze della direzione generale, ma, nonostante l'attivismo di Guala, prima, e di Marcello Rodinò di Miglione, poi, l'eminenza grigia della Rai resta Bernardi.
Nel 1961, Bernabei se lo trova come vice direttore generale con poteri più elevati di quelli del presidente e del direttore generale. Una delle deleghe del direttore generale è la firma del bilancio, fino ad allora, una pura formalità nelle mani di Bernardi. Utilizzando il potere di non firma, Bernabei inizia la sua battaglia ai «mandarini» che, dopo agguati, pressioni politiche e tradimenti, devono lasciare il timone della Rai all'uomo voluto da Fanfani (Bernabei, 1999).
La gestione della Rai di Bernabei, che durerà fino al 1974, può essere raccontata con alcuni numeri: nel 1961 i giornalisti erano 400 e i dipendenti 4.000, nel 1974 saranno, rispettivamente, 800 e 12.000. Si apre la stagione dei romanzi sceneggiati e dei telefilm americani; la satira deve essere rispettosa della Chiesa e della politica.
L'azienda diventa un "raccomandificio", arrivano ventimila lettere di raccomandazione all'anno, senza contare le telefonate che, come racconta lo stesso Bernabei, contano molto più di una raccomandazione scritta. Le assunzioni avvengono secondo la tessera di partito, su cinque assunzioni tre vanno ai democristiani, due agli altri; per Bernabei, inoltre, è necessaria un'altra qualità, il candidato deve credere in Dio. Le massicce assunzioni, per ammissione dello stesso Bernabei, servono per diluire nel mare del centro sinistra, la vecchia classe dirigente fascista e massone. Direttore del telegiornale, dopo le brevi parentesi di Biagi e Vecchietti, viene nominato Fabiani, che diventerà un altro potentissimo grand commis.
Bernabei, come democristiano, fa, in Rai, gli interessi della Dc, perché è convinto che gli interessi della Dc coincidono con gli interessi del Paese; d'altra parte «… poiché ogni ordine di servizio, grande o piccolo, era carico di risvolti politici, bisognava che non incontrasse l'ostilità dei partiti … senza il consenso sostanziale del governo e delle principali forze politiche, compresi i comunisti, era impossibile procedere» (Bernabei, 1999).
Successore di Bernabei, dopo la prematura scomparsa di Willy De Luca, sarà il demitiano Biagio Agnes, che completerà lo spostamento a sinistra della dirigenza Rai, favorendo il definitivo controllo da parte del Pci della terza rete. Affermerà Bruno Vespa, ancora nel 2002, «I continui ribaltamenti del fronte politico hanno prodotto nella Rai sedimentazioni diverse e variabili, ma il nocciolo duro è ancora sostanzialmente costituito da cattolici di sinistra ed ex comunisti» (Vespa, 2002).

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Eugenio Caruso 08-06-2018


Tratto da

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www.impresaoggi.com