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Inferno canto 7. Gli avari

Argomento del Canto È la notte tra venerdì 8 aprile (o 25 marzo) e sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300. Incontro con Pluto (1-15) All'ingresso nel IV Cerchio i due poeti incontrano Pluto, custode di quella zona infernale. Il mostro, che ha sembianze di lupo, inveisce contro di loro pronunciando parole incomprensibili, ma Virgilio rassicura Dante del fatto che non potrà impedire il loro cammino, quindi rimprovera il demone e lo zittisce ricordandogli la sconfitta subita da Lucifero a opera dell'arcangelo Michele. A questo punto Pluto cade a terra prostrato e i due poeti possono proseguire.

Gli avari e i prodighi (16-66) Dante e Virgilio entrano nel IV Cerchio, dove sono stipate moltissime anime. I dannati spingono faticosamente enormi macigni, divisi in due schiere che procedono lungo il Cerchio in senso opposto. Quando cozzano gli uni contro gli altri, si gridano a vicenda: «Perché tieni stretto il masso?» e «Perché lo fai rotolare?», quindi si girano indietro e riprendono la loro bizzarra giostra. Dante, sopraffatto dall'angoscia, chiede a Virgilio chi siano quei dannati e in particolare se le anime che vede con la tonsura siano effettivamente tutti chierici. Il maestro spiega che tutti loro in vita non spesero il denaro con giusta misura, peccando gli uni di avarizia e gli altri di prodigalità. Le anime con la tonsura furono effettivamente chierici, tutti peccatori di avarizia e fra loro ci sono anche papi e cardinali. Dante si stupisce di non riconoscere nessuno di loro, ma Virgilio chiarisce che il carattere immondo del loro peccato ora li rende del tutto irriconoscibili. Per l'eternità le due schiere di dannati si scontreranno nei due punti del Cerchio, finché il giorno del Giudizio gli avari risorgeranno col pugno chiuso e i prodighi coi capelli tagliati. Virgilio conclude dicendo che i beni terreni, affidati alla fortuna, sono effimeri e tutto l'oro del mondo sarebbe insufficiente a placare queste anime afflitte.

La teoria della Fortuna (67-99) Dante è colto da un dubbio e chiede a Virgilio cosa sia questa Fortuna, che sembra avere i beni materiali tra i suoi artigli. Il poeta latino dapprima biasima l'ignoranza del mondo, quindi spiega che Dio ha disposto varie intelligenze angeliche a governare i Cieli, e allo stesso modo ha creato un'intelligenza angelica che amministra i beni terreni. Essa, la Fortuna, stabilisce quando le ricchezze debbano cambiare di mano e quali genti debbano prosperare o decadere, secondo l'imperscrutabile giudizio divino. La saggezza umana non può contrastare le sue decisioni ed è inevitabile che i mutamenti siano rapidi. Molti sciocchi la maledicono, mentre dovrebbero lodarla e ringraziarla: essa non sente neppure queste lamentele, gira la sua ruota e opera serenamente insieme agli altri angeli. A questo punto Virgilio invita Dante a proseguire il cammino, poiché sono già passate dodici ore da quando ha lasciato il Limbo su invito di Beatrice.

Discesa al V Cerchio: gli iracondi (100-130) I due poeti attraversano il Cerchio fino all'estremità opposta, dove c'è una vena d'acqua che sgorga dalla roccia e si immette in un fossato. L'acqua è di colore scuro e i due poeti ne seguono il corso verso il basso: il ruscello si impaluda nello Stige, dove nel fango sono immerse anime che Dante osserva con attenzione, vedendo che hanno aspetto crucciato. Questi dannati si percuotono con schiaffi, pugni e morsi, arrivando persino a sbranarsi a vicenda. Virgilio spiega a Dante che si tratta degli iracondi e ci sono altre anime completamente immerse nello Stige, che non si vedono ma sospirano e fanno gorgogliare l'acqua in superficie: sono gli iracondi amari e difficili (accidiosi), che ripetono come un ritornello una frase che riassume il loro peccato. I due poeti costeggiano la palude percorrendo l'argine roccioso, finché giungono ai piedi di una torre.

Interpretazione complessiva
Il Canto è in gran parte dedicato al peccato di avarizia, che come già visto nel Canto I è considerato da Dante la radice di tutti i mali del mondo e la causa prima del disordine politico e morale rappresentato dalla selva oscura del paesaggio iniziale: simbolo di tale peccato, nonché guardiano demoniaco del IV Cerchio, è Pluto, il cui aspetto animalesco rimanda alla lupa dalla quale Dante era stato soccorso da Virgilio, per quanto non sia possibile stabilire da dove Dante abbia tratto questa curiosa trasformazione del dio classico (problema analogo si è visto nel caso di Minosse, mentre per Pluto si aggiunge la difficoltà di stabilire con precisione se si tratti del dio greco delle ricchezze Pluto o di Ade-Plutone, sposo di Proserpina). Secondo uno schema narrativo ricorrente nel corso della Cantica, anche Pluto tenta di opporsi al passaggio di Dante e anche in questo caso l'ostacolo è superato da Virgilio, che sembra afferrare il senso delle sue misteriose parole e lo mette a tacere con la solita formula che rammenta l'ineluttabilità del viaggio dantesco, anche col riferimento all'arcangelo Michele che aveva punito Lucifero di cui, forse, Pluto è la rappresentazione come Cerbero e le altre divinità classiche demonizzate. Sta di fatto che Pluto si acquieta, simile alle vele di una nave che cadono avvolte quando non sono più gonfiate dal vento, a signifcare forse l'inconsistenza della sua minaccia. Protagonisti della parte centrale del Canto sono poi avari e prodighi, il cui numero in questo Cerchio è tale da suscitare la più viva sorpresa da parte di Dante: la loro pena ha qualcosa di grottesco ed è infatti descritta con toni fortemente comico-realistici, in quanto questi dannati sono costretti a voltolare dei massi, come in una assurda giostra, dicendosi parole ingiuriose che alludono reciprocamente ai loro peccati. Dante vuole condannare soprattutto l'avarizia e, attraverso di essa, rivolgere un'aspra critica alla corruzione ecclesiastica: infatti tra le anime degli avari il poeta vede moltissimi chierici (riconoscibili per il fatto di avere la tonsura) e Virgilio non tarda a spiegargli che tra loro ci sono papi e cardinali, dichiarando dunque che la corruzione è largamente diffusa nelle alte gerarchie della Chiesa dato l'elevato numero di dannati stipati dalla giustizia di Dio in questo Cerchio. Per la prima e unica volta Dante omette di fare i nomi di anime dannate, adducendo come motivo il loro aspetto irriconoscibile per via del peccato; c'è chi ha pensato a una naturale prudenza da parte dell'autore, trattandosi del delicato tema della responsabilità degli alti vertici della Chiesa, ma nel Canto XIX Dante non esiterà a porre tra i papi simoniaci Niccolò III e a fargli predire addirittura la dannazione di due papi futuri, Bonifacio VIII e Clemente V, mentre in altri momenti del poema egli rivolgerà aspre invettive sia contro papa Bonifacio, in carica al momento dell'immaginario viaggio, sia contro Giovanni XXII, che invece era pontefice quando venivano composti gli ultimi Canti della Commedia (durissimo il suo attacco contro di lui in Par., XVIII, 130-136). Virgilio qui si limita a condannare la cieca cupidigia di queste anime e a ricordare il loro destino dopo il Giudizio finale, quando gli avari risorgeranno col pugno chiuso e i prodighi coi crin mozzi, a simboleggiare per l'eternità il loro peccato e ad affermare che l'attaccamento alle ricchezze terrene le ha escluse irrimediabilmente dalla salvezza, mentre tutto l'oro del mondo adesso diventa inutile ai loro occhi. Va aggiunto che tutta questa descrizione è sottolineata da suoni aspri e rime difficili, come -erci, -erchio, -ozzi, -ulcro, -uffa, -anche (in cui abbondano le consonanti gutturali e c'è ampio uso di metafore animalesche e termini rari), mentre nel successivo discorso di Virgilio sulla Fortuna il tono si farà più disteso e i suoni assai più morbidi, forse per creare un voluto contrasto con la materia trattata in precedenza. Voglio ricordare che in un mio articolo sulla vita di un'impresa e sull'imprevedibilità dei suoi accadimenti mi sono rifatto a questo canto dell'inferno. Gli antichi interpretavano la Fortuna come una dea capricciosa e volubile, che teneva tra branche (tra gli artigli) i beni terreni, come una creatura animalesca, e dispensava e toglieva le ricchezze agli uni e agli altri in modo del tutto casuale e senza alcuna considerazione razionale: Dante ha ben presente questa concezione e ne chiede conto a Virgilio, la cui risposta smentisce decisamente a lume di filosofia i luoghi comuni che nel Medioevo ancora esistevano su questa divinità. Virgilio chiarisce che essa è in realtà un'intelligenza angelica, ministra ed esecutrice della volontà divina, che trasmuta le ricchezze di mano in mano secondo il suo giudizio inconoscibile agli uomini che, è evidente, si conforma a quello di Dio: tale visione è propria della cultura medievale, profondamente diversa dalla concezione classica e umanistica che riconduceva la fortuna al caso e quindi la subordinava alla virtù umana (Virgilio spiega invece che la prudenza umana non può nulla contro il volere della Fortuna, il cui giudizio è occulto come in erba l'anguilla); se gli uni si arricchiscono e gli altri si impoveriscono ciò non è dovuto al caso o al capriccio della dea, ma al disegno provvidenziale di Dio in cui tutto ha un senso e nulla avviene per caso, anche se ciò non è immediatamente comprensibile agli uomini il cui intelletto non può penetrare nell'abisso della saggezza divina. Ciò ribadisce la scarsa importanza delle ricchezze materiali, il cui carattere transitorio dimostra che ben poco peso devono avere nella vicenda degli uomini sulla Terra e nulla possono determinare quanto alla salvezza ultraterrena che dipende da ben altro, per cui l'eccessivo confidare nella Fortuna rischia di portare alla dannazione come capitato alle anime di questo Cerchio. L'ultima parte del Canto introduce gli iracondi immersi nella palude Stigia che circonda la città di Dite: tra di essi vi sono gli «accidiosi», ovvero gli iracondi che covarono a lungo il risentimento e meditarono vendetta, posti sott'acqua e intenti a pronunciare parole che fanno ripullulare la superficie della palude, con cui ammettono la loro colpa e il fatto di essere stati tristi nella vita felice. Da scartare l'ipotesi che Dante intendesse con questi i peccatori di accidia, il quarto peccato capitale, e ancor più l'opinione che nello Stige sarebbero immersi anche superbi e invidiosi, per completare il quadro dei peccati di eccesso puniti nei primi sei Cerchi. Questo è anche il primo Canto dell'Inferno in cui la conclusione non coincide con la visione di un determinato luogo e tutto viene lasciato in sospeso, creando un'atmosfera di attesa che verrà sciolta all'inizio dell'episodio seguente: nel Canto VIII verrà infatti mostrata con ulteriori dettagli la pena degli altri iracondi, e verrà in parte spiegata anche la funzione della torre che è indicata alla fine di questo Canto, con la segnalazione luminosa che (forse) sarà il richiamo convenuto per Flegiàs, il demone col compito di traghettare le anime attraverso la palude (benché su questa figura, come già per Pluto, vi sia più di un'incertezza tra gli interpreti).
La fortuna nel pensiero rinascimentale: Machiavelli
Nel Canto VII dell'Inferno Dante descrive la fortuna come un'intelligenza angelica incaricata di trasmutare le ricchezze materiali da un individuo all'altro e da una famiglia all'altra in base al giudizio divino imperscrutabile all'uomo: questa è la visione della cultura teocentrica del Medioevo che trova ampia espressione nel poema dantesco, ma già pochi decenni più tardi nel Decameron di Boccaccio la fortuna verrà rappresentata come il semplice caso, che interviene nelle vicende umane senza alcun disegno preordinato e a cui l'uomo è in grado di opporsi grazie al ricorso all'industria, ovvero l'insieme delle virtù di chi è in grado di costruirsi il proprio destino. Tale visione anticipa per molti aspetti quella che sarà elaborata più tardi in età umanistico-rinascimentale, in cui il teocentrismo del Due-Trecento verrà sostituito dal cosiddetto antropocentrismo e si riconoscerà all'uomo l'effettiva capacità di forgiare la propria sorte, senza essere per forza subordinato al volere divino che, pur non essendo negato, viene tuttavia ridimensionato e posto all'esterno delle vicende umane. È ovvio che il tema della fortuna era destinato ad essere affrontato in una luce nuova, e tra i molti scrittori del Cinquecento che si occuparono a vario titolo della questione spicca N. Machiavelli, il fondatore della politica come scienza disgiunta dalla morale e autore del trattato più importante dell'età rinascimentale, il Principe: nel cap. XXV lo scrittore parla proprio della fortuna e parte dalla considerazione che grande sembra essere il suo peso nelle vicende storiche, anche se Machiavelli è convinto che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, mentre l'altra metà ricade nel libero arbitrio dell'uomo e dunque questi è in grado, con opportuni accorgimenti, di opporsi ai rovesci della malasorte. L'azione della fortuna è paragonata a quella rovinosa di un fiume in piena che esonda e distrugge campi e coltivazioni, ma i cui danni possono essere limitati da opere quali ripari e argini, per cui la fortuna dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle (l'Italia nel primo Cinquecento dimostra questo assunto, poiché essa appare allo scrittore come una campagna senza argini ed esposta alle invasioni straniere, diversamente da Francia, Germania, Spagna). È chiaro che nella visione di Machiavelli la fortuna è lontanissima dalla visione dantesca dell'intelligenza angelica ed è assimilata al caso che scombina i progetti degli uomini, come del resto dimostra l'esempio del duca Valentino (Cesare Borgia) proposto nel cap. VII: il nobile era riuscito a creare dal nulla un vasto dominio grazie a un'azione politica spregiudicata e all'appoggio di papa Alessandro VI, di cui era figlio naturale, ma l'improvvisa e inattesa morte di questi lo colse di sorpresa e ne causò la rovina, poiché il Valentino non si era premunito ottenendo l'elezione di un nuovo papa a lui favorevole. La fortuna è vista allora come il mutare inopinato delle circostanze in cui agisce l'uomo politico, che deve essere preparato a ogni evenienza ed essere pronto ad adattare il suo modus operandi al cambiamento di situazione, anche se Machiavelli giudica che una condotta impetuosa e irruenta sia comunque da preferire ad una eccessivamente cauta e guardinga: ne è un felice esempio papa Giulio II che, agendo d'impulso, ebbe sempre successo nei suoi progetti politici, per cui lo scrittore può concludere dicendo che la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, battere e urtarla... come donna, è amica de' giovani, perché sono meno respettivi [riflessivi, cauti], più feroci, e con più audacia la comandano. È appena il caso di osservare quanto tale descrizione della fortuna sia distante da quella dantesca, poiché la mentalità di Machiavelli è ormai saldamente ancorata in quel sistema di pensiero che costituisce la modernità e che, fatte salve le debite differenze, è assai più vicino al nostro di quanto non lo fosse quello in cui nacque la Commedia.

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?

«Oh, Satana, oh, Satana, re dell'Inferno!» (Questo incipit stimola da secoli, a cominciare dai commentatori trecenteschi, lo studio dei competenti di linguistica e glottologia) cominciò a dire Pluto con la voce roca; e quel nobile sapiente che seppe ogni cosa e ancora sapeva, per confortarmi disse: «Non farti sopraffare dalla paura, poiché, per potere che abbia questo demone, non ci impedirà di scendere questa roccia». Poi si rivolse a quel volto gonfio d'ira (sembra proprio di vedere il volto delle persone che colte da furore e ira sembra quasi gonfiarsi) e disse: «Taci, maledetto lupo! consuma dentro di te con la tua rabbia. Non è senza ragione il nostro viaggio verso il fondo dell'Inferno: si vuole così in Cielo, dove l'arcangelo Michele vendicò il supremo peccato di Lucifero, lo strupo dovuto alla superbia». Come le vele gonfiate dal vento cadono ravvolte, se l'albero della nave si spezza, così cadde a terra la belva crudele. Allora scendemmo nel IV Cerchio, procedendo più in basso in quella dolorosa voragine che contiene tutto il male del mondo. Ahimè, giustizia divina, chi mai ammassa tante pene e tormenti quanti ne vidi io in quel luogo? e perché la nostra colpa ci strazia in tal modo?

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppe
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».

Come fa l'onda presso Cariddi, quando si infrange con quella che proviene da Scilla, nello stesso modo dell'onda quei dannati devono danzare la ridda (danza popolare e contadina che si sviluppa in cerchio). Qui vidi più dannati che in qualunque altro luogo d'Inferno, che da una parte e da quella opposta facevano rotolare massi con la forza del petto, urlando. Andavano a cozzare gli uni contro gli altri, quindi ciascuna schiera si voltava indietro e gridava reciprocamente: «Perché tieni stretto il masso?» e «Perché lo fai rotolare?» Il cerchio è diviso in due sezioni semicircolari nell'una gli avari, nell'0altra i oprodighi. Così tornavano indietro nel Cerchio buio da ogni lato al punto opposto, continuando a gridare le parole ingiuriose; poi, una volta arrivati dall'altra parte, tornavano a voltarsi e ricominciavano la giostra. E io, che avevo il cuore gonfio di angoscia, dissi: «Maestro mio, mostrami che dannati sono questi e se questi alla nostra sinistra che hanno la tonsura furono tutti chierici». E lui a me: «Tutti quanti in vita ebbero la mente ottenebrata, così che non fecero alcuna spesa con misura. La loro voce lo esprime chiaramente quando giungono ai due punti del Cerchio, dove la loro colpa opposta li separa in due schiere distinte. Questi, che non hanno i capelli sul capo, furono chierici, e papi e cardinali, in cui l'avarizia esercita il suo eccesso».

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E io: «Maestro, io dovrei certo riconoscere alcuni fra questi dannati, che si macchiarono di queste colpe». E lui a me: «Il tuo pensiero è vano: la vita dissennata che li fece peccare, ora li rende del tutto irriconoscibili. Verranno a cozzare in eterno: gli avari risorgeranno dalla tomba col pugno chiuso, i prodighi coi capelli tagliati. Il troppo spendere e il troppo risparmio ha tolto loro il Paradiso, e li ha posti a questa contesa: non uso altre parole per descrivere la loro pena. Ora, figliuolo, puoi vedere la corta durata dei beni che sono affidati alla fortuna, per cui l'umanità si affanna tanto; infatti, tutto l'oro del mondo e che già fu loro in passato, non potrebbe far acquietare neppure una di queste anime». Io dissi: «Maestro mio, ora spiegami: questa fortuna di cui tu mi parli, e che ha i beni del mondo tra i suoi artigli, che cos'è?»

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.

E lui mi rispose: «O uomini sciocchi, quanta ignoranza vi danneggia! Ora voglio che ascolti attentamente le mie parole. Colui la cui sapienza supera tutto (Dio) creò i cieli, e dispose intelligenze angeliche per governarli, così che la sua luce si rifletta di cielo in cielo e si riverberi egualmente nell'Universo. Allo stesso modo, dispose un'intelligenza per governare e amministrare i beni terreni, che li trasmutasse al momento opportuno tra le varie famiglie e le varie stirpi, al di là dell'opposizione del senno degli uomini; perciò una famiglia prospera e un'altra decade, in base al giudizio della fortuna che è nascosto, come il serpente che si annida tra l'erba. La vostra sapienza non la può contrastare: essa provvede, giudica e attua i suoi decreti, proprio come le altre intelligenze angeliche. Le sue trasmutazioni non hanno tregua; deve essere veloce per ottemperare il volere divino; così succede spesso che vi siano mutamenti di condizione. La fortuna è colei che è tanto criticata anche da coloro che dovrebbero elogiarla, e che invece la biasimano e insultano a torto: ma lei è felice e non sente tutto ciò: lieta, insieme agli altri angeli, fa girare la sua ruota e gode la sua serenità.

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l m‚zzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

"Ora è tempo di scendere a una angoscia maggiore, nel più profondo inferno; ormai sta tramontando ogni stella che sorgeva quando lasciai il Limbo (sono passate dodici ore) e non possiamo perdere troppo tempo". Noi attraversammo il Cerchio fino all'argine opposto, sopra una sorgente che ribolle e si riversa lungo un fossato che inizia da essa. L'acqua era più che di color perrso (nerastro) molto nera e noi, seguendo le onde nere, scendemmo lungo una via malagevole. Questo triste ruscello va nella palude chiamata Stige, una volta che è sceso ai piedi di quel tetro pendio infernale. E io, che guardavo attentamente, vidi alcuni dannati immersi in quel pantano fangoso, tutti nudi e con aspetto crucciato. Essi si colpivano non solo con le mani, ma con la testa, il petto, i piedi, strappandosi la carne a morsi. Il buon maestro disse: «Figlio, ora vedi le anime che furono sopraffatte dall'ira; e voglio anche che tu creda per certo che sotto l'acqua ci sono anime che sospirano, e fanno gorgogliare la superficie dell'acqua, come puoi vedere ovunque volgi lo sguardo. Coperti dal fango dicono: "Noi fummo tristi nell'aria dolce che trae allegria dal sole, covando dentro l'animo un'ira inespressa: ora ci rattristiamo nel fango nero". Fanno gorgogliare queste parole in gola, poiché non possono pronunciarle con voce chiara». Così costeggiammo quella sozza palude per un grande arco, tra l'argine roccioso e l'acqua, con gli occhi rivolti alle anime immerse nel fango. Alla fine (al da sezzo) giungemmo ai piedi di una torre.

Eugenio Caruso - 21 giugno 2018

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