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Inferno canto VIII. Gli iracondi e gli accidiosi

Io dico, seguitando, ch’assai prima 
che noi fossimo al piè de l’alta torre, 
li occhi nostri n’andar suso a la cima                             3

per due fiammette che i vedemmo porre 
e un’altra da lungi render cenno
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.                            6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; 
dissi: «Questo che dice? e che risponde 
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».             9

Ed elli a me: «Su per le sucide onde 
già scorgere puoi quello che s’aspetta, 
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».                    12

Corda non pinse mai da sé saetta 
che sì corresse via per l’aere snella, 
com’io vidi una nave piccioletta                                      15

venir per l’acqua verso noi in quella, 
sotto ’l governo d’un sol galeoto, 
che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».                   18

«Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto», 
disse lo mio segnore «a questa volta: 
più non ci avrai che sol passando il loto».                   21

Qual è colui che grande inganno ascolta 
che li sia fatto, e poi se ne rammarca, 
fecesi Flegiàs ne l’ira accolta.                                         24

Lo duca mio discese ne la barca, 
e poi mi fece intrare appresso lui; 
e sol quand’io fui dentro parve carca.                            27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui, 
segando se ne va l’antica prora 
de l’acqua più che non suol con altrui.                         30

Mentre noi corravam la morta gora, 
dinanzi mi si fece un pien di fango, 
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».                     33

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; 
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?». 
Rispuose: «Vedi che son un che piango».                  36

E io a lui: «Con piangere e con lutto, 
spirito maladetto, ti rimani; 
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».                          39

Allor distese al legno ambo le mani; 
per che ’l maestro accorto lo sospinse, 
dicendo: «Via costà con li altri cani!».                            42

Lo collo poi con le braccia mi cinse; 
basciommi ’l volto, e disse: «Alma sdegnosa, 
benedetta colei che ’n te s’incinse!                                45

Quei fu al mondo persona orgogliosa; 
bontà non è che sua memoria fregi: 
così s’è l’ombra sua qui furiosa.                                    48

Quanti si tegnon or là sù gran regi 
che qui staranno come porci in brago, 
di sé lasciando orribili dispregi!».                                  51

E io: «Maestro, molto sarei vago 
di vederlo attuffare in questa broda 
prima che noi uscissimo del lago».                              54

Ed elli a me: «Avante che la proda 
ti si lasci veder, tu sarai sazio: 
di tal disio convien che tu goda».                                   57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio 
far di costui a le fangose genti, 
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.                            60

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; 
e ’l fiorentino spirito bizzarro 
in sé medesmo si volvea co’ denti.                                63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro; 
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo, 
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.                        66

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, 
s’appressa la città c’ha nome Dite, 
coi gravi cittadin, col grande stuolo».                             69

E io: «Maestro, già le sue meschite 
là entro certe ne la valle cerno, 
vermiglie come se di foco uscite                                    72

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno 
ch’entro l’affoca le dimostra rosse, 
come tu vedi in questo basso inferno».                        75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse 
che vallan quella terra sconsolata: 
le mura mi parean che ferro fosse.                                78

Non sanza prima far grande aggirata, 
venimmo in parte dove il nocchier forte 
«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».                                 81

Io vidi più di mille in su le porte 
da ciel piovuti, che stizzosamente 
dicean: «Chi è costui che sanza morte                         84

va per lo regno de la morta gente?». 
E ’l savio mio maestro fece segno 
di voler lor parlar segretamente.                                     87

Allor chiusero un poco il gran disdegno, 
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada, 
che sì ardito intrò per questo regno.                              90

Sol si ritorni per la folle strada: 
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai 
che li ha’ iscorta sì buia contrada».                               93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai 
nel suon de le parole maladette, 
ché non credetti ritornarci mai.                                        96

«O caro duca mio, che più di sette 
volte m’hai sicurtà renduta e tratto 
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,                             99

non mi lasciar», diss’io, «così disfatto; 
e se ’l passar più oltre ci è negato, 
ritroviam l’orme nostre insieme ratto».                        102

E quel segnor che lì m’avea menato, 
mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo 
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.                         105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso 
conforta e ciba di speranza buona, 
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».                        108

Così sen va, e quivi m’abbandona 
lo dolce padre, e io rimagno in forse, 
che sì e no nel capo mi tenciona.                                  111

Udir non potti quello ch’a lor porse; 
ma ei non stette là con essi guari, 
che ciascun dentro a pruova si ricorse.                       114

Chiuser le porte que’ nostri avversari 
nel petto al mio segnor, che fuor rimase, 
e rivolsesi a me con passi rari.                                      117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase 
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri: 
«Chi m’ha negate le dolenti case!».                             120

E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri, 
non sbigottir, ch’io vincerò la prova, 
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.                          123

Questa lor tracotanza non è nova; 
ché già l’usaro a men segreta porta, 
la qual sanza serrame ancor si trova.                          126

Sovr’essa vedestù la scritta morta: 
e già di qua da lei discende l’erta, 
passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».                             130
Proseguendo, io dico che assai prima di giungere ai piedi dell'alta torre, i nostri occhi andarono alla sua cima e videro che qualcuno vi aveva posto due fiammelle, mentre un'altra torre più lontana, tanto che si poteva scorgere a malapena, aveva risposto.

Io mi rivolsi a Virgilio, il cui senno è ampio come il mare, e dissi: «Cosa vuol dire questo segnale? e quell'altro cosa risponde? e chi ha fatto tutto questo?»

E lui a me: «Lungo le acque torbide già puoi vedere quello che ci aspetta, se il vapore del pantano non lo nasconde alla vista».

La corda di un arco non scoccò mai una freccia che fendesse l'aria così veloce, come io vidi una piccola barca venire verso di noi in quel momento nell'acqua, governata da un solo timoniere, che gridava: «Finalmente sei arrivata, anima malvagia!»

Il mio maestro disse: «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi invano questa volta: verremo con te solo per attraversare la palude».

Come colui che ascolta un grande inganno che gli è stato fatto, e poi se ne rammarica, così fece Flegiàs ardendo d'ira.

La mia guida salì sulla barca e poi mi fece salire dopo di lui; e solo allora la barca sembrò avere un carico (affondò nell'acqua).

Non appena io e Virgilio fummo sulla barca, essa ripartì fendendo l'acqua più di quanto non sia solita fare con altri.

Mentre percorrevamo quella palude stagnante, mi si avvicinò un dannato pieno di fango che disse: «Tu chi sei, che giungi all'Inferno prima del tempo?»

Io risposi: «Se vengo, non rimango certo; tu invece chi sei, che sei reso irriconoscibile?» Rispose: «Vedi bene che sono un'anima afflitta».

E io a lui: «Ed è bene che tu resti afflitto e in lutto, spirito maledetto; infatti ti riconosco, benché tu sia tutto sporco di fango».

Allora il dannato si protese con ambo le mani verso la barca; il maestro, accorto, lo spinse via dicendo: «Va' via di qui, torna con gli altri cani!»

Poi Virgilio mi abbracciò al collo con le braccia, mi baciò il viso e disse: «O anima disdegnosa, benedetta colei che rimase incinta di te!

Quello nel mondo fu una persona orgogliosa; non c'è alcuna sua buona azione che renda onore alla sua memoria, così la sua anima è qui, furiosa.

Quanti uomini si credono in vita dei grandi re, mentre qui all'Inferno saranno come porci nel fango, lasciando di sé un orribile ricordo!»

E io: «Maestro, avrei gran desiderio di vederlo sprofondare in questa melma, prima di lasciare la palude».

E lui a me: «Prima che avvisteremo la proda, sarai soddisfatto: è opportuno che tale desiderio sia appagato».

Poco dopo vidi che i dannati immersi nel fango fecero di lui un grande strazio, cosa di cui ancora lodo e ringrazio Dio.

Tutti i dannati gridavano: «Addosso a Filippo Argenti!»; e quel bizzarro spirito fiorentino si mordeva da sé coi denti.

Lo lasciammo qui, né dirò altro di lui; ma ecco che le mie orecchie percepirono un coro lamentoso, per cui drizzai allarmato lo sguardo.

Il buon maestro disse: «Ormai, figliuolo, si avvicina la città chiamata Dite, coi suoi afflitti abitanti, col grande stuolo di diavoli».

E io: «Maestro, scorgo già le sue moschee distinte in lontananza, rosse come se fossero uscite dal fuoco». E lui mi disse: «Il fuoco eterno che le arroventa all'interno le fa diventare di quel colore, come tu vedi in questo basso Inferno».

Noi arrivammo nei profondi fossati che circondano quella terra dolorosa: le mura mi sembravano fatte di ferro.

Non prima di aver percorso un largo giro, giungemmo in un punto dove l'orribile traghettatore gridò: «Scendete, l'ingresso è qui».

Io vidi sulle porte più di mille diavoli piovuti dal cielo, che dicevano con stizza: «Chi è costui che, ancora vivo, osa andare nel regno dei morti?» E il mio saggio maestro fece segno di voler parlare con loro separatamente.

Allora placarono un poco il loro sdegno, e dissero: «Vieni tu solo, mentre quell'altro se ne vada, visto che ha avuto il coraggio di entrare in questo luogo.

Ritorni da solo lungo la strada che ha percorso follemente, se ne è capace: infatti tu resterai qui, visto che gli hai fatto da guida nel cammino oscuro».

Pensa, lettore, se non mi sconfortai sentendo quelle parole maledette: credetti di non fare mai ritorno sulla Terra.

Io dissi: «O cara mia guida, che tante volte mi ha dato sicurezza e mi hai salvato da un grave pericolo che mi minacciava, non mi lasciare in questa situazione; e se ci è negato di passare più oltre, affrettiamoci a tornare sui nostri passi».

E quel maestro che mi aveva condotto fin lì mi disse: «Non aver paura, dal momento che nessuno può opporsi al nostro viaggio, voluto da Dio.

Ora aspettami qui, e conforta il tuo spirito prostrato con buona speranza, poiché non ti lascerò certo nell'Inferno».

Così il dolce padre se ne andò e mi lasciò lì, pieno di dubbi, incerto su cosa sarebbe successo.

Non fui in grado di sentire quello che disse ai diavoli; ma non rimase a lungo a parlare, poiché ciascuno di loro tornò di corsa dentro le mura.

Quei nostri nemici chiusero le porte in faccia al mio maestro, che rimase fuori e tornò verso di me a passo lento.

Aveva lo sguardo a terra e gli occhi privi di ogni sicurezza, e sospirando diceva: «Chi mi ha negato l'accesso alla città dolente!»

E a me disse: «Tu non perderti d'animo, anche se io sono adirato, poiché io vincerò la prova, qualunque sia la difesa che approntano dentro la città.

Questa loro alterigia non è cosa nuova; la usarono per difendere una porta meno nascosta, la quale è tuttora senza battenti.

Su di essa tu hai letto la scritta minacciosa: e già da essa sta scendendo lungo la china un messo celeste, che passa per i Cerchi senza scorta, che farà in modo di aprirci il passaggio».

Il canto ottavo dell'Inferno si svolge nel quinto cerchio, ove sono puniti gli iracondi e gli accidiosi; siamo nella notte tra l'8 e il 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori tra il 25 e il 26 marzo 1300.
« Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite. »
(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)
Il canto inizia con un verso che ha dato adito a moltissime speculazioni: "Io dico, seguitando...". Il poeta infatti non riprende la narrazione proprio da dove l'aveva lasciata nella chiusura del canto precedente, dall'arrivo ai piedi della torre prima della palude dello Stige, ma da poco tempo prima quando i due poeti ancora da lontano notano un segnale luminoso sulla torre stessa, al quale risponde un segnale analogo da una torre più lontana. Questo insolito salto indietro, unito alla formula di apertura, ha fatto supporre alcune ipotesi circa una possibile cesura tra i canti precedenti e questo.
Innanzitutto bisogna precisare che non si conosce la datazione esatta della Divina Commedia: la stesura dell'Inferno viene generalmente collocata tra il 1306 e il 1309, considerando i fatti che vi sono narrati, le "profezie" di Dante e altri fattori.
Giovanni Boccaccio fu il primo a supporre una datazione ben più anteriore almeno per i primi sette canti dell'Inferno, collocati nel 1301 circa. Gli indizi sui quali si basa sono piuttosto labili, ma questa teoria circa le due fasi di composizione della cantica sono state riprese anche da alcuni dantisti moderni, come G. Ferretti (I due tempi della composizione della Divina Commedia, Bari, 1935). Questi indizi sono la mancanza di accenni all'esilio di Dante (giugno 1301) nella profezia pronunciata da Ciacco, l'attacco a ritroso dell'VIII canto, appunto, con la marcata ripresa ("seguitando"...) come se si trattasse di un lavoro interrotto e una generale maturazione stilistica tra i primi canti e la parte successiva (spiegabile comunque come un'evoluzione naturale dello stile poetico via via che si procedeva nella creazione del poema).
Boccaccio, a sostegno della sua tesi, illustrò anche con dovizia di particolari un aneddoto, che oggi è in genere ritenuto un falso dagli studiosi. Secondo la sua ricostruzione verso il 1306 un parente del poeta trovò rovistando accidentalmente un "quadernuccio" dove erano trascritti i primi sette canti dell'Inferno. Dopo averlo consegnato a Dino Frescobaldi, a sua volta poeta, quest'ultimo rimase meravigliato dalla bellezza dei versi e inoltrò il plico al marchese Moroello Malaspina al Castello di Fosdinovo, in Lunigiana, dove veniva ospitato allora il poeta in esilio. Il marchese allora, a sua volta colpito dall'opera iniziata e abbandonata, avrebbe persuaso il poeta affinché non lasciasse "senza debito fine sì alto principio". Secondo Boccaccio quindi la giuntura tra l'opera sarebbe riconoscibile proprio da quel "seguitando", anche se studi moderni hanno messo in luce come siano frequenti in Dante riprese di questo tipo, soprattutto a inizio di capitolo (Vita Nuova VI, XI e XXIX, Convivio II-10, Monarchia I-15, II-3, ecc).

Mentre i due poeti si stanno avvicinando alla torre, quindi, Dante nota dei segnali luminosi dalla sua sommità, ai quali rispondono alcuni segnali analoghi, appena scrutabili da un'identica torre più lontana. Domandandone il significato a Virgilio, Dante riceve in risposta che presto lo vedrà egli stesso nel fumo della palude dello Stige.
Infatti, più veloce di qualsiasi freccia, arriva una piccola barca, con un solo rematore ("galeoto"), che si presenta urlando ai due pellegrini: "Or se' giunta, anima fella!" (Eccoti arrivata, anima dannata!), al quale poi Virgilio risponde: "Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vuoto, disse lo mio segnore, a questa volta più non ci avrai che sol passando il loto" ("il loto" significa il fango).
Flegias è un personaggio mitologico mutuato dall'Eneide e dalla Tebaide di Stazio, simbolo dell'ira violenta e del fuoco, infatti, secondo il mito, questi incendiò il tempio di Apollo a Delfi per vendicarsi del dio che gli aveva sedotto la figlia Coronide. Flegiàs può essere anche visto come simbolo di irriverenza verso la divinità. Le sue sembianze non vengono descritte e anche il suo ruolo è taciuto. Se sembra improbabile che sia un traghettatore per i peccatori di passaggio ai cerchi inferiori, essendo le anime spedite direttamente dopo il giudizio di Minosse, forse potrebbe essere colui che prende gli iracondi e li getta al centro della palude. In ogni caso Dante si preoccupa solo di citare la sua sovreccitazione, data dalle sue grida sia all'arrivo che alla discesa dei due poeti sulla sua veloce barca.
Dante non manca di sottolineare come la barca sia insolitamente appesantita dal peso del suo corpo di uomo vivo, mentre Flegias e Virgilio da soli non la fanno nemmeno spostare nell'acqua.
Durante la traversata un dannato si rivolge a Dante. I due iniziano un serrato battibecco, sottolineato dalla ripetizione degli stessi versi nello stile di botta e risposta (vieni/vegno, non rimango/ti rimani, se'/son, piango/piangere). Dante ha un contegno molto sdegnato nei confronti del dannato: è un chiaro esempio di quello che egli intendeva per "sdegno" cioè ira giusta contro il male, contrapposta all'ira vera e propria dei dannati.
Il dannato (del quale non è ancora stato detto il nome) allora si attacca con le mani alla barca cercando di rovesciarla e viene scacciato con prontezza da Virgilio, il quale poi rassicura Dante abbracciandolo e baciandolo. A questo punto c'è un passo che ha destato perplessità per la sua durezza sin dai commentatori antichi: Dante manifesta il desiderio di vedere quell'anima che lo aveva attaccato sprofondare nella palude prima di terminare la traversata, e Virgilio lo loda per il suo desiderio di vendetta e gli assicura che presto sarà soddisfatto; infatti gli altri dannati si accalcano tutti contro quell'anima gridando "A Filippo Argenti!", il quale, pazzo di ira, non può far altro che mordersi con i suoi stessi denti (solo a questo punto viene indicato il nome del personaggio, nel momento più infamante).
Dante, a differenza degli altri dannati finora incontrati verso i quali aveva provato indifferenza o sentimenti di pietà fino alle lacrime (Paolo e Francesca, Ciacco) qui manifesta per la prima volta odio e compiacimento per la cattiva sorte del dannato, usando un episodio con tratti eccessivi, quasi brutali, rispetto all'affronto di Filippo Argenti. Anzi è proprio da episodi come questo che si vede come egli non idealizzi la sua persona, ma anzi manifesti anche le sue bassezze, le sue paure, le sue stizze così umane, dando alla sua Commedia quel vigore vitale che ancora oggi la rende universalmente godibile. Non è possibile dimenticare che qui si palesa l'essenza dell'anima toscana o meglio fiorentina dove l'odio tra famiglie era perenne e la città era divisa in fazioni sempre in lotta tra loro.

Filippo Cavicciuli, soprannominato "Argenti" o "Argente" a causa del vezzo borioso di ferrare il cavallo con ferratura d'argento, veniva descritto come "uomo grande e nerboruto, e (...) iracundo e bizzarro più che altro, e dotato di pugna (...) che parevan di ferro". Sempre nei racconti dell'epoca si narra di come una volta prese a schiaffi Dante e di come la sua famiglia si oppose alla revoca del bando a carico del Poeta. Si narra anche che avesse incamerato i beni di Dante finiti sotto confisca. La disputa tra la famiglia Alighieri e quella degli Adimari nacque quando l'Argenti chiese a Dante, suo vicino di casa, di andare dal giudice e mettere una buona parola al fine di risollevarlo da certi problemi giudiziari; ma Dante, che già all'epoca non vedeva di buon occhio l'Argenti, fece il contrario, aggiungendo ai già esistenti capi d'accusa quello di reiterata usurpazione del suolo pubblico: il che gli fece raddoppiare l'ammenda. Esiste anche una leggenda riguardante l'Argenti: si dice che girasse a cavallo per le vie di Firenze tenendo le gambe ben aperte, in modo da colpire in faccia qualsiasi persona capitasse vicino a lui. La gente, esasperata da questo comportamento, andò a reclamare in Comune chiedendo che l'Argenti cavalcasse con le gambe più chiuse possibile; la richiesta venne approvata, ma Filippo sfrontatamente continuò a comportarsi come se nulla fosse. Dante scoprì anche un caso di corruzione all'interno della politica gestionale dell'urbe toscana, in cui era coinvolto proprio Filippo Argenti.

Dante sarà crudele anche con Vanni Fucci (Inf. XXIV), con Bocca degli Abati (Inf. XXXII), con Frate Alberigo e Branca d'Oria (Inf. XXXIII), ma in nessun altro caso a parte questo ritroveremo la clamorosa approvazione di Virgilio, che nel poema simboleggia la ragione, suggellato addirittura dall'unico bacio della Divina Commedia. Esiste una palese sproporzione tra il peccato dell'Argenti in vita, o il suo comportamento nell'Inferno dantesco (in fondo solo uno scatto d'ira di uno spirito che Dante stesso definisce "bizzarro" cioè facile a scatti d'ira) e l'odio di Dante, con un episodio descritto come sotto la volontà di perpetrare una duratura ignominia.
A rigor di logica, quindi, si è pensato che tra i due personaggi esistessero dei fatti di attrito personale: gli antichi commentatori riportano anche fatti dei quali però non esiste documentazione, mentre l'odio verso la famiglia degli Adimari (ai quali Filippo Argenti apparteneva) è sottolineato anche in un passo del Paradiso, quando Cacciaguida li definisce come l'"oltracotata schiatta che s'indraca / dietro a chi fugge", cioè come quella "famigliaccia" che ha la furia tipica dei draghi verso coloro che sono in difficoltà.
Siamo davanti quindi a un caso di vita fiorentina minore, legato alle piccole angherie personali, le rivalità e le borie. Spesso viene anche indicato come gli Adimari si adoperarono perché non fosse revocato l'esilio per Dante o di come essi incamerarono alcuni dei beni confiscati agli Alighieri, notizie però scarsamente documentate, se non da redazioni posteriori la pubblicazione della Commedia. Un'altra interpretazione sostenuta da commentatori più moderni, sostiene che l'Argenti impersonifichi quel tipo di persona detta il magnate-non magnanimo, dedito alla violenza, ira e superbia. L'ira "buona" (secondo l'etica nicomachea aristotelica ci sono due tipi di ira: l'ira mala e l'ira buona. Quest'ultima è detta mansuetudine e quindi secondo essa ci si adira contro quelle persone contro le quali è lecito adirarsi) di Dante deve essere vista non solo contro Filippo ma contro quella categoria di uomini.
Dante non vuole più parlare dell'Argenti e inizia a vedere le mura della città di Dite e a sentire i lamenti dei dannati che vi sono rinchiusi. Vede torri infuocate, che spuntano dalle mura come minareti ("meschite", dallo spagnolo 'mazquit') e intanto approdano al fossato che cinge le mura, nelle quali si apre una porta protetta da una miriade di diavoli.
I diavoli sono sorpresi di vedere una persona viva e Virgilio chiede di parlare con loro in privato. I diavoli rispondono che venga pure, ma chiedono che Dante torni indietro a piedi da solo. Qui Dante si rivolge direttamente al lettore per manifestargli la sua paura, ma anche inconsciamente per rassicurarlo in quanto egli adesso sta scrivendo, quindi la sua avventura si deve essere conclusa necessariamente con il superamento dell'ostacolo. Dante implora Virgilio di non abbandonarlo, ma il "duca" lo rassicura e va a parlare con i diavoli. Essi in tutta risposta gli chiudono la porta della città dei morti in faccia, e Virgilio torna da Dante adirato, ma lo rassicura di nuovo che la loro missione ha da compiersi, e che è normale l'opposizione dei diavoli: essi negarono l'ingresso anche al Cristo quando entrò nell'Inferno, ed egli dovette distruggere la porta principale degli inferi, quella dove Dante aveva letto la minacciosa scritta "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
Il canto si interrompe, ma la scena ha il suo diretto continuo nel canto successivo, dove oltre ai diavoli arrivano le tre Erinni ad attaccare i poeti per impedire loro l'accesso alla città di Dite.

Eugenio Caruso - 3 agosto 2018

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