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Inferno Canto IX. Gli eretici

Il nono canto presenta un crescendo di immagini che è stato definito "teatrale", con una rappresentazione dell'azione ben calibrata grazie ai personaggi che entrano in scena uno dopo l'altro.
All'inizio Dante è preoccupato perché vede tornare Virgilio sconsolato dal colloquio con i diavoli, i quali in risposta alle parole del "duca" (che Dante non sente) gli sbarrano la porta delle mura della città di Dite. Virgilio è vago, e si ferma ad aspettare qualcosa: sa che loro attraverseranno comunque la città e forse sta preannunciando l'arrivo di un qualcuno inviato da Dio che aprirà loro il passo. Virgilio però è titubante (proprio lui che rappresenta la ragione usa un "se non.." lasciato a metà), e non vede l'ora che arrivi colui che un Tale (Gesù Cristo, che non viene mai nominato nell'Inferno, o forse Beatrice, che si era mossa in aiuto di Dante?) ha sollecitato.
Dante, che in questo canto parla molto spesso "da scrittore" al lettore, fa notare che si era ben accorto della titubanza e del discorso iniziato e non finito, ma anzi sostituito da un altro della sua guida, e si intimorisce del senso probabilmente peggiore che Virgilio aveva voluto nascondergli.
Allora Dante, che, come si è visto sul finire del canto precedente, è pieno di paura perché non vede via d'uscita, chiede un po' ingenuamente, ma molto realisticamente, se lui, Virgilio, fosse mai arrivato in fondo all'Inferno, usando però una garbata perifrasi: "Vi è mai alcuna delle anime del Limbo, quelle che penano perché non vedono Dio, che scenda in fondo alla triste fossa infernale?"
Virgilio risponde allora rincuorando Dante e gli spiega che è una cosa molto rara, ma che egli stesso è sceso fino al cerchio più stretto, il nono (il "cerchio di Giuda"), inviato dalla maga Erictho o Eritone, che lo incaricò di andare a prendere un'anima da riportare in vita, al tempo in cui Virgilio era morto da poco. Per questo egli, non solo è già entrato nella città, ma sa bene il cammino per arrivare fino al punto più fondo e oscuro, che è anche quello più lontano dal cielo.
Il riferimento a Eritone prende spunto dalle Pharsalia di Lucano, ma è molto rielaborato con aggiunte originali di Dante. In Lucano Eritone è una fattucchiera in grado di rianimare i morti. Essa aveva richiamato un defunto alla vita affinché esso, con il potere di preveggenza tipico di chi ormai abita l'oltretomba, rivelasse a Pompeo l'esito della battaglia di Farsalo. Non c'è nessun riferimento al fatto che un'altra anima dovesse accompagnare il morto resuscitato, né tantomeno che questa fosse Virgilio, quindi è tutta farina del sacco dell'Alighieri. Semmai si potrà riscontrare come anche la Sibilla nell'Eneide, guidando Enea nell'oltretomba, dichiarasse di conoscere già quel mondo per esserci già discesa (Eneide, VI 565). In ogni caso bisogna prendere le distanze dalla figura medievale del Virgilio Mago, che Dante non concepiva, e che semmai in questo caso evoca solo un'atmosfera soprannaturale e fantastica sulla quale il canto è imperniato. In ogni caso le gesta di Eritone fanno da spunto a Dante per altri brani del canto, anche se Dante non la cita più: in Lucano si trovano infatti le Erinni che abitano lo Stige, Medusa scacciata dalla minaccia di un dio che la sconfigga, il sepolcreto dove abita Eritone: tutte immagini che si ritrovano nei versi successivi.
Virgilio continua a parlare di come sia normale incontrare resistenza alle mura di Dite, ma Dante ormai non lo ascolta più perché è attratto da un'altra visione sconvolgente. Adesso il poeta ci fa mettere a fuoco un'altra direzione, la torre infuocata che già aveva notato all'approssimarsi alle mura, sulla quale si alzano tre furie infernali. Esse sono le Erinni, "di sangue tinte", con corpi e atteggiamenti femminili (membra e atto) e circondate o vestite da serpenti verdi. Altri serpenti poi hanno per capelli, avvinghiati alle tempie, e vengono subito riconosciute come le serve (meschine, dal provenzale mesquì) di Persefone, la regina dei lamenti eterni dell'Inferno. Virgilio le indica: all'angolo sinistro (canto come cantuccio) Megera, a destra Aletto, che piange, e Tesifone nel mezzo. Come le donne ai funerali esse si disperano, si graffiano il petto e si battono i palmi delle mani.
Dante è piuttosto terrorizzato e si stringe a Virgilio, quando le Erinni si precipitano minacciose verso i due: "Vieni Medusa, la Gorgone, così lo possiamo pietrificare... facemmo male a non vendicare l'assalto di Teseo a Cerbero quando scese nell'Inferno, perché ora i vivi non son più scoraggiati ad avventurarsi nel regno dei morti". A queste parole Virgilio intima a Dante di chiudere gli occhi e mette le sue stesse mani a tappare con sicurezza le pupille del discepolo.
A questo punto Dante si rivolge di nuovo a lettore, dicendogli di "mirare", cioè guardare il senso nascosto ("la dottrina che s'asconde") sotto il velo dei versi "strani": un chiaro invito a cogliere l'allegoria della prossima scena, che è tutt'altro che chiara ancora oggi.
Intanto quello che accade "sopra al velame" è che dalla palude proviene un fracasso, che come il vento impetuoso che fracassa i rami degli alberi nel bosco e fa fuggire le pecore e i pastori, così Dante vede, con gli occhi liberati dalla protezione di Virgilio, uno che viene su per la palude senza bagnarsi. Le anime dei dannati fuggono alla sua presenza, come fanno le rane che scappano tutte quando si avvicina una biscia, e questo essere miracoloso procede diretto scacciando i fumi che ha davanti al viso con la sinistra, perché con la destra regge una verghetta. Non si preoccupa di niente, solo i vapori gli disturbano la vista ("sol di quell'angoscia parea lasso", v. 84), e allora Dante lo riconosce come colui "dal ciel messo", che oggi viene indicato come l'angelo o come il messo celeste. Esso tocca la porta e l'apre toccandola appena con la verghetta, mentre rimprovera i diavoli che sono tutti spariti. Gli ricorda anche come Cerbero, che voleva impedire il passaggio di Ercole nell'inferno, porti ancora i segni della lotta perduta contro l'eroe sostenuto dalla volontà divina. Fatto questo il messo si volta e se ne va, con arie d'urgenza, senza curarsi minimamente dei due poeti.
Dopo la descrizione della scena è lecito domandarsi quale fosse il senso allegorico che Dante ha voluto inculcarvi e che riteneva così importante da fare un richiamo esplicito al lettore di cercarlo. La questione è tutt'altro che semplice e, a differenza per esempio delle allegorie della selva oscura (Canto I), qui gli studiosi non sono arrivati ad alcuna conclusione definitiva. Alcuni commentatori hanno riferito l'invito alla sola scena dell'arrivo del messo, altri a tutto il canto.
Un esempio di interpretazione generale può essere il seguente: la ragione, simboleggiata da Virgilio, non basta da sola ad affrontare e dominare i peccati di "malizia" (cioè i peccati commessi con volontà, non per incontinenza) puniti dentro la città di Dite; essa è ostacolata dalle tentazioni (i diavoli), dai rimorsi (le Erinni) e dalla disperazione che segue il rimorso e "pietrifica il cuore" (Medusa); la ragione può aiutare quel tanto che basta per cavarsela nell'immediato (Virgilio che si cura di coprire gli occhi a Dante), ma è solo tramite la grazia divina (il messo) che si può arrivare a una definitiva debellazione del peccato.
Il senso generale dovrebbe essere simile a questo, sebbene i vari personaggi minori assumano da commentatore a commentatore i più vari significati. Però pesa anche il fatto che questa spiegazione non possa essere capita da chi legga il poema linearmente da capo a fondo, perché la distinzione dei peccati puniti entro o fuori dalle mura di Dite viene esplicata solo nel canto XI. Non è d'altronde chiaro se Dante proprio a causa della chiarezza non immediata avverta il lettore di stare attento e magari ricordare dopo come interpretare la scena.
I due poeti a questo punto non trovano più nessun ostacolo ad entrare nella città e attraversano le mura. Il cambio di situazione è totale: dall'affollamento e l'azione dei versi immediatamente precedenti, si passa al deserto del cimitero, seppure punteggiato dai soliti lamenti dei dannati. Al lettore magari può impressionare il fatto che dentro le mura della città invece di trovare case e persone i due poeti trovino l'esatto opposto cioè un cimitero: bisogna comunque pensare che al tempo di Dante i cimiteri si potevano ancora trovare dentro le mura, e che il divieto a seppellire dentro il centro delle nostre città risale solo all'epoca napoleonica.
Dante quindi si guarda attorno e lo stuolo di tombe gli ricorda due famosi cimiteri medievali: quello di Arles (l'odierno Cimetière des Alyscamps) e quello di Pola (oggi scomparso). Dalle fosse (gli avelli) scoperchiate escono fiamme, che basterebbero a un fabbro per qualsiasi opera ("che ferro più non chiede verun' arte"). Dante chiede chi sia sepolto qui e Virgilio risponde gli eresiarchi, cioè i fondatori di eresie, ma vedremo nel canto successivo che qui sono puniti anche (e soprattutto) i seguaci, ma sarà un caso voluto o meno da Dante, si incontreranno solo i negatori della vita ultraterrena, gli atei o epicurei. In ogni caso Virgilio avverte che in ogni sepolcro sono puniti seguaci di dottrine analoghe, quindi non ci si dovrebbe sorprendere di trovare nel prossimo canto solo epicurei, perché viene descritto un sepolcro solo. Però è anche da sottolineare che il contrappasso si addice solo agli epicurei: per analogia, poiché essi negarono la vita dopo la morte, essi sono morti tra i morti.
Dal canto precedente Dante ha intensificato il rivolgersi in prima persona al lettore ("Pensa lettor"). La critica dantesca, soprattutto contemporanea, si è concentrata sul metodo di narrazione del poema, con una dicotomia tra il Dante personaggio e il Dante che scrive del suo viaggio. In realtà si deve innanzitutto notare che anche il personaggio dello "scrittore che parla in prima persona" è un'invenzione e non coincide con il vero "Dante persona reale": basti pensare al fatto che l'io narrante ci parla di un viaggio immaginario come se fosse vero, quindi guardando oltre la finzione, esiste il vero Dante nell'ombra che sta inventando la storia.
Il narratore usato è quindi solo la proiezione in un tempo futuro del Dante pellegrino nell'oltretomba, che rende testimonianza del viaggio fantastico in un secondo momento. Anche il momento in cui parla il narratore è un presente fittizio, staccato dal tempo della vera biografia dell'Alighieri storico-anagrafico. Questo presente fittizio è un momento indefinito che si rinnova ogni volta che un lettore intraprende la lettura dei versi.
Inoltre esiste un livello simbolico nella Divina Commedia: il viaggio di Dante rappresenta il cammino di ciascun individuo verso la redenzione, quindi si può dire che esista anche un "quarto" Dante che agisce nel poema a rappresentazione dell'intera umanità cristiana.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.

«Pur a noi converrà vincer la punga»,
cominciò el, «se non... Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.

«In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?».

Questa question fec’io; e quei «Di rado
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira».

TIMORE DI DANTE E CONFORTO DIVIRGILIO
Quel pallore (color) che mi spinse fuori (pinse) la viltà sul volto (di
fuor) vedendo (veggendo) la mia guida tornare indietro (in volta), al
più presto (più tosto) fece tornare dentro (ristrinse) il suo colore (il
suo novo, ossia il rossore del cruccio), appena comparso (novo).
Si fermò attento come chi (com’uom) ascolta; poiché la vista
(l’occhio) non lo (nol) poteva condurre (menare) a vedere lontano
(a lunga), a causa (per) dell’oscurità e del fumo denso
(nebbia folta).
«Eppure (Pur) accadrà necessariamente (converrà) che noi vinceremo
lo scontro (punga)», cominciò egli, «a meno che (se
non)… Un protettore tanto potente (Tal) ci si presentò (ne
s’offerse). Oh quanto tardi mi sembra arrivare quaggiù il Messo
celeste (altri)!»
Io ben mi accorsi di come egli nascose (ricoperse) ciò che aveva
cominciato (lo cominciar) con quanto seguì (con l’altro che poi
venne), che furono parole ben diverse dalle prime;
ma nondimeno il suo dire determinò in me (dienne) paura,
perché io attribuivo (traeva) alla sua reticenza (parola tronca) un
significato (sentenzia) forse peggiore di quanto non avesse (che
non tenne).
«Nel fondo della cavità infernale (trista conca) scende mai
qualcuno del primo cerchio (grado: il Limbo), che come (per)
pena ha solo la speranza troncata (cionca)?».
Tale domanda (question) posi io; ed egli mi rispose: «Accade
(incontra) di rado che qualcuno (alcun) di noi (le anime del Limbo)
percorra (faccia) il cammino per il quale sto andando io.
In verità io venni qui un’altra volta (fïata), costretto con scongiuri
(congiurato) da quella crudele (cruda) maga Eritone, che
0 .faceva ritornare (richiamava) le anime (l’ombre) ai loro (sui)
corpi.
Il mio corpo (carne) era da poco rimasto privo (nuda) dell’anima
(= ero morto da poco) che ella mi fece entrare dentro
le mura (della Città di Dite), per trarne uno spirito del nono
cerchio (cerchio di Giuda: la Giudecca).
Quello è il luogo più basso e più oscuro (dell’Inferno), e il
più lontano dal Primo Mobile (dal ciel che tutto gira: dal cielo
che avvolge tutti gli altri cieli); conosco pertanto bene (ben so)
la strada; perciò (però) sta (ti fa) sicuro.
Questa palude (lo Stige) che emana grande fetore (puzzo) cinge
(cigne) tutt’intorno la Città di Dite (città dolente), dove (u’) ormai
non possiamo (potemo) entrare senza contrasto (sanz’ira)».

E altro disse, ma non l’ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.

Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme, e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Teseo l'assalto»

«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso».

Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.

LE FURIE E MEDUSA
Disse anche altre cose, ma non le ricordo (non l’ho a mente);
perché lo sguardo aveva attratto tutta la mia attenzione verso
l’alta torre dalla cima infuocata (rovente),
dove in un istante (in un punto) si furono drizzate (furon dritte)
improvvisamente (ratto) tre furie infernali tinte di sangue, che
avevano (avieno) membra e atteggiamenti (atto) femminili,
ed erano cinte di serpenti (idre) verdissimi; al posto dei capelli
(per crine) avevano (avien) serpentelli e serpi cornute (ceraste), di
cui erano avvinte le tempie orribili (fiere).
E Virgilio (quei), che ben riconobbe le serve (meschine) della regina
(Proserpina) dell’Inferno (de l’etterno pianto), mi disse:
«Guarda le feroci Erinni (Erine).
Quella sul lato (canto) sinistro (della torre) è Megera; quella che
si lamenta (piange) sul lato destro è Aletto; al centro è Tesifone»;
e quando ebbe detto ciò (a tanto) tacque.
Ciascuna di esse si graffiava (si fendea) il petto con gli artigli;
si percuotevano (battiensi) con le palme e gridavano così forte
(sì alto) che io mi strinsi al poeta per timore (per sospetto).
«Venga Medusa: così lo faremo diventare (’l farem) di pietra (di
smalto)», dicevano tutt’e tre guardando in basso (giuso); «facemmo
male a non vendicare (mal non vengiammo) contro (in
Teseo il suo assalto».
«Voltati indietro e tieni gli occhi (lo viso) chiusi; perché se Medusa
(’l Gorgón) appare (si mostra) e tu la guardassi, sarebbe impossibile
(nulla sarebbe) ritornare sulla terra (suso)».
Così disse il maestro; ed egli stesso (elli stessi) mi voltò, e non
si accontentò (non si tenne) delle mie mani, ma mi coprì gli
occhi (non mi chiudessi) anche con le sue.

O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ’l velame de li versi strani.

E già venia su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo».

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta, e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.

IL MESSO CELESTE
O voi che avete la mente capace di intendere la verità (li ’ntelletti
sani), ammirate l’insegnamento morale (dottrina) che si cela
(s’asconde) sotto il velo (velame) di questi versi inconsueti (strani).
E già stava giungendo (già venìa) lungo l’acqua fangosa (su per
le torbide onde) un suono fragoroso (un fracasso d’un suon), spaventoso
(pien di spavento), per cui le rive opposte (amendue le
sponde [dello Stige]) tremavano,
non diverso (non altrimenti fatto) da quello di un turbine (vento)
impetuoso per l’incontro tra masse d’aria di diversa temperatura
(per li avversi ardori), che colpisce (fier) la selva e senza
alcun ostacolo (rattento)
schianta i rami, li abbatte e li scaglia lontano (porta fori); solleva
superbamente la polvere davanti a sé, e fa fuggire animali (fiere)
e uomini (pastori).
(Virgilio) mi tolse le mani (mi sciolse) dagli occhi e disse: «Ora
dirigi (drizza) l’acume della vista (il nerbo del viso) sulla schiumosa
superficie della palude antica (su per quella schiuma antica), verso
quella parte (per indi) in cui il fumo è più fastidioso (acerbo)».
Come le rane, di fronte alla biscia, loro naturale avversario (nimica),
si dileguano tutte per l’acqua, finché ciascuna (per mimetizzarsi)
si rannicchia su se stessa (s’abbica) nel fondo (a la
terra),
così io vidi moltissimi (più di mille) dannati (anime distrutte)
fuggire dinanzi al Messo celeste (un), che camminando passava
lo Stige con i piedi (piante) asciutti.
Scacciava (rimovea) dal volto quel fumo denso (aere grasso), muovendo
(menando) spesso la mano sinistra; e sembrava affaticato
(lasso) solo a causa di questo fastidio (angoscia).
Mi accorsi senza dubbio che questi era un angelo mandato
(messo) dal cielo, e mi rivolsi al maestro; ed egli mi fece segno di
tacere (ch’i’ stessi queto) e di inchinarmi a lui.
Quanto sdegnoso mi sembrava! Andò presso la porta e l’aprì
con una verghetta, in modo tale che (che) non ebbe nessuna
resistenza (ritegno).
«O cacciati dal cielo, gente disprezzata da Dio (dispetta)», cominciò
(a dire) sulla soglia orribile della porta, «da dove proviene
(ond’ ) questa (esta) superbia (oltracotanza) che si raccoglie
(s’alletta) in voi?
Perché vi opponete (recalcitrate) al volere divino (quella voglia)
il cui fine non può (non puote) mai essere impedito (mozzo =
troncato), e che anche in altre occasioni (più volte) vi ha fatto
accrescere la pena (doglia)?
A che vi serve (Che giova) contrastare (dar di cozzo) i decreti
divini (fata)? Se ben ricordate, il vostro Cerbero ne porta ancora
spelacchiato (pelato) il mento e il gozzo».
Poi si rivolse verso la via fangosa dello Stige (strada lorda), e
non ci rivolse alcuna parola (non fé motto), ma apparve nell’aspetto
esteriore (fé sembiante) come uno legato (cui… stringa)
e stimolato (e morda) da tutt’altra preoccupazione (altra cura)
rispetto a quella di colui che gli sta davanti; e noi ci dirigemmo
(movemmo i piedi) verso la Città di Dite (la terra), sicuri dopo
(appresso) le parole del Messo (parole sante).

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,

om’io fui dentro, l’occhio intorno invio;
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: «Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?».

Ed elli a me: «Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi».
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

PASSAGGIO AL SESTO CERCHIO
Entrammo dentro (li) senza alcuna opposizione (guerra); ed io,
che avevo desiderio (disio) di vedere attentamente (riguardar)
la natura del luogo e delle pene (condizion) che la Città di Dite
(tal fortezza) racchiude (serra),
appena fui entrato, osservo (l’occhio… invio) da ogni parte (intorno):
e vedo (veggio) dovunque (ad ogne man) un’immensa
pianura (campagna), piena di dolore (duolo) e di atroce (rio)
tormento.
Come presso Arles (Arli), dove ristagna il Rodano, e come presso
Pola, vicino al golfo del Quarnaro (Carnaro), che chiude (a
nordest) l’Italia e bagna i suoi confini (termini),
i sepolcri rendono (fanno) vario (varo) tutto il terreno (loco), così
avveniva (facevan) laggiù (quivi) in ogni parte, ma (salvo che) il
loro aspetto (’l modo) era ben più doloroso (amaro);
poiché intorno (tra) ai sepolcri (avelli) erano sparse (sparte)
delle fiamme, per le quali essi erano talmente (sì del tutto) arroventati
(accesi) che nessuna opera di fabbro (verun’arte) richiede
ferro più (rovente).
Tutte le coperture dei sepolcri (lor coperchi) erano sollevate
(sospesi), e ne uscivano lamenti così strazianti (duri) che sembravano
senza dubbio (ben) di spiriti infelici (miseri) e tormentati
(offesi).
Ed io: «Maestro, chi sono quei dannati che, sepolti in quei sarcofagi
(arche), si fanno sentire attraverso i loro dolorosi lamenti
(sospiri dolenti)?».
Ed egli: «Qui sono sepolti gli eretici (eresïarche) con tutti i loro
seguaci, di ogni setta, e le tombe sono piene di dannati (carche)
molto più di quanto tu non creda.
Qui sono sepolti insieme i seguaci di una stessa setta (Simile…
con simile), e i sepolcri (monimenti) sono più o meno
roventi (caldi)». E dopo che si fu voltato (vòlto) verso destra,
passammo tra le arche infuocate (i martìri) e le alte mura (spaldi)
della Città di Dite.

Eugenio Caruso - 30 ottobre 2018

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