Il federalismo degli anni novanta


In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtý"

Italia: vizi e virtý
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

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30. Il federalismo degli anni novanta

Dall'inizio degli anni '90 la Lega avvia un'appassionata campagna politica sul federalismo, argomento che da decenni era stato messo in naftalina. I giornalisti, che come al solito si rivelano impreparati alle novità, iniziano un'altrettanta veemente campagna di disinformazione sui rischi che il federalismo farebbe correre al Paese. I media, sempre in vena di ridicolizzare i barbari leghisti, si scatenano nell'intervista all'attore, al cantautore, alla pornostar, allo scrittore, allo scienziato, per sottolineare la posizione anti-federalista delle "persone importanti". Un elemento comune a tutte queste prese di posizione è la non conoscenza di cosa sia il federalismo e di come il federalismo sia stato un'idea portante della rivoluzione risorgimentale in Italia, prima che tale rivoluzione venisse imbrigliata dall'espansionismo sabaudo e di come esso abbia permeato tutta la storia politica e culturale del Paese.
Nell'Italia dei prefetti, lo scontro risorgimentale tra federalismo liberale e unitarismo democratico è stato rimosso da tempo, ma l'azione dei federalisti ha sensibilizzato gli studiosi più attenti e riportato quello scontro sul palcoscenico del dibattito politico. In ogni caso non si è molto lontani dal vero se si afferma che la storia del nostro Paese, dall'unificazione, non presenta elementi certi, che possano convincere della bontà dei risultati ottenuti con lo stato unitario, semmai elementi opposti, non ultimo la dittatura fascista che di quell'unitarismo è stata l'apoteosi e oggi il meridionalismo a oltranza che non accetta l’interruzione del flusso monetario che da Roma e da Bruixelles arriva al Sud per coprire l’incapacità degli amministratori locali. 
Intellettuali, uomini politici e della società civile si sono battuti per attuare in Italia un forte decentramento, prima, durante e dopo il Risorgimento, con le uniche pause degli anni bui del fascismo e del regime consociativo. Scriveva Niccolò Tommaseo «.... ogni cosa accerta quanto sia difficile comporre l'Italia in quella materiale unità politica che, da ultimo, riesce tanto comoda al governo dei despoti». Per Carlo Cattaneo, il capostipite dei federalisti italiani, il federalismo è la più valida garanzia della libertà civile e di quella politica, contro i rischi del dispotismo e dell'oppressione che lo stato unitario può generare. Anche il fondatore del partito popolare, don Luigi Sturzo, fu assertore del primato delle autonomie locali, rispetto alla burocrazia statale e alle sue regole di autoconservazione, mentre Luigi Einaudi affermava, essere la guerra il risultato del «dogma funesto della sovranità assoluta». Scriveva infine Norberto Bobbio, nel 1945, nel saggio introduttivo al volume di Cattaneo Stati Uniti d'Italia «Per chi vuol progredire, il federalismo, nella sua faccia rivolta verso il futuro, è una teorica di progresso; la democrazia degli stati accentrati ha già dato i suoi frutti e sono per la maggior parte frutti avvelenati. Ed è una teorica del progresso perché è una teorica di quell'unico ideale in nome del quale si compie e si matura ogni conquista civile: la libertà» (Cattaneo, 1991).
Lo stato italiano, fondato sul modello francese dello stato-nazione, ha fallito la propria missione, mitridatizzando gli italiani all'apologetica nazionalistica, a una classe politica centralizzatrice e arrogante e a una democrazia debole e di facciata.  Di fatto, in Francia il centralismo è stato costruito sulle basi della cultura liberale, nata con l'illuminismo e affermatasi dopo i travagli della rivoluzione, di termidoro, dell'impero e della restaurazione; quello italiano, invece, sull'onda di quella rivoluzione restauratrice, che porterà a trasferire a livello nazionale l'ordinamento del regno sabaudo senza rispetto per le autonomie, le pluralità, i valori dei singoli stati preunitari.
Giova osservare che anche in Francia, prima del definitivo successo della nation, vi fu lo scontro tra i girondini, che erano favorevoli a una costituzione federalista, avendo in mente, sia il modello confederativo americano, sia le teorie di Kant, Locke, Montesquieu, Rousseau e degli scrittori del Federalist, e i giacobini, che vedevano nel federalismo un ostacolo all'affermarsi dell'égalité che, secondo loro, poteva essere conquistata solo con uno stato unitario, secondo il principio hobbesiano che la società può funzionare solo attraverso un forte controllo centrale.
Le idee giacobine portavano invece il virus dell'assolutismo, che sfocerà, in Francia, nell'impero e, in tutt'Europa, nel trionfo dello stato unitario e centralista. Gli ideali kantiano della valorizzazione delle autonomie locali per realizzare la "pace perpetua" e rousseauiano della democrazia basata sulle piccole dimensioni per l'affermazione delle qualità positive dell'uomo, rimasero inattuati, mentre, grazie alla divinizzazione dello stato, sostenuta dall'idealismo tedesco, andarono in Europa accentuandosi il concetto della sovranità dello stato, a scapito della sovranità popolare, e il metodo della sopraffazione nei rapporti tra stato e stato, che condurrà alle due guerre mondiali.
Con il risorgimento, la spinta federalista s'infrange contro la politica annessionistica e centralista dei Savoia, contro la «dittatura burocratica», come dirà Augusto Monti su La Rivoluzione liberale, di Gobetti. Nel 1865 il governo Ricasoli decreta la definitiva sconfitta dei federalisti, con l'ordinamento che limita fortemente le autonomie locali grazie al rafforzamento del potere prefettizio, alla nomina regia dei sindaci e alla ristrettezza del suffragio. Il centralismo amministrativo, nonostante la tenace resistenza dei deputati lombardi, è riconfermato, nel 1888, con la riforma della legge comunale e provinciale del governo Crispi.
Il risorgimento, nato sia dall'aspirazione di dare all'espressione geografica Italia una dignità politica unitaria, ma anche sotto la spinta delle richieste di rinnovamento, della volontà di liberarsi dall'autoritarismo e della speranza di creare un'unità politica, salvaguardando la ricchezza delle culture e delle tradizioni locali, si trasforma in una rivoluzione incompiuta o meglio nell'ossimoro della rivoluzione restauratrice,che caratterizza tutti i movimenti rivoluzionari italiani.
Il progetto federalista rimane però vivo, sostenuto principalmente da repubblicani (Cecchini, 1974 - Colajanni, 1879 - Saffi, 1902 - Turati, 1900 - Casali, 1985), come Alberto Mario, Arcangelo Ghisleri, Napoleone Colajanni, Aurelio Saffi, socialisti, come Filippo Turati, Leonida Bissolati, Claudio Treves e dal comitato lombardo per il decentramento.
Verso la fine del secolo anche alcuni intellettuali meridionali iniziano a proporre istanze di tipo federativo. Lo stato unitario, che era stato difeso anche con l'illusione di permettere una crescita del Mezzogiorno, aveva sortito effetti contrari con un flusso netto di ricchezza da Sud a Nord, come aveva dimostrato Saverio Nitti (Nitti, 1958), tanto da far dire alla pubblicistica dell'epoca che «il matrimonio dell'unificazione si era trasformato in stupro», e al grande meridionalista Giustino Fortunato (Fortunato, 1926) «..i milioni dati in premio a un gran numero di fabbriche e di cantieri dell'Alta Italia sono estorti, nella massima parte, alle povere moltitudini del Mezzogiorno».
La tesi della necessità di un decentramento, per favorire l'economia del Sud, è difesa da un altro grande meridionale, Gaetano Salvemini (Salvemini, 1900), il vero erede di Cattaneo; egli si batte per una riforma dello stato centrata su federazioni regionali di comuni, un federalismo ascendente. Egli successivamente esce dallo Psi per condurre, più liberamente, la sua battaglia, dalle pagine della rivista L'Unità. Anche tra le forze cattoliche ritroviamo fautori del decentramento, quali Luigi Sturzo (Rossi, 1982) e Romolo Murri.
L'istanza federalista riemerge con forza dopo la prima guerra mondiale, perché si fa strada l'idea kantiana che la causa della guerra vada cercata nella logica della sovranità assoluta degli stati e del nazionalismo. Inoltre i problemi sorti dall'annessione all'Italia di Trentino, Alto Adige, Istria, Trieste, Gorizia, e dall'altra parte il gigantesco ingorgo burocratico creatosi a Roma, sono motivazioni molto forti per l'avvio di una riforma dello stato. Nel 1919, per associare i fautori dell'autonomismo, Salvemini costituisce una Lega, alla quale aderiscono gli amici dell'Unità, e che vede protagonisti Ugo Ojetti, Gino Luzzatto, Angelo Cecconi, Alessandro Levi, Piero Gobetti.
La discussione su quale federalismo scegliere se quello dal basso o quello dall'alto, se radicale o gradualista, se amministrativo o anche legislativo, se repubblicano o monarchico, era in atto, quando il fascismo, distillato di centralismo ad alta gradazione, pone fine, in Italia, a ogni discussione, segnando la definitiva sconfitta dei progetti autonomistici. La centralizzazione e il dirigismo fascisti e il processo di modernizzazione della società, degli anni venti e trenta, finiscono con lo stratificare e fossilizzare gli irrisolti problemi del rapporto tra potere e libertà e con il creare una rigidità nell'ordinamento e nella gestione dello stato che si protrarrà anche dopo la caduta del fascismo.
Con il Manifesto di Ventotene, redatto nell'estate del 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, riprende il discorso per un programma d'azione federalista ed europeista, da attuarsi dopo il crollo delle dittature in Europa. Il Manifesto, che si rifà all'insegnamento di Einaudi e dei federalisti inglesi, propone il superamento dello stato accentratore, con la costituzione di un'Europa di popoli federati. Scrive Spinelli, durante il confino a Ventotene, a proposito della sua scoperta del federalismo, «Tutti questi stati d'Europa obbedivano sopra ogni altra cosa alla legge della conservazione e dell'affermazione della propria sovranità. Fossero essi democratici o totalitari, erano sempre più nazionalisti, sempre più militaristi, sempre più pianificatori, sempre più dispotici. ... Lavorare per la creazione della federazione europea sarebbe stata un'azione diretta alla creazione di un potere reale e forte, ma questa volta la costruzione del potere avrebbe coinciso con la lotta contro le caratteristiche illiberali dello stato nazionale, avrebbe servito a consolidare le libertà umane e a dar loro un nuovo slancio. Machiavelli e Kant si riconciliavano nel mio spirito».
Il progetto federalista viene quindi portato avanti dal partito d'azione, nel quale erano confluiti Spinelli e Rossi, ma anche altri movimenti, a eccezione del Pci e dello Psiup, considerano positivamente proposte di federalismo interno ed esterno. In particolare Sturzo ed Einaudi riprendono la loro battaglia, anche Calamandrei, soprannominato "l'ultimo mohicano", si batte per il federalismo come strumento di pace.
Ancora una volta però le spinte federaliste cozzano contro un muro; con la fine della seconda guerra mondiale, infatti, inizia la guerra fredda e con essa nasce la necessità degli stati di chiudersi a testuggine per la difesa delle sfere d'influenza. In Italia, inoltre, la presenza del Pci, potenziale quinta colonna del blocco sovietico, tarpa definitivamente le ali a qualunque ipotesi di pluralismo amministrativo.
Le radici del pensiero federalista sono radicate nelle opere di grandi filosofi ed economisti: Kant, che vedeva nel federalismo lo strumento di negazione delle guerre, Proudhon, con il suo federalismo integrale, quale unico strumento per il trionfo della sovranità popolare, Hamilton, il più importante federalista americano, che ebbe la fortuna di vedere realizzate negli Usa le sue proposte, Rousseau, come de Tocqueville, sostenitore della democrazia di piccole dimensioni, che resta più sensibile alla tensione umana e sociale e che meglio consente di realizzare quella "volontà generale" nella quale confluiscono le "singole volontà", Cattaneo, l'unico degli intellettuali risorgimentali che teorizzò il federalismo in un'Europa federale e per il quale l'autogoverno era lo strumento più forte per la difesa della democrazia. Oggi quelle radici si sono irrobustite, grazie all'esperienza di molti paesi federalisti, e adeguate alle esigenze di una società moderna.
Agli inizi degli anni '90, il federalismo viene bollato come antistorico, il localismo viene chiamato razzismo. Le interviste ai leghisti vengono condotte raccogliendo, da sprovveduti montanari delle valli bergamasche, qualche testimonianza contro i terroni, in occasione di episodi di razzismo nel mondo non si perde l'occasione per tracciare un parallelismo con la Lega, gli inesperti leader leghisti incapaci di stare nei salotti buoni della politica, sono chiamati rozzi e sfascisti, forse proprio per i colpi da loro inferti alla partitocrazia. La tecnica dello zoom su ogni imprecisione linguistica o dello stralcio di quella parte di un discorso, che possa essere poi ridicolizzata è usata a piene mani. La forte reazione alla Lega di tutta la stampa è anche un fenomeno viscerale da attribuirsi al non aver saputo prevedere, né il fenomeno, né il suo successo. Decine di politologi, opinionisti, storici, sempre pronti a proporre scenari strategici e saggi d'alta politica, si sono sentiti defraudati dal semplice pragmatismo del signor Brambilla, e non hanno potuto fare altro che deridere; affermava Confucio "quando la mano indica la luna, lo sciocco guarda il dito". Osserva Bruno Vespa «Occorre riconoscere che, senza Umberto Bossi, questa parola sarebbe rimasta un'esclusiva degli studiosi di Carlo Cattaneo» (Vespa, 1999). E’ necessario, d’altra parte, notare che le istanze federaliste prendono rapidamente piede nelle valli bergamasche e Bossi non fa altro che seminare in un terreno già fertile. Nel 1454, infatti, quando la pace di Lodi mise fine alle guerre e guerricciole tra il ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, le popolazioni della Lombardia veneta ebbero una larghissima autonomia che il Senato veneto si guardava bene dal ridurre o intaccare. Le comunità lombarde potevano avere proprie truppe, non pagavano tasse alla Serenissima e avevano i propri ambasciatori.; ma, nei momenti di necessità, i bergamaschi non facevano mancare a Venezia uomini e danaro. Inoltre il lombardo veneto non ebbe mai grande simpatia per la monarchia sabauda tant’è vero che durante la prima guerra mondiale gli alpini del lombardo veneto non andavano all’assalto  al grido di “Avanti Savoia” ma con il nome del proprio battaglione. Alla caduta del fascismo istanze autonomiste e separatiste serpeggiarono nel comasco e nel varesotto. Per finire due fini intellettuali come Gianfranco Miglio e Ettore Albertoni tenevano vivo l’ideale federalista e iniziarono a porre le basi teoriche per uno stato federalista.
Se spicchiamo un salto storico e ci portiamo nell'anno 2000, ascoltando i discorsi di gran parte dei professionisti della politica, da Veltroni a Fini, da Rutelli a Casini, che solo pochi anni prima avevano sviluppato il teorema federalismo uguale a egoismo, razzismo e incultura, si ha la sensazione che da bambini siano stati tirati su a pane e federalismo. Lo citano a proposito e sproposito, ma per molti di loro non è altro che un vuoto slogan elettorale. Se spicchiamo, infatti, un altro salto e ci portiamo al 2010 vediamo che le intenzioni di Fini sul federalismo erano coerenti con un’ipotesi di rinnovamento che non portasse modifiche nei rapporti di forza nel mezzogiorno dove Fini e i cosiddetti finiani hanno il loro bacino elettorale.
Per concludere mi piace ricordare cosa dice  Enzo Cheli, professore di diritto costituzionale. giudicecostituzionale e, successivamente, presidente dell’Autorità per le telecomunicazioni: «Tre premesse per un tema sterminato come quello del federalismo. La prima è che nella scienza costituzionalista il tema delle autonomie si inquadra nella teoria delle forme di stato, dal momento che l’autonomia esprime una dimensione che si collega, da un lato, al rapporto tra popolo e Stato e, dall’altro, al rapporto tra territorio e Stato. La seconda premessa è che, nella teoria delle forme di Stato, l’autonomia è una qualità che tende, in particolare, a caratterizzare la forma dello Stato democratico. Se da un punto di vista formale il fondamento dello Stato democratico  viene individuato nell’attribuzione della sovranità al popolo, sul piano sostanziale la qualità democratica di un ordinamento viene misurata sul grado di “vicinanza” tra governanti e governati, sul modo come il potere risulta diffuso nella società e articolato in una pluralità di centri di decisione politica, così da realizzare, appunto, un determinato sistema di autonomie. Nell’esperienza comune questo sistema finisce, dunque, per rappresentare una sorta di indice, di misuratore del tasso di democraticità dei vari ordinamenti. La terza premessa è che, rispetto alla teoria delle forme di Stato, la nozione giuridica di autonomia viene, nella sostanza, a coincidere con la nozione politologa di pluralismo. …le autonomia che assumono rilievo maggiore sono, come è noto, quelle che attengono al pluralismo sociale … al pluralismo politico … e al pluralismo istituzionale» (Cheli, 2000).
Dopo che alcuni soloni del giornalismo hanno sentito il parere dell'attore, del cantautore, della pornostar, della velina, dello scrittore o dello scienziato, io, personalmente, preferisco dare la parola a un vero costituzionalista.

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Eugenio Caruso - 6 marzo 2019



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