Inferno, canto XIII. Suicidi e scialacquatori

Nel precedente aditoriale avevo commentato Il fedone di Platone, faccio seguire ora il tredicesimo canto dell'inferno per confrontare le concezioni che dei suicidi dànno il filosofo e il poeta. Nel dialogo del Fedone, i discepoli di Socrate, supponendo che l'anima possa essere immortale, ipotizzano che il suicidio potrebbe essere un atto che innalza il livello dell'anima dopo la morte. Dante seguendo Tommaso d'Aquino considera i suicidi tra i peggiori peccatori.

Commento al canto XIII.
I due poeti, attraversato il Flegetonte grazie all'aiuto del centauro Nesso, incontrato nel precedente canto, si ritrovano in un bosco tenebroso (l'intero episodio ha un precedente nell'Eneide virgiliana. Libro III. Vedi sotto). Non ci sono sentieri (vedremo poi che ciò è dovuto alla nascita casuale delle piante e al fatto che il dover farsi strada tra gli sterpi sia parte della pena degli scialacquatori). Non ci sono piante verdi, ma di colore scuro, non rami dritti ma nodosi e contorti, nessun frutto ma solo spine avvelenate.
Virgilio, prima di entrare nel bosco, ricorda a Dante che si tratta del secondo girone del VII cerchio, quello dei violenti contro sé stessi. Inoltre la guida dice a Dante di guardare bene, che vedrà cose a cui non crederebbe se gli venissero raccontate. Infatti Dante nota come si sentano lamenti ovunque senza vedere nessuno, al che pensa che ci siano delle anime nascoste tra la boscaglia. Virgilio gli legge nel pensiero e lo invita a troncare un rametto da una pianta perché la sua idea venga confutata. Inizia al verso 25 lo stile arzigogolato di figure retoriche tipico di questo canto, ispirato allo stile ufficiale delle lettere dei funzionari di Stato come Pier della Vigna che si incontrerà tra breve: "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse".
Questa foresta quindi è mostruosamente intricata e il poeta si sofferma nel descrivere i dettagli più angoscianti perché il lettore non immagini il luogo come un ameno boschetto: niente foglie, frutti e fiori, e al posto del cinguettio degli uccelli si sentono solo le grida delle arpie e i lamenti. Non dobbiamo poi immaginare maestosi alberi ad alto fusto, ma sterpi, arbusti nodosi, come ve ne sono in Maremma, alti comunque abbastanza da appendere un corpo umano (come verrà detto ai vv. 106-108). È la selva dei violenti contro se stessi, suicidi e scialacquatori, come preannunciato nello schema dell'Inferno nell'XI canto. Per Dante la violenza contro se stessi è più grave della violenza contro il prossimo, confermando in pieno la visione teologica di san Tommaso d'Aquino: il comandamento di "amare il prossimo tuo come te stesso" postula prima un amore verso la nostra persona in quanto riflesso della grazia e della grandezza divina.
Dante "coglie" un ramicello da un grande arbusto e viene sorpreso dal grido "Perché mi schiante?" seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Di nuovo arrivano parole dalla pianta "Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi" cioè "perché mi laceri? Eravamo uomini e ora siamo piante, perciò la tua mano dovrebbe essere più clemente". Al che Dante impaurito lascia subito il ramo. Come quando si brucia un legno verde, dal quale esce liquido linfatico da un capo e l'altro cigola soffiando vapore, così dal punto della frattura "usciva[no]" parole e sangue (Dante usa il verbo al singolare per indicare i due sostantivi).
Si tratta quindi di uomini trasformati in piante, un decadimento verso una forma di vita inferiore, pena principale dei dannati di questo girone. Questa situazione paradossale si manifesta anche in maniera pratica nel canto: i due pellegrini non hanno un volto da guardare e in due occasioni essi non capiscono se il dannato ha finito di parlare o stia per continuare, perché non possono vedere l'espressione del suo volto. La figura dell'albero sanguinante., come già detto, è ripresa dal III canto dell'Eneide, dove si narra dell'episodio di Polidoro: Enea, sbarcato sulle rive del mare di Tracia, vuole preparare un'ara e strappa alcuni rami da una pianta, ma dal legno troncato esce sangue, seguito, dopo alcuni tentativi, dalle parole di Polidoro, l'ultimogenito di re Priamo, che in segreto lo aveva affidato al re di Tracia affidandogli un'ingente quantità d'oro perché Troia era sotto assedio. Egli si è trasformato in pianta dopo essere stato trucidato e crivellato dalle frecce di Polimestore per impadronirsi del suo oro. Polidoro a questo punto invita Enea a lasciare al più presto quella terra maledetta. Al verso 48 Dante ammette di aver usato come fonte Virgilio, anzi è il poeta stesso che dice come quella scena Dante l'abbia veduta già nella "sua" rima.
A questo punto Virgilio dice che se Dante avesse saputo non avrebbe tagliato il ramoscello, ma in verità era necessario che Dante lo recidesse per il processo pedagogico della Commedia, affinché conoscesse la pena di questi dannati e promette che comunque in riparazione del danno, se vorrà presentarsi, Dante potrà ricordarlo tra i vivi. Il tronco, adescato dalle dolci parole, non può tacere e spera di non annoiarli se li "invischierà" un po' con i suoi discorsi: si notino due verbi tipicamente mutuati dalla caccia, passatempo tipico della corte di Federico II di Svevia, come adescare, prendere con l'esca, e invischiare, afferrare con vischio. Il tono della conversazione si alza e diventa ricercato e artificioso, con rime difficili, discorsi intricati e ricchi di figure retoriche come ripetizioni, allitterazioni, metafore, similitudini, ossimori, ecc.
L'anima finalmente si presenta: egli è colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico II (quella dell'aprire e del chiudere, ovvero del sì e del no, immagine presente anche nel Libro di Isaia a proposito di Re Davide), e che le girò aprendo e chiudendo così soavemente da diventare l'unico partecipe dei segreti del sovrano; compì il suo incarico glorioso con fedeltà, perdendo prima il sonno e poi la vita; ma quella meretrice che non manca mai nelle corti imperiali, cioè l'invidia, mise gli occhi su di lui e infiammò contro di lui tutti gli animi; e questi infiammarono a loro volta l'Imperatore, che mutò gli onori in lutti. Il suo animo allora, per spirito di sdegno, credendo di sfuggire lo sdegno del sovrano con la morte, fece contro di sé ingiustizia sebbene fosse nel giusto. Ma giurando sulle nuove radici del suo legno (la sua morte non è avvenuta da molto), egli proclama la sua innocenza, e se qualcuno di loro (dei due poeti) tornasse nel mondo dei vivi, il tronco prega di confortare lassù la sua memoria, ancora abbattuta del colpo che le diede l'invidia.
In tutta questa lunga perifrasi il dannato non ha mai pronunciato il suo nome, ma ha lasciato elementi sufficienti per la sua identificazione: si tratta di Pier della Vigna, ministro di Federico II che ebbe una brillante carriera nella corte imperiale, almeno fino al culmine nel 1246, quando fu nominato protonotaro e logoteta del Regno di Sicilia ed era di fatto il consigliere più potente e vicino al sovrano. Nel 1248, dopo la sconfitta di Vittoria, l'Imperatore cominciò a perdere fiducia nel suo consigliere e un anno dopo, forse a causa di un sospetto di complotto, venne arrestato a Cremona e incarcerato a San Miniato al Tedesco (o a Pisa), dove venne accecato con un ferro arroventato; dopodiché si suicidò pare fracassandosi la testa contro il muro della cella. La sua vicenda atroce destò molto scandalo all'epoca e molte storie circa suoi presunti complotti, spesso frutto di voci non vere. In ogni caso la storiografia moderna ha trovato a suo carico un colloquio sospetto con Papa Innocenzo IV a Lione e alcuni rilevanti abusi di potere.
Dante stesso è colpito da una forte pietà verso il dannato, tanto che non riuscirà a porgergli alcuna domanda e dovrà farlo Virgilio per lui. Il poeta inoltre ribadisce la sua innocenza, anche se da un punto di vista teologico questa costituisce un'aggravante al suicidio, perché uccidendosi egli ha tolto la vita a un innocente.
Virgilio, su richiesta di Dante, chiede quindi come le anime si trasformino in piante e se alcuna di esse si divincoli mai da tale forma. Di nuovo il tronco soffia prima forte e poi da quel "vento" tornano le parole: "Brevemente vi sarà risposto: quando l'anima feroce del suicida si separa dal corpo dal quale essa stessa si è distaccata con la forza, Minosse (il giudice infernale), la manda al settimo cerchio, dove cade nella selva a caso, dove la fortuna la balestra (ancora linguaggio venatorio). Lì nasce un ramoscello, poi un arbusto: le Arpie mangiando le sue foglie gli arrecano dolore e il dolore si manifesta in lamenti. Poi Pier delle Vigne racconta come, dopo il Giudizio universale, le loro anime trascineranno i corpi alla foresta e li appenderanno ciascuna al suo tronco, senza riunirsi con essi poiché non è giusto riprendere ciò che ci si è tolti. Questa è un'invenzione puramente dantesca e nessun teologo parla di questa condizione speciale dei suicidi dopo il Giudizio Universale. L'idea del bosco dove penzolano macabramente i corpi dei suicidi è una delle più cupe rappresentazioni dell'Inferno.
I due poeti sono ancora in attesa di altre parole dal tronco quando la scena cambia improvvisamente. Si sentono rumori di caccia, come chi si senta venire incontro un cinghiale braccato da cani e cacciatori e che senta gli animali e le frasche spezzate. Ed ecco che dal lato sinistro Dante vede due anime nude e piene di graffi che scappano per la selva spaccando rami dappertutto (si tratta di un esempio di caccia infernale o caccia selvaggia). Quello più avanti invoca: "Or accorri, accorri morte!", intesa probabilmente come seconda morte che annullerebbe le loro pene, mentre quello più dietro lo chiama, ricordando a "Lano" che non fuggiva così veloce dalle Giostre del Toppo dov'era caduto in battaglia. Stremato il secondo si nasconde dietro un cespuglio, ma arriva una schiera di cagne nere, che come veltri lo raggiunge e lo lacera a brandelli, portando via le sue membra dolenti.
I due fuggiaschi braccati, sono, secondo lo schema del canto, due violenti contro i loro beni, i cosiddetti "scialacquatori" (usando una parola che non appartiene al vocabolario di Dante) e dalle parole che pronunciano si può risalire alla loro identità. Sono il senese Lano da Siena, forse già membro della brigata spendereccia e morto alle Giostre del Toppo, e Jacopo da Sant'Andrea, oggetto di numerosi aneddoti su come distrusse con leggerezza le sue proprietà. La differenza tra il peccato degli scialacquatori e quello dei prodighi sta nelle intenzioni: i primi avevano scopi distruttivi (si cita sempre l'esempio di Jacopo che aveva dato a fuoco le proprie case per diletto), mentre i secondi non sapevano contenere la loro indole a spendere, desiderando solo accumulare beni con rapacità.
Dopo la parentesi della caccia infernale, la scena torna silenziosa e meditativa: Virgilio indica a Dante il cespuglio dove si era riparato Jacopo e questi lo vede tutto piangente per le numerose ferite riportate durante l'assalto. Esso si lamenta contro Jacopo da Sant'Andrea ("Che t'è giovato di me far schermo? / Che colpa ho io della tua vita rea?"), poi Virgilio gli chiede di parlare un po' di sé. Il cespuglio prega prima malinconicamente i due pellegrini di raccogliere le sue fronde e metterle ai suoi piedi. Poi inizia a dire che è fiorentino, non nominando la città ma compiendo una lunga perifrasi: dice che era della città che cambiò il primo patrono in San Giovanni Battista, riferendosi alla diffusa leggenda che l'antica Florentia romana fosse una città dedicata al dio Marte. Per questo il primo padrone, dio della guerra e della discordia, continua a perseguitarla "con la sua arte", rendendola sempre triste."Per fortuna che almeno resti un frammento di statua colloco al passaggio sull'Arno, altrimenti coloro che la ricostruirono dopo la distruzione di Attila avrebbero lavorato invano. "Il cespuglio si sta riferendo alla statua che i fiorentini credevano raffigurasse Marte e che si trovava alla testa dell'antico Ponte Vecchio (ricostruito nel Trecento). Questa statua smozzicata, citata da vari cronisti, era il resto di un cavallo di una statua equestre della quale nessuno ricordava l'origine. Poiché non si conoscono statue equestri di Marte, gli storici moderni hanno avanzato l'ipotesi che si trattasse forse di un'effigie di Totila, il re degli Ostrogoti, che fu responsabile della distruzione di Firenze nel 550.
La presenza di questo "palladio" veniva vista come una protezione per la città: nel 1333 fu travolto da un'alluvione e i più pessimisti vi videro un preannuncio della peste nera (1348). In ogni caso al tempo di Dante esso esisteva ancora. Il canto si chiude con un verso lapidario, l'unico sulla biografia del dannato: "Io fei gibetto a me de le mie case", cioè "io feci la mia forca (gibetto è un francesismo da gibet) nelle mie case", ovvero "mi impiccai in casa mia". La drammatica scena dell'appeso, anonimo come tanti fiorentini che in quegli anni di boom economico non stavano al passo e si toglievano la vita, è permeata del senso di solitudine del suicidio.
I suicidi sono trasformati in piante, forma di vita inferiore, perché essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi: perciò (per analogia) non sono degni di avere il loro corpo. Perfino dopo il Giudizio Universale essi saranno i soli a non rientrare nel proprio corpo, ma lo trascineranno e lo appenderanno ai loro rami. La questione del sangue e delle ferite è solo un accrescimento della pena o semmai va intesa come il fatto che essi, che versarono il proprio sangue per mano propria, ora lo vedono versato per mano altrui. Gli scialacquatori, che distrussero le proprie sostanze, adesso (anche qui per analogia) vengono fatti a pezzi (a brano a brano) da cagne nere fameliche.

Versi 1 – 3
Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Nesso non era ancora arrivato dall’altra parte, quando noi ci inoltrammo in un bosco che non era attraversato da nessun sentiero.
Il primo verso stabilisce un rapporto di continuità narrativa col canto precedente: Nesso è il centauro che nel Canto XII ha mostrato a Dante e Virgilio i violenti, dannati in un fiume di sangue bollente. “L’altra parte” (“di là” nel testo) è appunto la riva opposta del fiume rispetto a quella dove ora si trovano Dante e Virgilio: Nesso infatti ha appena accompagnato i due pellegrini al di là del fiume e ora si è voltato per tornare indietro. Il canto si apre con il centauro che non è ancora arrivato alla sponda da cui era partito.

Versi 4 – 6
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non vi erano fronde verdi, ma di colore scuro; non rami dritti, ma nodosi e aggrovigliati; non frutti, ma rovi avvelenati.

Versi 7 – 9
Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Non dispongono (per vivere) di una sterpaglia aspra e fitta come questa nemmeno le fiere selvatiche nemiche dei luoghi coltivati (che sono) tra Cècina e Corneto (sono i confini della Maremma, considerata, allora, uno dei luoghi più selvaggi e inospitali d’Italia).

Versi 10 – 12
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Qui fanno i loro nidi le luride Arpie, che cacciarono i Troiani dalle Strofadi, con la triste profezia di una sventura futura. Il riferimento è a un passo dell’Eneide in cui si narra di come le arpie imbrattano con i loro escrementi le mense dei Troiani, costringendoli a fuggire dalle isole Strofadi. In quest’episodio l’arpia Celeno profetizza ad Enea e ai suoi compagni le sventure in cui incorreranno nel proseguimento del loro viaggio (è questo il “tristo annunzio di futuro” al v. 12).

Versi 13 – 15
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

Hanno ali larghe, e colli e visi umani, piedi con artigli e il grande ventre pennuto; emettono strani lamenti da sopra gli alberi.

Versi 16 –21
E ’l buon maestro “Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone”,
mi cominciò a dire, “e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone”.

E il buon maestro mi cominciò a dire: “Prima di addentrarti ulteriormente, sappi che sei nel secondo girone, e vi resterai fino a che non giungerai all’orribile landa di sabbia (sabbione). Perciò guarda bene; vedrai cose che (se le raccontassi) toglierebbero credibilità alle mie parole”. Il secondo girone del settimo cerchio è costituito da un bosco nel quale vengono puniti i violenti contro se stessi, e dunque in primo luogo i suicidi, le anime dei quali, come si vedrà, sono rinchiuse all’interno delle piante che Dante vede attorno a sé. Il contrappasso è abbastanza evidente: come in vita essi ebbero in spregio il loro corpo, giungendo a liberarsene, ora sono costretti a vivere in un corpo che non è umano, ma solo vegetale.

Versi 22 – 24
Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
Io sentivo emettere lamenti da ogni direzione e non vedevo nessuno che lo facesse; per cui mi fermai tutto smarrito.

Versi 25 –30
Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi”.
Credo che Virgilio credette che io credessi che tutte quelle voci, in mezzo a quei rami (tra quei bronchi), uscissero da gente che si nascondesse a causa nostra. Perciò disse il maestro: “Se tu spezzi qualche ramoscello (fraschetta) di una di queste piante, i pensieri che stai facendo si interromperanno tutti (si faran monchi: non avranno seguito)”.

Versi 31 – 33
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.

Allora allungai un poco la mano, e colsi un ramoscello da un grande cespuglio; e il suo tronco gridò: “Perchè mi spezzi?”

Versi 34 – 39
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”.
Divenuto poi scuro di sangue, riprese a dire: “Perche mi strappi? Non hai tu nessuno spirito di pietà? Eravamo uomini e ora siamo stati trasformati in sterpi: la tua mano avrebbe dovuto essere ben più pietosa, anche se fossimo state anime di serpenti”.

Versi 40 – 45
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

Come un ramo verde, quando viene bruciato ad una estremità, dall’altra emette gocce di linfa (geme) e produce un suono acuto (cigola) per l’evaporazione. Allo stesso modo dal ramo spezzato uscivano insieme parole e sangue; per cui io lasciai cadere la cima del ramo, e mi fermai come chi raggela di paura.

Versi 46 – 51
“S’elli avesse potuto creder prima”,
rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
ciò c’ ha veduto pur con la mia rima,

on averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
“Se egli avesse potuto credere già da prima,” rispose il mio saggio, “oh anima offesa, ciò che ha visto soltanto attraverso la mia poesia, non avrebbe allungato la mano contro di te; ma il fatto che la cosa non fosse credibile mi ha spinto ad indurlo a una azione (ovra, opera) che rincresce a me per primo. All’origine di tutta l’invenzione dei rami che piangono e sanguinano c’è l’episodio virgiliano di Polidoro: Enea, giunto nella terra di Polinestore, strappa delle fronde per coprire l’area dell’altare appena eretto; da esse vede colare sangue nero e sente la voce del giovane principe Polidoro che gli racconta la sua tragica fine. Enea apprende che le fronde altro non sono che il risultato della metamorofsi delle lance con cui il giovane è stato trafitto: il cadavere giace lì sotto, ma non perfettamente sepolto, sicché l’anima non è entrata nell’Ade. Enea si affretta a tumulare degnamente Polidoro e riparte, lasciando per sempre quel luogo. Questi fatti, narrati nel libro terzo dell’Eneide, sono la “rima” cui Virgilio fa riferimento al v. 48.

Versi 52 – 54
Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece”.
Ma digli chi sei stato, in modo che invece di porgerti semplicemente le sue scuse, egli possa rinnovare la tua fama su nel mondo, dove gli è consentito (lece: lat. licet) tornare”.

Versi 55 – 63
E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi
E il tronco disse: “A tal punto mi alletti con parole così dolci, che non posso tacere, e non vi dispiaccia il fatto che io mi metta un po’ a raccontare. Io sono colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico, e che le girai, chiudendo ed aprendo, con tanta dolcezza, he allontanai dalla sua confidenza (secreto) quasi ogni altra persona; fui tanto fedele al mio glorioso incarico, che per esso perdei il sonno e infine la vita (i polsi: il luogo in cui pulsa la vita). A parlare è Pier delle Vigne, il grande cancelliere e consigliere di Federico II di Svevia, autore tra l’altro di alcune liriche ascritte alla scuola poetica siciliana. L’immagine delle due chiavi, che sono quelle che rispettivamente aprono e chiudono il cuore dell’imperatore, rende bene l’idea della totale e a tutti nota fiducia nutrita da Federico nei confronti del suo consigliere. Questa grande confidenza che lega i due uomini è tuttavia all’origine della brutta fine di Pier delle Vigne: il suo legame privilegiato con l’imperatore attira su di lui le antipatie degli altri membri della corte, che per vendicarsi lo discreditano agli occhi del sovrano; il cancelliere, non potendo tollerare il disonore, sceglie per dignità di darsi la morte, e per questo finisce dannato tra i suicidi.

Versi 64 – 69
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
La meretrice (l’invidia), che non distolse mai dal palazzo imperiale (ospizio di Cesare) lo sguardo venale, rovina di tutti e vizio delle corti, infiammò contro di me tutti gli animi; e quelli, infiammati (i cortigiani, accesi d’invidia), accesero d’ira l’imperatore (Augusto), tanto che i miei lieti onori si convertirono in tristi sventure.

Versi 70 – 72
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Il mio animo, credendo con gusto sprezzante, di evitare il disprezzo dandosi la morte (suicidandosi), mi rese ingiusto contro me stesso, che ero giusto.

Versi 73 – 78
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede”.
Vi giuro sulle recenti radici di questo albero che non ho mai tradito la mia fedeltà al mio signore, che fu tanto degno d’onore. E se qualcuno di voi ritorna nel mondo terreno, risollevi il ricordo che si ha di me, che è ancora prostrato a causa del colpo che l’invidia gli ha inferto”.

Versi 79 – 81
Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
disse ’l poeta a me, “non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace”.
Dopo aver atteso un poco il poeta (Virgilio) mi disse: “Poichè tace, non perdere l’occasione (l’ora); ma parla e ponigli una domanda, se vuoi ascoltare dell’altro”.

Versi 82 – 84
Ond’ïo a lui: “Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”.
Per cui io gli dissi: “Interrogalo nuovamente tu, su quello che credi che esaudisca il mio desiderio; io non potrei farlo, tanta compassione mi opprime il cuore”.

Versi 85 – 90
Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega”.
Allora ricominciò: “Possa esserti fatto generosamente ciò che le tue parole supplicano, spirito incarcerato, ma tu abbi la cortesia (ti piaccia) di continuare a parlarci di come l’anima resta legata a questi sterpi nodosi (nocchi); e dicci, se puoi, se qualcuna (qualche anima) si libera mai da tali membra”.

Versi 91 – 99
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
“Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
Allora il tronco soffiò forte, e poi quel vento si tramutò in una voce che diceva: “Vi sarà risposto in breve. Quando l’anima crudele si separa dal corpo dal quale essa stessa si è strappata, Minosse la manda alla settima porta. Cade nella selva, e non le è assegnato un luogo preciso; ma dove la sorte (come fosse una balestra) la scaglia, là germoglia con la stessa facilità del seme di spelta (pianta infestante).

Versi 100 – 108
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”.
Cresce come uno stelo, e poi come pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi delle sue foglie, producono insieme dolore (per le ferite) e varco al manifestarsi del dolore stesso (al dolor fenestra). Come le altre anime, anche noi verremo per riprendere i nostri corpi (nel giorno del giudizio), ma non perché possiamo rivestirci di essi – perché non è giusto che uno abbia indietro ciò che si è tolto da sé li trascineremo qui, e i nostri corpi saranno impiccati nel triste bosco, ciascuno all’albero (pruno) germogliato dalla propria anima (ombra) infesta (molesta in quanto lo uccise)”.

Versi 109 – 114
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
Noi eravamo ancora attenti al tronco, credendo che ci volesse dire dell’altro, quando fummo sorpresi da un rumore, come accade a colui (il cacciatore) che sente arrivare al luogo dove è appostato (a la sua posta) il cinghiale, e dietro tutta la turba dei cani e dei battitori (la caccia) e sente il calpestio delle bestie e il fruscio delle frasche (da loro smosse).

Versi 115 – 117
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
Ed ecco che comparvero due (uomini) dal lato sinistro, nudi e graffiati, che scappavano così velocemente che rompevano ogni ramo (rosta: frasche) della selva.

Versi 118 – 120
Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte

e gambe tue a le giostre dal Toppo!”.
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
Quello davanti gridava: “Vieni, morte, vieni!” e l’altro, a cui sembrava di esser troppo lento, gridava: “Lano, non furono così abili le tue gambe agli scontri (le giostre) presso il Toppo!” E dato che forse gli veniva meno (fallìa) il fiato, fece un solo nodo di sè e di un cespuglio (gettandocisi dentro). I due personaggi sono nell’ordine: – Lano di Ricolfo Maconi, giovane senese ricchissimo che dilapidò tutte le sue sostanze e che, per non affrontare la povertà in cui si era ridotto, si procurò la morte lanciandosi deliberatamente tra i nemici nella battaglia del Toppo, tra senesi e aretini. – Iacopo da Santo Andrea, padovano, celebre per diversi episodi di prodigalità sfrenata. I due sono due scialacquatori, colpevoli della violenza furiosa contro i propri beni fino alla completa distruzione di essi, e puniti in questo girone con la trasformazione in prede di una caccia sfrenata – anticipata dalla similitudine ai vv. 112 -114 – che vede nel ruolo di cacciatori due segugi infernali, cani-diavolo che costituiscono un soggetto ricorrente dell’immaginario medievale.

Versi 124 – 129
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Dietro a loro la selva era piena di cagne nere, affamate e in corsa, come cani da caccia liberati dalla catena. Affondarono i denti in quello che s’era nascosto, e lo lacerarono smembrandolo a brandelli; poi si portarono via quelle membra dolenti.

Versi 130 – 132
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
Allora la mia guida mi prese per mano, e mi portò al cespuglio che piangeva attraverso le ferite che sanguinavano invano (perché non erano servite alla salvezza di Jacopo).

Versi 133 – 138
“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?”.

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: “Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?”.
“O Iacopo di Sant’Andrea,” diceva, “a che t’è servito farti riparo di me? Che colpa ne ho io della tua vita colpevole?” Quando il maestro si fermò presso di lui, disse: “Chi fosti (in vita), tu che attraverso le tante punte (dei tuoi rami spezzati) soffi insieme al sangue queste parole dolorose (sermo: sermone, discorso)?”

Versi 139 -150
Ed elli a noi: “O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
Ed egli ci rispose: “O anime, che siete giunte a vedere il turpe strazio che mi ha strappato in questa maniera le mie fronde, raccoglietele ai piedi dell’infelice cespuglio (cesto: cespite). Io fui di quella città che cambiò il suo primo protettore (il dio Marte) con San Giovanni Battista (cioè Firenze) ragion per cui lui (Marte) la tormenterà per sempre con la sua arte (cioè con la guerra); e se non fosse che presso il ponte sull’Arno rimane ancora qualche sua immagine (una statua equestre di epoca gotica che i fiorentini ritenevano essere una statua di Marte tolta dal tempio del dio), quei cittadini che la rifondarono sulle ceneri rimaste dopo il passaggio di Attila (in realtà per Firenze era passato Totila, non Attila), l’avrebbero ricostruita inutilmente (lett. avrebbero lavorato invano: perché il dio l’avrebbe interamente distrutta di nuovo).

Verso 151
Io fei gibetto a me de le mie case”.
Io feci della mia casa la mia forca (vale a dire mi impiccai in casa)”. Riguardo all’identità dell’anonimo suicida sono stati avanzati i nomi di Lotto degli Agli e di Rocco de’ Mozzi. In realtà coloro che all’epoca di Dante si impiccarono nella propria casa a Firenze sono moltissimi cosicché risulta impossibile fare ipotesi sicure. Appare anzi lecito pensare che l’intento di Dante in questo passo sia proprio quello di sottolineare l’incidenza abnorme dei suicidi nella sua città, e che la scelta di lasciare anonimo il personaggio sia una scelta funzionale proprio a questo scopo.

ENEIDE LIBRO III
Una folta selvetta. In questa entrando
Per di fronde velare i sacri altari,
Mentre de’ suoi più teneri e più verdi
Arbusti or questo, or quel diramo e svelgo
Orribile a veder, stupendo a dire,
M’apparve un mostro: chè divelto il primo
Da le prime radici, uscîr di sangue
Luride gocce, e ne fu ’l suolo asperso.
Ghiado mi strinse il core; orror mi scosse
Le membra tutte; e di paura il sangue
Mi si rapprese. Io le cagioni ascose
Di ciò cercando, un altro ne divelsi;
Ed altro sangue uscinne: onde confuso
Vie più rimasi, e nel mio cor diversi
Pensier volgendo, or de l’agresti ninfe,
Or del scitico Marte i santi numi
Adorando, porgea preghiere umíli,
Che di sì fiera e portentosa vista
Mi si togliesse, o si temprasse almeno
Il diro annunzio. Ritentando ancora,
Vengo al terzo virgulto, e con più forza
Mentre lo scerpo, e i piedi al suolo appunto,
E lo scuoto e lo sbarbo (il dico o ’l taccio?),
Un sospiroso e lagrimabil suono
Da l’imo poggio odo che grida e dice:
Ahi! perchè sì mi laceri e mi scempi?
Perchè di così pio, così spietato
Enea, vèr me ti mostri? A che molesti
Un ch’è morto e sepolto? A che contamini
Col sangue mio le consanguinee mani?
Chè nè di patria nè di gente esterno
Son io da te; nè questo atro liquore
Esce da sterpi, ma da membra umane.
Ah! fuggi, Enea, da questo empio paese:
Fuggi da questo abbominevol lito:
Chè Polidoro io sono, e qui confitto
M’ha nembo micidiale e ria semenza
Di ferri e d’aste che dal corpo mio
Umor preso e radici, han fatto selva.

Eugenio Caruso - 14 giugno 2019

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