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Inferno, canto XIV. I bestemmiatori

Nel precedente articolo l'Eutifrone di Platone i due filosofi hanno discettato su cosa debba essere considerato pio e cosa empio nei confronti degli dei, in questo canto (terzo girone del settimo cerchio) Dante condanna i violenti contro Dio, i bestemmiatori.

Il Canto XIV inizia ricollegandosi al XIII: il poeta, sia, impietosito dalle parole del concittadino anonimo suicida trasformato in arbusto e, sia, straziato dalla lotta tra uno scialacquatore e i cani infernali avvenuta tra i suoi rami, poiché "carità del loco natio mi strinse", raduna i rami spezzati, come richiesto nel canto precedente, e li mette alla base della pianta "fioca" cioè muta, oppure esausta.
Dante e Virgilio arrivano al confine tra i due cerchi dove vedono la tremenda mano della giustizia che punisce senza deroga i nuovi dannati. Qui c'è una landa senza vegetazione, alla quale la selva dei suicidi fa da "ghirlanda", come a essa lo fa il fosso del Flegetonte (Dante vuole forse ricordare il fiume di sangue bollente passato due gironi prima, perché presto ne dovrà riparlare). Qui i poeti si fermano sull'orlo della spiaggia, simile a quella che calpestò Catone Uticense (vicenda narrata da Lucano nella Pharsalia), e, dopo un'invocazione a Dio, il poeta passa a descrivere le anime punite: esse sono nude (tutti i dannati sono nudi, ma a volte Dante lo ricorda solo per sottolineare la loro miseria) e molto numerose; tutte piangono ma non tutte seguono una stessa legge.
Alcune infatti giacciono supine, le più tormentate, altre son sedute, altre ancora, più numerose, corrono senza sosta. Il tutto è coronato da una continua pioggia di fuoco, che cade sulla sabbia, fitta come la neve che cade sulle Alpi quando non c'è vento. Non esiste un contrappasso preciso: si può solo dire che, come la pioggia infuocata distrusse Sodoma, così tormenta i dannati. Inoltre un fatto così innaturale come il piovere fuoco invece che acqua è consono a coloro che andarono contro le leggi naturali. Potrebbe infine essere un riferimento ai versetti del salmo 10, "Farà piovere sugli empi/brace, fuoco e zolfo,/vento bruciante toccherà loro in sorte".
Dante non spiega chi siano questi dannati, ma lo farà gradualmente nei prossimi tre canti: gli sdraiati sono i violenti contro Dio (bestemmiatori), quelli che corrono i violenti contro natura (sodomiti) e quelli seduti sono i violenti contro natura ed arte (gli usurai). Una volta tanto nella presentazione dei dannati nei canti successivi Dante non seguirà l'ordine di peccato dal meno al più grave, ma inizierà dai bestemmiatori per finire con gli usurai.
Nell'Inferno la sabbia prende fuoco facilmente, come l'esca sotto l'acciarino ("focile", nell'antico significato), e raddoppia la pena del dannati, bruciati dall'alto e dal basso. Infine Dante è colpito dal movimento senza sosta delle mani dei dannati, che si sventolano per scansare l'"arsura fresca", un ossimoro per indicare le nuove fiammelle.
Dante si rivolge quindi a Virgilio e non è ben chiaro perché senta il bisogno di ricordargli che Virgilio riesce sempre in tutto tranne che contro i diavoli davanti alla porta del basso Inferno. L'episodio del Canto VIII viene forse ripreso per il suo significato allegorico, come la ragione (simboleggiata dal poeta latino) non possa comunque vincere i peccati di malizia senza l'aiuto divino (infatti nel canto appare il messo celeste). L'Alighieri gli chiede chi sia quella grande figura (grande nel fisico o grande di animo?) che pare non si curi dell'incendio e sta sdraiata sprezzante e torva come se la pioggia di fuoco non lo martirizzasse.
E quest'uomo sdraiato, accortosi che si parlava di lui, grida: "Io sono da morto quello che ero da vivo (un bestemmiatore). Giove può stancare quanto vuole il suo fabbro dal quale prese il fulmine che mi schiantò; e può stancare anche tutti i ciclopi suoi aiutanti, nella nera fucina dell'Etna (qui è usato il nome antico, "Mongibello"), intimando -Oh buon Vulcano aiuta, aiuta!-, come fece nella battaglia di Flegra (contro i giganti), saettandomi con tutta la sua forza per quanto vuole: da me non potrebbe avere vendetta".
Questo anatema è colmo di ira contro la divinità, peccato per il quale viene punito Capaneo (il suo nome ci verrà rivelato nel verso successivo), uno dei sette re che assediarono Tebe e che, come racconta Stazio nella Tebaide, dopo la vittoria si innalzò sulle mura della città sconfitta urlando bestemmie contro Dio finché Zeus non lo fulminò con una saetta. Nel suo grido di vendetta contro Dio egli stimola Giove a lanciargli ora quanti fulmini voglia, ma niente potrà piegare il suo spirito ribelle.
È da notare come il dio pagano qui sia usato come schermo del vero Dio, per cui le imprecazioni lanciate contro di esso sono punite al pari di quelle verso il Dio cristiano.
Virgilio, dopo aver sentito l'imprecazione, si rivolge allora furente contro il dannato: "Capaneo, la tua punizione sta proprio nella tua superbia implacabile e nella tua continua rabbia che sono adeguate al tuo peccato". Intende cioè che Dio non vuole punirlo obbligandolo a sottomettersi, né procurandogli pene fisiche, ma la sua tortura sta proprio nella sua superbia eterna e nella sua rabbia impotente, dovuta alla ripetizione continua del suo peccato.
La bestemmia per Dante quindi, esemplificata magistralmente dall'episodio, non consiste nell'accidentale imprecazione, ma in un disprezzo intimo della divinità e nel misconoscimento della sua superiorità in uno stato di continua empietà. Non ha niente a che fare quindi con l'ateismo, perché chi lancia un'ingiuria ammette implicitamente l'esistenza dell'ingiuriato.
Virgilio allora intima a Dante di seguirlo, facendo ben attenzione a non toccare la sabbia con i piedi, ma a rimanere sul ciglio del bosco. Arrivano quindi dove sgorga un "picciol fiumicello" rosso di sangue, che raccapriccia Dante al ricordo dei dannati nel Flegetonte. Si tratta infatti dello stesso fiume, come spiegherà Virgilio. Intanto Dante lo paragona al Bulicame, una sorgente calda nei pressi di Viterbo, le cui acque vengono divise in canaletti nelle abitazioni di donne del luogo. Esistono due lezioni su queste figure: la più diffusa è quella di "peccatrici" cioè meretrici, ma alcuni sostengono anche "pectatrici" cioè le lavoranti addette alla pettinatura della lana. Alcuni versi prima la parola bulicame era stata usata anche come sostantivo generico, intendendo il fiume bollente.
Analogamente al fiumicello incanalato quindi Dante nota la presenza di argini in pietra, e Virgilio gli fa notare come sia cosa mirabile che le fiamme si spengano a contatto con i vapori del fiume. Dante però sembra non capire (non capisce che si tratta dell'emissione del Flegetonte o non capisce cosa ci sia di così stupefacente da meritare il richiamo di Virgilio?). Il "duca" allora inizia una lunga spiegazione allegorica sul cosiddetto "Veglio di Creta".
L'allegoria del cosiddetto "Veglio di Creta" è tra le più complesse del poema. La sua collocazione nel canto è quella di spiegare l'origine dei fiumi infernali. Innanzitutto Virgilio comincia a descrivere l'Isola di Creta:
""In mezzo mar siede un paese guasto,
diss'elli allora, "che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.

Una montagna v'è che già fu lieta
d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta. ""

“"In mezzo al mare esiste un regno in
rovina" disse Virgilio, "che si chiama Creta
sotto il cui primo mitico re (Saturno) ci fu l'età dell'oro.

Lì c'è una montagna che fu ricca d'acqua e
di vegetazione che si chiama Ida
che ora è deserta come una cosa vecchia.""

Dentro questo monte quindi, prosegue Virgilio, sta in piedi un "veglio", una statua colossale di vecchio, che dà le spalle a Damietta (all'Egitto), e guarda verso Roma specchiandosi.
Da questi primi elementi apprendiamo il perché della scelta di Creta come luogo simbolico: essa veniva considerata patria della civiltà e luogo di origine del divino; era a metà strada tra Oriente, sede dei primordi della civilizzazione, e Roma, centro del mondo latino attuale, secondo Dante.
Segue una descrizione del veglio, ripresa abbastanza fedelmente dal passo biblico del sogno di Nabucodonosor, contenuto in Daniele II 31-33 (Vedi sotto). Questo essere ha la testa di oro fino, le braccia e il petto d'argento e il busto fino all'inguine di rame. Le gambe sono di ferro, compreso il piede sinistro, mentre quello destro è di terracotta e proprio su questo piede più fragile esso si appoggia di più.
Da ogni parte, tranne che da quella d'oro, si aprono fessure che gocciolano lacrime, che raccolgono poi e escono dalla grotta sotto forma di fiume. Questo fiume poi scende roccia per roccia e forma l'Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi scendono ancora e confluiscono nel Cocito, dove più non si può scendere (Dante immagina lì il centro della terra). Virgilio conclude dicendo che più avanti vedrà quello stagno, ma non ne vuole parlare ora. Rispetto a Daniele i piedi sono differenziati, mentre nella bibbia sono un amalgama di pietra e ferro, che colpiti da una pietra staccatasi da sé, si rompono e fanno franare tutta la statua. Non c'è traccia delle crepe che sgrondano il pianto ininterrotto.
La spiegazione di questo complesso sistema di simboli è quella derivata dalla tradizione biblica: le varie sezioni del Veglio rappresenterebbero le epoche della civilizzazione. Da un'epoca aurea, da dove non sgorgano lacrime, cioè priva del peccato, si passa a regni via via meno virtuosi e più fragili, fino ai due piedi che rappresenterebbero l'epoca contemporanea. La loro divisione sarebbe quella tipica del mondo dantesco tra potere papale e imperiale: L'Impero sarebbe il piede di ferro, ancora forte ma poco presente, perché ormai ci si appoggiava più all'altro piede, quello del papato, più debole perché d'argilla, ma più potente. Il vecchio, corrotto da innumerevoli fratture si specchierebbe in Roma, anch'essa dominata dalla corruzione.
Secondo un'altra interpretazione più "filosofica", legata all'Etica di Aristotele, il Veglio rappresenterebbe la decadenza dell'anima di ogni essere umano, con la testa d'oro simboleggiante il libero arbitrio e con le altre sezioni più o meno deteriorate dal peccato che sarebbero le varie facoltà psichiche. Le lacrime avrebbero anche una funzione iniziatica perché con la loro evaporazione spegnerebbero le fiamme del girone permettendo il passaggio del pellegrino Dante. In definitiva quindi il pianto del veglio sarebbe come un'allegoria del peccato, che nasce dagli uomini e punisce gli uomini stessi attraverso i fiumi infernali.
Dante ha bisogno di qualche altra spiegazione e chiede a Virgilio perché se questo fiume giunge dal mondo dei vivi lo incontrano solo ora, e Virgilio risponde che fino ad allora essi sono scesi sempre verso sinistra, ma ancora non hanno fatto un giro completo. Poi Dante chiede dove siano il Flegetonte e il Lete, non citati prima, e il maestro risponde che il bollore dell'acqua del fiume rosso avrebbe già dovuto essere di risposta alla sua domanda; mentre per quanto riguarda il Lete Dante lo vedrà sì, ma fuori dalla fossa infernale perché è il luogo dove "l'anime vanno a lavarsi / quando la colpa pentuta è rimossa" cioè in Purgatorio.
Poi Virgilio taglia corto e incita Dante ad allontanarsi dal bosco affinché lo segua sui margini, che fanno la "via", e dove il fuoco non attacca perché sopra di essi le fiamme (vapor) si spengono.
Poiché l’amore per la patria natia
mi strinse il cuore, riunii le fronde sparse
e le resi a quell’anima che già era muta.
Di qui giungemmo al limite dove il secondo girone
si separa dal terzo, e dove si vede
la terribile opera della giustizia.
Per descrivere bene le cose mai viste prima,
dico che giungemmo in una pianura
che impedisce la crescita per tutta la sua estensione di ogni forma vegetale.
La selva piena di sofferenza la circonda,
come il triste fiume circonda la selva stessa;
arrestammo il cammino qui proprio sulla estremità (a randa a randa).
Il suolo era (formato da) una sabbia arida e compatta,
non diversa da quella che
fu già calpestata dai piedi di Catone.
O giustizia di Dio, quanto devi
essere temuta da ciascuno che legge
ciò che è stato rivelato agli occhi miei!
Vidi uno stuolo immane di anime nude
che piangevano tutte molto disperatamente,
e sembrava che fosse loro assegnata una diversa condizione.
Alcuni giacevano supini a terra,
altri sedevano tutti rannicchiati
e altri camminavano senza posa.
Più numerosa era la schiera che camminava intorno
mentre quella che subiva la punizione distesa era in minor numero,
ma aveva la lingua più pronta contro il castigo.
Sopra tutta quella sabbia, con un lento precipitare,
piovevano larghe falde di fuoco,
come la neve in montagna quando non c’è vento.
Come le fiamme che Alessandro (Magno) nelle regioni calde
dell’India vide cadere sopra le sue milizie,
intatte fino a terra,
per cui ordinò alle sue schiere di scalpicciare il suolo,
poiché il fuoco più facilmente si
spegneva mentre era ancora isolato:
così scendeva quella fiamma eterna (etternale);
per cui la sabbia si infuocava, come l’esca
sotto l’acciarino , per raddoppiare il dolore.
Quel dimenarsi delle misere mani era senza interruzione,
or di qua or di là per allontanare
di dosso (da sé) le nuove faville (arsura fresca).
Io cominciai: «Maestro, tu che superi
tutte le difficoltà, fuorché quei demoni ostinati
che ci uscirono incontro sulla soglia della porta,
chi è quel grande che si mostra incurante
del fuoco e giace sprezzante e torvo,
tanto che sembra che la pioggia non lo tormenti?».
E quel medesimo spirto, che si era accorto
che io domandavo notizie di lui al maestro, gridò:
«Come fui da vivo, così sono dopo la morte.
Anche se Giove affaticasse il suo fabbro dal
quale adirato prese la folgore acuta
con cui fui colpito il giorno estremo della mia vita;
oppure se egli affaticasse anche gli altri senza posa
nella fucina nera sull’Etna (Mongibello),
invocando "O abile (Buon) Vulcano, aiuto, aiuto!",
così come egli fece durante la battaglia di Flegra,
e se mi saettasse con tutta la sua forza:
non potrebbe avere una vendetta piena».
Allora la mia guida parlò con tanta veemenza
che così forte non l’avevo mai udito:
«O Capaneo, proprio nel fatto che non vien meno (s’ammorza)
la tua superbia, tu sei più punito;
nessun tormento all’infuori della tua rabbia
sarebbe pena più adeguata alla tua empietà».
Poi si rivolse a me con aspetto più sereno,
dicendo: «Quegli fu uno dei sette re
che assediarono Tebe; egli ebbe e mostra
di avere Dio in disprezzo, e mostra di non temerlo per nulla;
ma, come gli ho detto, il suo disprezzo
è ornamento adeguato al suo petto.
Adesso seguimi, e guardati anche ora
dal mettere i piedi sulla sabbia infuocata;
ma cammina rasente il bosco».
In silenzio giungemmo nel punto ove sgorga
fuor della selva un piccolo fiumicello,
e il suo colore rossastro ancora mi mette raccapriccio.
Come dal Bulicame nasce un ruscello
che poi le peccatrici (o forse le pettatrici) si dividono (parton),
così quello scorreva giù per la sabbia.
Il suo fondale e ambedue le pendici
e gli argini laterali erano in pietra;
per cui io m’accorsi che lì era il passaggio.
«Tra tutto quello che ti ho mostrato,
da quando entrammo per la porta
la cui soglia a nessuno è negata,
non hai mai visto cosa tanto degna
di nota come il presente fiume,
che spegne su di sé tutte le fiammelle».
Queste furono le parole del mio maestro;
per cui io lo pregai che mi elargisse il cibo
di cui mi aveva inculcato il desiderio.
«In mezzo al mare sorge un’isola in rovina»,
disse egli allora, «che si chiama Creta,
sotto il cui re il mondo fu innocente.
C’è una montagna che fu ricca di fonti
e di alberi, che si chiamò Ida;
ora è abbandonata come cosa vecchia.
La scelse allora Rea come rifugio sicuro
per il suo figlio, e per nasconderlo meglio,
quando egli piangeva, comandava si levassero grida.
Dentro il monte sta in piedi un gigantesco vecchio,
che ha le spalle volte a Damietta
e guarda Roma come suo specchio.
La sua testa è di oro fino,
mentre le braccia e il petto sono di argento puro,
poi è di rame fino alla inforcatura delle gambe;
da qui in giù è tutto di ferro scelto,
eccetto il piede destro che è di terracotta;
e sta eretto più su questo piede (di terracotta) che sull’altro.
Ogni parte, all’infuori di quella d’oro, è segnata
da una fessura che gronda lacrime
e queste, quando si riuniscono, perforano la roccia.
Il corso delle lacrime scende di roccia in roccia in questa valle;
esse formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte;
poi scendono per questo canale stretto,
infine, nel punto dove più non si scende,
formano Cocito; e quale sia quello stagno,
tu lo potrai vedere, per questo qui non se ne parla».
E io a lui: «Se questo rigagnolo
deriva dal nostro mondo come dici,
perché ci appare soltanto in questo margine del cerchio?».
Ed egli a me: «Tu sai che l’Inferno è circolare;
e benché tu sia già sceso molto,
calando verso il basso, sempre a sinistra,
non hai ancora percorso l’intero cerchio;
per cui, se appare una cosa mai vista prima,
non deve causare meraviglia sul tuo volto».
E io ancora: «Maestro, dove si trova il
Flegetonte e il Leter? poiché di uno non parli,
mentre dell’altro dici che è formato da questa pioggia (di lacrime)».
«Tutte le tue domande mi fan piacere»,
rispose, «ma il ribollir dell’acqua rossastra
doveva ben risolvere una di quelle che tu mi poni.
Vedrai il Lete, ma fuori di questa ,
nel luogo dove le anime vanno a purificarsi,
quando la colpa è cancellata in grazia del pentimento».
Poi disse: «È ormai tempo di allontanarsi
dalla selva; vienimi dietro: gli argini,
che non sono infuocati, ci consentono il cammino.


Il sogno di Nabucodonosor. Daniele II

Conducimi davanti al re, e gli indicherò l’interpretazione del sogno”. Ariòc condusse Daniele davanti al re e gli disse: “Ho trovato un uomo fra gli esiliati di Giuda che può far conoscere al re l’interpretazione del sogno”. Il re disse a Daniele: “Puoi davvero farmi conoscere il sogno che ho fatto e la sua interpretazione?” Daniele rispose al re: “Nessuno dei saggi, degli evocatori di spiriti, dei sacerdoti che praticano la magia e degli astrologi può rivelare al re il segreto che lui vuole conoscere. Tuttavia, nei cieli esiste un Dio che rivela i segreti; egli ha fatto sapere al re Nabucodònosor quello che dovrà avvenire nella parte finale dei giorni. Questo è il tuo sogno e queste sono le visioni che hai avuto nella tua mente quando eri a letto: “O re, mentre eri a letto i tuoi pensieri si rivolsero a quello che dovrà avvenire in futuro, e colui che rivela i segreti ti ha fatto sapere quello che dovrà accadere. Quanto a me, questo segreto mi è stato rivelato non perché io abbia più sapienza di qualsiasi altro essere vivente, ma perché ti sia resa nota, o re, l’interpretazione del sogno così che tu conosca i pensieri del tuo cuore. “Tu, o re, guardavi, ed ecco una statua immensa. Quella statua, enorme e di uno splendore straordinario, si ergeva di fronte a te e aveva un aspetto terrificante. La testa della statua era d’oro fino, il petto e le braccia erano d’argento, il ventre e le cosce erano di rame, le gambe erano di ferro, e i piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla. Mentre continuavi a guardare, una pietra fu tagliata, ma non da mani umane, e colpì la statua ai piedi di ferro e argilla, e li frantumò. Allora il ferro, l’argilla, il rame, l’argento e l’oro furono frantumati tutti insieme e diventarono come la pula sull’aia d’estate, e il vento li portò via senza lasciarne traccia. Ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un grande monte che riempì l’intera terra. “Questo è il sogno, e ora ne daremo l’interpretazione. Tu, o re — il re dei re a cui Dio ha dato il regno, il potere, la forza e la gloria, nelle cui mani ha dato gli uomini dovunque vivano, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, e a cui ha dato il dominio su tutti loro — tu sei la testa d’oro. “Ma dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore a te, e un altro regno ancora, un terzo, di rame, che governerà l’intera terra. “Il quarto regno sarà forte come il ferro. Infatti, come il ferro frantuma e polverizza ogni cosa, così, proprio come ferro che fa a pezzi, frantumerà e farà a pezzi tutti questi. “E dal momento che hai visto i piedi e le dita in parte d’argilla e in parte di ferro, il regno sarà diviso; in esso comunque ci sarà qualcosa della durezza del ferro, dato che hai visto il ferro mischiato con l’argilla umida. E siccome le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla, il regno sarà in parte forte e in parte fragile. Dal momento che hai visto il ferro mischiato con l’argilla umida, essi si mischieranno con il popolo, ma non staranno uniti l’uno all’altro, proprio come il ferro non si amalgama con l’argilla. “Ai giorni di quei re Dio istituirà un regno che non sarà mai distrutto. Questo regno non passerà nelle mani di nessun altro popolo; frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine, e sarà l’unico a durare per sempre. Infatti hai visto che dal monte fu tagliata una pietra, non da mani umane, e che essa frantumò il ferro, il rame, l’argilla, l’argento e l’oro. Il grande Dio ti ha fatto sapere, o re, quello che dovrà avvenire in futuro. Sul sogno si può fare affidamento, e la sua interpretazione è attendibile”.

Eugenio Caruso - 25 giugno 2019

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