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Vittoria dell'Ulivo alle elezioni del 1996.


In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtý"

Italia: vizi e virtý
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

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39. L'assetto politico dal 1994 al 1998

39.10 La vittoria dell'Ulivo nelle elezioni del 1996

Il periodo successivo alle dimissioni di Dini viene vissuto tra atteggiamenti isterici e tentativi di riforma; chi vuole l'inpeachment del presidente della repubblica (Pannella inizia l'ennesima raccolta di firme), chi parla di azioni incostituzionali, chi propende per il dialogo.
Il mondo politico si rende, forse, conto che esiste nel Paese una condizione irripetibile, e cioè un equilibrio tra destra e sinistra, condizione appunto che potrebbe consentire di realizzare una riforma, grazie a un accordo tra i due schieramenti, senza il rischio che ad ogni cambiamento di governo si debba assistere alla riforma dello schieramento avverso. Il mese di gennaio 1996 trascorre, quindi, rincorrendo un accordo, su presidenzialismo e riforma elettorale. Questo attivismo porta, come già visto, alla designazione di Antonio Maccanico il quale dovrebbe tentare di traghettare il governo attraverso il mare procelloso delle riforme costituzionali, partendo da un'ipotesi di accordo sulla formula Sartori del semipresidenzialismo alla francese. La richiesta della Lega e di Mario Segni di affrontare le riforme nell'ambito di una assemblea costituente non viene accolta; Fini vuole andare alle elezioni. Nonostante gli sforzi per un accordo, il 14 febbraio 1996, Maccanico, contro il quale si indirizza, peraltro, la critica di voler risuscitare l'azionismo, rinuncia all'incarico. Osserva Paolo Franchi sul Corriere che, « … forse, più del disaccordo sulla grande riforma dello stato ha pesato la lotta per l'attribuzione dei ministeri chiave e di alcune poltrone».
Il Corriere apre la campagna elettorale con un fuoco di fila contro la Lega e possibili accordi elettorali con il movimento di Bossi; Vertone, Sartori, Della Loggia, Panebianco, Colletti si dànno il cambio in questo gioco al linciaggio politico, con i soliti temi dell'inaffidabilità e della zotichezza. Dopo qualche giorno, sia Vertone, che Colletti si candidano alle elezioni con Fi, mentre la Lega annuncia di presentarsi alle urne, senza alcun patto di desistenza ( accordo politico per cui un partito rinuncia a sostenere il proprio candidato per favorire quello di un altro), dimostrando, con ciò, di non aver nessuna ambizione di posti, ma di puntare, pittosto, sulla realizzazione dei propri programmi. Rifondazione comunista e Ulivo annunciano invece un accordo di desistenza; Bertinotti e Cossutta giustificano il patto elettorale con la necessità di sconfiggere la destra.
Dini annuncia di voler partecipare alla campagna elettorale, in appoggio al centro-sinistra con Rinnovamento italiano; i salotti buoni della capitale, le banche, il Vaticano, sono disposti ad appoggiarlo. Il Centro sinistra si presenta come un contenitore dove c’è tutto e il suo contrario, da Cossutta a Dini; e porta, già alla nascita, gli agenti patogeni della sua morte.
A capo della coalizione progressista, sotto il simbolo dell’Ulivo, viene posto Romano Prodi. Il professore di Bologna era quanto di meglio la sinistra potesse mettere in campo per fare breccia al centro. Un cattolico, un fautore del mercato, una persona gioviale, ma con una volontà di ferro e, all’occorrenza, una buona dose di cattiveria.
Il 9 marzo 1996, al Palapartenope di Napoli, il Polo tiene una convention, polarizzata dall'intervento di Berlusconi, che offre una miscela di sgangherata demagogia, di improvvisazione, di ingiurie personali e promesse impossibili. Il leader di Forza Italia trascina la platea entusiasta, cadenzando domande retoriche, per ricevere dalla folla dei supporter l'immancabile "Nooo!". «Quello sfoderato a Napoli è un populismo da suburra, ha un che di granguignolesco» ha dovuto ammettere lo stesso Giuliano Ferrara. Mieli, sul Corriere, dell'appello elettorale di Berlusconi, scrive «Questa trovata retorica, come tutti ricordano (Berlusconi evidentemente non è tra questi) evoca l'inquietante immagine di Mussolini in Piazza Venezia». La convention conferma che il populismo di destra ha trovato un protagonista, Berlusconi, che fa appello agli istinti irrazionali della gente e che promette più posti di lavoro, meno tasse, meno criminalità, la difesa degli interessi di commercianti e lavoratori autonomi. Allarmante è l'intervento dell'ex-ministro Filippo Mancuso, candidato di Fi; l'albagia di chi crede di essere il depositario della "verità", la rabbia, gli insulti rovesciati sugli avversari, l'accusa fatta a Scalfaro e Dini di essere "compagni di merende", associandoli quindi a Pacciani e C, l'oscuro linguaggio, la mancanza di equilibrio non possono non preoccupare, tanto più se si pensa che il personaggio è stato uno dei magistrati più influenti d'Italia e che un altro ex magistrato illustre, il presidente della repubblica, sempre pronto ad alzare il dito ad indicare la verità, lo aveva suggerito, a Dini, per il posto di ministro.
Una volta i notabili del Sud si distinguevano per la loro abilità retorica, mai disgiunta dall'ironia e dall'intelligenza, nonché, spesso, per il tratto signorile e urbano; questo stereotipo piaceva alla gente del Nord, avvezza all'uso dell'ascia, arma essenziale durante la rudi trattative mercantili, piuttosto che al fioretto, necessario invece all'arte della parola. Quest'uomo del Sud, con la pesantezza delle sue provocazioni, con un linguaggio fumoso e volgare, trasudante odio, livore e desiderio di vendetta, definito da Pansa «l'unico professionista immaginifico dell'insulto», ha violentato quello stereotipo.
La campagna elettorale vista in televisione, attraverso le varie rubriche del confronto diretto, indicano una mediocrità dei personaggi politici, raramente riscontrata. La regola della campagna politica è la rissa, che raggiunge toni estremi con Berlusconi, che afferma «Se il 21 aprile vince l'Ulivo, siamo sicuri che avremo ancora la possibilità di elezioni veramente libere?», o con gli isterismi dell'ex ministro Mancuso, che fa rimpiangere gli insulti nevrotici di Sgarbi, o con il senatore Previti, quando afferma che in caso di vittoria del Polo «non faremo prigionieri» o con lo stesso Prodi, quando afferma che «le reti Fininvest sono anticristiane».
La novità, rispetto alle elezioni del '94, è che entrambi gli schieramenti si presentano con un candidato premier, Prodi per il centro sinistra, Berlusconi per il Polo.
Brilla per la sua mancanza, da entrambi gli schieramenti, la questione morale; essa è stata gravemente intaccata dalla destra, sotto la valanga degli attacchi alla magistratura, con gli slogan sulle "toghe rosse", sulla politicizzazione dei magistrati, sui "teoremi" inventati e sul fumus persecutionis, è stata addomesticata dalla sinistra, timorosa della scoperta di proprie passate commistioni tra politica e affari e rimossa dalla coscienza degli italiani, sempre disposti al compromesso, al perdonismo e alla dimenticanza.

Dalle urne del 21 aprile 1996 esce la vittoria dell'Ulivo di Prodi, che al Senato, grazie ai senatori a vita, ha la maggioranza assoluta; per la quota proporzionale i maggiori partiti risultano Pds col 21,1%, Fi 20,6%, An 15,7%, Lega 10,1%, Prc 8,6%, Popolari 6,8%, Ccd-Cdu 5,8%, Dini 4,3%. Oltre a quello dell'Ulivo vanno registrati altri successi. Il Pds diventa il primo partito italiano; la Lega si afferma come il primo partito del Nord e, con i suoi 59 deputati e 27 senatori, toglie al Polo la vittoria, nonostante il vantaggio nella percentuale dei voti; Rifondazione, grazie al patto di desistenza con l'Ulivo, è un elemento fondamentale della vittoria della sinistra; la lista Dini porta alla coalizione quel 4% di moderati che concorrono al successo. Il Polo subisce una sconfitta, che è innanzitutto sconfitta di Berlusconi, perché, con i suoi istrionismi, ha costretto un gran numero di elettori, potenzialmente della destra liberale, a votare Ulivo, è la sconfitta di Fini, che ha preferito le elezioni e lo scontro alla possibilità di avviare una politica di riforme istituzionali.
Tra i commenti sulla sconfitta del Polo interessante è l'analisi che Panebianco sviluppa per il Corriere; l'editorialista sostiene che la discussione, più che sul binomio moderatismo-estremismo, va condotta sul binomio nordismo-sudismo. Nel 1994, il Polo vinse alleandosi con la Lega e il "vento del Nord" si trascinò dietro anche il Sud, nel 1996, l'appiattimento di Forza Italia su Alleanza nazionale ha condotto il Polo su posizioni meridionaliste, rendendo poco credibile il messaggio liberista.
Claudio Rinaldi, su L'Espresso, ammette che Bossi non merita i commenti spocchiosi e intolleranti della sinistra, poiché alla Lega vanno attribuiti i meriti di una serie di sconfitte della destra; quando ha imposto a Fi un accordo capestro sui seggi uninominali, in occasione delle elezioni del 27 marzo '94, quando, con mozione di sfiducia ha tolto l'appoggio a Berlusconi, quando ha permesso a Dini di governare per un anno, quando non ha accettato patti di desistenza sconfiggendo in molti collegi del Nord il candidato del Polo. Negli ambienti della sinistra, se la Lega serve per sconfiggere la destra è meritevole di riconoscenza, ma, quando nel 2000 si alleerà di nuovo con la destra in cambio della devolution, allora ritornerà ad essere etichettata come razzista e inaffidabile.
Vince l'Ulivo e il pensiero non può non correre alla vittoria del "partitone" di Giolitti, che, all'inizio del novecento, inglobando destra e sinistra, liberisti e statalisti, cattolici e massoni, legati da interessi comuni, e indifferenti alla prassi del trasformismo, ha la meglio sul programma riformatore di Sonnino.
L'accordo tra Ulivo e Polo sulla nomina delle massime autorità istituzionali cade di fronte alla richiesta del Polo di far eleggere presidente del Senato, Francesco Cossiga. La scelta del centro-sinistra cade su Mancino al Senato e Violante alla Camera. Violante, molto contestato dalla destra, nel suo discorso di insediamento, in polemica con la Lega, afferma la legittimità dell'uso della forza per la tutela dell'unità nazionale e, alla ricerca del consenso della destra, lancia un appello a chiarire le ragioni dei giovani che, dopo l'otto settembre del 1943, si schierarono dalla parte di Salò, appello forse un po' datato ed estraneo alla realtà e ai problemi del Paese.
Nel maggio 1996 Scalfaro, affida l'incarico a Prodi (17/5/96-21/10/98) che, presenta la squadra dei venti ministri: nove esponenti del Pds, tre del Ppi, tre della lista Dini, un verde, il democratico Maccanico e tre tecnici (Ciampi, Di Pietro e Flick). Walter Veltroni è vice-presidente, Giorgio Napolitano va agli interni, Dini agli esteri, Giovanni Flick alla giustizia, Ciampi è super-ministro dell'economia (accorpando tesoro e bilancio), con poteri commissariali per l'ingresso dell'Italia nell'Euro, Vincenzo Visco va alle finanze, Antonio Di Pietro ai lavori pubblici (incarico che lascia nel novembre 1996 per il riacuzzizzarsi di alcuni guai giudiziari), Antonio Maccanico alle poste, Beniamino Andreatta alla difesa. Il 22 maggio viene presentata la lista dei sottosegretari, che sono 49 e inizia il cammino del governo Prodi, minoritario, ma con l'appoggio esterno di Rc, che diventa l’arbitro della stabilità di governo.
Cirino Pomicino affermerà che la vittoria del centro sinistra nasce dall'attivismo dei circoli economici d'ispirazione azionista e massonica, che vedono con favore un primo ministro democristiano come Prodi «… cresciuto nel ventre vorace del potere economico»; registi di questa operazione sarebbero stati, tra gli altri, Manzella, Andreatta, Maccanico e Ciampi (Geronimo, 2002).  L'ipotesi di Cirino Pomicino, che sembrerebbe, a prima vista, fantasiosa, è d'altra parte supportata dalla reazione del mondo economico. La vittoria del centro sinistra è accolta, infatti, con euforia dai mercati finanziari, con la lira che si porta a quota 1020 rispetto al marco e la borsa di Milano che guadagna il 5%.
Però, se da una parte Prodi è confortato dal mercato, dall'altra non può trascurare le nubi che avanzano all'orizzonte. In Germania è in atto una recessione, che sta propagandosi ai paesi vicini, in particolare alla Francia. Questo può essere un duro colpo per il made in Italy, non più sorretto dalla lira, che, negli ultimi dodici mesi, è andata rafforzandosi. Il sistema produttivo italiano ha vissuto una congiuntura favorevole, nel triennio '93-'95, favorita dalla crescita nei paesi europei e dalla debolezza della lira. Nel 1995, il pil è cresciuto del 3%, il più alto d'Europa, eppure non si sono avuti vantaggi per l'occupazione. Nel momento in cui il Paese deve convergere verso i parametri di Maastricht le previsioni economiche volgono al brutto; il documento di programmazione economica e finanziaria prevede, a luglio, una manovra da 32mila miliardi, ma è già abbastanza chiaro che la manovra è insufficiente per avvicinarsi alla fatidica quota del 3% nel rapporto tra deficit e Pil.
Da quello che trapela dalla stampa, nel mese di agosto, Prodi, con la dovuta circospezione, chiede ad Aznar un accordo per rinviare l'inizio della fase di convergenza verso i parametri di Maastricht, ricevendone un netto rifiuto. A settembre, Prodi e Ciampi sono costretti a varare una manovra da 62mila miliardi.
La battaglia dell'ingresso nell'Euro sarà vinta, non dalla faciloneria di Prodi, ma dall'impegno e dallo spirito di sacrificio degli italiani, che non si tirano indietro davanti alla necessità di una politica economica rigorosa.
Il governo Prodi, dopo aver seguito il criterio del queta non movere, riconfermando ai vertici della Stet, il presidente Biagio Agnes e l'amministratore delegato Ernesto Pascale, ha nominato ai vertici dell'Enel, amministratore delegato, Franco Tatò, chiamato Kaiser Franz per il piglio prussiano con cui persegue la quadratura dei conti aziendali, e alla presidenza, Chicco Testa.
Il 22 luglio 1996, per la prima volta dal 1968, l'inflazione è scesa, su base annua, al 3,7 %.
Il 3 settembre, presso la sede della Cir, il Consiglio di amministrazione della Olivetti estromette Carlo De Benedetti dalla guida dell'azienda di Ivrea, per la quale si prevede un bilancio '96 ancora in forte perdita. De Benedetti, non più sostenuto da governi accondiscendenti, paga la mancanza di un'alleanza forte e il suo passato antagonismo con Mediobanca.


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Eugenio Caruso - 30 luglio 2019


Tratto da

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www.impresaoggi.com