Inferno, Canto XIX. I simoniaci

COMMENTO
Il canto diciannovesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nella terza bolgia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti i simoniaci; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300. Il canto inizia con un'apostrofe rivolta a Simon Mago, personaggio degli Atti degli Apostoli che intendeva acquistare con il denaro la facoltà di fare prodigi da San Pietro e dal cui nome deriva il termine simonia. In questo canto Dante mostra infatti la bolgia dove sono puniti i simoniaci, all'interno dell'ottavo cerchio dell'Inferno, dedicato ai fraudolenti. Questa bolgia è introdotta in maniera non canonica rispetto alle altre: invece di descrivere l'aspetto generale del luogo per poi scegliere un peccatore, il quale a sua volta indichi poi i nomi di altri dannati, qui Dante inizia con un'invettiva solenne che annuncia il carattere del canto, dove il poeta esporrà le sue idee in merito alla situazione politica globale, dominata dalle lotte tra papato e impero che erano alla base di tutti i problemi del mondo allora attuale. «O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate deon essere spose, e voi rapaci per oro e per argento avolterate, or convien che per voi suoni la tromba, però che ne la terza bolgia state.» Il suonare la tromba richiama sia i banditori medievali, che richiamavano l'attenzione, sia il passo dell'Apocalisse di Giovanni, in cui gli angeli suonano la tromba per annunciare il Giudizio Universale. Dante inizia solo dopo a parlare di dove si trova: già nella bolgia successiva, sulla parte dello "scoglio" (il ponticello che scavalca la bolgia) che sta sopra la mezzeria del fosso ("Già eravamo, a la seguente tomba, montati de lo scoglio in quella parte ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.". Quindi il poeta, dopo un'invocazione alla sapienza divina che con giustizia amministra sia il mondo dei vivi sia le punizioni nell'Inferno, inizia a tracciare l'aspetto della nuova fossa: piena di buchi (gli ricordano quelli del bel San Giovanni a Firenze, dove si battezza e dove Dante ebbe occasione di scheggiarne uno quando si trattò di salvare un ragazzo che vi stava affogando) dai quali escono le gambe dei peccatori fino alle cosce, con le piante dei piedi accese da fiammelle che sembrano quelle che lambiscono la superficie ("la buccia") delle cose unte; per il supplizio questi dannati scalciano furiosamente ("per che sì forte guizzavan le giunte, che spezzate averien ritorte e strambe", vv. 26-27, cioè così forte scuotevano i ginocchi che avrebbero spezzato qualsiasi tipo di corda, comprese le fortissime "ritorte" di vimini e le "strambe" di fibre vegetali).
Dante è subito attratto da una fossa dove il dannato scalcia più degli altri ed ha una fiamma più rossa degli altri; Virgilio si offre di accompagnarcelo subito scendendo con lui nella fossa: si scoprirà presto che quella è la fossa riservata nientemeno che ai papi. Con precisione Dante ci racconta la sua risposta e la discesa verso sinistra ("discendemmo a mano stanca / là giù nel fondo foracchiato e arto", vv. 41-42). Arrivati alla fossa, a Dante sembra che l'uomo pianga "con la zanca", cioè con le gambe ("cianca" è un termine dialettale ancora in uso). Dante allora si rivolge all'anima capovolta: «"O qual che se' che 'l di sù tien di sotto, anima trista come pal commessa", comincia' io a dir, "se puoi, fa motto".» Cioè "Oh tale che stai sottosopra, anima malvagia che stai conficcata come un palo, se puoi parla." La successiva descrizione ha dei toni surreali: Dante dice che stava come il frate che confessi un assassino (all'epoca la parola aveva valore di sicario, e in molte città costoro erano condannati a morte tramite propagginazione, cioè appesi capovolti in una buca che veniva gradualmente riempita fino al soffocamento), che viene richiamato dall'assassino stesso per ritardare il momento della morte; dato che il dannato è un papa, è piuttosto curioso ed eloquente lo scambio di ruoli tra confessato e confessore che qui il poeta immagina. Il peccatore allora inizia a cantilenare con sorpresa "Se' tu già costì ritto, / se' tu già costì ritto, Bonifazio?", ripetendo due volte la domanda e aggiungendo che forse si è sbagliato lo scritto, cioè il libro del futuro che i dannati possono comprendere, che gli prediceva la sua venuta tra molti anni. Continua apostrofando e malignamente insinuando che forse il nuovo arrivato è già stanco (sazio) di straziare la bella donna che aveva sposato con l'inganno. Dante a queste parole rimane sorpreso, perché non le capisce: «Tal mi fec'io, quai son color che stanno, per non intender ciò ch'è lor risposto, quasi scornati, e risponder non sanno.» (vv. 58-60) La spiegazione della situazione viene data di lì a poco, dopo che Virgilio ha intimato a Dante ammutolito dal dubbio di rispondere "Non son colui, non son colui che credi", quasi imitando ironicamente la ripetizione della domanda del dannato.
Dante sta parlando con Niccolò III, papa simoniaco che attende la venuta del suo successore, Bonifacio VIII. In quella bolgia infatti vige la regola che stiano in superficie solo gli ultimi arrivati, che poi vengono fatti sprofondare nelle viscere rocciose dopo l'arrivo di un nuovo dannato. Con questo stratagemma Dante può collocare all'Inferno anche i papi non ancora morti, in particolare il tanto odiato Bonifacio VIII che egli vedeva come uno dei personaggi causa delle disgrazie dei suoi tempi. La bella donna alla quale allude Niccolò III altro non è che la Chiesa, in una metafora, frequente all'epoca, del matrimonio tra pontefice e Santa Romana Chiesa. La nota del "tòrre con inganno" cioè del "prendere" ovvero sposare con l'inganno si riferisce alla contestata elezione di Bonifacio, il quale fece prima abdicare il suo predecessore Celestino V, autore del gran rifiuto (citato da Dante in Inf. III, 60).
Inizialmente Niccolò III (del quale non sappiamo ancora l'identità dal testo) parla presentandosi: (parafrasi) "Se sei così curioso di sapere chi io sia, tanto che hai anche sceso la "ripa", sappi che io fui un papa (vestito del gran manto), e fui un Orsini (figlio dell'orsa), che con cupidigia cercai di far avanzare i miei nipoti (orsatti, cioè orsacchiotti), mettendo lassù averi in borsa e condannando me, qui giù, a essere imborsato" (vv. 67-72). Continua poi il papa esponendo il meccanismo del tormento in quella bolgia e spiegando che il suo successore lo spingerà giù (Bonifacio VIII morirà solo nel 1303, mentre Dante immagina il viaggio nella primavera del 1300). Continua profetizzando che il suo seguace non starà a farsi "cuocere i piedi" quanto c'è stato lui, perché dopo di lui verrà un papa anche peggiore, "di più laida opra". Questo terzo papa è Clemente V, francese (Dante fa intuire che verrà da ponente), che farà come quel Giasone (quello dei Maccabei spiega Dante, non quello mitologico incontrato nel canto precedente tra i seduttori) che comprò dal suo re (Antioco IV Epifane) la dignità di sommo sacerdote, così egli farà dal suo re di Francia (Filippo il Bello). Il riferimento al papa che diede di fatto inizio alla cattività avignonese non giungendo mai a Roma e stanziandosi nel sud della Francia, è stata ed è tuttora motivo di grandi controversie riguardo alla datazione dell'Inferno.
La cantica viene generalmente datata come iniziata nel biennio 1304-1305 o, secondo altre tesi più accreditate, il periodo 1306-1307, con i fatti citati che non vanno oltre il 1309. La prima citazione pervenutaci di un passo della Commedia risale al 1317 ed è contenuta nel retro di copertina di un registro bolognese, mentre i manoscritti più antichi che possediamo risalgono tutti agli anni dopo il 1330. Tra l'altro si tratta in particolare di copie di Giovanni Boccaccio, che a sua volta le ricopiò non dal manoscritto originale. In questi versi Dante dimostra di essere a conoscenza del fatto che il successore di Bonifacio VIII regnerà meno di Bonifacio stesso (che governò la Chiesa per nove anni).
Clemente V regnò fino al 1314 e questa citazione è in contrasto con tutte le teorie di datazione generalmente accettate (a quell'epoca si ritiene che Dante stesse già scrivendo il Purgatorio). La versione attualmente più accreditata è che la citazione riguardo alla durata del pontificato di Clemente sia un ritocco eseguito dal poeta in epoca successiva alla stesura della cantica. Non è d'altronde molto accreditato daglinstudiosi il fatto che Dante si fosse solo fidato del suo buonsenso, valutando le condizioni di salute del papa in carica. A favore di quest'ultima ipotesi bisogna però considerare che affinché Bonifacio VIII stesse a farsi "cuocere i piedi" meno a lungo di Niccolò III, che rimase "imborsato" per ventitré anni (dalla sua morte nel 1280 a quella di Bonifacio VIII nel 1303), Clemente V sarebbe dovuto morire prima del 1326, previsione che Dante poteva ben arrischiare viste le precarie condizioni di salute di Clemente stesso.
A questo punto Dante si sente di rispondere al Papa. Pur temendo di essere troppo temerario (folle), avvia un discorso (che poi Virgilio, simbolo della ragione, benedirà con il suo assenso): "Dimmi dunque, quanti soldi chiese Nostro Signore da San Pietro prima che gli desse le chiavi? Solo un 'Vienimi dietro'; a loro volta né Pietro né gli altri apostoli chiesero alcun oro o argento a Mattia apostolo quando gli offrirono il posto dell'anima malvagia (di Giuda Iscariota); Perciò ti sta bene che tu venga ben punito; per non parlare dei soldi ingiustamente rubati, che ti misero contro Carlo l'ardito. Se parlo così è per reverenza delle somme chiavi di pontefice che tenesti in vita, perché dovrei usare parole anche peggiori: la vostra avarizia (anche qui intesa come avidità) rattrista il mondo, schiaccia i buoni ed eleva i malvagi. Proprio di voi parlava profetizzando l'evangelista Giovanni quando nell'Apocalisse citava colei che siede sopra le acque 'puttaneggiando con i re' (la Chiesa, che siede su tutti i popoli rappresentati da tutti i fiumi della Terra, anche se nell'Apocalisse i teologi hanno indicato rappresentare Roma)" (vv. 90-108).
Dante prosegue e passa ad interpretare liberamente le figure dell'Apocalisse, dove compare un drago rosso con sette teste e dieci corna, identificato dai primi esegeti biblici con Raab o con il Leviatan, ma più frequentemente con il Diavolo, comandante delle forze del male, con il quale la donna si fortificò finché piacque al marito, cioè al papa stesso. Grave è l'accusa della terzina seguente: Dante dice che ora i Papi adorano un Dio d'oro e d'argento (chiaro è il riferimento all'episodio biblico del Vitello d'oro), che non è nemmeno uno, ma sono cento, come nel diabolico paganesimo. Infine l'orazione si conclude con un'invettiva contro Costantino I: «"Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!» (vv. 115-117)
Parafrasando, Dante rimprovera a Costantino non già la sua conversione, ma la cosiddetta donazione di Costantino, un documento falso (ma la sua non-autenticità fu dimostrata come tale solo nel XV secolo dall'umanista Lorenzo Valla, sebbene già nei secoli prima molti dubbi fossero stati avanzati a tal proposito) che legittimava il potere temporale del papa. Secondo questo documento, che Dante biasimò duramente nel Monarchia, l'imperatore, prima di trasferire la capitale a Costantinopoli, fece dono a papa Silvestro I della città di Roma, alienando di fatto un pezzo di Impero a un esponente religioso. Forti di tale documento i papi, soprattutto nel medioevo, avallarono gli scontri contro l'Imperatore che erano alla base di gran parte dei problemi politici del medioevo europeo. Terminata l'orazione, che il papa dannato ha ascoltato in silenzio contorcendo talvolta le gambe con maggiore energia per la rabbia o per il rimorso, Dante è rincuorato dall'espressione accondiscendente di Virgilio, il quale, come simbolo della Ragione, ha gradito la professione di "verità" del suo discepolo. Il maestro solleva quindi Dante e lo riporta sul sentiero sopra il fossato. Qui "un altro vallon" viene a mostrarsi al poeta.
Il contrappasso di questi dannati è abbastanza chiaro: poiché essi preferirono guardare alle cose terrene piuttosto che a quelle celesti, ora sono conficcati a testa in giù nel suolo. La santità mancata è sottolineata anche dai due rimandi che indicano l'uso di tali fosse: per i battesimi e per punire gli "assassini" (due cose, fra l'altro, collegate la prima alla nascita, la seconda alla morte). Inoltre, com'essi badarono solo ad 'insaccare' denaro, nella terra sono ora 'insaccati'. La presenza di fiammelle sulle piante dei piedi si potrebbe spiegare in particolare per i papi: al contrario degli apostoli che durante la Pentecoste ricevettero il fuoco dello Spirito Santo sulla testa, essi lo calpestarono. La pena sarebbe poi stata applicata per analogia anche agli altri simoniaci, un po' come la pena della pioggia di fuoco ritagliata sui sodomiti veniva estesa a tutti i violenti contro Dio e natura. La visione del fuoco e la discesa graduale verso l'abisso sono figure presenti anche in alcune visioni di religiosi medievali, come Alberico di Settefrati o San Pier Damiani. Assomiglia sia alla pena degli epicurei (Inf. X: sepolti in tombe infuocate), sia a quella degli avari in Purgatorio, inchiodati al suolo con la faccia rivolta verso il basso.

TESTO

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci 3

per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state. 6

Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. 9

O somma sapienza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte! 12

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo. 15

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori; 18

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni. 21

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava. 24

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe. 27

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte. 30

«Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss’io, «e cui più roggia fiamma succia?». 33

Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti». 36

E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace». 39

Allor venimmo in su l’argine quarto:
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto. 42

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca. 45

«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa»,
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». 48

Io stava come ’l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui, per che la morte cessa. 51

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 54

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?». 57

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno. 60

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
‘Non son colui, non son colui che credi’»;
e io rispuosi come a me fu imposto. 63

Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me richiedi? 66

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; 69

e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa. 72

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti. 75

Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. 78

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi: 81

ché dopo lui verrà di più laida opra
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra. 84

Novo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge». 87

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì : quanto tesoro volle 90

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’. 93

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria. 96

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito. 99

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta, 102

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista
, calcando i buoni e sollevando i pravi. 105

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista; 108

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque. 111

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? 114

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!». 117

E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote. 120

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse. 123

Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese. 126

Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto. 129

Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto. 133

PARAFRASI
O Simon mago, o suoi miseri seguaci che, avidi, prostituite in cambio d'oro e d'argento le cose di Dio che devono essere spose della bontà, ora è necessario che per voi suoni la tromba, visto che siete nella III Bolgia.
Ormai eravamo saliti, nella Bolgia seguente, sul ponte fino al punto in cui la perpendicolare cade esattamente al centro della fossa.
O suprema sapienza, quanta perfezione dimostri in cielo, in terra e nell'Inferno, e con quanta giustizia la tua virtù distribuisce premi e castighi!
Io vidi la roccia scura, lungo le pareti e sul fondo della fossa, piena di buchi, tutti della stessa larghezza e di forma circolare.
Non mi sembravano né meno ampi né maggiori di quelli che servono come fonti battesimali nel bel battistero fiorentino di San Giovanni;
non molti anni fa ne ruppi uno per salvare una persona che vi stava annegando, e questa sia la testimonianza che corregga l'errore di chi è male informato.
Fuori dall'orlo di ogni buca emergevano i piedi e le gambe di un peccatore, fino alle cosce, mentre il resto del corpo stava dentro.
Le piante dei piedi erano entrambe accese, per cui i dannati scalciavano con le articolazioni con tale forza che avrebbero spezzato le funi più resistenti.
Come una fiamma di solito lambisce solo la superficie delle cose unte, muovendosi sull'estremità, così facevano quelle fiammelle dal calcagno alla punta dei piedi.
Io dissi: «Maestro, chi è quel dannato che soffre e scalcia più degli altri suoi compagni di pena, e che è consumato da una fiamma più rossa»?
E lui a me: «Se tu vuoi che io ti porti laggiù, scendendo lungo la parete meno ripida, saprai da lui stesso chi è e quale colpa ha commesso».
E io: «Ciò che a te piace per me va benissimo: tu sei la mia guida e sai che la mia volontà è conforme alla tua e sai anche ciò che non dico».
Allora giungemmo sul quarto argine: ci girammo e scendemmo verso sinistra, fino al fondo della Bolgia pieno di buchi e stretto.
Il buon maestro non mi fece scendere dal suo fianco, finché non mi portò alla buca dove quel dannato si lamentava con le sue gambe.
Io iniziai a dire: «Chiunque tu sia, tu che sei capovolto, anima triste come un palo conficcato nel terreno, se puoi, parlami».
Io stavo lì come il frate che confessa il perfido assassino, il quale, dopo essere stato messo nella buca, lo chiama per ritardare l'esecuzione.
E quello urlò: «Sei già lì in piedi, sei già lì in piedi, Bonifacio? Il libro del futuro mi ha mentito di diversi anni.
Ti sei già saziato di quelle ricchezze per le quali non avesti scrupoli a prendere con l'inganno la bella donna (la Chiesa) e poi farne scempio?»
Io divenni allora come quelli che non capiscono cosa è stato loro risposto, per cui sono confusi e non sanno cosa ribattere.
Allora Virgilio disse: «Digli subito: 'Non sono colui che tu credi'»; e io risposi come mi fu ordinato.
Allora lo spirito storse completamente i piedi; poi, sospirando e con voce lamentosa, mi disse: «Dunque cosa vuoi sapere da me?
Se ti preme sapere chi sono al punto di essere sceso fin quaggiù, sappi che io vestii il manto papale;
e fui figlio legittimo dell'orsa, talmente avido per avvantaggiare i miei parenti che in vita misi in borsa il denaro, qui ho messo in borsa me stesso (mi sono dannato).
Sotto la mia testa sono conficcati gli altri che mi hanno preceduto praticando la simonia, tutti appiattiti nelle fessure della roccia.
Laggiù finirò anch'io quando verrà colui (Bonifacio VIII) che credevo fossi tu, quando ti feci quell'improvvisa domanda.
Ma il tempo che ho passato a cuocermi i piedi e in cui sono stato così capovolto è maggiore di quello che passerà lui coi piedi rossi:
infatti dopo di lui verrà da occidente un altro papa (Clemente V) senza legge, che compirà azioni ancor più infamanti e tale che ricoprirà me e lui.
Sarà un nuovo Giasone, di cui si legge nel libro dei Maccabei; e come il suo re fu accondiscendente con lui, così sarà verso il papa il re di Francia (Filippo il Bello)».
Io non so se a questo punto fui troppo irriverente, poiché gli risposi in questo tono: «Ora dimmi: quanto denaro volle nostro Signore da san Pietro prima di affidargli le chiavi del regno dei cieli? Certo gli disse solo 'Seguimi'.
Né Pietro né gli altri presero da Mattia oro o argento, quando fu sorteggiato per prendere il posto perso da Giuda.
Allora sta' qui, perché sei ben punito; e custodisci il denaro preso con l'inganno, che ti rese ardito contro Carlo d'Angiò.
E se non fosse per il rispetto che devo alle somme chiavi (della Chiesa) che tu tenesti nella vita terrena e che mi frenano, userei parole ancor più severe: infatti la vostra avarizia rattrista il mondo, calpestando i buoni e sollevando i malvagi.
Di voi cattivi pastori si accorse l'Evangelista (Giovanni) quando vide la meretrice che siede sopra le acque (la Chiesa) fare la prostituta con i re;
quella che è nata con sette teste e ha tratto forza dalle dieci corna, finché al marito (il papa) piacque la virtù.
Vi siete fabbricati un dio d'oro e d'argento: e che differenza c'è tra voi e il pagano, se non che quello adora un dio solo e voi ne adorate cento?
Ahimè, Costantino, quanto male ha causato non la tua conversione, ma quella donazione che da te ebbe il primo ricco papa (Silvestro)!»
E mentre io gli rivolgevo tali parole, il dannato scalciava forte con entrambe le gambe, o perché adirato o per rimorso di coscienza.
Io credo che il mio maestro approvasse, visto che ascoltò il mio discorso veritiero con volto sempre sereno.
Allora mi prese con entrambe le braccia; e poi che mi strinse tutto al suo petto, risalì per la via da cui era sceso.
Non si stancò di tenermi stretto finché non mi portò sul punto più alto del ponte, che unisce il quarto al quinto argine.
Qui pose dolcemente a terra il carico, che era dolce da portare attraverso la roccia ripida e scoscesa e che sarebbe un duro sentiero anche per le capre. Da lì mi fu mostrata un'altra Bolgia.

Eugenio Caruso - 10-09-2019

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