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Inferno, Canto XXI, I malversatori

COMMENTO

Il canto ventunesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nella quinta bolgia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti i malversatori; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.
«Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l’offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.» (Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo).
Continuando a parlare di cose che la «Comedía» non riporta, Dante e Virgilio arrivano sul culmine («il colmo») del ponte che dà sulla quinta bolgia, e guardando giù Dante la vede «mirabilmente oscura» a causa di una pece nera che vi bolle gonfiandosi spesso in superficie. Per descriverla Dante inizia una lunga similitudine paragonandola a quella che d'inverno viene fatta bollire nell'Arsenale di Venezia: l'inverno era infatti tempo di manutenzione delle navi e Dante si dilunga descrivendo con minuzia le attività degli operai navali: quando non si può navigare c'è chi costruisce nuove barche, chi tura con la stoppa le falle, chi ribatte la prua e chi la poppa, chi fabbrica remi e chi sartie, chi rattoppa il terzeruolo (la vela più piccola) e chi l'artimone (vela di gabbia posta sopra quelle più grandi)... e Dante descrive con tale vivida minuzia il quadro che sembra di vederselo davanti, mostrando una profonda conoscenza di termini tecnico-navali, tanto che alcuni hanno ipotizzato che Dante fosse veramente stato a Venezia a vedere i cantieri navali, cosa però che non trova riscontri nella cronologia della biografia del poeta.
Dante sta quindi guardando la pece che ribolle, ma qui all'Inferno non lo fa per via del fuoco che la riscalda ma «per divin'arte», e invischia dappertutto le due rive. Dante è un po' sorpreso di non vedervi nessun dannato, ma solo bolle.
Mentre il poeta è così preso dall'osservazione non si accorge di una nera ombra che gli si avvicina alle spalle. «Guarda, guarda!» (fai attenzione!!) ammonisce Virgilio, e Dante si gira, ma «come l'uom cui tarda / di veder quel che li convien fuggire» egli rimane immobile, paralizzato dalla paura del pericolo ormai troppo vicino per essere evitato (da notare la suspense finché il pericolo non viene esplicitamente descritto). Si tratta di un «diavol nero», che dietro ai due poeti sta risalendo il ponte di corsa ad ali spiegate. Porta sulle spalle, sull'«omero aguto e superbo» un peccatore piegato in due e con un uncino gli attraversa il «nerbo», il garretto, come si fa con la selvaggina. Come in una farsa il diavolo non si cura minimamente dei due pellegrini e inizia a vociare: "Oh Malebranche, ecco uno degli anziani (cioè dei priori) di Santa Zita (Lucca, città devota alla santa)! Mettetelo sotto, che io torno in quella città che è ben fornita di questi peccatori: lì sono tutti barattieri, tranne Bonturo (frase ironica, Bonturo Dati era rinomatamente il più corrotto di tutta Lucca); lì (a Lucca) il no con il denaro si fa diventare ita, (cioè "si" in latino, passi una delibera che doveva essere bocciata)".
Nella pece sono puniti quindi i barattieri, che nel lessico giuridico del Medioevo indicavano generalmente gli imbroglioni che arraffavano denaro sottobanco o ottenevano altri vantaggi con la frode e quindi, più nello specifico, anche i concussori o magistrati corrotti. Il contrappasso è piuttosto generico e consiste nel fatto che come in vita essi agirono al coperto invischiando le loro vittime, adesso sono immersi nel buio nero della pece (come sintetizzato al verso 54). I diavoli hanno il compito di uncinare chi tenta di uscire anche solo per affacciarsi, un po' come fanno gli sguatteri dei cuochi quando spingono giù le carni che affiorano in una pentola che bolle. Essi non sono interpretabili secondo un contrappasso preciso, ma la loro presenza innescherà un episodio tra il faceto e il grottesco che avrà come tema principale quello della furberia e che verrà sviluppato anche nei prossimi due canti.
Il diavolo quindi scarica il dannato e riparte per risalire il ponte, più veloce di un mastino che insegua un ladro («lo furo»). Inizia qui la lunga e prolifica serie di similitudini animalesche che Dante usa continuamente in questa bolgia: sono dovute sia alla bestialità di questi dannati, sia a sottolineare lo stile comico delle scene che il poeta si appresta a mettere su, dalla struttura in tutto e per tutto simile a quella delle commedie popolaresche da palcoscenico. Il dannato, secondo studi d'archivio sulla sua data di morte avvenuta nel periodo pasquale del 1300, sarebbe Martino Bottario, un membro del consiglio lucchese degli anziani. Dopo essere stato tuffato nella pece dal diavolo, il dannato «torna sù convolto», raggomitolato (o "piegato", secondo l'italiano antico) dal bollore e grondante di pece. Allora i diavoli, nascosti sotto il ponte, iniziano a prenderlo in giro beffardamente con ironia malvagia: «Qui non ha loco il Santo Volto!» (parafrasi: "Eh no, qui non c'è il Volto Santo di Lucca!") che si può intendere sia come se il dannato fosse tornato su per pregare la santa reliquia del Duomo di Lucca, sia, in maniera più blasfema, che ben si addice al linguaggio dei diavoli, come se il dannato atteggi il suo volto, tutto nero per la pece, a mo' del Volto Santo, che è appunto un Crocifisso di legno nero, per chiedere pietà. Seguitano poi "qui non si nuota (per diletto) come nel Serchio! Se non vuoi provare i nostri graffianti uncini non venire a galla, non fare da coperchio alla pece!" e mentre l'"addentano" con cento ganci appuntiti («raffi») contuinuano con il loro comico sarcasmo: "Qui conviene ballare al coperto, così come hai arraffato nascostamente".
È il momento di "entrare in scena" per i due poeti. Virgilio fa nascondere Dante «giù t'acquatta» dietro a una roccia («scheggio», da notare la scelta di questi termini di estrazione più popolaresca e vernacolare) e di non preoccuparsi per lui: non gli accadrà niente perché conosce la strada in quanto l'ha già fatta (Dante lo ha già saputo dal suo maestro nell'episodio narrato in Inf. IX, 22). Virgilio attraversa quindi il ponte e, arrivando sul sesto argine (che divide la quinta bolgia dalla sesta), sta con la fronte alta come ostentando sicurezza (anche qui un elemento farsesco). Come i cani che si avventano contro un poverello che chieda l'elemosina e quello sia costretto a arrestarsi e doverla chiedere lì dove si trova, così Virgilio è accerchiato dai diavoli usciti da sotto il ponte che «volser contra lui tutt'i runcigli». Virgilio però grida: «Nessun di voi sia fello [malvagio]!», fermandoli. Continua poi chiedendo di poter parlare con uno di loro prima di essere semmai afferrato, al che i diavoli chiamano in coro «Vada Malacoda!». Malacoda è un po' il capitano di questa "truppa" di diavoli (che presto daranno luogo a una parodia militaresca) e si presenta a Virgilio dicendo «Che li approda?», "A che pro?". Virgilio, chiamando il diavolo per nome, gli spiega che se sono giunti fin laggiù, al sicuro da tutti gli "schermi" (ostacoli) infernali, come può egli credere che non sia stato per «voler divino e fato destro»? Variando un po' sul tema del vuolsi così colà dove si puote, Virgilio stupisce il diavolo con la sua missione divina e Malacoda, sbalordito, con un gesto plateale di sconforto, fa cadere l'uncino e si raccomanda agli altri diavoli che essi non feriscano i due. Virgilio, allora, chiama Dante, che sgattaiola dal suo nascondiglio e si affretta a raggiungere il suo maestro. I diavoli gli si stringono allora attorno con sembianza «non buona» (efficace litote) e il poeta assimila sé stesso ai fanti pisani della Rocca di Caprona quando, dopo la resa del 6 agosto 1289, uscirono sfilando accanto ai nemici minacciosi; si tratta di un episodio secondario della Battaglia di Campaldino al quale Dante afferma di aver personalmente assistito.
Due diavoli "semplici" della truppa allora continuano a guardare malignamente Dante che è appoggiato alle spalle di Virgilio, e parlano tra di loro facendo finta che Dante non li senta: «Vuo' che 'l tocchi [con l'uncino] in sul groppone?»; «Sì, fa che gliel'accocchi.» (da notare il linguaggio comicamente sguaiato dei due). Malacoda, che li ha adocchiati, però si affretta a dire «Posa, posa Scarmiglione!». Questi diavoli sono minacciosi ma non c'è niente di spaventoso nelle loro azioni, Dante non è indignato o inorridito, ma è come un semplice attore che sa di non avere nulla da temere.
L'attenzione torna sul dialogo di Malacoda con Virgilio: "Non si può andare oltre questo argine, perché il ponte giace spezzato sul fondo della bolgia. Ma se seguitate a camminare su questa roccia più avanti ce n'è un altro. Proprio ieri, cinque ore prima di adesso, mille e duecento sessanta sei anni fa tale via crollata ". Notevolissimo è il senso grottescamente ridicolo che Dante è riuscito a rendere con la sua poesia in questo dialogo: in tutto l'Inferno bene o male tutti vari guardiani ed esseri diabolici hanno ceduto il passo, ma nessuno si è messo a dare informazioni "turistiche" ai due pellegrini tranne questo "povero diavolo"; inoltre il suo preciso riferimento orario ricorda la gag di un comico che con disinteresse snocciola un dato così esatto che sembra che non abbia pensato ad altro che a calcolarlo negli ultimi mille anni.
Il riferimento comunque è prezioso per datare l'epoca immaginata da Dante per il suo viaggio: se infatti egli riteneva che Gesù fosse morto a mezzogiorno del 25 marzo dell'anno 34 (il giorno della Crocifissione veniva a quel tempo fatto coincidere con l'anniversario dell'incarnazione), da questi versi risulta che in quel momento erano le sette del mattino del 26 marzo 1300 e che, di conseguenza, il viaggio dantesco iniziò il 25 marzo 1300. Anche se il passo in esame non fa riferimento ad alcuna solennità religiosa, ma fornisce semplicemente una misura di tempo precisa all'ora, alcuni commentatori, supponendo che Dante non considerasse in maniera "mobile" ma fissa la data della Pasqua, lo ritengono un indizio del fatto che egli si mise in viaggio di Venerdì Santo, cioè l'8 aprile 1300.
Malacoda prosegue mandando una truppa di dieci diavoli, incaricata di controllare che i dannati non escano dalla pece, e decide di far loro accompagnare i due pellegrini, rassicurandoli che «non saranno rei». Inizia allora a chiamare i diavoli uno ad uno:

«"Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina,"
cominciò elli a dire, "e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.»

Questo pittoresco corteo, che si può solo immaginare dai nomi e dai vari aggettivi che Malacoda attribuisce ai diavoli, si sistema quindi a mo' di truppa militare in procinto di partire. Ma Dante è un po' turbato da questa scorta non richiesta e temendo da loro qualche brutta sorpresa se ne lamenta con Virgilio di nascosto: "Maestro, ma che vuol dire questo? Tu la strada la sai, perché non andiamo da soli? Io la scorta non la chiedo... non vedi come digrignano i denti e come si strizzano l'un l'altro le ciglia minacciosi?". Dante ha infatti notato che i diavoli si intendono tra di loro: nel prossimo canto si scoprirà che Malacoda stava mentendo deliberatamente, e gli altri stavano al gioco, dopotutto questo è il girone dei "fraudolenti"; Virgilio però lo rassicura ingenuamente, dicendo che quelli sono segni che essi fanno per questioni che riguardano i dannati, non loro. Vedremo presto di nuovo (dopo l'episodio delle mura di Dite) come Virgilio-"personificazione della Ragione" a volte si faccia ingannare dalla "malizia", da bassezze così smaccate e volgari che per lui sono dopotutto inconcepibili. I diavoli si mettono allora in plotone con la lingua pronta tra i denti per imitare il verso della partenza, aspettando il cenno del loro «duca», cioè della loro guida Barbariccia:
«ed elli avea del cul fatto trombetta»
Si chiude con questo gesto sconcio, ma degnissimo della situazione, il primo atto della "commedia" infernale.
Il canto si apre con la menzione della «Comedía» che Dante sta scrivendo, in un inciso apparentemente marginale ma denso di significato: secondo la dottrina medievale degli stili, infatti, la Commedia di Dante sarebbe dunque un'opera in stile medio e dai contenuti bassi. Questa medietà dello stile nasconde in realtà il sublime cristiano esemplificato sulla Bibbia, opera umile nella forma, perché si rivolge a tutti narrando la vita di persone semplici, ma sublime nei contenuti, dal momento che parla della salvezza dell'intera umanità.
Il canto, così come i seguenti che pure parlano dei barattieri, è "comico" poiché presenta quello che è il tipico andamento stilistico della commedia da palcoscenico: la scena è animata da una moltitudine di personaggi le cui parole e azioni si intrecciano con ritmo movimentato (così raro in Dante, che è più a suo agio concentrandosi su singole figure isolate); tale movimento narrativo è anticipato già dalla similitudine che descrive la pece, allargandosi a rappresentare, con grande vivezza, tutta l'attività dell'arsenale di Venezia durante l'inverno, quando le navi non possono navigare e ci si occupa allora della manutenzione. Il tono del canto è prima canzonatorio, poi ironico, spesso con dei chiari riferimenti al lessico popolare (come nelle parole dei diavoli: «pegola» per pece, «accaffi» = arraffare, «gliene accocchi», «sciorina», «ed elli avea del cul fatto trombetta»), le altre similitudini tratte dalle situazioni più umili (la carne che galleggia in pentola, il «poverello» fermato dai cani mentre chiede l'elemosina). I diavoli, anziché ispirarsi alla tradizione classica come per molti altri custodi dell'Inferno, sono descritti a partire dalla chimera delle fantasie popolari: contribuisce al tono particolare del racconto anche l'enumerazione dei loro nomi, tutti inventati tranne due che sono tratti dalla tradizione medievale (Alichino, che poi diventerà Arlecchino nelle commedie, e Farfarello). E già in questa prima parte si possono distinguere alcune sfumature della comicità usata:la derisione verso la nuova anima dannata, che non deve credere di essere nel Serchio, l'ironia su Bonturo, la parodia "eroi-comica" della marcia militare, lo beffa blasfema («Qui non ha loco il Santo Volto»), il grottesco nei nomi e i modi dei diavoli, il gioco delle astuzie nel dialogo tra Virgilio e Malacoda, il volgare "plebeo" nel peto di Barbariccia...
Alcuni critici ottocenteschi, a partire da Francesco De Sanctis, negarono l'esistenza di un Dante comico, sottolineando invece il sarcasmo superiore, anche se forse gravava su queste valutazioni il pregiudizio che la poesia impegnata non potesse essere comica. Alcuni (Riccardo Bacchelli, Natalino Sapegno) sottolinearono gli aspetti atroci di questo canto, che sono pure presenti ma in una luce del tutto priva di dolore e di paura, oppure sottolinearono uno sbigottimento del poeta un po' forzato. Anche una possibile spiegazione allegorica del passo ha dato in alcuni casi risultati forzati e inammissibili.

TESTO

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo il colmo, quando 3

restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura. 6

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani, 9

ché navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più viaggi fece; 12

chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -; 15

tal, non per foco, ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte. 18

I’ vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa. 21

Mentr’io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco dov’io stava. 24

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda, 27

che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire. 30

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero! 33

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. 36

Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche 39

a quella terra che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar vi si fa ita». 42

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo. 45

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto: 48

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio». 51

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi». 54

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli. 57

Lo buon maestro «Acciò che non si paia
che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; 60

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’altra volta fui a tal baratta». 63

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte. 66

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta, 69

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! 72

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli». 75

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
per ch’un si mosse - e li altri stetter fermi -,
e venne a lui dicendo: «Che li approda?». 78

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto», disse ’l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri schermi, 81

sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro». 84

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: «Omai non sia feruto». 87

E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi». 90

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; 93

così vid’io già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti. 96

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona. 99

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi!». 102

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto,
e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!». 105

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto. 108

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face. 111

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta. 114

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei». 117

«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»
, cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina. 120

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Ciriatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo. 123

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane». 126

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. 129

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,
e con le ciglia ne minaccian duoli?». 132

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti». 135

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta. 139

PARAFRASI

Così, parlando di altre cose che la mia Commedia non si cura di riferire, giungemmo all'altro ponte; ed eravamo sul punto più alto, quando ci fermammo per vedere l'altra Bolgia e gli altri inutili pianti dei dannati; e la vidi incredibilmente oscura.

Come nell'Arsenale dei Veneziani d'inverno bolle la pece viscosa per riparare le loro navi danneggiate,

poiché non possono navigare (intanto alcuni costruiscono uno scafo nuovo e altri riparano le fiancate alle navi che fecero molti viaggi in mare;

alcuni battono i chiodi da prora o da poppa; altri riparano i remi e avvolgono le sartie; altri rappezzano il terzerolo e l'artimone);

così laggiù bolliva una spessa pece, non per un fuoco ma per arte divina, la quale invischiava ogni lato delle pareti della Bolgia.

Io vedevo la pece, ma dentro di essa non vedevo altro che le bolle che affioravano in superficie, e la vedevo gonfiarsi tutta per poi abbassarsi.

Mentre io fissavo attentamente in basso, il mio maestro mi tirò a sé dal punto dove stavo, dicendomi: «Guarda, guarda!»

Allora mi voltai, come chi si attarda a vedere ciò che deve sfuggire e cui la paura toglie subito gagliardia, e che mentre osserva non esita comunque a scappare: e vidi dietro di noi un diavolo nero che veniva correndo su per il ponte.

Ah, quanto mi sembrava feroce nell'aspetto! e come mi pareva crudele nei suoi atti, mentre correva agilmente coi piedi e le ali spalancate!

La sua spalla, acuminata e rialzata, caricava un peccatore che giaceva riverso con entrambi i fianchi, del quale il diavolo teneva strettamente le caviglie.

Il diavolo dal ponte dove eravamo disse: «O Malebranche, ecco uno degli anziani di Santa Zita (del comune di Lucca)! Gettatelo nella pece, mentre io torno nuovamente a quella città che è piena di barattieri: lo sono tutti tranne Bonturo Dati; là, per denaro, ogni 'no' diventa 'sì'».

Lo scaraventò nella pece e si voltò sulla roccia del ponte; e nessun mastino sciolto fu tanto rapido a inseguire il ladro.

Il dannato si immerse e tornò a galla tutto imbrattato; ma i diavoli che erano nascosti dietro il ponte gridarono: «Qui non c'è il Santo Volto!

Qui si nuota diversamente che nel fiume Serchio! Perciò, se vuoi evitare che ti straziamo, non emergere al di sopra della pece».

Poi lo afferrarono con più di cento uncini e dissero: «Qui devi ballare coperto dalla pece, così, se puoi, arraffi di nascosto».

Non diversamente da loro, i cuochi fanno immergere ai loro sguatteri la carne con gli uncini in mezzo alla pentola, perché non venga a galla.

Il buon maestro mi disse: «Affinché non sembri che tu ci sia, nasconditi dietro una sporgenza rocciosa, che ti faccia da riparo;

e non temere, qualunque offesa mi sia rivolta, perché so cosa devo fare in quanto già un'altra volta partecipai a una tale contesa».

Poi giunse all'altro capo del ponte; e appena giunse sull'argine della Bolgia successiva, gli servì ostentare un'aria sicura.

Con lo stesso furore e fragore con cui i cani escono contro il mendicante che si ferma e chiede la carità da quel punto, i diavoli uscirono da sotto il ponte e rivolsero contro Virgilio tutti i bastoni uncinati; ma lui gridò: «Nessuno di voi mi faccia oltraggio!

Prima che i vostri uncini mi colpiscano, si faccia avanti uno di voi che mi ascolti, e poi decidete se è il caso o meno di uncinarmi».

Tutti urlarono: «Vada Malacoda!»; allora un diavolo si mosse, mentre gli altri stavano fermi, e giunse a Virgilio dicendogli: «A che gli giova (venire qui?)»

Il mio maestro disse: «Tu credi, Malacoda, di vedermi qui, sicuro da tutte le vostre minacce, senza il volere divino e un destino a me favorevole? Lasciaci andare, poiché il cielo vuole che io mostri a qualcun altro questo arduo cammino».

Allora al diavolo cadde l'orgoglio, al punto che lasciò cadere ai piedi l'uncino e disse agli altri: «Non fategli alcun male».

E il mio maestro mi disse: «O tu che ti nascondi quatto quatto tra le rocce del ponte, puoi tornare a me senza pericolo».

Allora mi mossi e lo raggiunsi rapidamente; e i diavoli si fecero tutti avanti, così che ebbi paura che non rispettassero i patti;

allo stesso modo vidi temere i fanti che uscivano dal castello di Caprona secondo i termini della resa, vedendosi tra tanti nemici.

Io mi strinsi tutto alla mia guida, e non staccavo gli occhi dall'aspetto poco rassicurante dei diavoli.

Essi chinavano gli uncini e si dicevano l'un con l'altro: «Vuoi che lo colpisca sul groppone?» E rispondevano: «Sì, fa' in modo di assestargli un colpo!»

Ma quel diavolo che parlava col mio maestro si voltò rapidamente e disse: «Sta' fermo, Scarmiglione!»

Poi disse a noi: «Non si può procedere oltre per questo ponte, visto che giace crollato al fondo della VI Bolgia.

E se volete andare comunque avanti, procedete lungo questo argine; non lontano c'è un altro ponte che permette il passaggio.

Ieri, cinque ore più tardi dell'ora presente, si compirono 1266 anni da quando il ponte è crollato.

Io mando in quella direzione i miei diavoli per controllare che nessun dannato esca dalla pece; andate con loro, si comporteranno bene».

Cominciò a dire: «Fatevi avanti, Alichino e Calcabrina, e tu, Cagnazzo; e Barbariccia sia a capo dei dieci diavoli.

Vengano inoltre Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto dalle lunghe zanne e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo.

Perlustrate intorno la bollente pece viscosa; questi due siano sani e salvi fino all'altro ponte che, intatto, dà accesso alla prossima Bolgia».

Allora io dissi: «Ahimè, maestro, cosa vedo mai? Per favore, andiamo laggiù senza guida, se tu sai la strada; io non la chiedo di sicuro.

Se sei saggio come al solito, non vedi che i diavoli digrignano i denti e ci lanciano occhiate minacciose?»

E lui a me: «Non voglio che tu abbia timore; lasciali pure digrignare i denti come vogliono, poiché fanno così per i dannati immersi nella pece».

I diavoli si voltarono a sinistra sull'argine; ma prima ognuno di loro aveva stretto la lingua tra i denti, voltandosi alla loro guida (Barbariccia) come a un segnale convenuto; e quello aveva emesso uno sconcio rumore col sedere.

Le Malebolge

L'VIII Cerchio dell'Inferno è riservato ai peccatori di frode, ovvero coloro che hanno imbrogliato chi non si fida. È detto anche Malebolge ed è suddiviso in dieci Bolge, ciascuna riservata a una categoria di peccatori e con una pena differente: Dante ne spiega la struttura nel Canto XVIII, dopo che il mostro alato Gerione ha portato i due poeti sulla groppa in fondo all'alto burrato che divide questo Cerchio dal precedente. Dante dice che il luogo è tutto di pietra di color ferrigno, con al centro un pozzo profondo che conduce al Cerchio successivo e dove sono imprigionati i giganti. La parte restante, che va dalla ripa dura al pozzo stesso, è suddivisa in dieci Bolge concentriche, simili ai fossati che cingono per difesa i castelli, sormontate da ponticelli rocciosi che consentono di attraversarle e guardarle dall'alto (tranne quelli che portano dalla V alla VI, tutti crollati in seguito al terremoto il giorno della morte di Cristo). Il termine bolgia è sinonimo di «borsa» e allude al fatto che il fondo di ciascuna è simile a una sacca in cui sono gettati i vari dannati. In alcune di esse ci sono demoni che custodiscono i peccatori e contribuiscono a tormentarli in vario modo.
Questa la ripartizione dei fraudolenti nelle varie Bolge:
I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli
II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco
III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in giù, con le piante dei piedi accese da fiammelle
IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all'indietro
V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati armati di bastoni uncinati (Malebranche)
VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all'esterno
VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono orribili metamorfosi
VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma
IX Bolgia (seminatori di discordia): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di spada
X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si addentano tra loro; quelli di monete sono colpiti da idropisia e tormentati dalla sete; quelli di parole sono colpiti da febbre altissima.
La circonferenza della decima bolgia, la più interna, è di undici miglia (Inferno XXX, 87); quella della nona è di ventidue (XXIX, 9). Se le altre bolge sono in proporzione, ne risulta che la prima ha una circonferenza di 110 miglia. La larghezza di ciascuna bolgia è di mezzo miglio (XXX, 88).

Struttura dell'inferno

inferno

Eugenio Caruso - 23-09-2019

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