Inferno, Canto XXV. Ancora i ladri.

COMMENTO DEL CANTO XXV

Il canto venticinquesimo si sviluppa nella settima bolgia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti ancora i ladri; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.
«Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr’ a’ fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.» (Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)
Il canto continua con un tutt'uno con il precedente. Vanni Fucci, ladro confesso, profeta di sciagure appena elencate a Dante con odio "perché doler ti debbia", adesso è sempre al centro della scena e conclude il suo arrogante e minaccioso discorso con un gesto blasfemo, che consiste nell'alzare verso il cielo le due mani con il gesto delle fiche (infilando il pollice tra l'indice e il medio, che all'epoca era un gesto volgare come il gesto dell'ombrello) gridando "Togli, Dio, ch'a te le squadro!" (qualcosa come "Tié, Dio!", letteralmente: "Prendi Dio, che te le mostro apertamente!", intendendo le fiche), una sordida bestemmia, che sdegna Dante, per fortuna interrotta dall'arrivo di serpi che, nonostante prima avessero suscitato il suo orrore, da quel momento considera amiche perché strozzano il dannato come se gli intimassero di non parlare più e gli legano di nuovo le braccia che hanno appena compiuto il gesto osceno.
Il poeta allora scrive un'invettiva contro la città di Pistoia, patria di cittadini così rei:
«Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?»

Perché Pistoia non deliberi di non esistere più riducendoti in cenere? I tuoi concittadini sono i peggiori in quanto a malvagità. Dante confessa infatti che finora in tutto l'Inferno non ha incontrato nessuno così sacrilego quanto il ladro pistoiese, neppure Capaneo, il re bestemmiatore che precipitò dalle mura di Tebe. Vanni Fucci esce quindi di scena fuggendo avvolto dai serpenti, così che non poté più parlare.
La successiva apparizione del Centauro Caco (un mostro ucciso da Ercole che solo Dante trasforma in centauro basandosi su una descrizione piuttosto vaga di Virgilio nell'Eneide) è improvvisa e breve. Esso appare correndo infuriato, cercando ("Ov'è, ov'è l'acerbo?") Vanni Fucci che aveva appena bestemmiato, in modo da punirlo. Questo perché, come i suoi fratelli centauri, è stato incaricato di far rispettare la volontà di Dio nei bassifondi infernali (come si vede fare gran parte della sua stirpe tra i violenti del flagetonte, Inferno - Canto dodicesimo); però allo stesso tempo si trova punito tra i ladri perché, diversamente dalla maggior parte dei suoi simili, in vita non fu violento, bensì fu ladro.
Egli è descritto come pieno di serpenti attaccati su tutta la groppa fino all'innesto con il corpo umano, più di quelli che Dante crede si possano trovare in tutta la Maremma. Inoltre egli ha un drago alato innestato dietro le spalle, un'invenzione di Dante per giustificare il fatto che il mostro Caco sputasse fuoco secondo alcuni autori antichi.
Virgilio lo presenta come il ladrone mostruoso che spesso bagnò il colle Aventino di un lago di sangue e che rubò a Ercole, con frode, quattro buoi e quattro giovenche dalla mandria che l'eroe aveva sottratto a Gerione tirandoli per la coda così che le orme invertite ingannassero sulla direzione presa dalle bestie; per questo non si trova con gli altri centauri (custodi del settimo cerchio dei violenti).
Per porre fine al suo malvagio operato, Ercole lo uccise con cento colpi della sua mazza, ma egli al decimo era già morto, un particolare truculento mutuato da Ovidio, che sottolinea che la frode può giustificare la brutalità per essere punita.
Virgilio parla e Caco passa e va, nel frattempo tre spiriti si avvicinano sotto i due poeti, che li notano solo quando essi gli chiedono "Chi siete voi?", interrompendo le loro discussioni. Dante non li riconosce, ma, come succede talvolta nei discorsi, avviene che lo spirito che ha parlato ne nomina un altro dicendo "Cianfa dove fia rimaso?", "dove sarà finito Cianfa?". Al che Dante, sentendo nominare un fiorentino, fa cenno a Virgilio di tacere per poter ascoltare.
Dante-scrittore sta per descrivere una scena di visioni fantastiche e sovrannaturali, per cui, come in altri passi, si rivolge prima direttamente al lettore per spiegargli che ciò che ha visto nell'Inferno è vero per quanto suoni incredibile. Un ramarro con sei zampe infatti si lancia contro uno dei tre dannati, iniziando a fondersi con esso. Se a questo diverso trattamento corrisponda un diverso peccato (così come per Vanni Fucci l'essere trasformato ciclicamente in cenere era forse legato al suo sacrilegio di rubare in un luogo consacrato), magari seguendo le specificazioni del peccato del furto che fa Tommaso d'Aquino, non ci sono elementi sufficienti per decifrarlo. Dalla biografia di qualche commentatore antico si rileva che questo dannato (Agnolo Brunelleschi, era forse un ladro che usava camuffarsi e per questo le sue sembianze sono così trasfigurate all'Inferno). Anche la narrazione di Dante, che è tutta incentrata sulla descrizione della metamorfosi, non allude ad altri particolari biografici o morali. Forse il contrappasso va interpretato solo come "furto" dell'identità dell'uomo da parte dei serpenti.
La trasformazione è l'argomento sul quale si concentra Dante, in una specie di rivalità (lo scriverà tra poco) con i suoi modelli classici come Ovidio e Lucano. Il ramarro dai sei piedi si aggrappa al ventre del dannato con la coppia di zampe centrali ("Co' piè di mezzo li avvinse la pancia" ), con quelle anteriori alle braccia ("e con li anterïor le braccia prese;") e con il muso gli morde la faccia ("poi li addentò e l'una e l'altra guancia;"). Quindi gli distende le sue zampe posteriori lungo le cosce ("li diretani a le cosce distese," - v. 55) e gli passa la coda tra le gambe appoggiandola distesa sulla sua schiena ("e miseli la coda tra 'mbedue / e dietro per le ren sù la ritese."). La bestia gli sta abbarbicata come l'edera agli alberi e i due corpi iniziano a fondersi come la cera calda, unendo i due colori in un tono che non è proprio di nessuno dei due, come quello della carta che brucia, dove tra il foglio bianco e il nero della bruciatura appare un colore intermedio bruno.
Gli altri due dannati guardano, un po' incuriositi un po' intimoriti e dicono come Agnel non sia ormai "né due né uno", ovvero la fusione non ha creato un nuovo individuo, ma un mostro orribilmente trasfigurato. Essi sono "perduti" nella nuova forma, con le teste fuse in un'unica faccia, gli arti anteriori divenuti due da quattro liste (cioè le due braccia dell'uomo e le due zampe anteriori del rettile sono divenuti gli arti anteriori del mostro, "Fersi le braccia due di quattro liste;" ), "le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso (il busto) / divenner membra che non fuor mai viste", dove ogni aspetto originale era cancellato (casso, notare la rima ambigua). Il mostro se ne va così via.
Come una lucertola, di quelle che saettano nella calura estiva ("dei dì canicular"), un serpentello "acceso (d'ira), livido e nero come un gran di pepe", si avventa sull'ombelico di uno dei due dannati fermi e poi gli ricade davanti (e quella parte onde prima è preso / nostro alimento, a l'un di lor trafisse; / poi cadde giuso innanzi lui disteso.). Il trafitto guarda l'altro in silenzio, sbadigliando, forse con rassegnazione, forse con noia, e anche il serpente riguarda; esce fumo dalla bocca del serpente e dalla ferita dell'uomo, che si uniscono nell'aria.
A questo punto Dante sta per descrivere una doppia trasformazione, dell'uomo in serpente e del serpente in uomo, ma prima di dedicarsi alla narrazione lancia, per così dire, una sfida ai poeti classici, la cosiddetta iactatio o vanto dei trattati dell'arte retorica, introdotta proprio canonicamente da un "Taccia (taceat)". Taccia quindi Lucano quando parla di Sabello e di Nasidio (soldati dell'esercito di Catone che nella Pharsalia sono morsi da serpenti e muoiono orrendamente trasfigurati, uno trasformato in cenere, uno gonfiato fino a scoppiare) e stia a udire quello che "scocco", come freccia; Taccia Ovidio (massimo poeta delle Metamorfosi), che parlò di Cadmo trasformato in serpente e di Aretusa mutata in fonte, che lui, Dante, non ha niente da invidiar loro: mai nessuno ha descritto una duplice metamorfosi incrociata, fronte a fronte. Dante non aveva però solo motivo di vantarsi in quanto poeta, ma la sua sfida va inquadrata nella consapevolezza degli autori medievali di aver ricevuto la rivelazione cristiana, quindi può comprendere un senso allegorico nei miti che era avulso agli autori antichi.
La descrizione in parallelo delle due metamorfosi è molto lunga e dettagliata, in vari passaggi in parallelo. Prima la coda del serpente si biforca in due, mentre all'uomo le gambe si fondono velocemente, così che ben presto non ci sono più segni di giuntura: è come se la coda biforcata prendesse, togliesse l'umanità dall'altra persona, che nel frattempo perdeva la sua natura; la pelle di uno si faceva molle, quella dell'altro dura; i piedi di dietro del serpente (inteso nel senso generico di rettile, perché i serpenti non hanno arti) si fondono e diventano il membro maschile, mentre il pene del "misero" (l'uomo) si è appena diviso; il fumo avvolge entrambi facendo variare il colore della pelle e facendo comparire capelli e peluria su uno, così come li faceva sparire dall'altro e nel frattempo uno cade giù e l'altro si leva in piedi; i due continuano a fissarsi con le "lucerne empie" ("gli occhi malvagi"), mentre i due cambiano "muso": uno lo ritira verso le tempie, e la pressione della materia gli fa uscire gli orecchi dalle gote, mentre una parte della materia non si ritira e fa nascere il naso e le labbra; quello in terra invece fa uscire fuori il muso e ritira gli orecchi come fa la lumaca con le corna; la lingua di uno si biforca, mentre quella dell'altro si richiude; il fumo "resta" (cessa, scompare) e la trasformazione ha termine.
Allora il serpente se ne fugge sibilando (suffolando) per la valle "e l'altro dietro a lui parlando sputa", forse per scacciarlo (Francesco Torraca nel suo commento ricorda che la saliva era ritenuta un efficace antidoto del veleno serpentifero), e, rivolgendosi al dannato che ha assistito a tutta la scena in silenzio, gli dice: (parafrasi) "Voglio che Buoso corra ora come ho fatto io a quattro zampe per questa via". La descrizione di queste metamorfosi potrebbero riportaci a qualche scena del telefilm di fantascenza Star Trek e sembra proprio che nella sublimazione dell'orrido Dante sia stato veramente grandioso.
Dante ha visto così la "feccia" (zavorra) della settima bolgia trasformarsi. È il Dante-scrittore che ora prende la parola insistendo di nuovo sul lettore perché creda veramente a questa sua esperienza ultramondana, ma si scusa anche se la penna ha un po' (fior, nell'italiano medievale significava "un poco") "abborrato" cioè si è espressa un po' confusamente, anche perché la visione stessa era confusa. Ma sebbene il suo animo fosse smarrito (smagato) egli aveva riconosciuto prima che sgattaiolassero via Puccio Sciancato (quello non trasformato) e colui che Gaville ancora piange, secondo i commentatori Francesco Cavalcanti, assassinato a Gaville e i cui parenti fecero tremenda vendetta nel piccolo borgo del contado fiorentino. Dante ha trovato quindi ben cinque fiorentini in questa bolgia e lo sdegno per la mala fama di questi suoi concittadini gli farà pronunciare un'invettiva contro Firenze all'inizio del prossimo canto.

CIANFA DONATI

Cianfa Donati (... – ante 1289) è stato un politico attivo a Firenze nel XIII secolo, forse citato da Dante nell'Inferno tra i ladri dell'ottava bolgia. Nel 1282 Cianfa Donati fu consigliere del Capitano del popolo ed è citato anche in un documento del 1283. Nel 1289 era già indicato come morto. Nel Canto XXV Dante fa chiamare a tre anime di ladri fiorentini Cianfa, mentre si chiedono dove sia finito. A rigor di logica egli viene indicato nel lucertolone che presto arriva e si fonde con Agnolo Brunelleschi. Essendo Dante pienamente occupato a descrivere la metamorfosi per tutto il Canto, non viene data nessuna notizia biografica né sul peccato del dannato. Alcuni commentatori antichi lo indicarono come ladro di bestiame e esperto di furti con scasso nelle botteghe. Non esistono documenti comprovanti questo, ma è comunque un dato di fatto che la numerosa famiglia dei Donati venisse detta dei Malefami a presenza di ben cinque ladri fiorentini all'Inferno farà scrivere a Dante la famosa invettiva contro Firenze che inizia con "Godi Fiorenza".

PUCCIO SCIANCATO

Puccio dei Galigai, detto Puccio Sciancato (Firenze, ... – post 1280), fu un fiorentino del XIII secolo che Dante colloca nella bolgia dei ladri. Non si hanno molte notizie storiche sulla sua vita: nel 1268 fu bandito da Firenze con la sua famiglia perché ghibellino, ma già nel 1280 lo troviamo tornato in città, tra i firmatari dell'effimera pace del Cardinal Latino (1280). Non si conoscono nemmeno notizie circa la sua presunta attività di ladro. In Dante egli viene citato con l'intero nome (il nomignolo Sciancato poteva forse riferirsi a un difetto fisico) ed è l'unico a non subire un aggravamento della pena, senza subire metamorfosi particolari con i serpenti. Alcuni hanno voluto spiegare questa estraneità con il fatto che Puccio fosse un ladro semplice, mentre gli altri citati sarebbero ladri con varie aggravanti (sacrilegio, peculato, plagio, associazione a delinquere...). Gli elementi che Dante però insinua nel poema (in quel canto la sua attenzione è tutta dedicata sulle trasformazioni fisiche) e le scarsissime fonti storiche rendono impossibile una qualsiasi interpretazione certa del passo.

AGNOLO BRUNELLESCHI

Agnolo Brunelleschi, o Agnello (... – XIII secolo), fu un personaggio storico fiorentino del XIII secolo del quale si hanno notizie storiche quasi nulle, ma che è protagonista di un corposo episodio nella bolgia dei ladri. È uno dei cinque ladri fiorentini della settima bolgia, la cui vista farà pronunciare a Dante la celebre invettiva che inizia con "Godi Fiorenza!" Dante lo cita come Agnel e l'attenzione del poeta è tutta focalizzata sulla metamorfosi del dannato con un lucertolone (forse il Cianfa citato a inizio dell'episodio?), che lo affibbia con le sue zampe e i cui due corpi si fondono in uno solo, mostruoso; non viene dato nessun accenno a sue notizie biografiche o al perché si trovi nella bolgia dei ladri. I primi commentatori lo identificarono con il personaggio della nobile famiglia dei Brunelleschi. Essi riportano come fosse stato ladro fin da piccolo, frugando nella borsa del padre e della madre, dedicandosi poi alle botteghe, dove si presentava spesso vestito da vecchio mendicante per ingannare circa il suo aspetto. Alcuni hanno voluto vedere in questa contraffazione dell'aspetto un'analogia con quello che gli accade all'Inferno, ma i dati in nostro possesso sono troppo esigui per poter avvalorare l'ipotesi in maniera definitiva.

FRANCESCO CAVALCANTI

Francesco de' Cavalcanti (... – Gaville, ...), vissuto nel XIII secolo, è uno dei cinque ladri fiorentini citati da Dante, nella settima bolgia. Nel brano in questione Dante è completamente concentrato sulla descrizione delle metamorfosi tra dannati e serpenti, per cui le notizie biografiche sui vari personaggi sono completamente assenti, così come accenni alle loro colpe che li avrebbero dannati all'Inferno. L'ultima parte del Canto XXV è interamente dedicata alla trasformazione duplice tra un uomo e un serpente. L'uomo è un tale Buoso, che diventerà rettile, mentre il serpente-ramarro è "quel che tu, Gaville, piagni". I commentatori antichi hanno indicato, sebbene non senza incertezze, queste due figure come Buoso Donati e Francesco de' Cavalcanti detto il Guercio (ma forse era una storpiatura di Guccio o Guelfo). Egli sarebbe stato assassinato dagli abitanti di Gaville, un paesino nei dintorni di Firenze, oggi frazione, ma non si sa per quale motivo (furti ripetuti?). Dopo l'accaduto i consorti di Francesco si vendicarono duramente sulla città, con omicidi e distruzioni di case, per questo potrebbe spiegarsi l'accenno al pianto continuato della cittadina.

BUOSO DONATI

Buoso Donati (... – fine del XIII secolo) è uno dei cinque ladri fiorentini citati da Dante. Nel brano in questione Dante è completamente concentrato sulla descrizione delle metamorfosi tra dannati e serpenti, per cui le notizie biografiche sui vari personaggi sono completamente assenti, così come accenni alle loro colpe che li avrebbero dannati all'Inferno. L'ultima parte del Canto XXV è interamente dedicata alla trasformazione duplice tra un uomo e un serpente. L'uomo è un tale Buoso, che diventerà rettile, mentre il serpente-ramarro è "quel che tu, Gaville, piagni". I commentatori antichi hanno indicato, sebbene non senza incertezze, queste due figure come Buoso Donati e Francesco de' Cavalcanti. Un Buoso Donati fu firmatario della pace tra guelfi e ghibellini proposta dal Cardinal Latino nel 1280 e sarebbe stato nipote dell'omonimo Buoso Donati il Vecchio contraffatto da Gianni Schicchi. Non si hanno notizie del suo peccato di furto.

TESTO DEL CANTO XXV

Al fine de le sue parole il ladro 
le mani alzò con amendue le fiche, 
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».                   3

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, 
perch’una li s’avvolse allora al collo, 
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;                           6

e un’altra a le braccia, e rilegollo, 
ribadendo sé stessa sì dinanzi, 
che non potea con esse dare un crollo.                         9

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi 
d’incenerarti sì che più non duri, 
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?                         12

Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri 
non vidi spirto in Dio tanto superbo, 
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.                     15

El si fuggì che non parlò più verbo; 
e io vidi un centauro pien di rabbia 
venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».                     18

Maremma non cred’io che tante n’abbia, 
quante bisce elli avea su per la groppa 
infin ove comincia nostra labbia.                                    21

Sovra le spalle, dietro da la coppa, 
con l’ali aperte li giacea un draco; 
e quello affuoca qualunque s’intoppa.                          24

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco
che sotto ’l sasso di monte Aventino 
di sangue fece spesse volte laco.                                  27

Non va co’ suoi fratei per un cammino, 
per lo furto che frodolente fece 
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;                     30

onde cessar le sue opere biece 
sotto la mazza d’Ercule, che forse 
gliene diè cento, e non sentì le diece».                         33

Mentre che sì parlava, ed el trascorse 
e tre spiriti venner sotto noi, 
de’ quali né io né ’l duca mio s’accorse,                      36

se non quando gridar: «Chi siete voi?»; 
per che nostra novella si ristette, 
e intendemmo pur ad essi poi.                                       39

Io non li conoscea; ma ei seguette, 
come suol seguitar per alcun caso, 
che l’un nomar un altro convenette,                               42

dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; 
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, 
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.                           45

Se tu se’ or, lettore, a creder lento 
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, 
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.                       48

Com’io tenea levate in lor le ciglia, 
e un serpente con sei piè si lancia 
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.                           51

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia, 
e con li anterior le braccia prese; 
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;                          54

li diretani a le cosce distese, 
e miseli la coda tra ’mbedue, 
e dietro per le ren sù la ritese.                                        57

Ellera abbarbicata mai non fue 
ad alber sì, come l’orribil fiera 
per l’altrui membra avviticchiò le sue.                           60

Poi s’appiccar, come di calda cera 
fossero stati, e mischiar lor colore, 
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:                         63

come procede innanzi da l’ardore, 
per lo papiro suso, un color bruno 
che non è nero ancora e ’l bianco more.                      66

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno 
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! 
Vedi che già non se’ né due né uno».                           69

Già eran li due capi un divenuti, 
quando n’apparver due figure miste 
in una faccia, ov’eran due perduti.                                 72

Fersi le braccia due di quattro liste; 
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso 
divenner membra che non fuor mai viste.                    75

Ogne primaio aspetto ivi era casso: 
due e nessun l’imagine perversa 
parea; e tal sen gio con lento passo.                            78

Come ’l ramarro sotto la gran fersa 
dei dì canicular, cangiando sepe, 
folgore par se la via attraversa,                                       81

sì pareva, venendo verso l’epe 
de li altri due, un serpentello acceso, 
livido e nero come gran di pepe;                                    84

e quella parte onde prima è preso 
nostro alimento, a l’un di lor trafisse; 
poi cadde giuso innanzi lui disteso.                              87

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; 
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava 
pur come sonno o febbre l’assalisse.                          90

Elli ’l serpente, e quei lui riguardava; 
l’un per la piaga, e l’altro per la bocca 
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.                     93

Taccia Lucano ormai là dove tocca 
del misero Sabello e di Nasidio, 
e attenda a udir quel ch’or si scocca.                            96

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio; 
ché se quello in serpente e quella in fonte 
converte poetando, io non lo ’nvidio;                             99

ché due nature mai a fronte a fronte 
non trasmutò sì ch’amendue le forme 
a cambiar lor matera fosser pronte.                             102

Insieme si rispuosero a tai norme, 
che ’l serpente la coda in forca fesse, 
e il feruto ristrinse insieme l’orme.                               105

Le gambe con le cosce seco stesse 
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura 
non facea segno alcun che si paresse.                      108

Togliea la coda fessa la figura 
che si perdeva là, e la sua pelle 
si facea molle, e quella di là dura.                                 111

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, 
e i due piè de la fiera, ch’eran corti, 
tanto allungar quanto accorciavan quelle.                   114

Poscia li piè di retro, insieme attorti, 
diventaron lo membro che l’uom cela, 
e ’l misero del suo n’avea due porti.                             117

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela 
di color novo, e genera ’l pel suso 
per l’una parte e da l’altra il dipela,                               120

l’un si levò e l’altro cadde giuso, 
non torcendo però le lucerne empie, 
sotto le quai ciascun cambiava muso.                        123

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, 
e di troppa matera ch’in là venne 
uscir li orecchi de le gote scempie;                              126

ciò che non corse in dietro e si ritenne 
di quel soverchio, fé naso a la faccia 
e le labbra ingrossò quanto convenne.                       129

Quel che giacea, il muso innanzi caccia, 
e li orecchi ritira per la testa 
come face le corna la lumaccia;                                    132

e la lingua, ch’avea unita e presta 
prima a parlar, si fende, e la forcuta 
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.                         135

L’anima ch’era fiera divenuta, 
suffolando si fugge per la valle, 
e l’altro dietro a lui parlando sputa.                              138

Poscia li volse le novelle spalle, 
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, 
com’ho fatt’io, carpon per questo calle».                     141

Così vid’io la settima zavorra 
mutare e trasmutare; e qui mi scusi 
la novità se fior la penna abborra.                                 144

E avvegna che li occhi miei confusi 
fossero alquanto e l’animo smagato, 
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,                             147

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; 
ed era quel che sol, di tre compagni 
che venner prima, non era mutato; 

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.                             151

PARAFRASI

Quand'ebbe finito di parlare, il ladro alzò entrambe le mani col pollice tra l'indice e il medio, gridando: «Prendi, Dio, poiché le rivolgo a te!»

Da quel momento le serpi mi furono amiche, perché una gli si attorcigliò al collo come a dire: "Non voglio che tu dica altro";

e un'altra lo legò attorno alle braccia, annodandosi strettamente davanti, al punto che non poteva fare un solo movimento.

Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?

In tutti i Cerchi oscuri dell'Inferno non vidi mai uno spirito tanto superbo contro Dio, neppure quello che cadde giù dalle mura di Tebe (Capaneo).

Vanni Fucci fuggì via senza dire altro; e io vidi un centauro pieno d'ira, che lo chiamava: «Dov'è, dov'è quell'empio?»

Non credo che la Maremma abbia tante serpi quante erano quelle che lui aveva sulla groppa, là dove inizia l'aspetto umano.

Sulle spalle, dietro la nuca, gli giaceva un drago con le ali aperte; e quello infiamma chiunque incontri.

Il mio maestro disse: «Quello è Caco, che sotto la rupe dell'Aventino spesso produsse un lago di sangue (commise molti omicidi).

Non è insieme agli altri centauri suoi fratelli per il furto che compì fraudolento ai danni della grande mandria che aveva vicina;

per cui le sue opere malefiche ebbero fine sotto la mazza di Ercole, che forse gli diede cento colpi e lui morì prima del decimo».

Mentre Virgilio parlava così e Caco si fu allontanato, tre spiriti vennero sotto di noi e nessuno di noi due se ne accorse,

se non quando gridarono: «Voi chi siete?»; allora smettemmo di parlare e prestammo loro attenzione.

Io non li riconobbi; ma poi accadde, come suole accadere per caso, che uno nominò un altro,

dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?»; allora io mi misi l'indice dritto dal mento al naso, per indurre il maestro a stare in silenzio e attento.

Se adesso, lettore, tu sarai restio a credere ciò che ti dirò, non dovrai stupirtene, dal momento che io stesso credo a stento a quello che vidi coi miei occhi.

Mentre io li guardavo attentamente, un serpente a sei piedi assalì uno di loro e si aggrappò tutto al dannato.

Coi piedi di mezzo gli si attaccò al ventre, con gli anteriori afferrò le braccia; poi gli morse entrambe le guance;

distese i piedi posteriori sulle cosce e mise la coda in mezzo a entrambe, stendendola in alto lungo la schiena.

L'edera non si abbarbicò mai ad un albero come l'orribile serpente era avviticchiato alle membra del dannato.

Poi si incollarono l'uno all'altro, come se fossero stati di cera fusa, e mischiarono il loro colore, per cui nessuno dei due sembrava più quello che era prima:

come quando si dà fuoco a una carta bianca, davanti alla fiamma avanza verso l'alto un colore bruno che non è più bianco e non è ancora nero.

Gli altri due guardavano e ognuno gridava: «Ahimè, Agnello, come ti trasformi! Vedi che non sei più un solo individuo, e non ancora due».

Ormai le due teste erano diventate una sola, quando ci apparvero le due figure mescolate in una faccia, dove i due aspetti si erano fusi insieme.

Le quattro membra si fecero due sole braccia; le cosce, le gambe, il ventre e il petto diventarono membra che non si sono mai viste.

Ogni aspetto iniziale era ormai cancellato: l'orribile immagine sembrava due e nessuno; e quell'essere si allontanò a passi lenti.

Come il ramarro, cambiando siepe sotto il sole estivo, sembra un fulmine quando attraversa la via,

così sembrava un serpentello acceso d'ira che veniva verso il ventre degli altri due, livido e nero come un granello di pepe;

ed esso morse uno dei due in quella parte (ombelico) da dove assumiamo il nostro primo alimento; poi il serpente cadde disteso a terra davanti a lui.

Il dannato, morso, lo osservò senza dire nulla; anzi, tenendo i piedi fermi sbadigliava come se fosse colpito dal sonno o dalla febbre.

Egli guardava il serpente e quello guardava lui; entrambi emettevano fumo, il dannato dalla piaga e il serpente dalla bocca, e il fumo si mescolava.

Lucano farebbe meglio a tacere, là dove scrive del misero Sabello e di Nasidio, e stia attento a quel che si sta per narrare qui.

Ovidio non dica più nulla di Cadmo e di Aretusa, perché se nei suoi versi trasforma quello in serpente e quella in fonte, non lo invidio di certo;

infatti non tramutò mai due figure l'una di fronte all'altra, così che entrambe le forme fossero pronte a cambiare la loro materia.

I due esseri si trasformarono contemporaneamente in tal modo, che il serpente divise la coda in due, e l'uomo unì fra loro i piedi.

Le gambe e le cosce si unirono in tal modo, che dopo poco tempo non vi era più alcun segno di giuntura tra le due.

La coda divisa in due prendeva la forma che l'uomo perdeva, e la sua pelle si ammorbidiva mentre quella dell'uomo si induriva.

Io vidi l'uomo che ritraeva le braccia nelle ascelle, e le due zampe dell'animale, che erano corte, allungarsi tanto quanto le braccia si accorciavano.

Poi le zampe posteriori del serpente, attorcigliate assieme, divennero il membro che l'uomo nasconde, mentre il dannato aveva il suo diviso in due.

Mentre il fumo copriva entrambi con un nuovo colore, generando pelo su uno dei due e levandolo all'altro,

uno dei due si alzò e l'altro cadde a terra, senza però che entrambi smettessero di fissarsi con gli occhi maligni sotto i quali ognuno cambiava il proprio muso.

L'essere in piedi ritirò il muso verso le tempie, e della materia in sovrappiù uscirono due orecchie sulle gote che non le avevano;

ciò che non ritrasse di quella materia in eccesso formò naso e labbra in quella faccia e si ingrandì tanto quanto era necessario.

L'essere a terra sporse in avanti il muso e ritirò le orecchie nella testa, come la lumaca ritira le corna;

e la lingua, che prima aveva unita e pronta a parlare, si divise in due, mentre quella biforcuta dell'altro si chiuse; il fumo cessò.

L'anima che era divenuta serpente fuggì via per la Bolgia sibilando, mentre l'altro la seguì parlando e sputando.

Poi gli rivolse le spalle appena formate e disse all'altro: «Voglio che Buoso corra carponi per questo luogo, come ho fatto io».

Così vidi i ladri della VII Bolgia cambiare e trasformarsi; e qui chiedo scusa se la mia penna abbozza un poco, a causa della assoluta novità.

E anche se i miei occhi erano alquanto confusi e il mio animo smarrito, quei dannati non poterono fuggire via di nascosto senza che io riconoscessi Puccio Sciancato;

ed era il solo a non essersi trasformato dei tre compagni che prima era venuti lì; l'altro era quello di cui tu, Gaville, ti lamenti.

Video HD https://www.youtube.com/watch?v=AxsDYPV7t7g

Gassman https://www.youtube.com/watch?v=FJ_maZmkVXg

CACO

In origine era probabilmente un'antica divinità del fuoco della regione nella quale fu fondata Roma, e per questo motivo emetteva fuoco dalle fauci. n seguito si pensò a Caco come un mostro dall'aspetto scimmiesco, dato che il suo corpo era coperto di un manto peloso e, secondo la descrizione tramandataci da Properzio, possedeva tre teste. Caco appare nella decima delle Fatiche di Ercole. Ne narra per esempio Virgilio (Eneide VIII, 193-306), come di un mostro sputafuoco, in riferimento eziologico al culto di Ercole da parte degli Arcadi, ma anche Tito Livio (I, 7), Orazio (Satire), descrivendolo come un pastore, e Dante Alighieri (Inferno XXV, 17-34) come di un centauro. Caco viveva in un anfratto dell'Aventino e terrorizzava i suoi vicini con i suoi furti. Tra le sue azioni vi fu anche il furto di una parte della mandria dei buoi che Ercole aveva a sua volta rapito al mostro Gerione, mentre Ercole li stava portando ad Argo. L'eroe si adirò molto e si mise alla ricerca dei buoi: l'impresa si rivelò ardua, perché Caco aveva portato le bestie nella sua grotta trascinandole per la coda, in modo che le orme rovesciate indicassero la direzione opposta. Una delle bestie rispose però al richiamo di Ercole, permettendogli di scoprire così la grotta (che era stata puntellata da Caco con un enorme masso). L'eroe, presa da un monte una rupe aguzza, riuscì ad aprirsi un varco all'interno della spelonca. Il mostro cercò di difendersi vomitando dalle fauci un'immensa fumata che avvolse la grotta in una buia caligine; ma Ercole balzò attraverso il fuoco, afferrò Caco e lo strinse tanto da fargli uscire gli occhi dalle orbite, uccidendolo.

" Dopo che fu tolta la fame e saziata la voglia di mangiare, il re Evandro disse: Questi solenni riti per noi, queste mense di tradizione, questo altare di sì gran divinità non l'impose una vuota superstizione e ignara degli dei antichi: ospite troiano, salvati da crudeli pericoli facciamo e rinnoviamo onori meritati Prima osserva questa rupe sospesa su rocce, come lontano le masse spaccate e la casa del monte sta deserta e i massi provocarono enorme rovina Qui ci fu la spelonca, separata da vasto cavità, che il crudele semiuomo Caco teneva inaccessibile ai raggi del sole; e sempre la terra era tiepida di nuova strage, ai superbi battenti pendevano pallidi volti di uomini con triste marciume A questo mostro Vulcano era padre Vomitando neri fuochi dalla sua bocca si muoveva con grande mole E finalmente il tempo portò a noi che lo desideravamo l'aiuto e l'arrivo del dio Infatti il massimo vendicatore Alcide, superbo per l'uccisione e le spoglie del triplice Gerione, arrivava e spingeva di qui, vincitore, enormi tori, ed i buoi occupavano la valle e il fiume Ma l'istinto bestiale di Caco ladro, perché qualcosa non fosse stato inosato o intentato o di delitto o di inganno, rubò dalle stalle quattro tori dal corpo superbo, e altrettante giovenche d'aspetto straordinario E questi, perché non vi fossero delle impronte per gli zoccoli dritti, tirati dalla spelonca per la coda e girate le tracce dei percorsi il ladrone li nascondeva sotto buia rupe; per chi cercava nessun segno portava alla spelonca ntanto, quando ormai l'Anfitrione muoveva dalle stalle gli armenti sazi e preparava la partenza, i buoi muggivano nel partire e tutto il bosco si riempiva di lamenti e i colli si abbandonavano con rimbombo Una delle vacche rispose al richiamo e sotto il vasto antro muggì e chiusa tradì la speranza di Caco Allora però il dolore era arso di nera bile per la rabbia ad Alcide:strappa con la mano le armi ed una quercia pesante di nodi e di corsa si dirige ai pendii dell'aereo monte, allora per la prima volta i nostri videro Caco che temeva e turbato negli occhi; subito fugge più forte di Euro e cerca la spelonca, ai piedi il timore aggiunse le ali Come si chiuse e rotte le catene abbassò un masso enorme, che pendeva grazie al ferro e l'arte paterna, con una sbarra fortificò i battenti rafforzati, ecco il Tirinzio furente nel cuore era là e spiando ogni accesso portava gli sguardi qua e là, fremendo coi denti Tre volte perlustra, acceso d'ira, tutto il monte Aventino, tre volte invano tenta le soglie rocciose, trevolte, stanco, si sedette nella valle Un'acuta roccia si alzava, ovunque su pietre scoscese, sorgendo sul dorso della spelonca, altissima a vedersi, dimora adatta ai nidi di uccelli rapaci Questa, come dal giogo pendeva china a sinistra sul fiume, da destra spingendosi contro la scosse e la divelse strappata dalla profondità delle radici, poi subito la spinse; a quella spinta rimbomba l'altissimo cielo, sussultano le rive e rifluisce atterrito il torrente Ma la spelonca e l'immensa reggia di Caco apparve scoperta, e le ombrose caverne si aprirono completamente, non diversamente se per una qualche forza la terra spaccandosi completamente aprisse le sedi infernali e schiudesse i pallide regni, odiosi agli dei, e si vedesse dall'alto l'immenso baratro, trepiderebbero i Mani per la luce immessa Quindi sorpreso improvvisamente dalla luce inaspettata e chiuso nella cava roccia e ruggendo insolitamente dall'alto Alcide lo incalza di colpi, chiama tutte le armi sovrasta con rami e massi enormi Quello però, infatti non c'è più alcuna fuga del pericolo, dalle fauci vomita un enorme, mirabile a dirsi, fumo ed avvolge la casa di cieca caligine togliendo la vista agli occhi, accumula sotto l'antro una fumosa notte, mescolate al fuoco le tenebre Non sopportò in cuore l'Alcide, lui stesso si lanciò nel fuoco con un salto a capofitto, dove il maggior fumo spinge l'onda e l'ingente spelonca bolle di nera nebbi Qui nelle tenebre afferra Caco che vomita vani incendi avvinghiandolo in un nodo e stringendo lo soffoca gli occhi schizzati e la gola secca di sangue Subito si apre la nera casa, divelti i battenti,le vacche strappate e le rapine negate con giuramento si mostrano al cielo, per i piedi l'orribile cadavere viene tirato Non posson saziarsi i cuori vedendo i terribili occhi, il volto ed il petto villoso di setole della semibestia ed i fuochi spenti nelle fauci Da allora fu celebrata la festa e lieti i discendenti conservarono il giorno, e per primo il promotore Potizio, e la casa Pinaria custode del culto di Ercole fondò questo altare nel bosco, che da noi sempre sarà detta massima e che sempre sarà massima Perciò orsù, giovani, cingete le chiome di fronda nel dovere di tanti ringraziamenti e porgete coppe nelle destre, invocate il comune dio e volentieri date vini Aveva detto, il pioppo bicolore con l'ombra erculea velò le chiome e pendette intrecciato di foglie, e la coppa sacro riempì la destra Più velocemente tutti lieti libano sulla mensa e pregano gli dei" ENEIDE LIBRO VIII

Struttura dell'inferno

inferno

Eugenio Caruso - 14 novembre - 2019

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