Sezioni   Naviga Articoli e Testi
stampa

 

        Inserisci una voce nel rettangolo "ricerca personalizzata" e premi il tasto rosso per la ricerca.

Inferno CANTO XXVIII. Gli scismatici

COMMENTO DEL CANTO XXVIII

Visione della IX Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i seminatori di discordie. È il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le tredici.
Di fronte allo spettacolo orribile della IX Bolgia dell'VIII Cerchio, in cui sono puniti i seminatori di discordie, Dante dichiara che nessuno potrebbe rappresentare il sangue e le piaghe che lui ha visto e che ogni linguaggio sarebbe insufficiente. Se anche si radunassero tutti i caduti in battaglia dell'Italia meridionale nelle guerre di Roma, in quelle dei Normanni e nelle guerre scatenate dagli Angioini (incluse le battaglie di Benevento e Tagliacozzo), la visione delle membra trafitte e amputate sarebbe poca cosa rispetto a ciò cui ha assistito in quel luogo di tormento.
Dante vede un dannato che avanza ed è tagliato dal mento sino all'ano, proprio come una botte che ha perso le doghe del fondo: le interiora gli pendono tra le gambe e sono visibili il cuore e lo stomaco. Il poeta lo osserva e lui si apre il petto con le mani e lo invita a guardare bene: si presenta come Maometto e indica il dannato che lo precede come Alì, tagliato dal mento alla fronte. Il dannato spiega che tutti loro sono stati seminatori di scandalo e scisma, perciò sono tagliati a pezzi; un diavolo armato di spada mozza loro parti del corpo e poi le ferite si richiudono, finché non tornano davanti a lui.
Maometto chiede poi a Dante chi sia e perché indugi sul ponte invece di sottoporsi alla pena: Virgilio risponde in sua vece e spiega che Dante è vivo e non è un dannato, mentre lui ha il compito di guidarlo vivo all'Inferno per mostrargli le pene dei peccatori. Alle parole del maestro, gli spiriti si fermano e osservano Dante stupefatti, incluso Maometto che rivolge al poeta una profezia: gli dice di ammonire fra Dolcino a procurarsi molti viveri, se non vorrà che la neve lo costringa ad arrendersi ai Novaresi che lo assedieranno. Il dannato ha detto queste parole tenendo il piede sospeso in aria, quindi lo posa a terra e prosegue il suo cammino.
Si avvicina un altro dannato con la gola squarciata, il naso mozzato e un solo orecchio, che dopo aver osservato Dante emette la voce attraverso la ferita nel collo: si rivolge al poeta dicendo di averlo conosciuto in Terra e si presenta come Pier da Medicina, originario della Pianura Padana. Invita Dante ad ammonire Guido del Cassero e Angiolello da Carignano circa il fatto che saranno gettati fuori da una nave e uccisi presso Cattolica, per il tradimento di un malvagio tiranno (Malatestino da Rimini). Una simile infamia non si è mai vista in tutto il Mediterraneo: il tiranno, che regge la terra (Rimini), che un suo compagno di pena si pente di aver visto, li attirerà in un tranello con la scusa di parlare e poi li ucciderà prima di giungere a Focara.
Dante risponde a Pier da Medicina chiedendogli chi sia il dannato che si duole di aver visto Rimini: l'altro afferra un compagno di pena per la mascella e gli apre la bocca, mostrando che la lingua gli è stata mozzata. È Curione, che fu scacciato da Roma e si unì a Cesare ai tempi della guerra con Pompeo e esortò il condottiero a varcare il Rubicone. Dante osserva che il dannato è sbalordito ora che la lingua gli è stata tagliata, mentre l'ebbe così pronta quand'era in vita.
Si avvicina un altro dannato, che alza i moncherini delle mani mozzate da cui il sangue ricade sul volto, presentandosi come Mosca dei Lamberti: la sua colpa fu di aver deciso l'uccisione di un nemico della sua consorteria, cosa che scatenò gravi conseguenze per i toscani tutti. Dante aggiunge che ciò ha causato anche la scomparsa della sua famiglia da Firenze, per cui il dannato si allontana come una persona triste e fuori di sé.
Dante resta a guardare i dannati e assiste a uno spettacolo che avrebbe timore a riferire, perché potrebbe non essere creduto: lo conforta la sua buona fede e la coscienza di aver visto coi propri occhi. Il poeta infatti osserva un dannato che avanza privo della testa, che tiene in mano per i capelli come fosse una lanterna, che guarda i due poeti e si lamenta. Sembra due individui e uno al tempo stesso, cosa comprensibile solo a Dio che rende possibile ciò. Quando il dannato giunge sotto il ponte dove sono i due poeti, alza il braccio con la testa e rivolge loro alcune parole: dice a Dante di osservare la sua pena, maggiore di qualunque altra, e si presenta come Bertram del Bornio, che seminò discordia tra il re d'Inghilterra Enrico II e il figlio, il re giovane Enrico III. La sua azione è paragonabile a quella di Achitofel con Assalonne, figlio del re David, e dal momento che egli ha diviso persone così unite ora procede col capo separato dal corpo. Il dannato invita quindi Dante a osservare in lui la pena del contrappasso.
Il Canto è dedicato ai seminatori di discordie, ovvero coloro che hanno creato ad arte divisioni soprattutto in campo religioso e politico, puniti con un contrappasso assai evidente (in vita essi hanno diviso e lacerato, ora sono fatti a pezzi da un diavolo armato di spada che li mutila orribilmente). L'episodio si apre con lo sbalordimento del poeta, che dichiara l'insufficienza della propria parola per rappresentare pienamente l'orrendo spettacolo dei corpi mozzati, in modo simile a quanto farà di fronte al ghiaccio di Cocito (Inf., XXXII, 1-12; il tema è analogo a quello della visione inesprimibile al centro del Paradiso). Neppure mostrando tutti i morti e feriti delle innumerevoli guerre che hanno insanguinato il sud Italia si darebbe un'idea di quanto si vede nella Bolgia, e che sarà descritto in termini volutamente aspri e crudi.
Rispetto ai Canti XXVI e XXVII, monografici e dedicati ognuno a un personaggio (Ulisse e Guido da Montefeltro), il XXVIII presenta una serie di dannati che costituiscono altrettanti esempi, più o meno noti, di seminatori di divisioni in vari campi della vita sociale. Il primo è Maometto, che Dante include tra questi peccatori basandosi su una diffusa tradizione che lo considerava un rinnegato operante uno scisma all'interno del Cristianesimo, se non addirittura un vescovo deluso per non essere diventato papa: la sua colpa è dunque quella di aver lacerato sanguinosamente l'unità originaria del mondo cristiano, causando guerre e uccisioni di cui ora sconta la pena essendo tagliato dal mento all'ano, mentre il cugino e quarto successore Alì presenta un taglio dal mento alla fronte (complementare rispetto al profeta dell'Islam, non in quanto creatore di un scisma all'interno di esso, di cui Dante non sapeva nulla, ma in quanto prosecutore della sua opera). Dante descrive Maometto in termini volutamente crudi e volgari, paragonandolo a una botte che ha perso il fondo e includendo macabri dettagli delle sue mutilazioni (ha un taglio che va dal mento infin dove si trulla, cioè fino all'ano dove si fanno sconci rumori; le minugia, cioè le interiora, gli pendono tra le gambe insieme alla corata, cuore e organi interni, e allo stomaco, definito il tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia) e usando rime e suoni aspri e duri (trulla, rotto, tristo, attacco, dilacco). Il dannato si apre il petto mostrando le sue ferite, definendo la propria pena e quella degli altri, spiegando anche la logica del contrappasso; il contesto è fortemente e violentemente comico, incluso il particolare (che ad alcuni è sembrato strano) di Maometto che tiene il piede sospeso in aria quando apprende che Dante è vivo, per poi rimetterlo a terra alla fine della sua profezia su fra Dolcino.
È proprio questa predizione sulla tragica fine dell'eretico arso vivo nel 1307 e che si era arreso dopo un lungo assedio nella Val Sesia e nel Biellese (ciò consente di datare la composizione del Canto dopo quella data) che introduce l'apparizione di un altro dannato, Pier da Medicina, di cui in realtà sappiamo ben poco se non che visse nella Pianura Padana da lui citata con l'accenno al Vercellese. Probabilmente seminò divisioni in campo politico, come lascia intendere la sua profezia sulla tragica fine di Guido del Cassero e Angiolello da Carignano assassinati da Malatestino di Verrucchio (c'è quindi un parallelismo con la profezia di Maometto su Dolcino); l'accenno a Rimini, governata da quel tiranno, gli dà poi modo di presentare Curione, colui che secondo Lucano (Phars., I, 281) aveva spronato Cesare a varcare il Rubicone e a dare inizio alla guerra civile con Pompeo.
Curione ha la lingua mozzata e ciò è sembrato contraddittorio col giudizio positivo che Dante dà di Cesare e della sua azione politica, inclusa la guerra con Pompeo che l'avrebbe portato alla vittoria, ma in realtà ciò non esclude la condanna dell'atto di Curione che agì per scopi personali e non certo per il bene di Roma o del futuro Impero.
Dalle discordie in campo politico si passa poi a quelle in campo cittadino e alle rivalità tra famiglie nella stessa Firenze, di cui è esempio negativo Mosca dei Lamberti: la sua dannazione era stata predetta da Ciacco nel Canto VI e ora lo troviamo in questa Bolgia con le mani mozzate per aver incitato all'uccisione di un nemico della propria consorteria. L'uomo si era distinto per i suoi meriti civili, ma questa colpa è imperdonabile in quanto ha aperto la strada alle lotte tra Guelfi e Ghibellini a Firenze, inoltre ha causato la scomparsa dalla scena politica della famiglia dei Lamberti. Dante glielo ricorda aggiungendo dolore a dolore (Mosca si allontana come persona trista e matta, provando forse rimorso per il male provocato) e in questo modo anticipa il tema delle «faide» tra famiglie rivali che sarà affrontato nel Canto seguente, col personaggio di Geri del Bello.
Le discordie in campo politico e familiare riguardano infine anche l'ultimo dannato mostrato in questo episodio, quel Bertran de Born che fu celebre trovatore provenzale e che Dante aveva elogiato come «poeta delle armi», genere che mancava alla tradizione italiana. La descrizione di Bertran che cammina tenendo in mano il suo capo mozzato a mo' di lanterna può apparire poco credibile ai lettori e Dante premette di essere restio a dichiarare ciò che ha visto, senonché la sua buona fede lo conforta (discorso simile a quello di Inf., XVI, 124 ss., quando aveva descritto l'apparizione di Gerione). Il trovatore sconta le discordie che insinuò tra Enrico II, re d'Inghilterra e duca di Aquitania di cui Bertran era feudatario, e il figlio Enrico III, incitando quest'ultimo a ribellarsi al padre e per il quale, morto prematuramente, scrisse un planh; per aver messo zizzania tra padre e figlio ora ha la testa separata dal corpo, rendendo quindi evidente il contrapasso (è l'unica volta nel poema in cui Dante usa questa parola, il cui significato è chiarito in modo crudo dallo stesso dannato).
Va detto che la descrizione iniziale delle vittime delle guerre italiche ricorda pagine simili dello stesso Bertran, con una circolarità nel Canto che ha altri esempi nella Commedia: l'insistenza sul tema delle guerre e delle vittime provocate dalle sanguinose divisioni è ovviamente un riflesso della situazione politica lacerata dell'Italia del Trecento, nonché delle lotte tra Comuni e tra Guelfi e Ghibellini che erano una concausa della generale corruzione e del disordine morale contro cui Dante si scaglia nel poema (specie nel caso della rivalità tra Chiesa e Impero: i versi iniziali hanno una forte impronta anti-angioina, con l'accenno a Benevento che avrà una corrispondenza col celebre episodio di Manfredi nel Canto III del Purgatorio).
Complesso e controverso è il rapporto di Dante con la religione musulmana, la quale gli appare come una scandalosa divisione interna al mondo cristiano e che ha dunque prodotto guerre e sanguinose lacerazioni (la sua conoscenza dell'Islam è del resto lacunosa, condizione comune a tutto il Medioevo), ma d'altro canto il poeta ammira con sincerità alcuni illustri intellettuali arabi e perciò la sua condanna del mondo islamico non è assoluta.
Sul giudizio negativo pesa la tradizione secolare di guerre e invasioni degli Arabi nel Mediterraneo, nonché il tema sempre presente della Crociata in Terrasanta: in Inf., VIII, 70-75 la città di Dite è descritta come una città islamica, con le meschite (moschee) rosse e arroventate dal fuoco, popolata da diavoli; Maometto (XXVIII, 22-42) è incluso tra i seminatori di discordie della IX Bolgia, orrendamente mutilato e descritto in toni grotteschi e comici; l'avo Cacciaguida si trova tra gli spiriti combattenti per aver militato nella II Crociata ed essere caduto combattendo contro l'iniquità della religione musulmana, il cui popolo usurpa... vostra giustizia, cioè occupa i luoghi santi approfittando dell'inerzia dei papi, mentre gli Arabi sono definiti gente turpa e martiro la morte del crociato in battaglia (Par., XV, 139-148).
Questa posizione non impedisce tuttavia a Dante di ammirare intellettuali arabi come Avicenna e Averroè, da lui inclusi «tra gli spiriti magni» del Limbo in quanto autori di opere filosofiche importantissime nel Medioevo, specie Averroè che fu autore di un commento alla filosofia aristotelica di fondamentale importanza per lo stesso tomismo e, quindi, per l'architettura dottrinale del poema (qualcuno ha parlato persino di averroismo da parte di Dante, ravvisabile soprattutto nel Convivio). Se dunque alcuni esponenti e aspetti della cultura islamica erano noti al poeta che ne apprezzava il positivo apporto al pensiero cristiano, la condanna dell'Islam trova le sue ragioni unicamente nel campo religioso, per aver causato guerre e uccisioni in Europa e per l'occupazione dei luoghi santi, che faceva degli Arabi un popolo invasore e infedele degno di essere combattuto; la sua polemica è anche rivolta a quei papi che colpevolmente rivolgono la loro attenzione altrove, come Bonifacio VIII che combatte contro altri cristiani a Palestrina e non contro Ebrei o Saraceni, ovvero contro quei rinnegati che hanno partecipato all'assedio di Acri o mercanteggiato in terra musulmana (Inf., XXVII, 85-90).
Questa ostilità verso l'Islam troverà non pochi continuatori anche in età moderna, specie nella tradizione del poema cavalleresco dei secc. XV-XVI: gli infedeli saranno i nemici della Cristianità in opere come l'Orlando Innamorato o il Furioso di Boiardo e Ariosto, mentre la I Crociata sarà al centro della Gerusalemme Liberata del Tasso, in cui la rappresentazione del mondo arabo non è meno negativa e «infernale» (le forze demoniache sono al servizio di Aladino, re di Gerusalemme, quelle di Dio aiutano ovviamente i Crociati). Anche per questi autori ciò si spiega con la paura della minaccia turca sempre più presente in Europa, che li spingeva a guardare all'Islam come un pericolo da cui era necessario difendersi: certe pagine stridono naturalmente con l'esigenza di una pacifica integrazione religiosa ed etnica propria del mondo contemporaneo, ma vanno ricondotte al contesto storico-culturale in cui furono prodotte e ciò vale senz'altro anche per Dante e certi episodi «scandalosi» della Commedia, primo fra tutti quello che descrive Maometto tagliato dal mento infin dove si trulla, che non può non risultare blasfemo a chi della fede musulmana è sincero e devoto osservante.

TESTO DEL CANTO XXVIII

Chi poria mai pur con parole sciolte 
dicer del sangue e de le piaghe a pieno 
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?                                    3

Ogne lingua per certo verria meno 
per lo nostro sermone e per la mente 
c’hanno a tanto comprender poco seno.                       6

S’el s’aunasse ancor tutta la gente 
che già in su la fortunata terra 
di Puglia, fu del suo sangue dolente                              9

per li Troiani e per la lunga guerra 
che de l’anella fé sì alte spoglie, 
come Livio scrive, che non erra,                                     12

con quella che sentio di colpi doglie 
per contastare a Ruberto Guiscardo; 
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie                         15

a Ceperan, là dove fu bugiardo 
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, 
dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;                        18

e qual forato suo membro e qual mozzo 
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla 
il modo de la nona bolgia sozzo.                                    21

Già veggia, per mezzul perdere o lulla, 
com’io vidi un, così non si pertugia, 
rotto dal mento infin dove si trulla.                                  24

Tra le gambe pendevan le minugia; 
la corata pareva e ’l tristo sacco 
che merda fa di quel che si trangugia.                          27

Mentre che tutto in lui veder m’attacco, 
guardommi, e con le man s’aperse il petto, 
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!                             30

vedi come storpiato è Maometto! 
Dinanzi a me sen va piangendo Alì, 
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.                             33

E tutti li altri che tu vedi qui, 
seminator di scandalo e di scisma 
fuor vivi, e però son fessi così.                                        36

Un diavolo è qua dietro che n’accisma 
sì crudelmente, al taglio de la spada 
rimettendo ciascun di questa risma,                             39

quand’avem volta la dolente strada; 
però che le ferite son richiuse 
prima ch’altri dinanzi li rivada.                                         42

Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, 
forse per indugiar d’ire a la pena 
ch’è giudicata in su le tue accuse?».                            45

«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», 
rispuose ’l mio maestro «a tormentarlo; 
ma per dar lui esperienza piena,                                    48

a me, che morto son, convien menarlo 
per lo ’nferno qua giù di giro in giro; 
e quest’è ver così com’io ti parlo».                                 51

Più fuor di cento che, quando l’udiro, 
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi 
per maraviglia obliando il martiro.                                  54

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, 
tu che forse vedra’ il sole in breve, 
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,                              57

sì di vivanda, che stretta di neve 
non rechi la vittoria al Noarese, 
ch’altrimenti acquistar non sarìa leve».                        60

Poi che l’un piè per girsene sospese, 
Maometto mi disse esta parola; 
indi a partirsi in terra lo distese.                                     63

Un altro, che forata avea la gola 
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, 
e non avea mai ch’una orecchia sola,                           66

ristato a riguardar per maraviglia 
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, 
ch’era di fuor d’ogni parte vermiglia,                              69

e disse: «O tu cui colpa non condanna 
e cu’ io vidi su in terra latina, 
se troppa simiglianza non m’inganna,                          72

rimembriti di Pier da Medicina, 
se mai torni a veder lo dolce piano 
che da Vercelli a Marcabò dichina.                                 75

E fa saper a’ due miglior da Fano, 
a messer Guido e anco ad Angiolello, 
che, se l’antiveder qui non è vano,                                 78

gittati saran fuor di lor vasello 
e mazzerati presso a la Cattolica 
per tradimento d’un tiranno fello.                                    81

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica 
non vide mai sì gran fallo Nettuno, 
non da pirate, non da gente argolica.                            84

Quel traditor che vede pur con l’uno, 
e tien la terra che tale qui meco 
vorrebbe di vedere esser digiuno,                                  87

farà venirli a parlamento seco; 
poi farà sì, ch’al vento di Focara 
non sarà lor mestier voto né preco».                             90

E io a lui: «Dimostrami e dichiara, 
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, 
chi è colui da la veduta amara».                                     93

Allor puose la mano a la mascella 
d’un suo compagno e la bocca li aperse, 
gridando: «Questi è desso, e non favella.                    96

Questi, scacciato, il dubitar sommerse 
in Cesare, affermando che ’l fornito 
sempre con danno l’attender sofferse».                       99

Oh quanto mi pareva sbigottito 
con la lingua tagliata ne la strozza 
Curio, ch’a dir fu così ardito!                                           102

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, 
levando i moncherin per l’aura fosca, 
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,                         105

gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, 
che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta", 
che fu mal seme per la gente tosca».                          108

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; 
per ch’elli, accumulando duol con duolo, 
sen gio come persona trista e matta.                           111

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, 
e vidi cosa, ch’io avrei paura, 
sanza più prova, di contarla solo;                                  114

se non che coscienza m’assicura, 
la buona compagnia che l’uom francheggia 
sotto l’asbergo del sentirsi pura.                                   117

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, 
un busto sanza capo andar sì come 
andavan li altri de la trista greggia;                                120

e ’l capo tronco tenea per le chiome, 
pesol con mano a guisa di lanterna; 
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».                           123

Di sé facea a sé stesso lucerna, 
ed eran due in uno e uno in due: 
com’esser può, quei sa che sì governa.                     126

Quando diritto al piè del ponte fue, 
levò ’l braccio alto con tutta la testa, 
per appressarne le parole sue,                                     129

che fuoro: «Or vedi la pena molesta 
tu che, spirando, vai veggendo i morti: 
vedi s’alcuna è grande come questa.                          132

E perché tu di me novella porti, 
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli 
che diedi al re giovane i ma’ conforti.                           135

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli: 
Achitofèl non fé più d’Absalone 
e di Davìd coi malvagi punzelli.                                      138

Perch’io parti’ così giunte persone, 
partito porto il mio cerebro, lasso!, 
dal suo principio ch’è in questo troncone. 

Così s’osserva in me lo contrapasso».                      142

PARAFRASI

Chi mai potrebbe, anche in prosa e reiterando la narrazione, descrivere pienamente il sangue e le piaghe che io vidi?

Ogni lingua verrebbe certamente meno, a causa del nostro linguaggio e della nostra mente che hanno poca capacità di comprendere tutto questo.

Se anche si radunasse tutta la gente che nella terra travagliata dell'Italia del sud versò il proprio sangue per i Romani e nella lunga guerra che produsse un gran bottino di anelli, come scrive Livio che non sbaglia,

con quella gente che fu dolorosamente colpita per opporsi a Roberto il Guiscardo, e con l'altra gente le cui ossa ancora si raccolgono a Ceprano, là dove ogni barone pugliese fu traditore, e là a Tagliacozzo dove il vecchio Alardo vinse con la sua saggezza;

e se ognuno mostrasse le sue membra trafitte o mozzate, non sarebbe sufficiente a eguagliare l'aspetto orrendo della IX Bolgia.

Una botte, priva delle doghe del fondo, non è bucata così come io vidi un dannato tagliato dal mento fin dove si scorreggia (ano).

Gli pendevano le interiora tra le gambe; si vedevano gli organi interni e il ripugnante sacco (stomaco) che trasforma in escrementi ciò che si mangia.

Mentre io fissavo lo sguardo su di lui, egli mi guardò a sua volta e si aprì il petto con le mani, dicendo: «Adesso vedi come sono squarciato!

Vedi come è mutilato Maometto! Davanti a me se ne va piangendo Alì, col volto squarciato dal mento sino alla fronte.

E tutti gli altri che tu vedi in questo luogo, furono in vita seminatori di scandalo e scisma, e perciò sono così mutilati.

Qua dietro c'è un diavolo che ci acconcia così crudelmente, sottoponendo di nuovo al taglio della spada ciascun dannato di questa schiera, una volta che abbiamo completato il triste giro della Bolgia; infatti, prima che ognuno torni di nuovo davanti a lui, le ferite sono rimarginate.

Ma che sei tu, che ti attardi sul ponte forse per indugiare di sottoporti alla pena che ti è inflitta per le tue colpe?»

Il mio maestro gli rispose: «Questi non è ancora morto, né alcuna colpa lo conduce qui ai tormenti; ma io, che sono morto, devo condurlo attraverso l'Inferno di Cerchio in Cerchio per mostrargli pienamente questo luogo, e ciò è vero come il fatto che ti parlo».

Ci furono più di cento dannati che, quando lo sentirono, si fermarono nel fossato a guardarmi meravigliati, dimenticando la loro pena.

«Allora tu, che forse tra poco tornerai sulla Terra, di' a fra Dolcino che se non vuole raggiungermi presto si procuri molti viveri, così che un inverno rigido non porti ai Novaresi una vittoria che altrimenti sarebbe difficile da ottenere».

Dopo che ebbe alzato in aria un piede per andarsene, Maometto mi disse queste parole; quindi lo posò a terra per allontanarsi.

Un altro dannato, che aveva la gola squarciata, il naso mozzo fin sotto le ciglia ed era privo di un orecchio, fermatosi a guardarmi stupito come gli altri, prima degli altri aprì la canna della gola che fuori da ogni parte era rossa di sangue ,

e disse: «O tu che non sei dannato da alcuna colpa e che io conobbi in Italia, se un'eccessiva somiglianza non mi inganna, ricordati di Pier da Medicina, se mai tornerai a vedere la dolce pianura che digrada da Vercelli a Marcabò.

E fa' sapere ai due migliori uomini di Fano, a messer Guido del Cassero e anche ad Angiolello da Carignano, che, se la nostra preveggenza non è vana, saranno scaraventati fuori della loro nave e gettati in un sacco legato a una pietra presso Cattolica, per il tradimento di un feroce tiranno (Malatestino di Verrucchio).

Nettuno non ha mai visto un così grave delitto in tutto il Mediterraneo (tra Cipro e Maiorca), non commesso da pirati o da predoni di Argo (Greci).

Quel traditore che vede solo con un occhio (Malatestino) e che governa la terra (Rimini) che un dannato qui con me vorrebbe non avere visto mai, li indurrà a venire a parlare con lui; poi farà in modo che a loro non servano preghiere e voti contro i venti di Focara».

E io a lui: «Mostrami e dimmi, se vuoi che parli di te sulla Terra, chi è colui che fu danneggiato dall'aver visto Rimini».

Allora mise la mano sulla mascella di un suo compagno e gli aprì la bocca, gridando: «È questo qui, e non parla.

Questi, scacciato da Roma, spense ogni dubbio in Cesare, affermando che chi è pronto ad agire riportò sempre danni nell'attendere».

Oh, quanto mi sembrava sbalordito Curione, con la lingua mozzata nella gola, lui che fu così pronto a parlare!

E un altro, che aveva entrambe le mani mozzate e levava i moncherini in aria facendo ricadere il sangue sul suo volto, gridò: «Ti ricorderai anche di Mosca dei Lamberti, che disse - ahimè! - "Cosa fatta capo ha", che causò tanto male alla gente di Toscana».

E io aggiunsi: «E causò anche la fine della tua famiglia»; e allora lui, aggiungendo dolore a dolore, se ne andò come una persona triste e fuori di sé.

Ma io rimasi a guardare la schiera delle anime, e vidi una cosa che avrei timore a riferire da solo, senza addurre altre prove;

se non che sono confortato dalla mia buona fede, che accompagna l'uomo e lo rende coraggioso proteggendolo con la difesa dell'avere la coscienza pura.

Io vidi di certo, e mi sembra di vederlo ancora, un tronco privo del capo che procedeva insieme agli altri di quel tristo gregge;

e teneva la testa mozzata per i capelli, penzoloni come una lanterna, e quella ci guardava e diceva: «Ahimè!»

Faceva lume a se stesso con una parte di sé (la testa) ed erano due individui e uno solo al tempo stesso: come può avvenire questo, lo sa Colui (Dio) che lo rende possibile.

Quando fu presso il ponte, alzò il braccio con tutta la testa per rivolgerci le sue parole, che furono queste: «Ora vedi la mia pena dolorosa, tu che visiti i morti da vivo: vedi se ce n'è un'altra grande come questa!

E affinché tu porti notizie di me, sappi che sono Bertran de Born, quello che diede al giovane re (Enrico III) i cattivi consigli.

Io spinsi il figlio contro il padre: Achitofel non fece cosa diversa con Assalonne e David, con malvagi incitamenti.

E poiché io ho diviso persone così unite, porto il mio cervello (me misero!) diviso dal midollo spinale che è in questo troncone. Così in me è evidente il contrappasso».


NOTE
- I vv. 7-18 rievocano le molte guerre combatutte in Italia meridionale, definita genericamente Puglia: i Troiani sono in realtà i Romani, detti così perché discendenti da Enea, e la lunga guerra è la seconda guerra punica, in cui ci fu la terribile disfatta di Canne (Livio narra che i Cartaginesi, con gli anelli tolti ai cadaveri, fecero un enorme mucchio). Dante cita poi le guerre contro i Normanni di Roberto Guiscardo e quelle contro gli Angioini, culminate nelle battaglie di Benevento (1266) e Tagliacozzo (1268).
- Ceperan è la città laziale di Ceprano, a guardia della quale Manfredi pose alcuni baroni pugliesi che lo tradirono e consegnarono la piazzaforte a Carlo I d'Angiò.
- Il vecchio Alardo è Alardo di Valéry, che consigliò a Carlo di tenere una schiera in riserva con cui sconfisse Corradino.
- I vv. 22-24 descrivono una botte (veggia, dal lat. tardo veia) priva del mezzule, la doga mediana del fondo, e delle due lulle, le doghe laterali a forma di mezzaluna.
- Il verbo accisma (v. 37) vuol dire probabilmente «acconcia», «prepara» detto in senso sarcastico (deriva dall'ant. fr. acesmer e in questo senso è usato da Bertran de Born in una sua poesia).
- Il Noarese (v. 59) indica collettivamente i Novaresi e Vercellesi che assediavano Dolcino e non il vescovo di Novara.
- Lo dolce piano / che da Vercelli a Marcabò dichina (vv. 74-75) è la Pianura Padana, indicata con gli estremi geografici di Vercelli e del castello di Marcabò sul delta del Po.
- La profezia dei vv. 76 ss. riguarda Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, la cui vicenda ci è del tutto ignota: sappiamo solo che il tiranno fello che li ucciderà è Malatestino di Verrucchio, citato da Guido da Montefeltro nel Canto XXVII e poi indicato come il traditor che vede pur con l'uno (il signore di Rimini era guercio).
- Con Maiolica (v. 82) si intende l'isola di Maiorca, estremo occidentale del Mediterraneo come Cipro è quello orientale.
- La gente argolica (v. 84) sono i Greci, nel Medioevo considerati predatori e pirati.
- Focara (v. 89) è una località tra Cattolica e Pesaro in cui un forte vento ostacolava la navigazione: i due personaggi di Fano non dovranno pregare prima di passare da lì, perché saranno uccisi prima.
- I vv. 98-99 si rifanno a Lucano, Phars., I, 281: Tolle moras: semper nocuit differre paratis («Poni fine agli indugi: rimandare ha sempre recato danno a coloro che sono pronti ad agire»).
- Al v. 123 Oh me! è rima composta (cfr. Inf., VII, 28, pur lì). Il re giovane (v. 135) è Enrico III, figlio del duca d'Aquitania; alcuni mss. leggono re Giovanni, ma è di certo una correzione per il ritmo inconsueto dell'endecasillabo. Achitofel (v. 137) era il consigliere del re David, contro il quale aizzò il figlio Assalonne; il fatto è narrato nella Bibbia (II Reg., 15-18).

VIDEO HD https://www.youtube.com/watch?v=OFrxbEKOyUA

GASSMAN https://www.youtube.com/watch?v=jZbhSMV9ibQ

Struttura dell'inferno

inferno

Eugenio Caruso - 4 dicembre - 2019

LOGO

Tratto da

1

www.impresaoggi.com