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Inferno CANTO XXXI. I giganti

COMMENTO DEL CANTO XXXI

I due poeti si avvicinano al pozzo che circonda il lago di Cocito (IX Cerchio). È il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, dopo le tre. Il rimprovero di Virgilio alla fine del Canto precedente, quando il poeta si era attardato ad assistere alla rissa tra i falsari, ha fatto vergognare Dante, ma è Virgilio a rincuorarlo, proprio come faceva la lancia di Peleo e poi di Achille che aveva il potere di sanare le ferite inferte al primo colpo con un secondo. I due poeti lasciano le Malebolge e si dirigono verso il IX Cerchio, attraversando in silenzio l'argine roccioso che separa i due luoghi. C'è una luce crepuscolare che non permette di vedere bene, ma Dante a un tratto sente risuonare un corno fragoroso, per cui spinge in avanti lo sguardo: Orlando non suonò il suo in modo più terribile a Roncisvalle. Dopo un po' a Dante sembra di scorgere alte torri e chiede spiegazioni a Virgilio: il maestro lo avverte che guardando nell'oscurità si vedono cose che si possono fraintedere e lui lo capirà quando saranno più avanti. Poi Virgilio prende dolcemente il discepolo per mano e lo avverte che ciò che ha visto non sono torri, bensì giganti confitti nella roccia fino alla cintola.
Come quando la nebbia si dirada e permette di vedere ciò che poco prima celava, così Dante spinge in avanti lo sguardo e vede le sagome dei giganti che gli incutono timore: essi cingono il pozzo che cala nel IX Cerchio, sepolti nella roccia fino alla vita, e gli sembrano le torri che circondano Monteriggioni. Il poeta già vede la faccia di uno di essi (Nembrod), nonché il resto della parte superiore del corpo. Certo la natura fece bene a non creare più animali del genere, e se continua a generare elefanti e altri pachidermi ciò è comprensibile in quanto i giganti avevano l'intelligenza umana ed erano quindi molto pericolosi.
La faccia di Nembrod sembra lunga e grossa come la pigna di bronzo di S. Pietro, a Roma, e il resto del corpo è in proporzione; ciò che emerge dalla cintola alla testa è tanto alto che tre abitanti della Frisia, uno sull'altro, sarebbero arrivati a stento alle sue chiome (Dante stima che il gigante sia alto trenta palmi dalla spalla alla vita).
Nembrod inizia a pronunciare parole incomprensibili con voce accesa, ma Virgilio si rivolge a lui dandogli dello sciocco e invitandolo a sfogare la propria ira suonando col corno che tiene a tracolla; se cerca bene, troverà la correggia di cuoio che lo tiene legato e che gli attraversa il petto. Dopodiché il maestro si rivolge a Dante e gli dice che il gigante accusa se stesso, poiché è colui che tentò di arrivare in cielo con la Torre di Babele e per cui oggi si usano linguaggi diversi. Virgilio conclude invitando Dante a lasciarlo stare e a non parlare inutilmente con lui, dal momento che il gigante non capisce alcun linguaggio e il suo è sconosciuto a tutti gli altri.
I due poeti si rivolgono quindi a sinistra e proseguono il cammino, trovando poco dopo un altro gigante ancor più feroce e più grande. Egli è strettamente avvinto da una catena, che gli lega un braccio davanti e l'altro dietro la schiena, e si avvolge dal collo in giù formando cinque giri almeno fin dove il corpo è visibile. Virgilio spiega che questo gigante volle sperimentare la sua forza contro Giove e il suo nome è Fialte, che si unì agli altri giganti quando questi si ribellarono agli dei e per questo ora non può muovere le braccia. Dante chiede al maestro se sia possibile vedere lo smisurato Briareo, ma Virgilio risponde che dovrà accontentarsi di vedere Anteo che è vicino a loro ed è sciolto, così che potrà aiutarli a scendere nel lago di Cocito. Briareo è infatti più lontano, è legato e del tutto simile a Fialte, tranne il fatto che ha il volto più feroce. Fialte si scuote improvvisamente e produce un frastuono simile a un terremoto, per cui Dante teme la morte e resta vivo solo perché vede che il gigante è assicurato dalla robusta catena.
I due procedono ancora e raggiungono Anteo, che fuoriesce dalla roccia di sette metri circa senza la testa. Virgilio si rivolge a lui e gli ricorda che un tempo, quando viveva nella valle di Zama in Nordafrica dove Scipione sconfisse Annibale, uccise più di cento leoni e che se si fosse unito ai suoi fratelli nella lotta contro gli dei forse avrebbero vinto i giganti. Virgilio lo prega di deporli giù al fondo del pozzo, nel lago ghiacciato di Cocito: non deve indurli ad andare da Tizio o Tifeo, poiché Dante può dargli fama nel mondo coi suoi versi e concedergli l'immortalità. Anteo non si fa pregare e prende Virgilio stendendo le mani di cui Ercole sentì la terribile stretta. Il maestro dice poi a Dante di avvicinarsi, in modo che possa afferrarlo: lo abbraccia e il gigante può sollevarli entrambi.
Come la torre della Garisenda a Bologna, che se si guarda dalla parte dove pende e passa dietro una nuvola sembra prossima a cadere, così Anteo pare a Dante quando il gigante si china verso di lui, al punto che il poeta vorrebbe andare per un'altra strada. Il gigante depone dolcemente i due poeti al fondo della ghiaccia di Cocito, dove sono imprigionati Lucifero e Giuda, per poi sollevarsi di nuovo come l'albero di una nave.
L'episodio segna il passaggio di Dante e Virgilio tra l'VIII e il IX Cerchio dell'Inferno, presentando le figure dei giganti che ne sono gli assoluti protagonisti e che anticipano, per molti aspetti, Lucifero che è confitto al centro di Cocito e che verrà mostrato nell'ultimo Canto. Anche i giganti, infatti, sono conficcati nella roccia fino alla cintola, ai margini del pozzo che circonda l'ultimo Cerchio dei traditori tra i quali essi in certo modo figurano in quanto dannati: tanto i giganti della tradizione biblica quanto quelli del mito classico si erano ribellati alla divinità con un folle e presuntuoso tentativo di dare la scalata al cielo, in maniera analoga a quanto aveva fatto Lucifero che si era ribellato a Dio volendo essere uguale a lui. Una tradizione secolare aveva del resto creato un parallelo tra il personaggio di Nembrod, erroneamente interpretato come un gigante e quale ideatore della Torre di Babele, e i giganti della tradizione classica, che nella Titanomachia si erano ribellati a Giove venendo sconfitti dagli dei dell'Olimpo; in entrambi i casi l'episodio ricordava la ribellione di Lucifero dovuta all'invidia verso il Creatore, e lo stesso Dante in Purg., XII, 25 ss. accosta a Lucifero proprio Nembrod, Briareo e gli altri giganti classici come esempi di superbia punita all'uscita della I Cornice.
I giganti ricordano Lucifero anche per la loro bestialità, in quanto nessuno di loro sembra dotato di intelletto e sono descritti da Dante alla stregua di enormi animali privi di razionalità, proprio come il principe dei diavoli che verrà rappresentato come un immane mostro peloso, con attributi ferini e intento a divorare le anime di Giuda, Bruto e Cassio. In questo Dante segue la tradizione dei Padri della Chiesa, che interpretavano i giganti come creature mostruose realmente esistite, non però demoniache e paragonabili a individui di eccezionali dimensioni (si pensava che fossero estinti, come Dante afferma chiaramente ai vv. 49-57 e come si argomentava dal ritrovamento nell'antichità di ossa smisurate appartenenti probabilmente ad animali preistorici). Il poeta non li rappresenta anguipedi come gli autori classici e Virgilio dice che Briareo è in tutto simile a Fialte salvo che ha l'aspetto più feroce, escludendo quindi che abbia cento mani come la tradizione classica affermava.
La presentazione dei giganti avviene per gradi, coi due poeti che si avvicinano al pozzo dove sono confitti e Dante che nella semi-oscurità ne intravede la sagoma e li scambia per torri: c'è un evidente riferimento all'episodio biblico della Torre di Babele e la similitudine prosegue alla fine col paragone tra Anteo che si china e la torre della Garisenda a Bologna, oggetto di un curioso fenomeno ottico che Dante aveva sicuramente visto coi propri occhi.
È Virgilio a spiegare al discepolo la situazione e a presentargli alcuni dei giganti: il primo è Nembrod, che pronuncia parole prive di senso e sconta con questo contrappasso la confusione delle lingue a Babele da lui provocata (Virgilio lo accusa di essere uno sciocco, lo invita a sfogare la sua collera suonando il corno che tiene al collo, sottolineando la sua assoluta impotenza).
Non meno bestiale è Fialte, che è saldamente avvinto da una catena e reagisce con stizza all'avvicinarsi di Dante al pari di altre figure dal mito già viste; Virgilio crea un parallelo tra lui e Nembrod, ricordando la sua partecipazione alla battaglia di Flegra in Tessaglia contro gli dei nella Titanomachia, quando i giganti sperimentarono la loro potenza contro Giove (l'Efialte classico aveva sovrapposto insieme a Oto i monti Ossa e Pelio nel tentativo di scalare il cielo, episodio fin troppo simile a quello della Torre di Babele).
Il terzo personaggio mostrato è infine Anteo, che a differenza degli altri giganti non aveva preso parte alla Titanomachia in quanto vissuto dopo ed era stato ucciso non da Giove, bensì da Ercole. Il gigante non è legato come Fialte o Briareo e potrà quindi deporre Dante e Virgilio sul fondo del pozzo che divide l'VIII dal IX Cerchio, nel lago ghiacciato di Cocito: la sua funzione sarà dunque analoga a quella di altre figure demoniache dell'Inferno, con la differenza che il poeta latino lo convince a collaborare con un elaborato discorso retorico che solletica la vanità del gigante. Virgilio inizia infatti con una captatio benevolentiae, ricordando in toni elevati che Anteo riportò in vita molti trofei, avendo ucciso più di mille leoni nella valle di Zama (c'è anche il riferimento alla battaglia in cui Scipione sconfisse Annibale, che eleva lo stile); era stato talmente forte che forse, se avesse preso parte allo scontro di Flegra, avrebbero vinto i figli de la terra, ovvero i giganti; egli non deve indurre i due poeti a rivolgersi a Tizio o Tifeo, giganti meno forti di lui secondo la testimonianza di Lucano (Phars., IV, 595 ss.) e se li aiuterà, Dante lo nominerà nei suoi versi dandogli così fama immortale. Il discorso di Virgilio è da intendere in senso antifrastico, in quanto la citazione di Anteo nel poema non sarà certo lusinghiera nei suoi confronti: ironica è dunque la captatio benevolentiae, mentre il gigante è descritto in modo parodico come un essere privo di volontà, una sorta di burattino che si piega alla volontà divina e aiuta i due poeti a proseguire il viaggio come è voluto da Dio, di cui il gigante è un mansueto e fedele strumento. Il ruolo di Anteo non è dunque diverso da quello di altri personaggi del mito incontrati durante la discesa, descritti nei loro aspetti bestiali o come bizzarre deformazioni della Trinità o della giustizia divina (si pensi soprattutto a Cerbero e Minosse): la presenza di Anteo e degli altri giganti in questo episodio è necessaria anticipazione della figura di Lucifero, la cui apparizione verrà evocata e preparata per gradi nei due Canti successivi e che chiuderà in modo non meno paradossale la rappresentazione del doloroso regno.

Note e passi controversi
I vv. 4-6 fanno riferimento al mito della lancia di Achille già appartenuta al padre Peleo, che aveva il potere di sanare al secondo colpo le ferite inferte col primo: il paragone era frequente nella letteratura due-trecentesca, riguardo al bacio dell'amata (mancia è probabilmente un francesismo e vuol dire «prova d'armi», «assalto»).
L'espressione ai vv. 14-15 non è del tutto chiara, anche se il senso generale è questo: «il quale corno indirizzò verso un unico luogo i miei occhi, che seguivano la sua direzione (del suono del corno) in senso contrario».
La similitudine ai vv. 16-18 è tratta dalla Chanson de Roland, poema epico in antico francese che Dante conobbe forse indirettamente, in cui Orlando prima di morire nella battaglia di Roncisvalle suona il corno per richiamare i rinforzi.
Montereggion (v. 40) è Monteriggioni, piccolo centro in Valdelsa che nel XIII secolo era munito di una cerchia di mura con 14 alte torri.
La pina di S. Pietro citata al v. 59 è una pigna di bronzo che, a quanto pare, ornava il mausoleo di Adriano o forse il Pantheon, alta più di quattro metri; papa Simmaco l'aveva posta davanti alla basilica di S. Pietro e oggi è all'interno del Vaticano.
I vv. 63-64 si riferiscono alla convinzione, diffusa nel Medioevo, che gli abitanti della Frisia fossero gli uomini più alti del mondo (tre di loro, sovrapposti, non arriverebbero dalla cintola alla fronte di Nembrod).
Le parole di Nembrod al v. 67 sono prive di senso, come Virgilio spiega più avanti, anche se riecheggiano forse parole ebraiche.
Virgilio ai vv. 103-105 corregge se stesso parlando di Briareo, dicendo che è di aspetto identico a Fialte e non quindi centimane come lui l'aveva descritto in Aen., X, 565-568.
Dotta (v. 110) è voce provenzale per «paura», come dottanza nei poeti del Duecento.
Tizio e Tifo (Tifeo) erano due titani, dei quali il primo era stato fulminato da Apollo per aver tentato Latona, l'altro da Giove che l'aveva sprofondato sotto l'Etna (in Par., VIII, 67-70 Dante farà riferimento a questa leggenda, dicendo che in realtà le eruzioni del vulcano sono dovute allo zolfo e non al gigante).
Il fenomeno descritto ai vv. 136-138 è un'illusione ottica che doveva esser frequente a chi passava sotto alla torre della Garisenda a Bologna, al tempo di Dante assai più alta e in forte pendenza: chi la osservava dal basso aveva l'impressione che essa cadesse, se una nuvola passava dietro di essa in senso contrario.

TESTO DEL CANTO XXXI

Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;3

così od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.6

Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.9

Quiv’era men che notte e men che giorno,
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,12

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.15

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.18

Poco portäi in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: "Maestro, dì, che terra è questa?".21

Ed elli a me: "Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.24

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi".27

Poi caramente mi prese per mano
e disse: "Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,30

sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti".33

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,36

così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;39

però che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda42

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.45

E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.48

Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.51

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;54

ché dove l'argomento de la mente
s'aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente. 57

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;60

sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma63

tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.66

"Raphèl maì amècche zabì almi",
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.69

E ’l duca mio ver’ lui: "Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passïon ti tocca!72

Cércati al collo, e troverai la soga
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga".75

Poi disse a me: "Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.78

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto".81

Facemmo adunque più lungo vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.84

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro87

d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.90

"Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ’l sommo Giove",
disse ’l mio duca, "ond’elli ha cotal merto.93

Fïalte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move".96

E io a lui: "S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei".99

Ond’ei rispuose: "Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.102

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto".105

Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.108

Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.111

Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.114

"O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,117

recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda120

ch’avrebber vinto i figli de la terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.123

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.126

Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama".129

Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’Ercule sentì già grande stretta.132

Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: "Fatti qua, sì ch’io ti prenda";
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.135

Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr'essa sì, ched ella incontro penda:
138

tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.141

Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,144

e come albero in nave si levò.

PARAFRASI del canto XXXI

La stessa voce (di Virgilio) prima mi rimproverò, facendomi arrossire entrambe le gote, poi mi porse la medicina (mi consolò);
così mi sembra che fosse solita fare la lancia di Achille e suo padre Peleo, che era causa prima di triste e poi di buon assalto (curava al secondo colpo la ferita inferta col primo).

Noi voltammo le spalle alla triste fossa di Malebolge, lungo l'argine roccioso che la circonda, e procedemmo senza parlare.

Qui c'era una luce crepuscolare, così che potevo spingere lo sguardo poco in avanti; ma io sentii risuonare un corno, così forte che avrebbe sovrastato qualunque tuono e che indirizzò il mio sguardo, che seguiva la direzione opposta a quella del suono, tutto verso un luogo.

Quando Carlo Magno perse la sua retroguardia di paladini a Roncisvalle, Orlando non suonò il suo corno in modo altrettanto terribile.

Voltai la testa poco più in là, tanto che mi sembrò di vedere molte alte torri; allora chiesi: «Maestro, dimmi: che terra è questa?»

E lui a me: «Dal momento che figgi lo sguardo nell'oscurità troppo da lontano, avviene che poi i tuoi pensieri siano confusi.

Tu vedrai bene, una volta arrivato fin là, quanto i sensi siano ingannati dalla distanza; perciò affrettati ad arrivare».

Poi mi prese per mano con dolcezza, dicendo: «Prima che noi ci spingiamo più avanti, e affinché la cosa ti sembri meno strana, sappi che quelle non sono torri ma giganti, e sono confitti tutti nella roccia intorno al pozzo dall'ombelico in giù».

Come quando la nebbia si dirada e lo sguardo poco a poco distingue chiaramente ciò che il vapore cela nell'aria,

così, trapassando con lo sguardo l'aria spessa e oscura, mentre ci avvicinavamo al limite del pozzo, svaniva in me l'errore e cresceva la mia paura;
infatti, come Monteriggioni è coronata di torri sulla cerchia tonda di  mura, così gli orribili giganti, cui Giove minaccia ancora dal cielo quando emette i tuoni, svettavano come torri sull'argine che circonda il pozzo, emergendo dalla cintola in su.

E io vedevo già la faccia di uno di loro, nonché le spalle, il petto e gran parte del ventre, e entrambe le braccia lungo i fianchi.

Certo la natura fece molto bene, quando smise di creare animali del genere per togliere simili ministri a Marte.

E se essa non si pente (continua a creare) di balene ed elefanti, chi giudica con sottigliezza non può non riconoscere la sua saggezza;

infatti, dove la razionalità si unisce alla volontà malvagia e alla potenza fisica, le persone non possono difendersi in alcun modo.

La sua faccia mi sembrava lunga e grossa come la pigna di bronzo a S. Pietro, a Roma, e le altre membra erano in proporzione;

così che la roccia, che faceva da perizoma dalla cintola in giù, mostrava tanto del suo corpo che tre Frisoni sovrapposti avrebbero avuto difficoltà a raggiungere i suoi capelli; infatti vedevo almeno trenta palmi da lì fino al punto in cui l'uomo affibbia il mantello (la spalla).
«Raphél maì amèche zabì almi» cominciò a gridare la sua bocca feroce, alla quale non si addiceva una lingua più dolce.

E la mia guida a lui: «O anima sciocca, accontentati del corno e sfogati con quello quando l'ira o un'altra passione ti prende!

Tastati il collo e troverai la correggia che lo tiene legato, o anima confusa, e vedi il corno che ti attraversa il gran petto».

Poi mi disse: «Egli stesso si autoaccusa; questo è Nembrod e a causa della suo malvagia idea (la Torre di Babele) nel mondo si parlano diverse lingue.

Lasciamolo stare e non parliamo inutilmente; infatti ogni linguaggio è ignoto a lui, come il suo lo è agli altri visto che non ha senso».

Compimmo dunque un cammino più lungo, verso sinistra; e dopo una distanza di un tiro di balestra, trovammo un altro gigante assai più feroce e smisurato.

Non so dire chi fosse l'artefice, ma qualcuno gli aveva legato il braccio sinistro davanti e il destro dietro con una catena, che lo teneva avvinto dal collo in giù, in modo tale che dov'era visibile si avvolgeva in cinque giri.

Il mio maestro disse: «Questo superbo volle sperimentare la sua forza contro il sommo Giove, per cui ha un tale merito.

Si chiama Fialte, e prese parte alla battaglia (di Flegra) quando i giganti spaventarono gli dei; non può muovere le braccia che menò in quell'occasione».

E io a lui: «Se è possibile, vorrei che i miei occhi vedessero lo smisurato Briareo».

Allora lui rispose: «Tu vedrai Anteo qui vicino, che parla ed è slegato, così che potrà posarci sul fondo dell'Inferno.

Quello che tu vuoi vedere è molto più lontano, ed è legato e dello stesso aspetto di questo, tranne che sembra più feroce nel viso».

Non ci fu mai un terremoto tanto terribile e che scuotesse una torre così forte come Fialte fu rapido a scuotersi.

Allora io ebbi paura più che mai di morire e questo timore sarebbe stato sufficiente, se non avessi visto le catene.

Noi allora procedemmo più avanti e raggiungemmo Anteo, che emergeva dalla roccia ben cinque alle (sette metri) senza la testa.

«O tu che nella fortunata valle di Zama, che fece Scipione erede di gloria quando Annibale fuggì con i suoi, facesti bottino un tempo di mille leoni e che, se avessi preso parte alla grande guerra dei tuoi fratelli, si crede che avrebbero vinto i figli della Terra (giganti);

non avere disdegno di deporci dove il freddo trasforma in ghiaccio il lago di Cocito.

Non ci costringere a rivolgerci a Tizio o Tifeo: Dante può darti quello che desideri, quindi chinati e non distogliere il volto.

Egli ti può ancora dare fama nel mondo, poiché egli è vivo e lo attende ancora una lunga vita, se la grazia divina non lo chiama a sé anzitempo».

Così disse il maestro; e Anteo distese subito le mani, e prese Virgilio con quelle, di cui Ercole sentì la terribile stretta.

Virgilio, quando si sentì afferrare, mi disse: «Avvicinati, così che io possa prenderti»; poi mi abbracciò, in modo che fossimo strettamente uniti.

Come la torre della Garisenda appare a chi la guarda da sotto, quando una nuvola le passa sopra, così che sembra pendere in avanti;

tale sembrò Anteo a me, che stavo attento a vederlo chinare, e fu così spaventoso che avrei voluto fare un'altra strada.

Ma egli ci depose dolcemente sul fondo dell'Inferno che divora Lucifero e Giuda; e una volta chinato lì non vi si trattenne, ma si levò di nuovo come l'albero di una nave.



VIDEO HD https://www.youtube.com/watch?v=xr0F87qbgvU

GASSMAN https://www.youtube.com/watch?v=LAECn6YcmIE&t=36s

Struttura dell'inferno

inferno

Eugenio Caruso -10 dicembre - 2019

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www.impresaoggi.com