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Inferno, CANTO XXXIII. Il conte Ugolino

COMMENTO DEL CANTO XXXIII

È il tardo pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sei.
Il peccatore apostrofato da Dante alla fine del Canto precedente, intento ad addentare bestialmente il cranio del compagno di pena, solleva la bocca da quell'orribile pasto e la pulisce coi capelli dell'altro. Egli dichiara a Dante che la sua richiesta di spiegargli le ragioni di tanto odio rinnova in lui, al solo pensiero, un disperato dolore, già prima di parlarne; tuttavia, se le sue parole dovranno infamare il nome dell'altro traditore, egli parlerà e piangerà al tempo stesso. Dopo aver osservato che Dante gli sembra fiorentino dall'accento, si presenta come il conte Ugolino della Gherardesca e dichiara che il suo compagno è l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini. Non c'è bisogno che racconti come Ruggieri lo avesse raggirato e attirato in una trappola facendolo catturare, poiché la cosa è nota a tutti; ma ciò che Dante non può sapere, ovvero quanto crudele sia stata la sua morte, sarà oggetto del suo racconto e il poeta valuterà se il suo odio è giustificato.
Ugolino e i suoi quattro figli erano già rinchiusi da diversi mesi nella Torre della Muda a Pisa, che poi sarebbe stata chiamata Torre della Fame, nella quale egli aveva visto il mondo esterno attraverso una stretta feritoia, quando una notte egli fece un sogno premonitore. Aveva sognato Ruggieri nelle vesti di un cacciatore che capeggiava una brigata, intenta a dare la caccia a un lupo e ai suoi piccoli sul monte San Giuliano che scherma ai Pisani la vista di Lucca. Nel sogno, Ruggieri si faceva precedere dalle famiglie ghibelline dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, che mettevano sulle loro tracce delle cagne macilente e fameliche: il lupo e i piccoli erano stanchi per la corsa e venivano raggiunti dalle cagne, che li azzannavano.
Il mattino seguente Ugolino si era svegliato e aveva sentito piangere i figli, che chiedevano del pane: il conte a questo punto interrompe il racconto accusando Dante di essere crudele a non piangere, immaginando il triste presentimento di quella mattina. Quindi prosegue spiegando che era vicina l'ora in cui solitamente veniva loro portato il cibo, anche se ciascuno ne dubitava per via del sogno: a un tratto i quattro sentirono che l'uscio della torre veniva inchiodato e Ugolino fissò in viso i figli senza parlare, senza piangere e restando impietrito, tanto che uno dei figli (Anselmuccio) gli chiese cosa avesse. Ugolino non rispose e non disse nulla per l'intera giornata e la notte seguente, fino all'alba.
Non appena un raggio di sole penetrò nella torre e permise al conte di vedere i volti smagriti dei figli, l'uomo fu colto dalla rabbia e si morse entrambe le mani; i figli, pensando che lo avesse fatto per fame, si erano alzati e gli avevano offerto le proprie carni per nutrirsi. Allora Ugolino si era calmato per non accrescere la loro pena: i due giorni successivi nessuno proferì più parola, mentre ora il dannato si rammarica che la terra non li avesse inghiottiti. Arrivati al quarto giorno, uno dei figli di Ugolino (Gaddo) stramazzò ai suoi piedi invocando vanamente il suo aiuto, e poi morì. Tra il quinto e il sesto giorno morirono anche gli altri tre, poi per due giorni Ugolino, reso cieco dalla fame, aveva brancolato sui loro corpi chiamandoli per nome: a quel punto il digiuno aveva prevalso sul suo dolore. Posto fine al suo racconto, il conte storce gli occhi e riprende a mordere il cranio di Ruggieri.
Dante si abbandona a una violenta invettiva contro la città di Pisa, patria di Ugolino, definita come la vergogna dei popoli di tutta Italia: poiché le città vicine non si decidono a punirla, il poeta si augura che le isole di Capraia e Gorgona si muovano e chiudano la foce dell'Arno, in modo tale da annegare tutti gli abitanti della città. Forse Ugolino era sospettato di aver ceduto alcuni castelli a Firenze e Lucca, ma i quattro figli (Uguccione, il Brigata e gli altri due prima nominati) erano innocenti per la giovane età e non dovevano essere uccisi insieme al conte (Pisa ha commesso un delitto che la accosta all'antica città di Tebe).
Dante e Virgilio passano nella zona successiva di Cocito, la Tolomea dove sono puniti i traditori degli ospiti: questi sono imprigionati nel ghiaccio col volto all'insù. I dannati piangono, ma le lacrime gli si congelano nelle orbite degli occhi formando come delle visiere di cristallo che non permettono loro di sfogare il dolore, accrescendo ulteriormente la pena. Dante a causa del freddo ha il viso quasi totalmente insensibile, tuttavia gli pare di sentire soffiare del vento: ne chiede spiegazione a Virgilio, osservando che all'Inferno non ci possono essere eventi atmosferici. Il maestro risponde che presto Dante sarà nel punto dove avrà la risposta, vedendo coi propri occhi la causa di un tale fenomeno (cioè Lucifero).
Uno dei dannati immersi nel ghiaccio si rivolge ai due poeti e, scambiandoli per dannati, li prega di togliergli dagli occhi le croste di ghiaccio, così da potere sfogare il dolore che gli opprime il cuore prima che le lacrime si congelino nuovamente. Dante risponde che lo farà, ma a patto che il peccatore riveli il proprio nome: se il poeta non manterrà la parola, possa andare fino in fondo al ghiaccio di Cocito.
Il dannato risponde di essere frate Alberigo, che qui sconta la pena per la sua grave colpa. Dante è stupito, in quanto crede che Alberigo non sia ancora morto: il peccatore spiega che non ha idea di come e da chi sia governato il suo corpo sulla Terra, in quanto avviene spesso che l'anima destinata alla Tolomea vi finisca prima di giungere alla fine naturale della vita. Per indurre Dante a togliergli più volentieri il ghiaccio dagli occhi, Alberigo aggiunge che non appena l'anima commette il tradimento dell'ospite essa lascia il corpo e il suo posto è preso da un demone, che lo governa fino alla fine naturale dei suoi giorni. (Come ho avuto modo di segnalare precedentemente, Dante in alcune sue fantasie anticipa alcuni episodi dei telefilm di Star Trek).
Forse, dice il dannato, sulla Terra c'è ancora il corpo del compagno di pena dietro di lui: è Branca Doria, imprigionato in Cocito già da molti anni. Dante è perplesso, poiché sa per certo che Branca Doria è ancora vivo nel mondo, ma Alberigo ribatte che Michele Zanche non era ancora giunto fra i barattieri della V Bolgia dell'VIII Cerchio che Branca Doria, suo assassino, aveva già lasciato il demone nel proprio corpo e la sua anima era precipitata in Cocito, come quella di un suo complice.
Alberigo invita Dante a mantenere la promessa e ad aprirgli gli occhi, ma il poeta non lo fa, affermando che fu cortesia essersi comportato da villano con lui. Dante pronuncia poi una dura invettiva contro i Genovesi, uomini estranei a ogni buona usanza e pieni di vizi, che dovrebbero essere dispersi nel mondo: infatti nella Tolomea egli ha trovato uno di loro insieme al peggiore spirito della Romagna (cioè Alberigo), mentre sulla Terra sembra che il suo corpo sia ancora in vita.
Il Canto risulta diviso in due parti quasi equivalenti, dedicate rispettivamente alla tragedia del conte Ugolino e all'incontro con frate Alberigo, chiuse entrambe in modo simmetrico da una dura invettiva contro Pisa (patria del conte) e Genova (patria di Branca Doria, compagno di pena di Alberigo; le due città erano inoltre rivali politiche). L'inizio si ricollega alla conclusione del Canto XXXII, quando Dante aveva chiesto a Ugolino la ragione del suo odio bestiale verso l'arcivescovo Ruggieri e aveva promesso di dire la verità su di lui nei propri versi: benché raccontare la propria storia accresca il dolore del dannato, Ugolino accetta e narra a Dante la parte della sua vicenda che non è di dominio pubblico, ovvero la crudeltà della sua morte per fame nella Torre della Muda, dove fu rinchiuso coi quattro figli per volontà dell'arcivescovo. Ugolino, che qui sconta il tradimento del partito ghibellino e fu a sua volta tradito da Ruggieri che lo fece condannare a morte, parla al solo scopo di dare infamia a colui che ha decretato la sua morte atroce e del cui cranio egli si ciba bestialmente, essendo posto nella stessa buca insieme a lui (come altre celebri coppie di dannati dell'Inferno).
Dante altera parzialmente la verità storica dell'episodio, poiché Ugolino fu imprigionato coi due figli Gaddo e Uguccione e i due nipoti Anselmuccio e Nino, detto il Brigata; di questi solo Anselmuccio era quindicenne, mentre gli altri erano adulti e Nino dedito a omicidi e atti criminali. Il suo intento non è ovviamente quello di risarcire Ugolino dell'ingiustizia subita, né di muovere a compassione con un racconto patetico, quanto piuttosto stigmatizzare attraverso la vicenda del conte le lotte politiche che dilaniavano le città del suo tempo e tra cui Pisa spiccava per la sua crudeltà. Se forse era giusto condannare a morte Ugolino per il sospetto di tradimento dovuto alla cessione dei castelli a beneficio di Firenze e Lucca, ingiusto e crudele era stato uccidere con lui i figli innocenti per la giovane età e la cui terribile morte accrebbe la pena già atroce cui fu sottoposto Ugolino; sullo sfondo c'è probabilmente anche l'ingiusta condanna all'esilio che lo stesso poeta aveva subìto nel 1302 e che aveva coinvolto i suoi figli costretti a seguirlo, innocenti come i figli di Ugolino in quanto estranei alle accuse (peraltro false) mosse da Firenze al loro padre.
Dante tratteggia dunque una tragedia a tinte fosche e con un tono lirico ed elevato che si distingue da quello comico-realistico del Canto precedente: la giovane età dei figli del conte è funzionale a questa rappresentazione ed è come una sorta di contrappasso per Ugolino già in vita, poiché egli aveva tradito politicamente la propria patria e ora, nella prigionia, deve assistere impotente alla morte dei figli (la parola «patria», del resto, deriva proprio dal latino pater, quindi il conte aveva tradito la città di cui era figlio).
Il racconto di Ugolino si divide in tre momenti, che corrispondono al sogno premonitore, al momento in cui l'uscio viene inchiodato, all'agonia straziante di lui e dei figli. Il sogno prefigura la condanna a morte del conte e dei ragazzi, in quanto l'uomo sogna l'arcivescovo che guida una battuta di caccia sul monte San Giuliano, sulle tracce di un lupo e dei suoi piccoli (Ugolino e i figli), raggiunti da cagne magre, studiose e conte che alla fine li sbranano. Questo primo atto della tragedia si conclude col rimprovero di Ugolino a Dante, che dovrebbe piangere al tristo presagio di quanto si annunciava.
Il mattino dopo, infatti, il sogno si avvera: i figli piangono e chiedono il pane, mentre si avvicina l'ora in cui il cibo era solitamente portato loro, e ognuno è in dubbio perché tutti sembrano aver fatto un sogno simile a quello descritto. All'ora del pasto sentono che l'uscio della torre viene inchiodato e diventa chiaro quale sarà il loro orrendo destino: Ugolino resta impietrito e non osa parlare, nonostante l'accorata domanda di Anselmuccio (Tu guardi sì, padre! che hai?).
Il terzo momento inizia il giorno seguente, quando il conte vede il volto smunto dei ragazzi e si morde le mani per rabbia: i figli gli offrono di cibarsi di loro mostrandosi pronti all'estremo sacrificio (ma altri interpretano la richiesta come un modo per porre fine alle sofferenze), e il conte si placa per non inquietarli; nei giorni seguenti li vede cadere uno a uno, senza poter far nulla per aiutarli, brancolando per due giorni sui loro cadaveri e chiamandoli per nome, fino a quando più che 'l dolor, poté 'l digiuno.
Questo verso chiude in modo drammatico il racconto, scandito nelle sue varie fasi dall'appello dei figli al conte: prima Anselmuccio, poi tutti e quattro, infine Gaddo che muore invocando vanamente l'aiuto del conte (e ogni volta sempre col vocativo Padre, a sottolineare il fatto che questa non è tanto la tragedia di Ugolino uomo politico, quanto quella di un padre le cui colpe sono ricadute immeritatamente sui figli innocenti). E infatti la conclusione dell'episodio è proprio la durissima invettiva di Dante contro Pisa, rea di aver posto a tal croce i quattro ragazzi e che, si augura, possa essere spazzata via dall'Arno la cui foce venga ostruita dalle isole Capraia e Gorgona: un'immagine spaventosa, simile a un castigo biblico contro la città che viene definita novella Tebe per la sua crudeltà e per le lotte fratricide che la sconvolgono (in questi versi pesa, naturalmente, anche la rivalità politica con Firenze).
Tra la prima e la seconda parte del Canto Dante inserisce poi un preannuncio della presenza di Lucifero al centro di Cocito, poiché il poeta sente sul volto quasi insensibile per il freddo il vento prodotto dalle sue ali, che fa congelare il lago e che non si spiegherebbe con un evento atmosferico impossibile all'Inferno. La risposta di Virgilio (sono le sue uniche parole in ben due Canti, XXXII e XXXIII) è reticente, invitando Dante a pazientare fino a quando vedrà coi propri occhi la causa di quel fenomeno che, evidentemente, la sua spiegazione verbale non descriverebbe in modo appropriato.
Segue poi la presentazione dei traditori degli ospiti nella Tolomea, fra i quali il protagonista è quel frate Alberigo che uccise proditoriamente i suoi parenti che aveva invitato a pranzo, al segnale convenuto di portare la frutta (e infatti l'espressione frutta di frate Alberigo divenne proverbiale). L'episodio riprende il tono comico già visto nel Canto XXXII e nel quale la vicenda di Ugolino si inserisce come una parentesi del tutto diversa: Alberigo crede che Dante e Virgilio siano due dannati, poiché le lacrime gelate gli chiudono gli occhi, e prega il poeta di liberargli le palpebre per poter dare sfogo al dolore. Dante accetta a condizione di sapere il suo nome, che tutti i traditori di Cocito (a eccezione di Ugolino) sono restii a rivelare: se non manterrà la parola, Dante dovrà andare al fondo de la ghiaccia, che in realtà è un inganno verbale in quanto Dante è destinato a raggiungere in ogni caso il centro del lago (egli gioca sull'equivoco come già aveva fatto con Guido da Montefeltro, che al pari di Alberigo non poteva vederlo).
Ugualmente ironico è il linguaggio di Alberigo, che si presenta come quel del le frutta del mal orto, alludendo al modo in cui assassinò i suoi ospiti, e che ora riceve dattero per figo (noi diremmo «pan per focaccia»: il dattero è più pregiato del fico, quindi la pena è ancor più grave della colpa). Il dannato definisce poi vantaggio il fatto che l'anima spesso cade nella Tolomea prima della morte del corpo, che poi viene governato da un demone: affermazione assai ardita sul piano dottrinale, che consente però a Dante di affermare che Branca Doria, ancora vivo al suo tempo, era in realtà già dannato all'Inferno.
Il rifiuto di Dante di mantenere la parola data ad Alberigo è stato interpretato come una sorta di «tradimento» nei confronti del traditore, ma è più semplicemente il modo in cui il poeta diventa strumento della punizione divina, non diversamente da quanto fatto con Bocca degli Abati nel Canto precedente e in altre occasioni nella Cantica: l'essere stato villano verso Alberigo è stata una cortesia (due termini antitetici nel linguaggio cavalleresco) e l'inganno di Dante conclude degnamente un episodio dedicato appunto al tradimento, all'inganno supremo contro coloro che si fidano degli altri.
Il verso con cui Ugolino conclude il suo drammatico racconto (Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno) può significare che la fame prevalse sul dolore nel causarne la morte, ma anche che il conte alla fine si cibò delle carni dei figli morti: l'espressione è, forse volutamente, ambigua, e certo il sospetto della cosiddetta antropofagia di Ugolino è almeno in parte sostenuto dalla parte iniziale e finale dell'episodio, in cui il personaggio è intento a rodere bestialmente il cranio di Ruggieri come 'l pan per fame si manduca, mentre Ugolino stesso racconta che i figli gli offrirono le proprie misere carni per placare i morsi della fame. La questione ha appassionato intere generazioni di dantisti, che hanno accesamente sostenuto (con argomenti più o meno validi) ora l'una ora l'altra interpretazione: si va da F. De Sanctis, che nega recisamente ogni ipotesi di antropofagia e sottolinea il carattere di Ugolino come «uomo offeso in sé e nei suoi figli», ad A. Marchese, che evidenzia invece come il rapporto tra Ugolino e i figli fosse un «viluppo quasi animalesco» e non esclude quindi l'interpretazione più crudele, a G. Contini che sostiene la tesi del divoramento dei figli come «la più congrua alla situazione culturale» (per quanto neppure lui sia totalmente privo di dubbi).
I resti di Ugolino e degli altri rinchiusi con lui nella Muda furono ritrovati nel 1928 in una cappella della chiesa di San Francesco a Pisa, per quanto la loro autenticità sia stata sempre fortemente in dubbio. Solo recentemente il comune di Pisa ha promosso delle indagini scientifiche su quei resti che, valendosi della tecnica del DNA, hanno portato alla luce alcuni dati: quelle salme corrispondono a cinque individui morti effettivamente per denutrizione, tra i quali il più anziano aveva oltre settant'anni e un fisico imponente, altri due erano di età compresa tra 40 e 50 anni, mentre i rimanenti erano più giovani. È dunque assai probabile che quelli siano realmente i resti di Ugolino e dei figli e nipoti, e se davvero è così si può escludere ogni ipotesi di cannibalismo da parte del conte: un uomo di quell'età sarebbe morto per primo in quelle condizioni, senza contare che aveva pochi denti malandati e che dunque non avrebbe potuto neanche volendo cibarsi delle carni degli altri prigionieri.
Ma qui non è tanto in gioco la realtà storica dei fatti, che come si è detto Dante distorce volutamente nella rappresentazione dell'episodio, quanto appunto la volontà dell'autore nella rappresentazione stessa, se cioè Dante intenda affermare o meno che il suo Ugolino abbia divorato i figli. E a questa domanda non è possibile dare una risposta certa, proprio perché volutamente ambiguo è il verso con cui il protagonista del Canto pone fine al suo racconto: forse con sottile perfidia lo scrittore insinua in noi il sospetto che ciò possa essere avvenuto, il che non stride affatto col tono generale dell'episodio in quanto, va ricordato, il fine di Dante non è certo quello di risarcire o riabilitare la figura di Ugolino, dannato all'Inferno come traditore della propria parte politica e personaggio esecrabile sul piano morale.
Il cannibalismo era del resto ampiamente presente nella letteratura classica nota a Dante, come prova il riferimento al Tideo della Tebaide di Stazio alla fine del Canto XXXII: in Purg., XXIII, 28-30 è citato l'episodio di Maria di Eleazaro che durante l'assedio di Gerusalemme del I sec. d.C. divorò il figlio dopo averlo ucciso, senza contare il Tieste di Seneca in cui Atreo uccide i figli del fratello e gliene imbandisce le carni (anche se la conoscenza di Seneca tragico da parte di Dante è molto incerta). La conclusione drammatica dell'episodio di Ugolino stona forse con la visione dei critici romantici come De Sanctis, ma è certo perfettamente in linea con l'atmosfera tetra, cupa, da tragedia classica che domina l'intero episodio: anche lo scrittore argentino J. Luis Borges in un saggio del 2001, alla domanda se Ugolino abbia «mangiato le carni dei suoi figli», risponde che «Dante ha voluto non che lo pensassimo, ma che lo sospettassimo. L'incertezza è parte del suo disegno». In definitiva il problema resta, e forse deve restare per volontà dello stesso Dante, irrisolto.

Note e passi controversi
- Le parole con cui Ugolino (vv. 11-12) riconosce Dante come fiorentino dalla parlata ricordano quelle di Farinata degli Uberti (X, 25-27), anche se qui il contesto è decisamente diverso.
- I vv. 16-18 alludono probabilmente al fatto che Ruggieri avrebbe convinto Ugolino a rientrare a Pisa per venire ad accordi, per poi farlo imprigionare (sul fatto, citato da un cronista, non ci sono altre conferme).
- La Muda (v. 22) era un'antica torre dei Gualandi, una delle famiglie ghibelline nemiche di Ugolino, e servì da prigione fino al 1318. Si chiamava così perché era usata dal Comune di Pisa per far mudare, cioè cambiare le penne alle aquile.
- Maestro e donno (v. 28) indica letteralmente il capo della brigata che guida la battuta di caccia.
- Il monte citato al v. 29 è il San Giuliano, che in effetti impedisce ai Pisani la vista di Lucca; forse Dante allude a una possibile fuga di Ugolino verso la città di Lucca guelfa, ma è ipotesi azzardata.
- Il verbo chiavar (v. 46) vuol dire «inchiodare» e non «chiudere a chiave», come alcuni commentatori antichi interpretarono.
- Manicar (v. 60) vuol dire «mangiare» ed è una delle parole citate nel DVE (I, 13) come popolarismi fiorentini da evitare.
- Il v. 75 si può interpretare «poi la fame prevalse sul dolore e mi fece morire», oppure «poi la fame vinse il mio dolore e mi spinse a cibarmi della loro carne» (in questo caso si dovrebbe parlare di cannibalismo del conte).
- Il bel paese là dove 'l sì suona (v. 80) è l'Italia, detta così per il suo volgare in modo analogo alla Francia del nord, dove si parlava la lingua d'oïl e alla Provenza dove si parlava quella d'oc (oïl e oc sono i due avverbi che in quelle lingue si usano per dire «sì»).
- La Capraia e la Gorgona (v. 82) sono due isole dell'arcipelago Toscano, a nord-ovest dell'isola d'Elba, entrambe sotto il dominio di Pisa: al tempo di Dante se esse si muovessero fino a chiudere la foce dell'Arno, le acque del fiume sommergerebbero la città di Ugolino.
- Il coppo (v. 99) indica la cavità orbitale dell'occhio e letteralmente significa «vaso per acqua».
- I vv. 116-117 (e s'io non ti disbrigo, / al fondo de la ghiaccia ir mi convegna) suonano ambigui, perché se Dante fosse un dannato (come Alberigo crede non vedendolo) vorrebbero dire che il poeta finirebbe tutto immerso nel ghiaccio, ma nella realtà Dante dovrà per forza andare fino al centro di Cocito, dove si trova Lucifero.
- L'espressione al v. 120 (dattero per figo) vale pressappoco come il nostro «pan per foccaccia» e indica che Alberigo sconta una pena ancor più grave della sua grave colpa (il dattero era più pregiato del fico).
- Atropòs (v. 126) è quella delle tre Parche che tagliava il filo della vita.
- Il verbo verna (v. 135) può voler dire «sverna» in senso ironico, ma forse anche «batte i denti» (vernare era detto il verso degli uccelli in primavera).
- Unquanche (v. 140) vuol dire «mai» e deriva dal latino umquam.

TESTO DEL CANTO XXXIII

La bocca sollevò dal fiero pasto 
quel peccator, forbendola a’capelli 
del capo ch’elli avea di retro guasto.                               3

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli 
disperato dolor che ’l cor mi preme 
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.                           6

Ma se le mie parole esser dien seme 
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, 
parlar e lagrimar vedrai insieme.                                     9

Io non so chi tu se’ né per che modo 
venuto se’ qua giù; ma fiorentino 
mi sembri veramente quand’io t’odo.                            12

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, 
e questi è l’arcivescovo Ruggieri: 
or ti dirò perché i son tal vicino.                                       15

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, 
fidandomi di lui, io fossi preso 
e poscia morto, dir non è mestieri;                                18

però quel che non puoi avere inteso, 
cioè come la morte mia fu cruda, 
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.                                    21

Breve pertugio dentro da la Muda 
la qual per me ha ’l titol de la fame, 
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,                      24

m’avea mostrato per lo suo forame 
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno 
che del futuro mi squarciò ’l velame.                             27

Questi pareva a me maestro e donno, 
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte 
per che i Pisan veder Lucca non ponno.                       30

Con cagne magre, studiose e conte 
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi 
s’avea messi dinanzi da la fronte.                                  33

In picciol corso mi parieno stanchi 
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane 
mi parea lor veder fender li fianchi.                                36

Quando fui desto innanzi la dimane, 
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli 
ch’eran con meco, e dimandar del pane.                     39

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli 
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; 
e se non piangi, di che pianger suoli?                          42

Già eran desti, e l’ora s’appressava 
che ’l cibo ne solea essere addotto, 
e per suo sogno ciascun dubitava;                                45

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto 
a l’orribile torre; ond’io guardai 
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.                         48

Io non piangea, sì dentro impetrai: 
piangevan elli; e Anselmuccio mio 
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".                           51

Perciò non lacrimai né rispuos’io 
tutto quel giorno né la notte appresso, 
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.                             54

Come un poco di raggio si fu messo 
nel doloroso carcere, e io scorsi 
per quattro visi il mio aspetto stesso,                            57

ambo le man per lo dolor mi morsi; 
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia 
di manicar, di subito levorsi                                             60

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia 
se tu mangi di noi: tu ne vestisti 
queste misere carni, e tu le spoglia".                            63

Queta’mi allor per non farli più tristi; 
lo dì e l’altro stemmo tutti muti; 
ahi dura terra, perché non t’apristi?                               66

Poscia che fummo al quarto dì venuti, 
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, 
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".                      69

Quivi morì; e come tu mi vedi, 
vid’io cascar li tre ad uno ad uno 
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,                       72

già cieco, a brancolar sovra ciascuno, 
e due dì li chiamai, poi che fur morti. 
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».                       75

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti 
riprese ’l teschio misero co’denti, 
che furo a l’osso, come d’un can, forti.                          78

Ahi Pisa, vituperio de le genti 
del bel paese là dove ’l sì suona, 
poi che i vicini a te punir son lenti,                                  81

muovasi la Capraia e la Gorgona, 
e faccian siepe ad Arno in su la foce, 
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!                           84

Ché se ’l conte Ugolino aveva voce 
d’aver tradita te de le castella, 
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.                           87

Innocenti facea l’età novella, 
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata 
e li altri due che ’l canto suso appella.                          90

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata 
ruvidamente un’altra gente fascia, 
non volta in giù, ma tutta riversata.                                 93

Lo pianto stesso lì pianger non lascia, 
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, 
si volge in entro a far crescer l’ambascia;                    96

ché le lagrime prime fanno groppo, 
e sì come visiere di cristallo, 
riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.                              99

E avvegna che, sì come d’un callo, 
per la freddura ciascun sentimento 
cessato avesse del mio viso stallo,                              102

già mi parea sentire alquanto vento: 
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? 
non è qua giù ogne vapore spento?».                          105

Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove 
di ciò ti farà l’occhio la risposta, 
veggendo la cagion che ’l fiato piove».                         108

E un de’ tristi de la fredda crosta 
gridò a noi: «O anime crudeli, 
tanto che data v’è l’ultima posta,                                    111

levatemi dal viso i duri veli, 
sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, 
un poco, pria che ’l pianto si raggeli».                          114

Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, 
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, 
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».                      117

Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; 
i’ son quel da le frutta del mal orto, 
che qui riprendo dattero per figo».                                120

«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?». 
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea 
nel mondo sù, nulla scienza porto.                               123

Cotal vantaggio ha questa Tolomea, 
che spesse volte l’anima ci cade 
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.                                 126

E perché tu più volentier mi rade 
le ’nvetriate lagrime dal volto, 
sappie che, tosto che l’anima trade                              129

come fec’io, il corpo suo l’è tolto 
da un demonio, che poscia il governa 
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.                        132

Ella ruina in sì fatta cisterna; 
e forse pare ancor lo corpo suso 
de l’ombra che di qua dietro mi verna.                         135

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: 
elli è ser Branca Doria, e son più anni 
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».                          138

«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni; 
ché Branca Doria non morì unquanche, 
e mangia e bee e dorme e veste panni».                    141

«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche, 
là dove bolle la tenace pece, 
non era ancor giunto Michel Zanche,                            144

che questi lasciò il diavolo in sua vece 
nel corpo suo, ed un suo prossimano 
che ’l tradimento insieme con lui fece.                         147

Ma distendi oggimai in qua la mano; 
aprimi li occhi». E io non gliel’apersi; 
e cortesia fu lui esser villano.                                         150

Ahi Genovesi, uomini diversi 
d’ogne costume e pien d’ogne magagna, 
perché non siete voi del mondo spersi?                     153

Ché col peggiore spirto di Romagna 
trovai di voi un tal, che per sua opra 
in anima in Cocito già si bagna, 

e in corpo par vivo ancor di sopra.                                157

PARAFRASI DEL CANTO XXXIII

Quel peccatore sollevò la bocca dal feroce pasto, pulendola coi capelli della testa che aveva addentato da dietro.

Poi iniziò: «Tu vuoi che io rinnovi un disperato dolore che mi opprime il cuore già solo a pensarci, prima che ne parli.

Ma se le mie parole devono essere un seme che frutti infamia al traditore che mordo, mi vedrai parlare e piangere al tempo stesso.

Io non so chi sei, né in qual modo sei giunto quaggiù; ma mi sembri davvero fiorentino quando ti sento parlare.

Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino e questi è l'arcivescovo Ruggieri: adesso ti spiegherò perché sono per lui un vicino così bestiale.

Non serve raccontare che per effetto dei suoi piani malvagi, fidandomi di lui, io fui catturato e poi fatto uccidere;

perciò ascolterai quello che non puoi aver sentito, cioè quanto fu terribile la mia morte, e giudicherai se egli mi ha offeso.

Una stretta feritoia dentro la Torre della Muda, la quale oggi si chiama per me Torre della Fame e che dovrà ospitare altri prigionieri, mi aveva già mostrato attraverso la sua apertura molte lune, quando io feci il cattivo sogno che mi svelò il futuro.

Questi (Ruggieri) mi sembrava signore della brigata e guida di una battuta di caccia, sulle tracce del lupo e dei suoi piccoli, sul monte (San Giuliano) per cui i Pisani non possono vedere Lucca.

Aveva messo davanti i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi, sul fronte avanzato, con cagne macilente, fameliche e addestrate.

Dopo una breve corsa il padre e i figli mi sembravano stanchi, e mi pareva di vedere le cagne affondare le zanne aguzze nei loro fianchi.

Quando mi svegliai prima dell'alba, sentii i miei figlioli che erano con me che piangevano nel sonno e domandavano pane.

Sei davvero crudele, se già non provi dolore pensando al presagio che nutrivo in cuore; e se non piangi, cosa ti fa piangere di solito?

Ormai si erano svegliati e si avvicinava l'ora in cui solitamente ci veniva dato il cibo, anche se ognuno ne dubitava per il suo sogno;

e io sentii che di sotto all'orribile torre veniva inchiodato l'uscio; allora guardai il viso dei miei figli senza parlare.

Io non piangevo, a tal punto ero impietrito nel mio animo: essi piangevano, e il mio Anselmuccio disse: "Tu hai un tale sguardo, padre! cos'hai?"
Allora io non piansi né risposi, per tutto quel giorno e per la notte seguente, finché spuntò il sole il mattino dopo.

Non appena un timido raggio di sole fu penetrato nel carcere doloroso, e io vidi in quei quattro visi il mio identico aspetto smagrito, mi morsi entrambe le mani dal dolore;

e loro, pensando che io lo facessi per voglia di mangiare, si alzarono subito e dissero: "Padre, ci sarà molto meno penoso se tu mangi i nostri corpi: tu  ci hai dato queste misere carni, e tu spogliaci di esse".

Allora mi calmai per non rattristarli oltre; quel giorno e quello seguente restammo tutti in silenzio; ahimè, terra crudele, perché non ci hai inghiottito?

Quando arrivammo al quarto giorno, Gaddo si gettò davanti ai miei piedi, dicendo: "Padre mio, perché non m'aiuti?"

Qui morì; e come tu mi vedi, così io vidi cadere uno a uno gli altri tre, tra il quinto e il sesto giorno; allora io, già cieco e moribondo, andai brancolando sopra i loro corpi, e li chiamai per due giorni dopo la loro morte. In seguito, più che il dolore, mi uccise la fame».

Quando ebbe detto questo, torcendo gli occhi, riprese a rodere il misero teschio (di Ruggieri) coi denti, che furono forti come quelli di un cane su quell'osso.

Ahimè, Pisa, vergogna dei popoli del bel paese (l'Italia) dove risuona il «sì», poiché i vicini sono lenti a punirti, si muovano la Capraia e la Gorgona, e ostruiscano la foce dell'Arno, in modo che il fiume anneghi ogni tuo abitante!

Infatti, se il conte Ugolino era sospettato di averti tradito cedendo i castelli, tu non avresti dovuto condannare i figli a un tale supplizio.

La giovane età, o novella Tebe, rendeva innocenti Uguccione e il Brigata, e gli altri due che il canto ha nominato prima.

Noi passammo oltre, là dove il ghiaccio imprigiona crudelmente altri dannati, non rivolti in basso ma verso l'alto.

Lì il pianto stesso non li lascia piangere, e il dolore che trova un impedimento sugli occhi torna indietro a far crescere l'angoscia;

infatti le prime lacrime si congelano e formano come delle visiere di cristallo, che riempiono tutta la cavità dell'occhio sotto il ciglio.

E anche se per il freddo ogni sensibilità aveva lasciato il mio viso, proprio come un callo, mi sembrava di sentire del vento: allora chiesi: «Maestro, chi produce questo vento? Quaggiù non è forse assente qualunque evento atmosferico?»

E lui a me: «Ben presto sarai nel punto dove l'occhio ti darà la risposta, vedendo la causa che produce questo fenomeno».

E uno dei dannati imprigionati nel ghiaccio ci gridò: «O anime crudeli, al punto che vi è assegnato l'ultimo Cerchio, levatemi dal viso le croste di ghiaccio, così che io possa sfogare un poco il dolore che mi opprime il cuore, prima che le lacrime tornino a congelarsi».

Allora gli dissi: «Se vuoi che ti aiuti, dimmi chi sei e se non ti libero gli occhi, possa io andare fino in fondo al ghiaccio».

Dunque rispose: «Io sono frate Alberigo; sono quello dei frutti dell'orto malvagio, che qui ottengo datteri in cambio di fichi (sconto una pena più grave della mia colpa)».

Io gli dissi: «Oh! sei già morto?» E lui a me: «Non no idea di come il mio corpo stia sulla Terra.

Questa Tolomea ha questo vantaggio: spesso l'anima ci cade prima che Atropo abbia posto fine alla vita.

E affinché tu mi tolga più volentieri le lacrime gelate dal volto, sappi che non appena l'anima compie il tradimento come feci io, il suo corpo è preso da un demone che in seguito lo governa finché il tempo della sua vita non è concluso.

Essa precipita in questo pozzo infernale; e forse è ancora nel mondo il corpo dell'anima che sverna qui dietro a me.

Lo devi sapere, se arrivi qui solo adesso: egli è ser Branca Doria, e sono molti anni da quando è finito in questo luogo».

Gli dissi: «Io credo che tu mi inganni; infatti Branca Doria non è ancora morto, e mangia, beve, dorme e indossa vesti».

Egli disse: «Michele Zanche non era ancora arrivato nella Bolgia dei Malebranche, dove bolle la viscosa pece, che questi lasciò il diavolo al suo posto e così un suo complice che fece con lui il tradimento.

Ma ormai stendi qua la mano; aprimi gli occhi». E io non glieli aprii; e l'essere villano fu una cortesia nei suoi confronti.

Ahimè, Genovesi, uomini alieni da ogni buona usanza e pieni di ogni vizio, perché non siete dispersi nel mondo?

Infatti, insieme al peggiore spirito di Romagna (Alberigo), trovai un vostro concittadino, tale che per le sue azioni la sua anima si bagna già in Cocito, e il suo corpo sembra ancor vivo sulla Terra.

UGOLINO DELLA GHERARDESCA

Ugolino della Gherardesca (Pisa, 1210 – Pisa, 1289) è stato un politico ghibellino che parteggiò per i guelfi. Ugolino ricopriva un'importante serie di cariche nobiliari: era infatti Conte di Donoratico, secondo in successione come Signore del terzo Cagliaritano e Patrizio di Pisa; divenne Vicario di Sardegna nel 1252 per conto del Re Enzo di Svevia, e fu uno dei vertici politici di Pisa dal 18 aprile 1284 (come podestà) al 1º luglio 1288, giorno in cui fu deposto dal ruolo di capitano del popolo. Gli attriti con Ruggieri degli Ubaldini (arcivescovo di Pisa nonché capofazione ghibellino) portarono la sua posizione a peggiorare a tal punto che finì con alcuni figli e nipoti rinchiuso in una torre, dove morì per inedia nel marzo 1289. Ugolino nacque a Pisa da una famiglia di origine longobarda, della Gherardesca, che, grazie alle connessioni con la casata degli Hohenstaufen, godeva di possedimenti e titoli in quella regione (allora territorio della Repubblica di Pisa) e difendeva le posizioni dei ghibellini in Italia. Questo ben si adattava alle esigenze politiche di una città come Pisa, storicamente sostenitrice dell'Impero. Egli era però passato alla fazione guelfa grazie a una serie di frequentazioni e a un'amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti, tanto che una delle sue figlie, Giovanna, venne data in sposa a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura (un'altra sua figlia, Giacomina, sposò nel 1287 il Giudice di Arborea Giovanni). Tra il 1256 e il 1258 fu impegnato assieme a Gherardo della Gherardesca e gli alleati sardi in varie guerre contro il Giudicato di Cagliari di cui, a seguito della spartizione dello stesso nel 1258, ottenne una vasta porzione nella parte occidentale dove favorì la nascita dell'importante città mineraria di Villa di Chiesa. Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini contro il podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, i quali finirono con l'arresto di Ugolino e l'esilio per Giovanni. Morto Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio – un confino terminato qualche anno dopo manu militari, grazie all'aiuto di Carlo I d'Angiò. In Sardegna risiedette soprattutto nel castello di Siliqua. Nuovamente inserito nel tessuto politico pisano, fece valere la propria formazione diplomatica e bellica: nel 1284, come uno dei comandanti della flotta della repubblica marinara, ottenne piccole vittorie militari contro Genova nella guerra per il controllo del Tirreno che era scoppiata quello stesso anno. Partecipò anche alla battaglia della Meloria del 1284, dove Pisa fu pesantemente sconfitta e in seguito alla quale perse territorio e influenza. Secondo alcune testimonianze dell'epoca, durante la battaglia, Ugolino non riuscì a concludere alcune manovre navali, in particolare il ritiro di alcuni vascelli da una parte dello specchio d'acqua per rinforzarne altri: si convenne dunque che Ugolino stesse cercando di scappare con le forze a sua disposizione; si generò perciò il sospetto che fosse null'altro che un disertore, fermato più dal precipitare degli eventi che da un effettivo ripensamento. Conclusa l'esperienza con la marina, e nonostante le accuse che gli venivano rivolte, Ugolino fu nominato prima podestà (1284) e poi capitano del popolo (1286) assieme al figlio di Giovanni Visconti, Nino, suo nipote. Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la Repubblica: approfittando infatti della semi-distruzione della flotta pisana, Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città. Avere un vertice guelfo a capo di una città ghibellina avrebbe aumentato le possibilità di dialogo e smorzato i contrasti tra i governi, a patto di poter contare su una personalità forte. Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze, che li pacificò corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, alcune alte cariche della città. In qualità di uomo più influente di Pisa prese poi contatti coi Lucchesi, che desideravano la cessione dei castelli di Asciano, Avane, Ripafratta e Viareggio; pur sapendo che per Pisa si trattava di una concessione troppo ampia, essendo tali piazzeforti una serie di punti chiave del sistema difensivo cittadino, acconsentì alle pretese di Lucca, convenne poi in segreto di lasciarle senza difesa. Alla conclusione dell'operazione, che fattivamente poneva fine al conflitto, Pisa manteneva il controllo delle sole fortezze di Motrone, Vicopisano e Piombino. I negoziati di pace con Genova non furono meno dolorosi: riguardo al fallimento delle trattative esistono due versioni, probabilmente diffuse dalle fazioni politiche coinvolte. Secondo una leggenda di chiara origine ghibellina, Ugolino decise di non cedere alle richieste genovesi – il passaggio di mano della rocca di Castello di Castro, l'odierna Cagliari – in cambio dei prigionieri pisani per impedire il rientro di alcuni capi ghibellini imprigionati a Genova. Secondo una voce più probabilmente guelfa, alcuni tra i prigionieri avevano dichiarato, interpretando l'umore di tutti, che avrebbero preferito morire piuttosto di vedere una piazzaforte costruita dagli antenati cadere senza combattere, e se fossero stati liberati avrebbero impugnato le armi contro chiunque avesse consentito uno scambio tanto disonorevole. L'insieme delle trattative riuscì ad accontentare chiunque tranne Pisa e i pisani. I ghibellini cominciarono a vedere il Conte Ugolino come un traditore sia in battaglia che in politica, per essere passato alla parte guelfa in gioventù, per la presunta diserzione della Meloria e per il sacrificio dei capi ghibellini a Genova, al momento destinati alla vendita come schiavi. I guelfi lo consideravano troppo ambiguo, perché privo di una vera affidabilità per le sue origini ghibelline, per la concessione dei castelli ai nemici e per la troppa avidità di ricchezze e potere, per costituire una guida sicura per la città. Il duumvirato con Nino Visconti, suo nipote, ebbe dunque vita breve: costui decise di appropriarsi del titolo di podestà insediandosi nel palazzo comunale, si avvicinò alla maggioranza ghibellina entrando in contatto con l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capofazione del patriziato e dei sostenitori dell'Impero. Il Conte reagì con assoluta fermezza: nel 1288, come già citato, giunse a Pisa una delegazione di ambasciatori genovesi per trattare la pace e decidere sulla sorte dei numerosi prigionieri della Meloria, per la cui liberazione si era dunque deciso di abbassare il riscatto: anziché la cessione di Castello di Castro, Genova si sarebbe accontentata di una somma in denaro. Prima di questo, il Conte scacciò e fece demolire i palazzi di alcune famiglie ghibelline prominenti, occupò con la forza il palazzo del Comune, ne scacciò il nuovo podestà e si fece proclamare signore di Pisa. Ugolino, all'apice del potere, vide però una minaccia nel ritorno dei prigionieri, perché questi gli avevano giurato vendetta per il fallimento delle trattative iniziali: in risposta alla legazione, che rientrò a Genova a mani vuote, Pisa cominciò ad aggredire i mercantili genovesi nell'alto Tirreno, per mano dei corsari sardi. Per evitare che anche il nipote Nino diventasse una minaccia all'unità del proprio potere, Ugolino fece rientrare in città alcune delle famiglie ghibelline scacciate (i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi), le cui milizie si unirono a quelle della Gherardesca: una mossa che valse una parziale tregua con Ruggieri degli Ubaldini, il quale finse di non vedere quando il Visconti gli chiese appoggio contro le forze politiche schierate contro di lui. Esiliato il nipote, il conte Ugolino si permise il lusso di rifiutare un'alleanza con l'arcivescovo in un delicato momento per la storia della Repubblica: Pisa soffriva di un drammatico caroviveri, che limitava la circolazione delle merci e impediva l'approvvigionamento della popolazione. Il casus belli fu l'uccisione di Farinata di Pisa, nipote dell’arcivescovo Ruggieri, intorno al 1287, perpetrata da Ugolino, che il 1º luglio 1288 si ritrovò coinvolto in una serie di attacchi da parte di alcune famiglie pisane (gli Orlandi, i Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi, ed i Ripafratta). L'arcivescovo finse di cercare un accordo con Ugolino, anche per eliminare definitivamente il Visconti, ma quando il conte, fidandosi, rientrò a Pisa, venne catturato e condannato per tradimento a causa dei castelli ceduti. Insieme a figli e nipoti, fu rinchiuso nella Torre della Muda, una torre dei Gualandi, così chiamata perché prima di allora era usata per tenervi le aquile durante il periodo della muta. Per volontà dell'arcivescovo, nel 1289 fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell'Arno, e di lasciare i cinque prigionieri morire di fame. Si dice che il conte fece vestire la servitù con abiti lussuosi e i figli con abiti di servitori facendoli scappare. Ancor oggi sono in vita gli eredi del conte Ugolino della Gherardesca

RUGGIERI DEGLI UBALDINI

Nacque (1220) nella potente famiglia mugellana dei conti della Pila, figlio di Ubaldino e nipote del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, suo zio. Iniziò la carriera ecclesiastica presso la curia arcivescovile di Bologna, poi nel 1271 fu chiamato dai ghibellini ravennati come arcivescovo, accanto a un altro prelato nominato dai guelfi. I contrasti tra i due però convinsero papa Gregorio X a escludere entrambi. Nel 1278 divenne arcivescovo di Pisa su nomina di papa Niccolò III, città allora retta dal ghibellino Ugolino della Gherardesca e dal guelfo Nino Visconti. Ruggieri si insediò proprio quando iniziavano i conflitti tra i due e inizialmente cercò di favorire i ghibellini, anche se presto, fingendosi amico di Nino, li mise l'uno contro l'altro riuscendo a sbarazzarsi di entrambi. Guidò la rivolta che portò alla deposizione del conte Ugolino insieme con le famiglie dei Gualandi, dei Sismondi, dei Lanfranchi, dei Ripafratta e degli Orlandi. Secondo la versione di un cronista contemporaneo, che Dante segue, egli avrebbe fatto prigioniero Ugolino con il tradimento: certo è che lo fece imprigionare nella Torre della Muda insieme a due figli e due nipoti, nella quale essi morirono. Probabilmente per questo motivo, o per il tradimento del Visconti, Dante lo collocò tra i traditori politici dell'Inferno. Anche papa Niccolò IV lo rimproverò aspramente e gli inviò una condanna per la sua condotta spietata contro Ugolino e i guelfi, ma il sopraggiungere della morte del pontefice impedì una qualsiasi ritorsione su di lui. Dopo la morte di Ugolino, nel 1289 Ruggieri si fece nominare podestà di Pisa, ma fu incapace di reggere alla lotta che gli aveva dichiarato il Visconti e dovette rinunciare al suo ufficio. Continuò a vivere nella sua arcidiocesi, conservandone il titolo, fino alla sua morte che avvenne nel 1295 a Viterbo, dove si era recato da poco. La sua tomba, poi scomparsa, venne collocata nel chiostro del monastero annesso alla chiesa viterbese di Santa Maria in Gradi, oggi sede dell'Università degli Studi della Tuscia. Secondo alcune deduzioni dell'archeologo Aurelio Pellegrini, il sarcofago del Ruggieri si troverebbe attualmente nel museo civico di Viterbo, dopo essere stato asportato dalla chiesa e convento di Santa Maria in Gradi. L'arcivescovo Ruggieri compare nel canto XXXIII dell'Inferno di Dante, d ove sono puniti i traditori della patria, venendo citato come antagonista del conte Ugolino della Gherardesca. Per il suo comportamento in vita, ha l'aggravio della pena di avere Ugolino che gli rode il cranio in eterno, per aver condannato quattro innocenti a morire con un colpevole. La sua figura nel poema è completamente muta e assente, tanto da sembrare pietrificata nel suo supplizio. In realtà la colpa di Ruggieri è più grave di quella del conte Ugolino, poiché quando lo tradì il conte era suo ospite, quindi dovrebbe stare nella Tolomea, tra i traditori degli ospiti, mentre invece si trova nell'Antenora. Rossetti ipotizzò che il conte e l'arcivescovo si trovino proprio sul confine tra le due zone: Ugolino starebbe quindi nell'Antenora, Ruggieri nella Tolomea.

FRATE ALBERIGO

Della famiglia dei Manfredi di Faenza, era nell'ordine dei Frati Gaudenti dal 1267. Il 2 maggio 1285 invitò a convito presso la Castellina di Pieve Cesato due suoi parenti con i quali era in discordia (Manfredo e Alberghetto dei Manfredi), e li fece uccidere a un segnale convenuto, che era quello di servire "la frutta". Non era ancora morto nel 1300, l'anno in cui si svolge la Commedia, ma Dante inventa una particolarità della zona della Tolomea, i cui peccatori verrebbero dannati non appena compiuto il peccato, mentre un diavolo prende possesso del loro corpo che continua a vivere nel mondo il tempo che gli è stato assegnato. Secondo il Buti, uno dei primi commentatori della Divina Commedia, sarebbe esistito nel Trecento una frase proverbiale di ricevere la "frutta di frate Alberico" per indicare un tradimento. Nell'episodio, il dannato prega Dante di togliergli il ghiaccio che gli si è formato sugli occhi impedendogli di piangere e Dante promette di farlo, possa egli andare in fondo all'Inferno (cosa che deve fare comunque per compiere il suo viaggio nell'oltretomba); allora Alberico inizia a raccontargli di sé e dei suoi vicini di pena, inframezzando con frequenti richieste di togliere poi il ghiaccio.
«"Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi". E io non gliel'apersi.»
Ma Dante alla fine si rifiuta di farlo, perché se in altre zone dell'Inferno si era mosso a pietà dei dannati, adesso ha compreso che la giustizia divina deve fare il suo corso e che alleviare le pene di questi sarebbe come andare contro Dio: cortesia fu lui esser villano, cioè fu moralmente giusto esser villano con lui.


VIDEO HD https://www.youtube.com/watch?v=4n0eVKzKDNk

GASSMAN https://www.youtube.com/watch?v=qSMHN6ZH7EE


Eugenio Caruso 11 gennaio 2020

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www.impresaoggi.com