Vizi e virtù dell'economia del Paese.


In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtù"


Italia: vizi e virtù
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

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40. L'assetto politico dal 1998 al nuovo millennio

40.12 Virtù e vizi dell'economia del Paese
Un modesto risanamento dei conti pubblici si realizza nel periodo 1999-2003. Eliminato l'inconveniente del ripianamento dei debiti delle aziende di stato, ridotti gli interessi da pagare sul debito pubblico, ridimensionato il meccanismo delle tangenti, nel 1999, il deficit del bilancio pubblico è stato pari all'1,9% del pil (contro il 2,8 del 1998), il più basso dal 1961. Resta enorme il debito pubblico, nel 1999, pari al 114,9% del pil, si tratta di un livello molto lontano da quel 60% richiesto dal trattato di Maastricht, ma si nota, pur sempre, una tendenza alla riduzione.
Giova comunque sottolineare che se il debito pubblico è molto elevato, molto basso è, invece, l’indebitamento delle famiglie e delle imprese ponendo l’Italia tra i paesi che, complessivamente, sono i meno indebitati d’Europa e gli italiani i più forti risparmiatori del pianeta. La commissione europea, approvando il piano di stabilità italiano 2000-2003, insiste sui soliti punti: l'Italia deve avere maggiore determinazione nel ridurre la spesa previdenziale, nel liberalizzare il mercato, nell'aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, mentre il fondo monetario internazionale invita l'Italia (e altri paesi dell'Ue) a ridurre la pressione fiscale (che, invece, nel 1999, è salita al 43,3%), per accelerare lo sviluppo.
La crescita del pil continua a scendere 5,7% negli anni sessanta, 3,6% nei '70, 2,2% negli '80, 1,3% nei '90 e sarà dello 0,42% nel periodo 2000-2010. Questo andamento negativo è, anche, il risultato del basso tasso di partecipazione della popolazione alla forza lavoro: il 41,5% contro valori ampiamente superiori al 50% di tutti gli altri paesi industrializzati.
La Borsa di Milano, favorita dalla privatizzazione delle imprese pubbliche (tra il '93 e il 2002 la cessione al mercato di azioni di aziende pubbliche vale 208 mila miliardi di lire e rappresenta più del 60% del Mib 30) e dal trasferimento del risparmio dai bot alla Borsa, vede una notevole espansione della sua capitalizzazione. La Borsa, nel 1999, diventa la quarta, in Europa, per volume di scambi, scavalcando Amsterdam e Zurigo, dietro Londra, Parigi e Francoforte. Fatto ancora più interessante è che il nuovo mercato della Borsa di Milano è secondo in Europa, per capitalizzazione, segno che l'aver, in parte, tolte le briglie all'economia del Paese, ha portato alla nascita e alla crescita di soggetti nuovi nei settori più innovativi, anche se la crisi del 2008 colpirà, impietosamente, soggetti economici privi di solide basi industriali e nati sull'onda della pura speculazione.
Un elemento negativo resta la bassa competitività; secondo Business international ed Economist intelligence unit, l'Italia figura solo al ventitreesimo posto. In testa l'Olanda, seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti. Non si può tacere, inoltre, che, negli anni '90, la cosiddetta politica dei redditi ha creato in Italia una situazione macroeconomica che desta preoccupazioni (AA.VV., 2001); la quota di reddito nazionale lordo dovuta al lavoro è calata dal 56% del 1980 al 40,1% del 1999, mentre sono aumentate le quote dovute a pensioni e rendite (31,3%) e profitti netti (28,6); l'economia del Paese si regge, quindi, più su patrimoni e pensioni e sempre meno sul lavoro.
Questa situazione crea effetti negativi per l'economia, svilisce il lavoro creando palesi effetti di disaffezione, limita la possibilità del risparmio delle famiglie, riduce sia il potere d'acquisto sia, conseguentemente, la crescita economica e, indirettamente, la competitività delle imprese. L'Italia non è più una repubblica fondata sul lavoro, ma su rendite e profitti. L'emergenza occupazionale, alla fine del millennio, sembra superata; il lavoro non è più un problema che richiede soluzioni di massa, ma è diventato un problema e una scelta individuale. La disoccupazione è stata un fenomeno di massa dopo la crisi petrolifera del '73 e si è aggravata negli anni successivi, caratterizzati da forti processi di ristrutturazione industriale.
L'emergenza occupazione è riapparsa, dopo il '92, a causa del venir meno del sostegno pubblico a molte iniziative nel mezzogiorno. Alla fine degli anni novanta l'occupazione è ripresa a salire nel mezzogiorno e il nord soffre di una sensibile mancanza di manodopera specializzata e no; la domanda di lavoro rimane inevasa, nonostante la presenza, nel Paese, di persone che cercano lavoro. Il problema occupazione è diventato quindi un problema individuale; se un giovane disoccupato del sud preferisce rimanere in famiglia, piuttosto che affrontare i sacrifici di un lavoro nel nord, la sua è una scelta individuale che non può essere scaricata sulla collettività.
La classe politica dovrebbe aver capito che non si crea occupazione con le conferenze sul lavoro, ma accentuando le flessibilità; a esempio, aumentando il limite dei 50 km di distanza da casa per poter rifiutare un lavoro e aver diritto ai sussidi di disoccupazione, alzando l'età pensionistica, attenuando le rigidità delle qualifiche nei contratti collettivi nazionali. È, inoltre, necessario che sindacato e governi cessino di illudere la gente parlando di trasferire le fabbriche dal nord al sud. L'operazione è possibile solo in pochi casi e spesso alletta quegli imprenditori in crisi, che cercano al sud il finanziamento pubblico, per sopravvivere.
Il nord ha creato un tessuto di imprese che operano in rete e che riescono ad essere competitive, grazie alla rete (Caruso, 1999); questo miracolo organizzativo, che fa del nord Italia, un'area di eccellenza mondiale, non è ripetibile in forza di decreti ministeriali o di finanziamenti pubblici. Questa realtà, deve essere capita e accettata, innanzi tutto da chi crea l'informazione nel Paese, l'alternativa è la creazione di lacerazioni sociali e false illusioni. Solo dopo la grave crisi iniziata nel 2008 la disoccupazione ha ripreso a salire per arrivare al massimo dell’8,6% nel gennaio 2011.
Un altro aspetto preoccupante della nostra economia è l'entità del sommerso; nel febbraio del 2001 un'indagine condotta da Friedrich Schneider, con il metodo della domanda di moneta, pone l'Italia al secondo posto, dopo la Grecia, tra i paesi dell'Ocse, per dimensioni del sommerso, che sarebbe pari al 27,1% del pil. Considerando l'economia "in nero", l'Italia si collocherebbe al quarto posto nel mondo, per valore del pil, dopo Usa, Giappone e Germania. Il dato sembra sconcertante, ma, chi ha una lunga pratica del sistema produttivo e dei servizi sa che il "nero" è, effettivamente, una pratica frequentissima e, pertanto, non suscita meraviglia che possa costituire circa un quarto del pil.
Per eliminare questa pratica, che distorce i dati economici del Paese e penalizza i soggetti che operano in regime di correttezza, esiste una sola medicina: una drastica riduzione delle tasse che possa avviare il circolo virtuoso dell'emersione del sommerso, dell'aumento della massa monetaria soggetta a tassazione, della riduzione della pressione fiscale (AA. VV, febbraio 2001). Nonostante le buone intenzioni e i risultati ottenuti dalla guardia di finanza, nel febbraio 2011, il sommerso è valutato, secondo il direttore generale delle finanze, Fabrizia Lapecorella, in 250 miliardi di euro. Giova ricordare che, purtroppo, il centro sinistra, abbandonato il principio delle “buone pratiche” del periodo 1998-2000, per ragioni elettoralistiche, aumenta la spesa correnre e lascia una pesante eredità, riporta il deficit di bilancio dallo 0.8% del 2000 al 3,1% del 2001, nonostante una congiuntura economica tonica e sostenuta. Vengono così tradite le aspettative degli economisti che puntavano, per il 2003, all’azzeramento del deficit.

Eugenio Caruso - 13 gennaio 2020


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