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Assetto politico verso il nuovo millennio. Confindustria all'incasso


In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtý"


Italia: vizi e virtý
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

copertina 3

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40. L'assetto politico dal 1998 al nuovo millennio

40.16 Confindustria all'incasso
È noto che una delle battute più care ad Andreotti era «A pensar male si fa peccato, ma, spesso ci si azzecca». Ora, la Confindustria di D'Amato, che ha dato un significativo sostegno all'elezione di Berlusconi sembra che sia passata immediatamente all'incasso: in pochi mesi la Fiat soffia Montedison alla Mediobanca, la cordata Pirelli-Benetton acquista Telecom da Colaninno e Confindustria assume un atteggiamento rigido nella richiesta dell'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
L'operazione Montedison è molto delicata e va giocata con astuzia. Il 23 maggio 2001, il colosso pubblico francese dell'elettricità, Edf, annuncia di essere in possesso del 20% di Montedison (l'interesse di Edf per Montedison dipende dai due gioiellini energetici della società, Edison e Sondel); il governo Amato, immediatamente, pone, per decreto, un limite di possesso del 2% a soggetti pubblici che partecipino a cordate per l'acquisizione di quote del mercato elettrico in Italia. Il 29 giugno, la Fiat annuncia di avere progetti nel settore dell'energia e, il 2 luglio, la neo fondata Italenergia, partecipata da Fiat, Edf, gruppo Tassara, Intesa Bci, SanPaoloImi e Banca di Roma, con Sergio Pininfarina presidente, informa di possedere il 52% delle azioni Montedison e consegna alla Consob il prospetto per un'opa. 
Contestualmente alla costituzione di Italenergia, la Fiat vende a Edf la società Fenice, che raccoglie tutti gli asset elettrici del gruppo, in cambio di una quota del 10% di azioni Montedison. Il 4 luglio, il cda di Montedison considera ostile l'opa e avvia una controffensiva legale. Il 12 luglio Edf converte la parte eccedente il 2% delle azioni in azioni privilegiate, per rispettare il decreto legge. Il 22 luglio Montedison accetta l'offerta di Italenergia, il presidente Lucchini lascia e viene sostituto dall'economista Mario Deaglio. Il 28 agosto la commissione antitrust dell'Ue dà il via libera all'operazione. Italenergia, per far fronte ai 26 mila miliardi di debiti accumulati per acquistare Montedison, dovrà vendere le aziende esterne al core business dell'energia, le aziende saccarifere Eridania e Beghin-Say e quel poco di chimica che era rimasta in Montedison.  
La sera del 30 luglio 2001, il consiglio di amministrazione di Hopa prende atto che, in mattinata, il 23% di Olivetti, in capo alla lussemburghese Bell è stato ceduto. Quel pacco di azioni Olivetti, del valore di 14 mila miliardi, che vale il controllo di Telecom, Tim e Seat, è passato in mano a Pirelli e Benetton, assieme a Intesa Bci e Unicredito per un altro 10%. Enrico Bondi è il nuovo amministratore delegato. Pirelli e Benetton hanno avuto un prezioso suggeritore in Vito Gamberale, amministratore delegato di Autostrade del gruppo Benetton ed ex numero uno di Telecom e Tim.
L'interesse di Pirelli per la telefonia è di lunga data, non per nulla, prima dell'estate, vengono presentati i Pirelli Labs, laboratori di ricerca forti di 250 dipendenti, fortemente focalizzati sulle telecomunicazioni. Il nuovo gruppo di controllo dovrà, peraltro, affrontare il "problema" di Seat Pg. Nella premessa di questo libro ho affermato che in campo economico si stava facendo un grave errore: confondere new economy con Internet. La storia della Seat è paradigmatica delle conseguenze che possono nascere da questo equivoco. In soli quattro anni Seat passa dall’essere la gallina dalle uova d’oro nelle mani dei boiardi della Stet, a un fantastico oggetto di speculazione finanziaria a opera di investitori del calibro di Comit e De Agostini. Poi appare in cielo la stella di Internet e Seat, insieme a Tin.it, diventa la stella polare per i seguaci del web. Inoltre la Seat di Lorenzo Pellicioli scopre un giochetto finanziario molto in voga negli Usa: si fa shopping comprando aziende ma non si paga con denaro sonante bensì con le proprie azioni che una Borsa in preda all'infatuazione collettiva per Internet valuta come pepite d’oro. Il giochetto va avanti finché le azioni date in cambio non tornano indietro facendo scivolare la quotazione al livello di partenza.
La Borsa non vuole più saperne di Internet, vuole solo business solidi e ad alta redditività, come lo erano le Pagine Gialle prima maniera. Così la Pirelli di Marco Tronchetti Provera decide di tornare all’antico scorporando il business delle Pagine Gialle per venderlo al miglior acquirente. Come al solito, chi ci rimette veramente sono quelle migliaia di risparmiatori che hanno creduto nella strategia basata su Internet e che ora si ritrovano in mano un titolo che vale meno di un Euro (dicembre 2001) contro i sette Euro del massimo fulgore. La responsabilità non è, ovviamente, soltanto di Pellicioli, è, soprattutto, degli analisti e delle banche d’affari che per primi sono corsi a magnificare il mondo di Internet inducendo risparmiatori e fondi a investirvi cospicue somme di denaro, in attesa di fatturati e utili che non sarebbero mai arrivati. Poi hanno deciso che quel mondo era virtuale, e hanno toccato l'estremo opposto svalutandolo oltre ogni logica.

40.17 Ritorna la voglia di pubblico
Alla fine del 2002 la grave crisi che attanmaglia la Fiat Auto fa tornare d'attuallità la regola secondo la quale, in Italia, ogni crisi economica ha sempre lo stesso sconfitto, il mercato. Il centro destra era arrivato al governo con grandi promesse di privatizzazioni, e, invece, il grande sforzo per le privatizzazioni degli anni novanta sembra essersi incagliato nelle secche di una crisi economica mondiale, di rimpianti del passato, del desiderio del posto fisso.
La crisi Fiat adombra un cambiamento di principi nel capitalismo italiano: un senso di sfiducia nel libero mercato. I modelli che oggi raccolgono il consenso dell'opinione pubblica e dei centri di potere economico sono quelli dell'Eni, dell'Enel, della Finmeccanica, cioè di imprese parzialmente privatizzate, nelle quali, però, lo stato mantiene stretta la quota di controllo. Non meraviglia, quindi, che da più parti si suggerisca di risolvere la crisi Fiat con un intervento diretto dello stato; il governatore di Bankitalia, Fazio, non perde occasione per parlare del "declino industriale del nostro Paese" e per far circolare ricette neo-stataliste del tipo creare una Iri due.
Tra manager pubblici e privati che aspirano a  indossare la casacca del boirado di stato, economisti che rimpiangono l'epoca dei campioni nazionali e sindacalisti che preferiscono avere per interlocutore lo stato piuttosto che un anonimo consiglio di amministrazione la voglia di pubblico è sempre più forte. Il rischio di ripercorrere gli sbagli compiuti nel passato non sembra preoccupare nessuno. Fortunatamente, però, i due grandi dinosauri della politica, la Dc e il Pci, che avevano nel proprio dna, sia il gene della pianificazione economica, sia la forza per imporre questo principio sono scomparsi; pertanto, al momento, la necessità del ritorno al pubblico ruota nel chiuso degli ambienti accademici e della sinistra radicale.
E’ vero che il Pci ha lasciato un erede, la Cgil, un dinosauro molto agguerrito, ma i suoi artigli sono, però, consunti come si è visto nel caso della ristrutturazione del Gruppo Fiat operata da Marchionne e la firma di accordi integrativi, senza la Cgil, con Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Giova osservare che subito dopo l’accordo di Pomigliano d’Arco il sistema della sinistra  estrema ha tentato in ogni modo di salvare dal declino il piccolo dinosauro della Fiom e lo ha fatto nell’unico modo che sa usare, con l’agressione mediatica.
Inizia il Manifesto che il 28 dicembre 2010 si presenta in edicola con una vignetta di Vauro: Marchionne è vestito da ufficiale nazista, in attesa degli operai davanti al cancello della Fiat trasformata in un campo di  sterminio. Su Il fatto Paolo Flore d’Arcais confronta il comportamento di Marchionne con quello di Mussolini che nel 1925 cancellò le commissioni interne. Nichi Vendola lo accusa di organizzare una versione moderna della tratta degli schiavi. Susanna Camusso bolla Marchione di «Antidemocratico, illiberale e autoritario». Per Landini «La Fiat vuol fare diventare i lavoratori degli schiavi, senza diritti e senza difese».
Sono le ultime grida del dinosauro che sta scomparendo perché rimasto senza pane e companatico: gli operai e la concertazione. D’altra parte quando nel 2011, Confindustria  tenta di alleggerire il principio “un accordo per ogni fabbrica” impostato da Marchionne per la Fiat, e l’articolo 8 della manovra bis di ferragosto (Dl 138/2011) commette un grave errore. Marchionne annuncia infatti che dal 1 gennaio 2012 la Fiat uscirà da Confindustria, un colpo dal quale l’associazione imprenditoriale difficilmente potrà riprendersi. Gran parte delle imprese delle partecipazioni statali sono state privatizzate, è vero che restano Enel, Eni e Finmeccanica, ma queste devono guardarsi più dalle insidie di una concorrenza sempre più aggressiva e globalizzata che dai tentativi, di parte della politica, di spostare indietro l’orologio del tempo.

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Eugenio Caruso - 14 marzo 2020

Tratto da

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www.impresaoggi.com