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Purgatorio. Canto I

CANTO I.

Proemio della Cantica; Dante e Virgilio arrivano sulla spiaggia del Purgatorio. È la mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, all'alba.
Proemio della Cantica, che io, personalmente, considero la più bella delle tre.
La nave dell'ingegno di Dante si appresta a lasciare il mare crudele dell'Inferno e a percorrere acque migliori, poiché il poeta sta per cantare del secondo regno dell'Oltretomba (il Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di salire al cielo. La poesia morta deve quindi risorgere e Dante invoca le Muse, in particolare Calliope, perché lo assistano L'aria, pura fino all'orizzonte, ha un bel colore di zaffiro orientale e restituisce a Dante la gioia di osservarlo, non appena lui e Virgilio sono usciti dall'Inferno che ha rattristato lo sguardo e il cuore del poeta. La stella Venere illumina tutto l'oriente, offuscando con la sua luce la costellazione dei Pesci che la segue. Dante si volta alla sua destra osservando il cielo australe, e vede quattro stelle che nessuno ha mai visto eccetto i primi progenitori. Il cielo sembra gioire della loro luce e l'emisfero settentrionale dovrebbe dolersi dell'esserne privato.
Non appena Dante distoglie lo sguardo dalle stelle, rivolgendosi al cielo boreale da cui è ormai tramontato il Carro dell'Orsa Maggiore, vede accanto a sé un vecchio (Catone) dall'aspetto molto autorevole. Ha la barba lunga e brizzolata, come i suoi capelli dei quali due lunghe trecce ricadono sul petto. La luce delle quattro stelle illumina il suo volto, tanto che Dante lo vede come se fosse di fronte al sole.
Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano, scambiandoli per due dannati che risalendo il corso del fiume sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno. Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra, domandandosi se le leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso che i dannati possono accedere al Purgatorio. A questo punto Virgilio afferra Dante e lo induce a inchinarsi di fronte a Catone, abbassando lo sguardo in segno di deferenza. Quindi il poeta latino risponde di non essere venuto lì di sua iniziativa, ma di esserne stato incaricato da una beata (Beatrice) che gli aveva chiesto di soccorrere Dante e fargli da guida. In ogni caso, poiché Catone vuole maggiori spiegazioni, Virgilio sarà ben lieto di dargliele: dichiara che Dante non è ancora morto, anche se per i suoi peccati ha rischiato seriamente la dannazione; Virgilio fu inviato a lui per salvarlo e non c'era altro modo se non percorrere questa strada.
Gli ha mostrato tutti i dannati e adesso intende mostrargli le anime dei penitenti che si purificano sotto il controllo di Catone. Sarebbe lungo spiegare tutte le vicissitudini passate all'Inferno: il viaggio dantesco è voluto da Dio e Catone dovrebbe gradire la sua venuta, dal momento che Dante cerca la libertà che è preziosa, come sa chi per essa rinuncia alla vita. Catone, che in nome di essa si suicidò a Utica pur essendo destinato al Paradiso, dovrebbe saperlo bene. Virgilio ribadisce che le leggi di Dio non sono state infrante, poiché Dante non è morto e lui proviene dal Limbo dove si trova la moglie di Catone, Marzia, che è ancora innamorata di lui. Virgilio prega Catone di lasciarli andare in nome dell'amore per la moglie, promettendo di parlare di lui alla donna una volta che sarà tornato nel Limbo.
Catone risponde di aver molto amato Marzia in vita, tanto che la donna ottenne sempre da lui ciò che voleva, ma adesso che è confinata al di là dell'Acheronte non può più commuoverlo, in forza di una legge che fu stabilita quando lui fu tratto fuori dal Limbo. Tuttavia, poiché Virgilio afferma di essere guidato da una donna del Paradiso, è sufficiente invocare quest'ultima e non c'è bisogno di ricorrere a lusinghe. Catone invita dunque i due poeti a proseguire, ma raccomanda Virgilio di cingere i fianchi di Dante con un giunco liscio e di lavargli il viso, togliendo da esso ogni segno dell'Inferno, poiché non sarebbe opportuno presentarsi in quello stato davanti all'angelo guardiano alla porta del Purgatorio. L'isola su cui sorge la montagna, nelle sue parti più basse dov'è battuta dalle onde, è piena di giunchi che crescono nel fango, in quanto tale pianta è l'unica che può crescere lì col suo fusto flessibile. Dopo che i due avranno compiuto tale rito non dovranno tornare in questa direzione, ma seguire il corso del sole che sta sorgendo e trovare così un facile accesso al monte. Alla fine delle sue parole Catone svanisce e Dante si alza senza parlare, accostandosi a Virgilio.
La scelta di Catone, come guardiano del Purgatorio, è un po' strana perchè oltre alla fama di persona onesta e fortemente etica è anche vero che qualcuno la pensava diversamente: Cesare lo chiamava ubriacone, Marziale lo dileggiava, nei riguardi della moglie si era comportato da ruffiano, concedendola al ricchissimo Ortensio, retore e avvocato, (ci ricorda un po' il film Proposta indecente), e patteggiò per Pompeo capo della fazione degli oligarchi. Secondo Cicerone, con il suo atteggiamento irremovibile e inflessibile, contribuì alla fine della Repubblica.
Virgilio dice a Dante di seguire i suoi passi e lo invita a tornare indietro, lungo il pendio che da lì conduce alla parte bassa della spiaggia. È ormai quasi l'alba e sta facendo giorno, così che Dante può guardare in lontananza il tremolio della superficie del mare. Lui e Virgilio proseguono sulla spiaggia deserta, come qualcuno che finalmente torna alla strada che aveva perso: giungono in un punto in cui la rugiada è all'ombra e ancora non evapora. Virgilio pone entrambe le mani sull'erba bagnata e Dante, che ha capito cosa vuol fare il maestro, gli porge le guance bagnate ancora di lacrime. Virgilio gli lava il viso e lo fa tornare del colore che l'Inferno aveva coperto, quindi i due raggiungono il bagnasciuga e il maestro estrae dal suolo un giunco, col quale cinge i fianchi di Dante proprio come Catone gli aveva chiesto di fare. Con grande meraviglia di Dante, là dove Virgilio ha strappato il giunco ne rinasce subito un altro.
Il Canto si apre col proemio della II Cantica, in modo analogo al Canto II dell'Inferno in cui Dante aveva invocato genericamente le Muse: qui il poeta chiede l'assistenza di Calliope, la Musa della poesia epica che dovrà guidare la navicella del suo ingegno in un mare meno «crudele» di quello dell'Inferno che si è lasciato alle spalle (la metafora della poesia come di una nave che solca il mare era un tòpos già della letteratura classica e tornerà nell'esordio del Canto II del Paradiso). Rispetto al proemio dell'Inferno, quello del Purgatorio è più ampio e si arricchisce del mito delle figlie del re della Tessaglia Pierio, che osarono sfidare le Muse nel canto e furono vinte proprio da Calliope, venendo poi trasformate in uccelli dal verso sgraziato (le piche, cioè le gazze); Dante avvisa il lettore dell'innalzamento della materia rispetto alla I Cantica, ma ribadisce ulteriormente che il suo canto dovrà essere assistito dall'ispirazione divina, di cui le Muse sono personificazione, e che la sua poesia non avrà certo l'ardire di gareggiare follemente con Dio nel descrivere la dimensione dell'Oltretomba, troppo elevata per essere pianemente compresa dall'intelletto umano (è la concezione dell'arte del Medioevo che tornerà a più riprese nel corso della Cantica, nonché un preannuncio della poetica dell'inesprimibile che sarà al centro del Paradiso).
Il primo elemento che si offre al poeta è visivo, in quanto lui e Virgilio sono tornati all'aperto dopo la discesa all'Inferno e Dante può respirare di nuovo aria pura, ammirando il cielo prima dell'alba che è di un bell'azzurro intenso; è la mattina di Pasqua, il giorno della liturgia che segna la Resurrezione di Cristo e la vittoria sul peccato, mentre Dante sta per intraprendere l'ascesa del Purgatorio che avrà per lui lo stesso effetto. Nel cielo non ancora illuminato dal sole brillano quattro stelle, la cui luce intensa colpisce Dante e gli fa compiangere l'emisfero settentrionale che non ha mai visto quella costellazione: nonostante vari tentativi di identificarla (alcuni hanno pensato alla Croce del Sud, forse nota a Dante attraverso cronache di viaggio), è probabile che le stelle simboleggino le quattro virtù cadinali, ovvero fortezza, prudenza, temperanza e giustizia, il cui pieno possesso è condizione indispensabile per il conseguimento della grazia e, quindi, della salvezza eterna. Possedere le virtù cardinali permette di raggiungere la felicità terrena, a sua volta rappresentata dal colle che Dante aveva invano tentato di scalare nel Canto I dell'Inferno, mentre ora c'è un altro monte che dovrà ascendere con la guida di Virgilio, allegoria della ragione che alla felicità terrena deve condurre; il paesaggio di questo episodio ricorda volutamente quello del Canto iniziale dell'Inferno, fatto che lo stesso Dante ribadisce nei versi finali dicendo che gli sembra di tornare a la perduta strada, che altro non è se non la diritta via che aveva smarrito e che lo aveva fatto perdere nella selva oscura.
La luce delle stelle illumina del resto anche il volto di Catone l'Uticense, il custode del Purgatorio che accoglie i due poeti accusandoli di essere dannati appena fuggiti dall'Inferno: la sua presenza in questo luogo e con il ruolo di custode del secondo regno ha creato molti dubbi fra i commentatori, in quanto sembra assai strano che un pagano, per giunta nemico di Cesare e morto suicida, possa trovarsi tra le anime salve (è Virgilio a dichiarare che la vesta, il corpo lasciato da Catone ad Utica risplenderà il Giorno del Giudizio, quando sarà ammesso in Paradiso).
In realtà Dante riserva a lui questo ruolo sulla scorta di una lunga tradizione antica, che riconosceva in Catone un altissimo esempio di vita morale e dignitosa, anche fra gli scrittori cristiani che addirittura interpretavano allegoricamente la vicenda personale sua e della moglie Marzia. Dante, più semplicemente, vede in lui il simbolo di chi lotta tenacemente per la libertà politica e ne fa il simbolo della lotta per la libertà dal peccato, che è il motivo essenziale nella rappresentazione del Purgatorio; Catone è anche un esempio di salvezza clamorosa e inattesa dovuta al giudizio divino imperscrutabile, come si è visto in alcuni casi nell'Inferno (Brunetto Latini, Guido da Montefeltro) e come si vedrà nel caso ancor più «scandaloso» rappresentato da Manfredi, protagonista del Canto III. Del resto Dante afferma chiamaramente che Catone è stato nel Limbo fino a quando Cristo trionfante non lo ha tratto fuori insieme ai patriarchi biblici, quindi nonostante la sua condotta peccaminosa era già collocato fra gli antichi spiriti che si erano distinti per il possesso delle virtù terrene, come Virgilio; e la sua descrizione lo accosta proprio a un patriarca, con i suoi lunghi capelli e la barba che Dante trovava peraltro nella rappresentazione che di lui offre Lucano nel Bellum Civile (II, 373-374).
I rimproveri di Catone ai due poeti danno modo a Virgilio di riepilogare le vicende della I Cantica, forse a beneficio dei lettori che non avevano letto tutto l'Inferno, e il suo discorso è un'abile suasoria con tanto di captatio benevolentiae in cui il poeta latino ricorda a Catone il suo sucidio come atto di suprema protesta per la libertà politica, gli rammenta che lui è comunque salvo e cita la moglie Marzia che lui ha conosciuto nel Limbo, promettendo di parlarle di lui se Catone li ammetterà nel Purgatorio. Il discorso di Virgilio è sostanzialmente inutile, dal momento che il viaggio di Dante è voluto da Dio e non può certo essere ostacolato da Catone, il quale infatti si affretta a dire che Marzia non ha più alcun potere su di lui e che la sola donna a legittimare il viaggio di Dante è Beatrice, che dal cielo guida i suoi passi verso la grazia.
Dante può quindi procedere, ma non prima di aver compiuto un duplice atto rituale: prima di presentarsi all'angelo guardiano dovrà lavare il viso, sporco del fumo dell'Inferno e delle lacrime che l'hanno segnato in più di un'occasione, e dovrà anche cingere i fianchi di un giunco liscio, in segno di umiltà e sottomissione alla volontà divina. Il giunco è la sola pianta a crescere sul bagnasciuga della spiaggia del Purgatorio, in quanto col suo fusto flessibile asseconda il battere delle onde (segno anch'esso di sottomissione, come dimostra il fatto che il giunco è poi definito umile pianta); Dante se ne deve cingere i fianchi dopo essersi già liberato da un'altra corda, che era servita a Virgilio per richiamare Gerione alla cine del Canto XVI dell'Inferno.
Non sappiamo se la cosa sia casuale o abbia un preciso significato allegorico, ma il rito conclude il Canto preannunciando ciò che avverrà negli episodi successivi e segnando il passaggio ad un luogo retto da leggi del tutto diverse rispetto a quelle del doloroso regno: la pianta strappata da Virgilio rinasce immediatamente tale qual era, il che riempie Dante di meraviglia e ci fa capire che gli orrori dell'Inferno sono definitivamente alle spalle (giova ricordare in quale ben diversa atmosfera Dante aveva strappato un altro ramoscello, quello di un albero della selva dei suicidi nel Canto XIII dell'Inferno).

Calliope (v. 9) è la Musa della poesia epica, qui invocata da Dante probabilmente sull'esempio di Virgilio in Aen., IX, 525: Vos, o Calliope, precor, aspirate canenti... («Voi Muse, e tu, Calliope, vi prego, ispirate colui che canta»).
Le Piche (v. 11) sono le Pieridi, le mitiche figlie di Pierio re di Tessaglia che osarono sfidare le Muse nel canto e furono vinte da Calliope, che poi le trasformò in gazze dal gracchiare stridulo (Dante segue Ovidio, Met., V, 302 ss.).
Il mezzo citato al v. 15 è l'aria, mentre il primo giro è certamente la linea dell'orizzonte e non il Cielo della Luna, fino al quale non arriva l'atmosfera secondo le teorie del tempo di Dante.
Al v. 16 ricominciò diletto vuol dire «restituì gioia» (diletto è sostantivo).
Lo bel pianeto (v. 19) è Venere mattutina, che con la sua luce offusca la costellazione dei Pesci che in quel momento è sull'orizzonte. Secondo calcoli astronomici moderni sembra che nella primavera del 1300 Venere fosse in realtà vespertina, il che ha indotto alcuni studiosi a sostenere che il viaggio è immaginato nel 1301.
La prima gente (v. 24) sono Adamo ed Eva, gli unici a vedere dall'Eden le quattro stelle.
La descrizione di Catone (vv. 34-36) si rifà a Lucano, che nel Bellum Civile (II, 373 ss.) dice che l'uomo non si sarebbe più tagliato la barba né i capelli prima della sconfitta di Cesare.
Il cieco fiume (v. 40) è il ruscelletto che dal Purgatorio scorre nella natural burella fino all'Inferno, il cui corso i due poeti hanno risalito.
I vv. 71-72 sono rimasti famosi e più volte citati da scrittori successivi, come Ugo Foscolo nel descrivere il suicidio di Jacopo Ortis.
La vesta (v. 75) è il corpo mortale di Catone, che risplenderà il Giorno del Giudizio (ciò ne preannuncia la salvezza eterna).
I vv. 85-87 con cui Catone risponde a Virgilio su Marzia, forse, si riferiscono al fatto che Catone storicamente ripudiò la moglie per poi riprenderla con sé cedendo alle sue preghiere; al fatto allude anche Dante nel Conv., IV, 28, dove la cosa è interpretata allegoricamente (il ritorno di Marzia a Catone sarebbe quello dell'anima a Dio dopo la fine della vita).
Il primo / ministro citato ai vv. 98-99 è molto probabilmente l'angelo guardiano sulla porta del Purgatorio, e non quello nocchiero che Dante incontrerà in modo casuale nel Canto seguente (ma la questione è aperta).
Il v. 115 (L'alba vinceva l'ora mattutina) significa che l'alba prevaleva sull'ultima ora della notte, il «mattutino» appunto, quindi ora non vuol dire «aura» o «ombra».
I vv. 131-132 sembrano un'allusione scoperta all'episodio di Ulisse (Inf., XXVI, 85 ss.), il quale navigò sino a intravedere la montagna del Purgatorio per morire nel naufragio provocato dalla volontà divina.
Il giunco che rinasce dove è stato strappato (vv. 134-136) ricorda il passo virgiliano di Aen., VI, 143-144, in cui si dice che Enea strappa il ramoscello d'oro come offerta a Proserpina e che questo subito rinasce.

Testo

Per correr miglior acque alza le vele 
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;                             3

e canterò di quel secondo regno 
dove l’umano spirito si purga 
e di salire al ciel diventa degno.                                       6

Ma qui la morta poesì resurga, 
o sante Muse, poi che vostro sono; 
e qui Caliopè alquanto surga,                                          9

seguitando il mio canto con quel suono 
di cui le Piche misere sentiro 
lo colpo tal, che disperar perdono.                                 12

Dolce color d’oriental zaffiro, 
che s’accoglieva nel sereno aspetto 
del mezzo, puro infino al primo giro,                              15

a li occhi miei ricominciò diletto, 
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta 
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.                        18

Lo bel pianeto che d’amar conforta 
faceva tutto rider l’oriente, 
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.                         21

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente 
a l’altro polo, e vidi quattro stelle 
non viste mai fuor ch’a la prima gente.                          24

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle: 
oh settentrional vedovo sito, 
poi che privato se’ di mirar quelle!                                 27

Com’io da loro sguardo fui partito, 
un poco me volgendo a l ‘altro polo, 
là onde il Carro già era sparito,                                      30

vidi presso di me un veglio solo, 
degno di tanta reverenza in vista, 
che più non dee a padre alcun figliuolo.                       33

Lunga la barba e di pel bianco mista 
portava, a’ suoi capelli simigliante, 
de’ quai cadeva al petto doppia lista.                            36

Li raggi de le quattro luci sante 
fregiavan sì la sua faccia di lume, 
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.                        39

«Chi siete voi che contro al cieco fiume 
fuggita avete la pregione etterna?», 
diss’el, movendo quelle oneste piume.                        42

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, 
uscendo fuor de la profonda notte 
che sempre nera fa la valle inferna?                             45

Son le leggi d’abisso così rotte? 
o è mutato in ciel novo consiglio, 
che, dannati, venite a le mie grotte?».                           48

Lo duca mio allor mi diè di piglio, 
e con parole e con mani e con cenni 
reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio.                                 51

Poscia rispuose lui: «Da me non venni: 
donna scese del ciel, per li cui prieghi 
de la mia compagnia costui sovvenni.                          54

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi 
di nostra condizion com’ell’è vera, 
esser non puote il mio che a te si nieghi.                     57

Questi non vide mai l’ultima sera; 
ma per la sua follia le fu sì presso, 
che molto poco tempo a volger era.                               60

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso 
per lui campare; e non lì era altra via 
che questa per la quale i’ mi son messo.                    63

Mostrata ho lui tutta la gente ria; 
e ora intendo mostrar quelli spirti 
che purgan sé sotto la tua balìa.                                    66

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti; 
de l’alto scende virtù che m’aiuta 
conducerlo a vederti e a udirti.                                        69

Or ti piaccia gradir la sua venuta: 
libertà va cercando, ch’è sì cara, 
come sa chi per lei vita rifiuta.                                         72

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara 
in Utica la morte, ove lasciasti 
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.                              75

Non son li editti etterni per noi guasti, 
ché questi vive, e Minòs me non lega; 
ma son del cerchio ove son li occhi casti                     78

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega, 
o santo petto, che per tua la tegni: 
per lo suo amore adunque a noi ti piega.                     81

Lasciane andar per li tuoi sette regni; 
grazie riporterò di te a lei, 
se d’esser mentovato là giù degni».                             84

«Marzia piacque tanto a li occhi miei 
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora, 
«che quante grazie volse da me, fei.                              87

Or che di là dal mal fiume dimora, 
più muover non mi può, per quella legge 
che fatta fu quando me n’usci’ fora.                               90

Ma se donna del ciel ti muove e regge, 
come tu di’, non c’è mestier lusinghe: 
bastisi ben che per lei mi richegge.                               93

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe 
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso, 
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;                            96

ché non si converria, l’occhio sorpriso 
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo 
ministro, ch’è di quei di paradiso.                                  99

Questa isoletta intorno ad imo ad imo, 
là giù colà dove la batte l’onda, 
porta di giunchi sovra ‘l molle limo;                              102

null’altra pianta che facesse fronda 
o indurasse, vi puote aver vita, 
però ch’a le percosse non seconda.                            105

Poscia non sia di qua vostra reddita; 
lo sol vi mosterrà, che surge omai, 
prendere il monte a più lieve salita».                            108

Così sparì; e io sù mi levai 
sanza parlare, e tutto mi ritrassi 
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.                                 111

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: 
volgianci in dietro, ché di qua dichina 
questa pianura a’ suoi termini bassi».                         114

L’alba vinceva l’ora mattutina 
che fuggia innanzi, sì che di lontano 
conobbi il tremolar de la marina.                                   117

Noi andavam per lo solingo piano 
com’om che torna a la perduta strada, 
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.                           120

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada 
pugna col sole, per essere in parte 
dove, ad orezza, poco si dirada,                                     123

ambo le mani in su l’erbetta sparte 
soavemente ‘l mio maestro pose: 
ond’io, che fui accorto di sua arte,                                 126

porsi ver’ lui le guance lagrimose: 
ivi mi fece tutto discoverto 
quel color che l’inferno mi nascose.                             129

Venimmo poi in sul lito diserto, 
che mai non vide navicar sue acque 
omo, che di tornar sia poscia esperto.                         132

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque: 
oh maraviglia! ché qual elli scelse 
l’umile pianta, cotal si rinacque 

subitamente là onde l’avelse.                                        136

Parafrasi

La navicella del mio ingegno, ormai, alza le vele per percorrere acque migliori e lascia dietro di sé il mare crudele dell'Inferno;

e io canterò di quel secondo regno (Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di salire al cielo.

Ma qui la poesia morta risorga, o Muse, dal momento che sono consacrato a voi; e qui si sollevi alquanto Calliope, assistendo il mio canto con quel suono di cui le misere gazze (le figlie di Pierio) sentirono un tale colpo che disperarono di essere perdonate.

Un dolce colore di zaffiro orientale, che si raccoglieva nell'aspetto sereno dell'aria pura fino all'orizzonte, restituì gioia ai miei occhi non appena io uscii fuori dall'aria morta (dell'Inferno), che mi aveva rattristato gli occhi e il cuore.

Il bel pianeta (Venere) che spinge ad amare illuminava gioiosamente tutto l'oriente, offuscando con la sua luce la costellazione dei Pesci che lo seguiva.

Io mi rivolsi alla mia destra e osservai il cielo australe , vedendo quattro stelle che nessuno ha mai visto eccetto i primi progenitori (Adamo ed Eva). (L'emisfero australe anche detto emisfero sud o emisfero meridionale è la calotta semisferica del globo terrestre posta a sud dell'equatore terrestre, quindi con latitudine S. L'altra metà del globo è detta emisfero boreale; Il nome deriva dal greco austros, e cioè severo, rigoroso, aspro, secco, perché, anticamente, indicava l'ostro o austro, un vento caldo che, tuttora, nel Mediterraneo, spira da sud e che, a sua volta, deriverebbe dal sanscrito aus/us = bruciare, disseccare, da cui derivano anche i termini aurora e austero).

Il cielo sembrava godere della loro luce: o emisfero boreale, sei davvero desolato non potendo ammirare quelle stelle!

Non appena ebbi distolto il mio sguardo da esse, volgendomi un poco al cielo boreale da dove ormai l'Orsa Maggiore era tramontata,

vidi accanto a me un vecchio solitario, che a guardarlo ispirava tanto rispetto quanto è quello che un figlio deve al proprio padre.

Portava la barba lunga e con peli bianchi e neri, simile ai suoi capelli, dei quali ricadevano sul petto due lunghe trecce.

La luce delle quattro stelle sante illuminava il suo volto, al punto che io lo vedevo come se avesse avuto il sole di fronte.

Egli ci disse, muovendo quella barba dignitosa: «Chi siete voi, che risalendo il fiume sotterraneo siete fuggiti dalla prigione eterna?

Chi vi ha guidati e cosa vi ha indicato la strada, uscendo fuori dalla notte profonda che rende sempre oscura la voragine infernale?

Le leggi dell'abisso sono così prive di valore? o in Cielo è stata emanata una nuova legge in base alla quale voi, dannati, al Purgatorio che io custodisco?»

Allora il mio maestro mi afferrò, e con le parole, con le mani e coi gesti mi indusse a inginocchiarmi e abbassare lo sguardo.

Poi gli rispose: «Non sono venuto qui di mia iniziativa: scese dal Cielo una donna (Beatrice), per le cui preghiere aiutai costui con la mia assistenza.

Ma poiché il tuo desiderio è che ti spieghiamo con maggiori dettagli la nostra condizione, non è possibile che il mio desiderio sia difforme dal tuo.

Questi non è mai morto, ma per il suo peccato fu così vicino ad esserlo che non sarebbe passato molto tempo.

Come ti ho detto, fui inviato a soccorrerlo; e non c'era altra strada se non questa per la quale mi sono inoltrato con lui.

Gli ho mostrato tutti i dannati; ora voglio mostrargli quelle anime (i penitenti) che si purificano sotto la tua custodia.

Sarebbe lungo spiegarti come l'ho condotto fin qui; dal Cielo scende una virtù che mi aiuta a portarlo qui, per vederti e udirti.

Ora ti prego di accogliere la sua venuta: va cercando la libertà, che è molto preziosa come sa chi in suo nome rinuncia alla propria vita.

Tu lo sai bene, poiché per la libertà affrontasti la morte ad Utica, dove lasciasti il corpo che il Giorno del Giudizio risplenderà.

Gli editti eterni non sono infranti da noi, in quanto Dante è vivo e Minosse non ha potere su di me: infatti vengo dal Cerchio (Limbo) dove sono gli occhi puri di tua moglie Marzia, che a vederla sembra pregarti di considerarla ancora tua, o petto santo: in nome del suo amore, dunque, piegati a noi.

Lasciaci andare per le sette Cornici del Purgatorio; io ti ringrazierò di fronte a lei, se tu accetti di essere menzionato laggiù».

Egli allora disse: «Fin che fui in vita, Marzia fu così diletta ai miei occhi che esaudii ogni suo desiderio.

Ora che risiede al di là del fiume infernale (Acheronte) non può più commuovermi, in forza di quella legge che fu emanata quando io ne uscii fuori.

Ma se una donna beata, come dici, muove i tuoi passi, non servono lusinghe: è sufficiente pregarmi in suo nome.

Va' dunque, e fa' in modo di cingere i fianchi di costui con un giunco liscio e lavagli il viso, in modo tale da eliminare da esso ogni sudiciume;

infatti non sarebbe opportuno presentarsi di fronte al primo ministro di Paradiso (l'angelo guardiano) con l'occhio velato da una qualche nebbia.

Questa isoletta, nelle sue parti più basse, là dove è battuta dalle onde, è piena di giunchi sul molle fango;

nessun'altra pianta che avesse fronde o un tronco rigido vi può crescere, poiché non si piegherebbe all'impeto delle onde.

Poi il vostro ritorno non sia da questa parte; il sole, che ormai sorge, vi indicherà la direzione dove trovare un facile accesso alla montagna».

Così svanì; e io mi alzai senza parlare, e mi trassi verso la mia guida, rivolgendo a lui il mio sguardo.

Egli iniziò: «Figliolo, segui i miei passi: torniamo indietro, poiché di qua la pianura declina dolcemente verso il punto più basso».

La luce dell'alba vinceva l'ultima ora della notte che fuggiva di fronte a lei, cosicché da lontano vidi il tremolio della superficie del mare.

Noi andavamo lungo la pianura solitaria, come qualcuno che ritrova la strada perduta e che, fino ad essa, ha creduto di camminare invano.

Quando fummo là dove la rugiada combatte col sole, poiché è in punto dove c'è ombra ed evapora poco, il mio maestro pose ambo le mani sull'erbetta, a palme aperte:

allora io, che avevo capito cosa volesse fare, porsi verso di lui le guance ancora sporche di pianto: lui mi scoprì il colore del viso che l'Inferno aveva nascosto.

Giungemmo poi sul lido deserto, che non vide mai navigare nessuno che poi fosse in grado di tornare indietro.

Qui Virgilio mi cinse come Catone gli aveva detto: che meraviglia! Infatti, dopo che egli ebbe strappato l'umile pianta che aveva scelto, questa rinacque subito tale quale era nello stesso punto.

Catone Uticense

Marco Porcio Catone Uticense, detto anche Minor per distinguerlo dal suo avo Marco Porcio Catone, detto pertanto Maior (Roma, 95 a.C. – Utica, 12 aprile 46 a.C.), è stato un politico, militare, scrittore e magistrato monetario romano. Se si eccettua l'accusa, non verificata, di ebrius (ubriacone) mossagli da Giulio Cesare, l'Uticense è descritto persino dalle fonti a lui ostili e dai suoi più aspri nemici come una figura di somma rettitudine, incorruttibile e imparziale, molto scomodo per gli avversari. È mostrato come il campione delle prische virtù romane per antonomasia, uomo fuori del suo tempo, citato ogni qual volta si volevano lodare i Romani dei tempi eroici. Seguace della filosofia stoica e celebre oratore, Catone Uticense viene ricordato, oltre che per la sua caparbietà e tenacia, per essersi ribellato alla presa di potere da parte di Cesare, preferendo il suicidio piuttosto che l'umiliazione di farsi graziare da Cesare e assistere alla fine dei valori repubblicani di Roma, che aveva sempre difeso.
Il figlio di Marco Porcio Catone il Censore e di Salonina, Marco Porcio Catone Saloniano, ebbe due figli, il maggiore dei quali, Marco, sposò Livia, figlia di Marco Livio Druso, console nel 112 a.C. Da questo matrimonio nacque, oltre quel Marco, che sarà l'Uticense, Porcia. Da un precedente matrimonio di Livia con Quinto Servilio Cepione erano nati Servilia e Quinto Servilio Cepione. Quest'ultimo avrà una figlia anch'essa di nome Servilia. Pertanto Marco (il futuro Uticense) e Porcia, Servilia e Quinto Servilio Cepione, erano figli della stessa madre. Dal matrimonio di Servilia (sorellastra dell'Uticense e amante di Gaio Giulio Cesare) con il tribuno della plebe Marco Giunio Bruto, nascerà Marco Giunio Bruto il futuro cesaricida, che sposerà la cugina Porcia. L'altra Servilia, nipote dell'Uticense, andrà sposa a Lucio Licinio Lucullo e verrà da questi ripudiata per la sua scandalosa condotta. Una menzione a parte merita la moglie dell'Uticense, Marcia, ceduta dallo stesso al famoso oratore Ortensio, ricchissimo, e ripresa in casa dopo la morte di quest'ultimo.
Plutarco, nella sua raccolta di biografie intitolata Vite parallele, descrive il giovane Catone Uticense come un ragazzo molto composto e deciso, dal carattere imperturbabile, sia nel parlare che nelle attività fisiche. Data la sua modestia e il suo coraggio sviluppato nel corso degli anni, Catone stava lontano da chi tentava di adularlo e si dimostrava autoritario invece nei confronti di chi lo voleva intimidire; tuttavia non era un tipo violento e non si lasciava sopraffare dall'ira. Sempre secondo Plutarco, Catone non sorrideva quasi mai e si rilassava solo in determinate occasioni. Catone Uticense durante gli anni scolastici risultava essere molto più impacciato e duro di comprendonio rispetto ai suoi compagni, anche se aveva una grande capacità mnemonica. Nonostante le difficoltà negli studi, Catone li viveva molto seriamente e laboriosamente, ascoltando e obbedendo sempre agli insegnamenti del suo saggio e comprensivo tutore, l'anziano Sarpedonte. Durante questo periodo, gli alleati italici di Roma facevano di tutto per ottenere la cittadinanza romana, il che preoccupava non poco i militari e i senatori romani. Il condottiero marso Quinto Poppedio Silone, che alloggiava allora nella casa di Livio Druso, incitava il piccolo e suo fratello nel prendere parte, una volta diventati uomini, alla battaglia per la cittadinanza:
"Orsù, fate in modo che in favore nostro preghiate lo zio ad adoperarsi per i nostri diritti."
Il fratello di Catone, Cepione, accettò sorridendo, mentre Catone rimase in silenzio a guardare Silone e gli altri ospiti con disprezzo, allorché Silone lo afferrò da terra e lo avvicinò alla finestra, minacciando che l'avrebbe ucciso facendolo cadere da lì, Catone continuò a non dire niente. Silone, resosi conto che il ragazzo non aveva nessuna paura, lo rimise giù e disse:
"Quale fortuna per l'Italia che questi è un fanciullo; poiché se fosse stato adulto credo che neppure un voto ci sarebbe stato per noi nell'assemblea popolare".
Nel 72 a.C. Catone combatté come volontario nella terza guerra servile contro Spartaco. Nel 67 a.C. venne nominato tribuno militare in Macedonia e legato di Pompeo per la guerra contro i pirati. Fu quaestor nel 64 a.C. e tribuno della plebe nel 62 a.C. Essendo tribuno designato, nel 63 a.C. ottenne dal senato la condanna a morte per alcuni seguaci di Catilina (pena che sarà poi eseguita dall'allora console Cicerone), in opposizione a Cesare, che proponeva pene più miti. Quindi fu questore e propretore tra il 58 a.C. e il 56 a.C., con l'incarico di ridurre a provincia romana l'isola di Cipro sottratta all'Egitto, pretore nel 54 a.C.. Intorno al 49 a.C. lo troviamo in Sicilia, non si sa bene se col grado di questore o di propretore. Poco portato al compromesso e indifferente agli interessi dei compagni di partito, quello degli optimates, conobbe anche l'insuccesso elettorale, nel 55 a.C., anno in cui si era candidato per la carica di pretore. Oltre che da Seneca, questo particolare ci viene riferito da Petronio Arbitro che considera tale bocciatura cosa disonorevole non per Catone, ma per il popolo romano. Nell'esercizio delle sue funzioni, si oppose all'illegalità, dichiarandosi custode del mos maiorum e delle istituzioni repubblicane, attaccando chiunque non si muovesse entro quei limiti. Uniformò tutta la sua vita ai precetti dello stoicismo mostrando grande intransigenza nei confronti di potenti autocrati e dei più spregiudicati mestieranti della politica del tempo, non facendosi per nulla intimorire da minacce palesi contro la sua incolumità.
Si scagliò, infatti, contro Gneo Pompeo Magno (106-48 a.C.), il conquistatore della provincia d'Oriente (65-62 a.C.), al quale, opponendosi coi suoi seguaci in senato, negò il trionfo, le terre che Pompeo stesso chiedeva per ricompensare i suoi veterani e il riconoscimento della sistemazione che egli aveva dato ai territori sottomessi. Pompeo infatti, nel conquistare i territori della suddetta nuova provincia era andato oltre il suo mandato, violando la legge che prevedeva l'intervento del senato ove un governatore di provincia si fosse spinto oltre i limiti territoriali di sua competenza: Pompeo, nelle intenzioni di Catone, avrebbe dovuto rispondere all'accusa di interesse privato nella sistemazione territoriale, nella nomina di suoi clienti in posti chiave della provincia e al mantenimento, ai confini, di re e governanti che molto probabilmente avevano sborsato ingenti somme per essere mantenuti o posti sul trono.
Si oppose anche a Marco Licinio Crasso, (il vincitore della rivolta servile del 73 a.C., guidata da Spartaco e terminata, nel 71 a.C., con la crocifissione di 6000 schiavi lungo la via Appia) che chiedeva per i suoi amici, appartenenti all'ordine equestre, una parziale restituzione di somme, da costoro versate e già incamerate dall'erario, relative e conseguenti all'aggiudicazione delle gare d'appalto per la riscossione delle tasse nella provincia d'Oriente; anche in questo caso l'opposizione di Catone non lasciò spazio a ulteriori discussioni: le trattative si erano svolte regolarmente secondo contratti letti, accettati e sottoscritti dagli interessati; si accontentassero gli appaltatori delle imposte di guadagnare un po' meno.
Non meno violenta fu l'opposizione di Catone a Gaio Giulio Cesare, (rinfocolata da animosità personali, se vogliamo credere ai pettegolezzi riferiti da Gaio Sallustio Crispo) sia quando questi proponeva, contro i congiurati che avevano fiancheggiato (63-62 a.C.) Lucio Sergio Catilina, pene alternative a quella di morte, proposta invece con vigore da Marco Tullio Cicerone e dallo stesso Catone, sia quando Cesare, chiedeva contestualmente al trionfo per le imprese di Gallia, la rielezione a console per l'anno successivo. Prassi voleva, rispose Catone, che il consolato non si potesse chiedere in absentia e che il trionfo si potesse celebrare dopo che il comandante avesse congedato le proprie milizie: rimproverava inoltre a Cesare l'essersi arricchito in Gallia a tal punto da poter pagare ingenti somme per saldare i debiti di suoi tanti amici e fiancheggiatori, residenti in Roma: Catone, inoltre, voleva che Cesare deponesse la carica che, contro la legge deteneva da otto anni illegalmente, rientrando in Roma da privato cittadino. Su quest'atteggiamento ostile verso Cesare non si sa se e quanto avrà potuto influire la lunghissima relazione extraconiugale tra il conquistatore delle Gallie e Servilia, sorellastra dell'Uticense: di certo almeno in un'occasione l'Uticense ne rimase irritatissimo.
Con Cesare diventavano tre gli scontentati, rappresentanti della fazione dei populares: a questo punto i tre, Pompeo, Crasso e Cesare, umiliati da Catone, decidono di stringere un patto di mutua alleanza, il cosiddetto primo triumvirato, per impossessarsi del potere. In più di un'occasione Cicerone addebiterà all'Uticense la responsabilità d'aver rotto, col suo rigido atteggiamento, da stoico intransigente, la concordia ordinum, ossia quel delicato equilibrio su cui si reggeva, ma ancora per poco, il vecchio sistema repubblicano. Soltanto quando, morto Crasso nella battaglia di Carre contro i Parti (53 a.C.), tra Cesare e Pompeo cominciano a manifestarsi gelosie e reciproci sospetti, Catone, in un estremo tentativo di difendere le istituzioni repubblicane si avvicinò a Pompeo che, nel frattempo strizzava l'occhio agli optimates in funzione anticesariana: intanto Cesare, varca il Rubicone, puntando con le sue legioni su Roma: Pompeo, il senato romano e i catoniani abbandonano la città, sperando di ricongiungersi alle legioni anticesariane delle province. Gli eventi precipitano, portando allo scontro tra Cesare e Pompeo, e quando quest'ultimo, in fuga, dopo la battaglia di Farsalo (48 a.C.), viene ucciso a tradimento in Egitto, per ordine del quattordicenne faraone Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra, per Catone e i suoi seguaci, incalzati dalle legioni di Cesare, non rimane che tentare un'estrema resistenza nelle Province. La più sicura di esse era la Numidia, governata all'epoca dal re Giuba I, anticesariano e protettore dei catoniani, già distintosi per aver inferto gravi sconfitte all'avversario, ma prossimo, anche lui, alla capitolazione, nella battaglia di Tapso, e al suicidio (46 a.C.). Le milizie cesariane puntano ora su Utica, dove sono arroccati i Catoniani e dove si consuma l'estremo sacrificio di Catone.
Catone ebbe due mogli. La prima, Atilia, figlia di Caio Atilio Serranus, sposata nel 73 a.C., da cui ebbe il figlio Marco, morto a Filippi nel 42 a.C., e la figlia Porcia, che sposò Bruto. Da Atilia Catone divorziò nel 63 a.C. per adulterio. La seconda moglie di Catone fu Marzia, che venne da questo "data in prestito" a Quinto Ortensio. Dopo la scomparsa di questo secondo marito ella però tornò dal primo, divenendo un simbolo di fedeltà coniugale.
Morto Pompeo, Catone raggiunse Utica con un contingente forte di ben diecimila legionari, con i quali era riuscito a percorrere ben 1400 miglia (da Arsinoe in Cirenaica a Utica) in condizioni estreme e in poco meno di quattro mesi. A Utica i suoi fautori, in un primo tempo decisi a difendersi con il favore degli abitanti, si perdettero d'animo e cominciarono a parlare di arrendersi a Cesare, che non conosceva la parola sconfitta. Catone non voleva abbassarsi a chiedere grazia; perciò diede a coloro che volevano partire i mezzi per il viaggio, pranzò con tranquillità, trascorse le ultime ore in discussioni filosofiche e nella lettura di alcuni passi del Fedone di Platone, ovvero il libro che parla della sopravvivenza dell'anima dopo la morte, poi si trafisse con la spada il ventre dopo aver letto il libro per l'intera nottata, esclamando: «Virtù, non sei che una parola». Accorsi, i suoi amici gli fasciarono la ferita, ma egli, strappate le bende, volle morire infierendo nervosamente contro i suoi visceri. Per lui, stoico, la morte non era un male, ma uno strumento di liberazione dal momento che ogni altra via era preclusa. Si disse che Cesare avesse parole di ammirazione per questo suo ostinato avversario; ma quando Cicerone, Bruto e Fabio Gallo scrissero per esaltare la virtù e la preveggenza di Catone, Cesare rispose con gli Anticatones, due libelli polemici diretti a confutare l'esaltazione dell'Uticense, presentato dai suoi amici come martire della libertà repubblicana, dal tono volutamente denigratorio (anche in base a motivi di rancore personale poiché una figlia di Catone, Porcia, era appena diventata moglie di Bruto suscitando scandalo).

AUDIO: https://www.youtube.com/watch?v=Tgw7BWO1f5o

COMMENTO GENERALE

Le anime del Purgatorio sono già salve, ma prima di arrivare al Paradiso, per espiare i propri peccati, devono salire il monte come facevano ai tempi di Dante: i pellegrini che per far penitenza partivano per Roma o per Santiago di Compostela. Ogni anima deve dunque percorrere tutto il cammino e purificarsi in ogni cornice del peccato corrispondente; ma per facilitare l'incontro con determinati personaggi, il poeta li colloca nella cornice propria del loro peccato più rilevante. Il Purgatorio ha la funzione specifica di espiazione, riflessione e pentimento, ed è solo attraverso il cammino, quindi il pellegrinaggio verso Dio, che l'anima può aspirare alla redenzione. Questo vale anche per Dante, che all'inizio ha incise sulla fronte sette P, simbolo dei sette peccati capitali; alla fine di ciascuna cornice l'ala dell'angelo guardiano cancella la P indicando così che quella specifica espiazione è compiuta. Virgilio, nel canto XVII del Purgatorio (vv. 91-139), spiega l'ordinamento morale del secondo regno ultraterreno. Anche qui, come nell'Inferno, i peccatori sono divisi in tre grandi categorie a seconda che la loro colpa sia stata determinata da:
malo obietto, cioè scelte rivolte al male (superbia, invidia, ira);
poco di vigore nel perseguire il bene (accidia);
troppo di vigore nel perseguire i beni materiali (avarizia e prodigalità, gola e lussuria).
Sulla cima della montagna Dante colloca il Paradiso terrestre la cui amena selva che lo ricopre è in posizione simmetrica rispetto alla selva oscura dell'Inferno. Qui il ciclo di purificazione viene completato con l'immersione nelle acque del fiume Letè, che annulla il ricordo delle colpe, e dell'Eunoè, che vivifica il ricordo del bene compiuto nell'esistenza terrena.

Come per l'inferno voglio evidenziare, anche per il purgatorio, alcune terzine che ritengo sublimi.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
  per li grossi vapor Marte rosseggia 
giù nel ponente sovra ‘l suol marino, 

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, 
un lume per lo mar venir sì ratto, 
che ‘l muover suo nessun volar pareggia.
(Purgatorio, Canto II)

Amor che ne la mente mi ragiona 
cominciò elli allor sì dolcemente, 
che la dolcezza ancor dentro mi suona. 
(Purgatorio, Canto II)

Orribil furon li peccati miei; 
ma la bontà infinita ha sì gran braccia, 
che prende ciò che si rivolge a lei.
(Purgatorio, Canto III)   

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
(Purgatorio, Canto V)

Quando si parte il gioco de la zara,
  colui che perde si riman dolente, 
repetendo le volte, e tristo impara; 

con l’altro se ne va tutta la gente;
  qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
  e qual dallato li si reca a mente; 
(Purgatorio, Canto VI)

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”
(“Purgatorio”, Canto VI)

Era già l’ora che volge il disio 
ai navicanti e ‘ntenerisce il core 
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;         
(Purgatorio, Canto VIII)

purgatorio

Eugenio Caruso - 1 maggio 2020


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