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Purgatorio Canto IV. I pigri a pentirsi.

Il Canto si apre con una sottile dissertazione di Dante sulla natura dell'anima umana, che egli (seguendo Aristotele e san Tommaso) ritiene una sola, anche se possiede tre distinte potenze o virtù fondamentali, quella vegetativa, quella sensitiva e quella intellettiva.
Di ciò, spiega, ha avuto un'esperienza diretta nel corso del colloquio con Manfredi, che ha assorbito totalmente la sua attenzione e non gli ha permesso di accorgersi del tempo trascorso: il sole, infatti, è già salito di cinquanta gradi sull'orizzonte e sono dunque circa le 9.20 del mattino, mentre il gruppo di anime ha ormai guidato i due poeti al varco d'accesso al monte. La teoria esposta da Dante, che controbatte quella platonica e averroistica della triplice anima umana (concupiscibile, irascibile, razionale), può sembrare solo un'arida divagazione filosofica, ma si inserisce in un complesso discorso sul trascorrere del tempo che è centrale nel Canto e che avrà il suo momento culminante nell'incontro col protagonista Belacqua: il tempo è dimensione fondamentale nel Purgatorio, che è un luogo eterno come Inferno e Paradiso ma in cui le anime devono compiere un percorso di espiazione e sono quindi ansiose di poter accedere alle pene, per abbreviare il più possibile la loro permanenza lì prima di essere ammesse in Paradiso (e il passare del tempo è rappresentato visivamente dal corso del sole, citato da Dante in apertura di episodio, nell'ampia e complessa spiegazione astronomica posta al centro del Canto e alla fine, con l'avvertenza che è già mezzogiorno e che la notte è giunta all'estremo occidente dell'emisfero boreale).
Dopo essersi separati dai contumaci, i due poeti iniziano quindi ad ascendere verso la parte alta del monte e la salita è inizialmente molto faticosa: devono inerpicarsi lungo uno stretto sentiero scavato nella roccia, dal quale poi escono in un pendio più ampio ma sempre molto erto, con Virgilio che fa ovviamente da guida e Dante che fatica a stargli dietro, aiutandosi con mani e piedi.
La salita è allegoria del percorso morale dell'anima umana verso la virtù e la salvezza, che è naturalmente un percorso difficile, anche se poi Virgilio spiegherà che l'ascesa è ardua solo all'inizio e diviene poco alla volta più agevole, fino ad essere semplice come seguire la corrente di un fiume. La scena ricorda molto quella di Inf., XXIV, 22 ss., quando i due poeti avevano dovuto arrampicarsi lungo la parete della VI Bolgia per raggiungere quella seguente e una volta arrivati in cima il maestro aveva spronato Dante a proseguire, avvertendolo che seggendo in piuma, / in fama non si vien, né sotto coltre (47-48): qui l'avvertimento è di natura morale, significa che solo a fatica e a prezzo di sacrificio si raggiunge la sperata salvezza, senza farsi scoraggiare dalle difficoltà. È il senso della risposta di Virgilio a Dante, che dopo la dotta spiegazione sul corso del sole (Dante era stupito di vederlo a nord anziché a sud) chiede al maestro quanto durerà ancora la salita, dal momento che la cima del monte neppure si vede: il maestro lo esorta ad andare al fin d'esto sentiero, / quivi di riposar l'affanno aspetta, che è un invito a seguire la ragione finché questa lo condurrà alla meta agognata, quel Paradiso Terrestre dove lo attende la felicità terrena e, soprattutto, Beatrice.
A questa prima parte del quarto Canto dominata dall'ansia del tempo che scorre, dalla necessità di salire per raggiungere la virtù e dallo sprone di Virgilio a vincere le difficoltà con la sollecitudine, fa da contrappunto ironico la figura di Belacqua, che i due poeti incontrano tra le anime dei pigri a pentirsi che devono attendere tutto il tempo della loro vita prima di entrare in Purgatorio. L'incontro con l'amico fiorentino è una parentesi affettuosa che ha molte analogie con l'episodio di Casella, anche se qui i toni sono decisamente ironici (e corrispondono probabilmente al carattere del personaggio e ai suoi rapporti col poeta): è Belacqua ad apostrofare Dante, osservando sarcastico che prima di arrivare in cima al monte avrà bisogno di sedersi, mentre il poeta ribatte indicando a Virgilio quell'anima che siede con aspetto tanto negligente che la pigrizia sembra sua sorella.
Belacqua li guarda senza neppure muovere la testa, invitando Dante a proseguire visto che può farlo e chiedendogli con molta ironia se ha ben compreso la spiegazione del maestro sul corso del sole.
L'ironia del penitente è doppia, essendo rivolta contro Dante ma anche contro se stesso, per il quale lo scorrere del tempo ha ben diverso peso dal momento che lunga sarà l'attesa prima di iniziare la purificazione. Ritorna poi il motivo fondamentale soprattutto nei Canti iniziali del Purgatorio, ovvero la possibilità che le preghiere dei congiunti accorcino la permanenza delle anime nell'Antipurgatorio e nelle varie Cornici: lo stesso Belacqua, a dispetto dalla sua inerzia e del suo apparente disinteresse per il sole che compie il suo corso nel cielo, si mostra in fondo ansioso di iniziare a scontare la propria pena e si augura che una orazione... / che surga sù di cuor che in grazia viva lo aiuti ad abbreviare la sua permamenza lì prima di poter attraversare la porta del Purgatorio. È la stessa richiesta che già Manfredi aveva fatto a Dante alla fine del Canto precedente, sia pure in ben diverso contesto, e che gli rivolgeranno anche le anime dei morti per forza nei due successivi, anche se in quel caso con ben maggiore sollecitudine (Dante sarà addirittura assediato dalla folla di anime che lo pregano di ricordarli ai vivi, in una scena concitata che sarà antitetica alla immobilità della descrizione di Belacqua).

Note e passi controversi
Il v. 15 indica che il sole ha percorso cinquanta gradi sull'orizzonte, quindi sono passate circa tre ore e venti minuti dall'alba (il sole compie quindici gradi in un'ora); poiché in questa stagione il sole sorge circa alle 6 antimeridiane, sono circa le 9.20 del mattino.
La calla del v. 22 indica probabilmente un'apertura nella roccia, più che semplicemente un sentiero.
Le località citate ai vv. 25-26 sono luoghi montani difficili da scalare: Sanleo è un piccolo borgo presso S. Marino, arroccato su un alto e scosceso colle; Noli è una cittadina della Liguria di ponente, circondata da monti alti e di difficile accesso; il Bismantova è un monte dell'Appennino emiliano, dalle pareti a strapiombo; il Cacume è una cima del gruppo dei Lepini, vicino a Frosinone (alcuni mss. leggono in cacume, «sulla vetta», riferito al Bismantova).
Condotto (v. 29) è prob. sostantivo e indica probabilmente la guida, Virgilio (altri lo interpretano come participio riferito a Dante: «io guidato dietro a quello...»).
L'espressione al v. 37 (nessun tuo passo caggia) non è molto chiara e potrebbe voler dire «nessun tuo passo cada a vuoto», oppure «nessun tuo passo vada in discesa», come raccomandazione a proseguire l'ascesa.
Il v. 42 indica che la pendenza era maggiore di 45 gradi: il quadrante era uno strumento usato dagli astronomi per determinare l'altezza degli astri, con un quarto di cerchio graduato e un'asticciola fissa al centro, qui detta lista.
Il v. 54 può voler dire che guardare il percorso compiuto fa piacere, ma anche che guardare il levante, cioè il sole nascente, è di buon auspicio.
Aquilone (v. 60) indica il settentrione, da dove spira quel vento: Dante intende dire che, rivolto a est, ha il sole alla sua sinistra, cioè verso nord come è consueto nell'emisfero australe, e non a destra come accadrebbe nell'emisfero boreale.
I vv. 61-66 indicano che se la costellazione dei Gemelli (Castore e Poluce) fosse in congiunzione con il sole (lo specchio / che sù e giù del suo lume conduce), cioè se fosse il solstizio d'estate, Dante vedrebbe il sole stesso (il Zodiaco rubecchio, ovvero la parte dello Zodiaco rosseggiante per il sole) che ruota ancora più vicino alle Orse, quindi con una più forte componente nord.
I vv. 71-72 (la strada / che mal non seppe carreggiar Fetòn) alludono al mito di Fetonte, che ottenne dal padre Apollo di guidare il carro del sole: per la sua imperizia non seppe trattenere la foga dei cavalli, uscì dal percorso tracciato incendiando il cielo (da qui l'origine leggendaria della Via Lattea) e venne fulminato da Giove, che lo precipitò nel fiume Eridano (che venne identificato col Po).
Il mezzo cerchio del moto superno (v. 79) è il cerchio meridiano del Primo Mobile, che corrisponde all'Equatore celeste.
I versi finali (137-139) indicano che il sole tocca il meridiano, quindi è mezzogiorno, e nell'esmisfero boreale la notte copre ormai col suo piede il Marocco, cioè l'estremo occidente.

TESTO CANTO IV DEL PURGATORIO

Quando per dilettanze o ver per doglie, 
che alcuna virtù nostra comprenda 
l’anima bene ad essa si raccoglie,                                 3

par ch’a nulla potenza più intenda; 
e questo è contra quello error che crede 
ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.                        6

E però, quando s’ode cosa o vede 
che tegna forte a sé l’anima volta, 
vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;                  9

ch’altra potenza è quella che l’ascolta, 
e altra è quella c’ha l’anima intera: 
questa è quasi legata, e quella è sciolta.                     12

Di ciò ebb’io esperienza vera, 
udendo quello spirto e ammirando; 
ché ben cinquanta gradi salito era                                 15

lo sole, e io non m’era accorto, quando 
venimmo ove quell’anime ad una 
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».                         18

Maggiore aperta molte volte impruna 
con una forcatella di sue spine 
l’uom de la villa quando l’uva imbruna,                         21

che non era la calla onde saline 
lo duca mio, e io appresso, soli, 
come da noi la schiera si partìne.                                  24

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, 
montasi su in Bismantova ‘n Cacume 
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;                   27

dico con l’ale snelle e con le piume 
del gran disio, di retro a quel condotto 
che speranza mi dava e facea lume.                             30

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto, 
e d’ogne lato ne stringea lo stremo, 
e piedi e man volea il suol di sotto.                                33

Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo 
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, 
«Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».                 36

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; 
pur su al monte dietro a me acquista, 
fin che n’appaia alcuna scorta saggia».                       39

Lo sommo er’alto che vincea la vista, 
e la costa superba più assai 
che da mezzo quadrante a centro lista.                         42

Io era lasso, quando cominciai: 
«O dolce padre, volgiti, e rimira 
com’io rimango sol, se non restai».                              45

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», 
additandomi un balzo poco in sùe 
che da quel lato il poggio tutto gira.                                48

Sì mi spronaron le parole sue, 
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, 
tanto che ‘l cinghio sotto i piè mi fue.                             51

A seder ci ponemmo ivi ambedui 
vòlti a levante ond’eravam saliti, 
che suole a riguardar giovare altrui.                               54

Li occhi prima drizzai ai bassi liti; 
poscia li alzai al sole, e ammirava 
che da sinistra n’eravam feriti.                                        57

Ben s’avvide il poeta ch’io stava 
stupido tutto al carro de la luce, 
ove tra noi e Aquilone intrava.                                          60

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce 
fossero in compagnia di quello specchio 
che sù e giù del suo lume conduce,                              63

tu vedresti il Zodiaco rubecchio 
ancora a l’Orse più stretto rotare, 
se non uscisse fuor del cammin vecchio.                    66

Come ciò sia, se ‘l vuoi poter pensare, 
dentro raccolto, imagina Siòn 
con questo monte in su la terra stare                            69

sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn 
e diversi emisperi; onde la strada 
che mal non seppe carreggiar Fetòn,                            72

vedrai come a costui convien che vada 
da l’un, quando a colui da l’altro fianco, 
se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada».                             75

«Certo, maestro mio,», diss’io, «unquanco 
non vid’io chiaro sì com’io discerno 
là dove mio ingegno parea manco,                               78

che ‘l mezzo cerchio del moto superno, 
che si chiama Equatore in alcun’arte, 
e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno,                      81

per la ragion che di’, quinci si parte 
verso settentrion, quanto li Ebrei 
vedevan lui verso la calda parte.                                     84

Ma se a te piace, volontier saprei 
quanto avemo ad andar; ché ‘l poggio sale 
più che salir non posson li occhi miei».                        87

Ed elli a me: «Questa montagna è tale, 
che sempre al cominciar di sotto è grave; 
e quant’om più va sù, e men fa male.                            90

Però, quand’ella ti parrà soave 
tanto, che sù andar ti fia leggero 
com’a seconda giù andar per nave,                               93

allor sarai al fin d’esto sentiero; 
quivi di riposar l’affanno aspetta. 
Più non rispondo, e questo so per vero».                     96

E com’elli ebbe sua parola detta, 
una voce di presso sonò: «Forse 
che di sedere in pria avrai distretta!».                            99

Al suon di lei ciascun di noi si torse, 
e vedemmo a mancina un gran petrone, 
del qual né io né ei prima s’accorse.                           102

Là ci traemmo; e ivi eran persone 
che si stavano a l’ombra dietro al sasso 
come l’uom per negghienza a star si pone.               105

E un di lor, che mi sembiava lasso, 
sedeva e abbracciava le ginocchia, 
tenendo ‘l viso giù tra esse basso.                               108

«O dolce segnor mio», diss’io, «adocchia 
colui che mostra sé più negligente 
che se pigrizia fosse sua serocchia».                          111

Allor si volse a noi e puose mente, 
movendo ‘l viso pur su per la coscia, 
e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».                       114

Conobbi allor chi era, e quella angoscia 
che m’avacciava un poco ancor la lena, 
non m’impedì l’andare a lui; e poscia                          117

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, 
dicendo: «Hai ben veduto come ‘l sole 
da l’omero sinistro il carro mena?».                            120

Li atti suoi pigri e le corte parole 
mosser le labbra mie un poco a riso; 
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole                   123

di te omai; ma dimmi: perché assiso 
quiritto se’? attendi tu iscorta, 
o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».                              126

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? 
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri 
l’angel di Dio che siede in su la porta.                         129

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri 
di fuor da essa, quanto fece in vita, 
perch’io ‘ndugiai al fine i buon sospiri,                        132

se orazione in prima non m’aita 
che surga sù di cuor che in grazia viva; 
l’altra che val, che ‘n ciel non è udita?».                      135

E già il poeta innanzi mi saliva, 
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco 
meridian dal sole e a la riva 

cuopre la notte già col piè Morrocco».                          139

PARAFRASI DEL CANTO IV DEL PURGATORIO

Quando l'anima, a causa di una gioia o di un dolore che attiri su di sé una nostra virtù, si concentra tutta su di essa, sembra che non eserciti nessun'altra potenza; e questo contraddice l'errore di chi crede che in noi vi siano molteplici anime.

E perciò, quando si ascolta o si vede una cosa che assorbe tutta l'attenzione dell'anima, il tempo corre e l'uomo non se ne accorge;

infatti, la potenza che percepisce lo scorrere del tempo è una, mentre quella che possiede l'anima intera è un'altra: quest'ultima è quasi legata, mentre la prima è libera.

Di questo io ebbi una conferma diretta, ascoltando quello spirito (Manfredi) pieno di stupore; infatti, il sole era salito in cielo di ben cinquanta gradi e io non me n'ero accorto, quando giungemmo al punto in cui quelle anime dissero a una voce: «Questo è il luogo che avete chiesto».

Molte volte il contadino, quando l'uva è matura, ostruisce con una piccola quantità di spine un'apertura (nella siepe) più grande di quanto fosse il sentiero per cui salì il mio maestro e io dietro di lui, soli, non appena la schiera di anime se ne andò.

Si procede in Sanleo e si scende a Noli, si sale sul Bismantova e sul monte Cacume solo con i piedi; ma lì è necessario volare;

volare, intendo dire, con le ali leggere e le piume del grande desiderio, dietro a quella guida (Virgilio) che mi dava speranza e faceva strada.

Noi salivamo entro il sentiero scavato nella roccia e le estremità ci stringevano da ogni lato, e bisognava aiutarsi con mani e piedi.

Quando raggiungemmo l'orlo superiore dell'alta parete, dove il pendio era più spazioso, dissi: «Maestro mio, ora che strada prenderemo?»

E lui a me: «Nessun tuo passo vada verso il basso; prosegui sempre in alto dietro di me, finché ci apparirà qualcuno che ci fornisca indicazioni».

La cima era così alta che non si vedeva, e la pendenza assai più ripida dell'asticciola a metà del quadrante (più di 45 gradi).

Io ero stanco, quando dissi: «Dolce padre, voltati e guarda come rimango da solo, se non ti fermi».

Lui disse: «Figlio mio, cerca di arrivare fin qui», indicandomi un ripiano poco più alto che da quel lato circonda tutto il monte.

Le sue parole mi spronarono a tal punto che io mi sforzai, camminando carponi dietro di lui, finché giunsi su quel ripiano.

Ci sedemmo lì entrambi, rivolti a levante nella direzione da cui eravamo saliti, cosa che di solito fa piacere guardare.

Dapprima guardai verso il basso, poi alzai lo sguardo al sole ed ero stupito del fatto che ci colpisse da sinistra.

Virgilio capì che io guardavo meravigliato il carro della luce (il sole), nel punto in cui avanzava tra noi e il nord.

Allora mi disse: «Se la costellazione dei Gemelli fosse congiunta con quello specchio che fa salire e scendere la luce (col sole), tu vedresti lo Zodiaco rosseggiante (il sole stesso) ruotare ancora più vicino al nord, a meno che non uscisse dal suo consueto cammino.

Se vuoi capire come ciò sia possibile, immagina con grande concentrazione che Gerusalemme e il Purgatorio stiano sulla Terra, in modo tale che entrambi hanno un unico orizzonte, ma diversi emisferi (perché agli antipodi); per cui vedrai che il cammino del sole deve procedere da una parte per chi è a Gerusalemme e dall'altra per chi è qui, se il tuo intelletto comprende chiaramente»

Io dissi: «Certo, maestro mio, non ho mai visto così chiaramente come io ora capisco ciò che prima faticavo a comprendere,

cioè che il cerchio meridiano del Primo Mobile (l'Equatore celeste), che è chiamato Equatore nell'arte astronomica, e che resta sempre a metà tra il sole e l'inverno, per la ragione che hai spiegato dista da qui a nord tanto quanto gli Ebrei lo vedevano distare da loro a sud (Gerusalemme e il Purgatorio sono equidistanti dall'Equatore).

Ma se sei d'accordo, vorrei sapere quanto dobbiamo ancora procedere, perché il monte si erge più in alto di dove arrivino i miei occhi».

E lui a me: «Questa montagna è tale che all'inizio l'ascesa è sempre molto faticosa; quanto più si va su, tanto meno è ardua.

Perciò, quando essa ti sembrerà tanto dolce che il salire sarà per te facile come scendere la corrente di un fiume, allora sarai alla fine di questo cammino; aspetta a riposarti qui. Non aggiungo altro, e so che questo è vero».

E appena Virgilio ebbe finito di parlare, si sentì una voce lì vicino: «Forse prima avrai bisogno di sederti!»

Al suono di quella voce ci voltammo entrambi e vedemmo alla nostra sinistra una gran roccia, della quale nessuno dei due prima si era accorto.

Andammo lì e trovammo delle anime che stavano all'ombra dietro il sasso, come qualcuno che riposa negligente.

E uno di loro, che mi sembrava stanco, sedeva e abbracciava le ginocchia, tenendo la testa rivolta a terra tra le gambe.

Io dissi: «O dolce mio maestro, guarda quell'anima che sembra più negligente che se la pigrizia fosse sua sorella».

Allora rivolse la sua attenzione a noi, muovendo solo lo sguardo lungo la coscia, e disse: «Prova tu a salire, visto che sei bravo!»

Allora lo riconobbi e quell'affanno che mi affaticava un poco ancora il respiro non mi impedì di andare da lui; e dopo averlo raggiunto, egli alzò a malapena la testa, dicendomi: «Hai visto come il sole compie il suo cammino dal lato sinistro?»

I suoi atteggiamenti pigri e le brevi parole mi spinsero a ridere un poco; poi iniziai: «Belacqua, ormai non sono più in pena per te, ma dimmi: perché te ne stai qui seduto? aspetti una guida, oppure hai ripreso le vecchie abitudini?»

E lui: «Fratello, che vuoi che serva salire? l'angelo di Dio che fa la guardia alla porta non mi lascerebbe accedere alle pene.

Dal momento che indugiai a pentirmi fino all'ultimo, prima è necessario che il cielo ruoti intorno a me nell'Antipurgatorio tanto quanto fece in vita, se prima non mi aiuta una buona preghiera che sorga da un cuore in grazia di Dio: un'altra non servirebbe a nulla, poiché in cielo non sarebbe ascoltata».

E già Virgilio si avviava a salire davanti a me, e diceva: «Vieni, ormai; vedi che il sole ha raggiunto il meridiano (è mezzogiorno), e la notte copre già col piede la riva del Marocco.


AUDIO: https://www.youtube.com/watch?v=bf4Hq9s2B1k


purgatorio

Eugenio Caruso - 23 luglio 2020


Tratto da

1

www.impresaoggi.com