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Purgatorio. Canto V. Morti in modo violento, ma pentiti dei peccati.

Il Canto inizia coi due poeti che si allontanano dal primo balzo dell'Antipurgatorio, mentre le anime dei pigri si accorgono che Dante è vivo e iniziano a indicarlo con insistenza, inducendolo a fermarsi e a guardarli. La cosa suscita il rimprovero di Virgilio al discepolo, accusato di perdere tempo ascoltando ciò che quivi si pispiglia, invece di affrettarsi a seguirlo per raggiungere la sommità del monte: il richiamo del maestro sembra eccessivo, ma esso si inserisce nel discorso sul tempo che ha occupato buona parte del Canto IV e che è fondamentale nel secondo regno, dove le anime, incluso Dante, devono compiere un percorso che richiede impegno e fatica, per cui attardarsi è inutile e contrario al loro dovere (si è anche pensato a un riferimento alle critiche che il poeta ricevette per la sua condotta politica, in particolare per il suo rifiuto a rientrare a Firenze nel 1315, per cui l'ammonimento di Virgilio è a non badare alle chiacchiere di gente inferiore, di mantenersi saldo nei suoi propositi sapendo di essere dalla parte della ragione). Fatto sta che Dante prova vergogna per il rimprovero, in modo simile a Inf., XXX, 130-148, e si affretta a seguire il maestro fino al secondo balzo, dove incontrano la schiera delle anime dei morti per violenza.
Qui la reazione dei penitenti è di stupore come quella delle altre anime già incontrate, anche se il loro atteggiamento è del tutto opposto a quello dei pigri: questi penitenti mandano subito «messaggeri» per chiedere notizie dei due viaggiatori, quindi tornano dai loro compagni con la notizia che Dante è vivo correndo velocissimi, come stelle cadenti che fendono il cielo notturno o lampi che squarciano il cielo estivo al tramonto. La loro concitazione segna tutto l'episodio e l'inizio del successivo, creando un forte contrasto con l'inerzia e l'immobilità di pigri: queste anime rincorrono letteralmente Dante (cui Virgilio ha raccomandato di non fermarsi e di ascoltare camminando), lo assediano, lo esortano a rallentare il passo in modo insistente (deh, perché vai? deh, perché non t'arresti?). La loro preoccupazione, come per tutte le anime dell'Antipurgatorio, è di essere ricordate ai vivi perché questi, con le loro preghiere, possono abbreviare la loro attesa, cosa che vale soprattutto per loro che, essendo morti violentemente e avendo peccato fino all'ultimo, potevano essere creduti all'Inferno. Dante presenta tre di queste anime, la cui rapida successione scandisce i vari momenti della seconda parte del Canto: sono tre episodi molto diversi, per il tono e la funzione narrativa che ciascuno di essi assolve e anche per estensione, dal momento che quello di Bonconte è decisamente più ampio degli altri due che gli fanno, per così dire, da cornice.
Il primo a parlare è Iacopo del Cassero, che non dice il proprio nome (la sua storia era talmente nota che l'identificazione non lasciava dubbi) e dopo aver pregato Dante di sollecitare le preghiere dei congiunti racconta la vicenda della sua uccisione. Le sue parole sono un duro atto d'accusa contro il mandante dei suoi sicari, quell'Azzo VIII d'Este già citato da Dante come uccisore del proprio padre in Inf., XII, 112 e spesso da lui esecrato come spietato tiranno; Iacopo descrive la crudezza della sua morte, che avvenne là dove credeva di essere al sicuro (in grembo a li Antenori, nel padovano), ed esprime un certo rimpianto per il fatto di essere rimasto impacciato nella palude di Oriago dove fu ferito a morte, cosa che gli impedì di essere soccorso e, forse, di sopravvivere.
Molto diverso il discorso di Bonconte da Montefeltro, che si presenta e suscita la curiosità di Dante, poiché il suo corpo non era mai stato trovato sul campo di Campaldino dove egli era caduto, nella stessa battaglia cui il poeta aveva preso parte. Il racconto di Bonconte delinea uno scenario grandioso e solenne, che riprende il racconto simile che il padre Guido aveva fatto a Dante nel Canto XXVII dell'Inferno, in quel caso credendo che le sue parole non sarebbero arrivate nel mondo. Bonconte invita invece Dante a riferire a' vivi la verità di quanto accadde a Campaldino: la sua anima venne contesa tra un angelo e un diavolo, ma l'esito di questo contrasto era stato opposto a quello narrato da Guido, in quanto Bonconte si era pentito sinceramente e dunque la sua anima era destinata al Purgatorio. A quel punto il diavolo aveva scatenato una terribile tempesta che trascinò via il cadavere di Bonconte, seppellendolo sul fondale dell'Arno e non facendolo più ritrovare: il racconto del penitente è importante e crea un voluto contrasto con l'episodio del padre Guido, poiché quello era da tutti creduto salvo per la sua monacazione e invece è finito dannato per la non sincerità del suo pentimento, mentre Bonconte si è realmente pentito e ora è salvo, anche se la sua morte violenta e la scomparsa dal cadavere potevano far credere alla sua dannazione.
La salvezza di Bonconte è l'ennesimo caso di una rivelazione inattesa che sconfessa la credenza popolare su un personaggio, meno clamoroso di quello di Manfredi o di altri, ma egualmente significativo del fatto che solo Dio può leggere la bontà del pentimento nel cuore dell'uomo e nessuno, quindi, può sapere con certezza quale sarà il destino ultraterreno di un personaggio.
L'episodio si chiude con la parentesi delicatissima di Pia de' Tolomei, che prende la parola dopo la grandiosa descrizione delle potenze infernali con pochi versi di straordinaria dolcezza: la penitente è meno insistente degli altri, prega Dante di ricordarsi di lei quando sarà tornato sulla Terra ed essersi riposato de la lunga via (l'accento torna sulla fatica del cammino, che il poeta compie per purificarsi e con tutto il corpo). Gli ultimi tre versi del Canto sono come un'epigrafe funeraria, con l'indicazione del luogo di nascita e di morte della fanciulla (Siena mi fé, disfecemi Maremma) e l'accusa, molto velata e in tono col personaggio, rivolta al marito di averla uccisa, senza alcuna parvenza di rancore o di biasimo. Non conosciamo la causa esatta di questo omicidio, che forse non era nota neppure a Dante, quindi è impossibile dire se Pia con le sue parole voglia protestare la sua innocenza, o scusare il marito per averla assassinata, o ancora esprimere il perdurare del suo amore per lui nonostante quel che ha fatto: non è escluso che qui, come in altri casi nel poema (Ugolino, ad es., sia pure in un contesto lontano da questo) Dante voglia lasciare le cose nell'indeterminatezza, chiudendo il Canto con questa figura fragile e delicata che costituisce quasi una pausa al tono concitato dell'intero episodio (e che riprenderà all'inizio del seguente, con Dante che faticherà a liberarsi delle anime che lo assillano con una certa petulanza, rispetto alle quali Pia rappresenta una notevole eccezione).

Note e passi controversi
Alcuni, al v. 14 leggono fermo, riferito a Dante e non alla torre, ma è poco probabile.
Il verbo insolla (v. 18) significa «indebolisce» e deriva dall'aggettivo «sollo», debole.
In forma di messaggi (v. 28) vuol dire «in qualità di messaggeri».
L'espressione vapori accesi (v. 37) significa sia «stelle cadenti» sia «lampi»: fa da soggetto al verbo fender che ha come compl. ogg. rispettivamente sereno e nuvole d'agosto; sol calando ha valore di un ablativo assoluto latino e vuol dire «al calare del sole».
Il v. 66 significa «purché l'impossibilità non impedisca la tua buona volontà»; nonpossa è parola composta come «noncuranza».
Il paese (v. 68) che sta tra la Romagna e il regno di Napoli, governato da Carlo II d'Angiò, è la Marca Anconetana dove sorgeva Fano.
L'espressione in sul quale io sedea (v. 74) vuol dire «sul quale (sangue) io, anima, avevo la mia sede» (era opinione diffusa, nella fisiologia medievale, che l'anima umana risiedesse nel sangue.
Il territorio di Padova è detto in grembo a li Antenòri (v. 75) perché secondo un'antica leggenda Antenore aveva fondato la città veneta.
Il braco citato al v. 82 è il fango (cfr. Inf., VIII, 50: come porci in brago).
Al v. 88 Bonconte si presenta e usa due diversi tempi (fui... son), a indicare ciò che fu in vita, cioè membro della casata di Guido da Montefeltro, e ciò che continua a essere come individuo.
L'Archiano (v. 95) è un affluente di sinistra dell'Arno, che vi sfocia dopo aver attraversato la pianura del Casentino e che nasce presso l'Eremo (Ermo) di Camaldoli, in un luogo boscoso presso il Falterona, sull'Appennino. Il suo nome diventa vano (v. 97) nel punto in cui sfocia nell'Arno.
Ai vv. 100-102 alcuni editori moderni mettono una virgola dopo vista e legano la parola al verbo finì (prima persona singolare); in tal caso si dovrebbe leggere: «Qui persi la vista e le mie parole finirono col nome di Maria...». L'interpretazione è convincente, anche se il verbo finire nel senso di «morire» è ampiamente attestato nella lingua del Trecento.
L'etterno (v. 106) è l'anima di Bonconte, mentre l'altro (v. 108)è il corpo; da notare la replicazione de l'altro altro governo.
I vv. 112-113 sono stati variamente interpretati, ma il senso più probabile sembra essere questo: «quello (il demonio) unì la volontà malvagia (mal voler), che ricerca solo il male, all'intelletto...». Era opinione dei teologi che il diavolo avesse il potere di agire sugli elementi atmosferici.
Il gran giogo (v. 116) non indica forse una cima in particolare, ma l'ultimo tratto dell'Alpe di Serra (detto anche «giogana»).
Il fiume real (v. 122) è l'Arno, che nel Trecento era detto così come tutti i fiumi che sfociavano in mare.
Il v. 129 che chiude il racconto di Bonconte (poi di sua preda mi coperse e cinse) è sembrato a molti commentatori particolarmente lapidario, tanto da essere accostato alla chiusa del racconto di Ulisse (Inf., XXVI, 142): infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.
Il verbo salsi (v. 135) è forma contratta di sallosi e significa «lo sa».
Alcuni mss. leggono al v. 136 disposata, che darebbe alla frase questo senso: «colui che mi aveva sposata dopo che ero stata già inanellata», quindi in seconde nozze (di un primo matrimonio di Pia non abbiamo alcuna notizia certa); è più probabile la lezione a testo, poiché il disposare e l'inanellare erano i due atti della cerimonia religiosa, in quanto col primo si dichiarava la volontà di sposare, col secondo si poneva l'anello come segno di tale volontà.

TESTO

Io era già da quell’ombre partito, 
e seguitava l’orme del mio duca, 
quando di retro a me, drizzando ‘l dito,                           3

una gridò: «Ve’ che non par che luca 
lo raggio da sinistra a quel di sotto, 
e come vivo par che si conduca!».                                   6

Li occhi rivolsi al suon di questo motto, 
e vidile guardar per maraviglia 
pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.                            9

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», 
disse ‘l maestro, «che l’andare allenti? 
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?                                  12

Vien dietro a me, e lascia dir le genti: 
sta come torre ferma, che non crolla 
già mai la cima per soffiar di venti;                                 15

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla 
sovra pensier, da sé dilunga il segno, 
perché la foga l’un de l’altro insolla».                            18

Che potea io ridir, se non «Io vegno»? 
Dissilo, alquanto del color consperso 
che fa l’uom di perdon talvolta degno.                           21

E ‘ntanto per la costa di traverso 
venivan genti innanzi a noi un poco, 
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.                              24

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco 
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, 
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;                      27

e due di loro, in forma di messaggi, 
corsero incontr’a noi e dimandarne: 
«Di vostra condizion fatene saggi».                               30

E ‘l mio maestro: «Voi potete andarne 
e ritrarre a color che vi mandaro 
che ‘l corpo di costui è vera carne.                                 33

Se per veder la sua ombra restaro, 
com’io avviso, assai è lor risposto: 
fàccianli onore, ed essere può lor caro».                     36

Vapori accesi non vid’io sì tosto 
di prima notte mai fender sereno, 
né, sol calando, nuvole d’agosto,                                   39

che color non tornasser suso in meno; 
e, giunti là, con li altri a noi dier volta 
come schiera che scorre sanza freno.                          42

«Questa gente che preme a noi è molta, 
e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta: 
«però pur va, e in andando ascolta».                             45

«O anima che vai per esser lieta 
con quelle membra con le quai nascesti», 
venian gridando, «un poco il passo queta.                   48

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, 
sì che di lui di là novella porti: 
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?                 51

Noi fummo tutti già per forza morti, 
e peccatori infino a l’ultima ora; 
quivi lume del ciel ne fece accorti,                                  54

sì che, pentendo e perdonando, fora 
di vita uscimmo a Dio pacificati, 
che del disio di sé veder n’accora».                               57

E io: «Perché ne’ vostri visi guati, 
non riconosco alcun; ma s’a voi piace 
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,                                   60

voi dite, e io farò per quella pace 
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida 
di mondo in mondo cercar mi si face».                         63

E uno incominciò: «Ciascun si fida 
del beneficio tuo sanza giurarlo, 
pur che ‘l voler nonpossa non ricida.                             66

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo, 
ti priego, se mai vedi quel paese 
che siede tra Romagna e quel di Carlo,                       69

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese 
in Fano, sì che ben per me s’adori 
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.                            72

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri 
ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea, 
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,                              75

là dov’io più sicuro esser credea: 
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira 
assai più là che dritto non volea.                                    78

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, 
quando fu’ sovragiunto ad Oriaco, 
ancor sarei di là dove si spira.                                        81

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco 
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io 
de le mie vene farsi in terra laco».                                  84

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio 
si compia che ti tragge a l’alto monte, 
con buona pietate aiuta il mio!                                        87

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; 
Giovanna o altri non ha di me cura; 
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».                     90

E io a lui: «Qual forza o qual ventura 
ti traviò sì fuor di Campaldino, 
che non si seppe mai tua sepultura?».                        93

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino 
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, 
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.                            96

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano, 
arriva’ io forato ne la gola, 
fuggendo a piede e sanguinando il piano.                   99

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi 
caddi, e rimase la mia carne sola.                                102

Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi: 
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno 
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?                        105

Tu te ne porti di costui l’etterno 
per una lagrimetta che ‘l mi toglie; 
ma io farò de l’altro altro governo!".                               108

Ben sai come ne l’aere si raccoglie 
quell’umido vapor che in acqua riede, 
tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.                           111

Giunse quel mal voler che pur mal chiede 
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento 
per la virtù che sua natura diede.                                   114

Indi la valle, come ‘l dì fu spento, 
da Pratomagno al gran giogo coperse 
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,                        117

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse; 
la pioggia cadde e a’ fossati venne 
di lei ciò che la terra non sofferse;                                 120

e come ai rivi grandi si convenne, 
ver’ lo fiume real tanto veloce 
si ruinò, che nulla la ritenne.                                          123

Lo corpo mio gelato in su la foce 
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse 
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce                     126

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse; 
voltòmmi per le ripe e per lo fondo, 
poi di sua preda mi coperse e cinse».                         129

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo, 
e riposato de la lunga via», 
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,                                 132

«ricorditi di me, che son la Pia: 
Siena mi fé, disfecemi Maremma: 
salsi colui che ‘nnanellata pria 

disposando m’avea con la sua gemma».                   136

 

PARAFRASI

Io mi ero già allontanato da quelle anime e seguivo i passi della mia guida, quando dietro a me, drizzando il dito, una di esse gridò: «Vedete che il raggio del sole da sinistra non sembra attraversare quello che segue, che sembra proiettare un'ombra come un vivo!»

Rivolsi lo sguardo al suono di queste parole e vidi quelle anime che meravigliate guardavano me, proprio me, e la luce del sole interrotta dal mio corpo.

Il maestro mi disse: «Perché il tuo animo si lascia distrarre al punto di rallentare il cammino? che t'importa di ciò che si mormora qui?

Seguimi e lascia che la gente parli: sta' come una torre salda, che non ondeggia mai la sua cima per quanto i venti soffino;

infatti, l'uomo in cui un pensiero ne fa nascere un altro allontana da sé la propria meta, perché la forza dell'uno indebolisce quella dell'altro».

Che potevo dire, se non «Ti seguo»? Lo dissi, alquanto cosparso del rossore che talvolta fa l'uomo degno di esser perdonato.

E intanto, su un ripiano roccioso che tagliava il monte trasversalmente, venivano verso di noi delle anime poco lontane, che cantavano il Salmo 'Miserere' a versetti alternati.

Quando videro che io, col mio corpo, non permettevo ai raggi del sole di passare, mutarono il loro canto in un «oh!» lungo e fioco;

e due di loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci chiesero: «Informateci della vostra condizione».

E il mio maestro: «Voi potete tornare indietro e riferire a quelli che vi hanno mandati qui che il corpo di costui è in carne e ossa.

Se essi, come penso, si sono fermati per aver visto la sua ombra, vi ho detto abbastanza: lo accolgano cortesemente e ciò potrà tornare loro utile».

Io non ho mai visto stelle cadenti fendere il cielo all'inizio della notte, né lampi squarciare le nuvole d'agosto al calar del sole, tanto rapidamente quanto quelle anime tornarono in alto; e arrivate là, corsero verso di noi con le altre come una schiera sfrenata.

Virgilio disse: «Questa gente che si accalca intorno a noi è molta, ed essi vengono a pregarti: perciò continua a camminare e ascolta mentre procedi».

Essi venivano gridando: «O anima che vai per essere felice, con quel corpo col quale sei nato, rallenta un poco il passo.

Guarda se hai mai visto qualcuno di noi nel mondo, così che tu possa portare sue notizie sulla Terra: suvvia, perché continui a camminare? Suvvia, perché non ti fermi?

Noi tutti siamo stati uccisi violentemente e siamo stati peccatori fino all'ultima ora; in punto di morte una luce del cielo ci illuminò la mente, cosicché, pentendoci e perdonando, uscimmo fuori dalla vita in grazia di Dio, il quale ci strugge nel desiderio di vederlo».

E io: «Per quanto io guardi i vostri volti, non ne riconosco nessuno; ma se voi volete qualcosa che sia in mio potere, spiriti fortunati, ditelo e io lo farò, in nome di quella pace che io, seguendo i passi di questa guida, cerco nei regni dell'Oltretomba».

E uno iniziò: «Ciascuno si fida della tua promessa senza bisogno di giuramenti, purché l'impossibilità (nonpossa) non impedisca la tua volontà.

Perciò io, che parlo da solo davanti agli altri, ti prego, se mai andrai in quel paese (la Marca Anconetana) che sta tra la Romagna e il regno di Carlo d'Angiò, che tu preghi i miei congiunti a Fano, così che essi preghino per me e mi permettano di espiare le mie colpe.

Io ero originario di Fano, ma le profonde ferite da cui uscì il sangue nel quale risiedeva la mia anima, mi furono inferte nel territorio di Padova,

là dove credevo di essere al sicuro: artefice di questo fu Azzo VIII d'Este, che mi odiava assai più di quanto avesse ragione.

Ma se io fossi fuggito verso il borgo della Mira, quando fui raggiunto dai suoi sicari ad Oriago, sarei ancora nel mondo dei vivi.

Invece corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono al punto che caddi; e lì vidi il sangue che mi usciva dalle vene e formava un lago al suolo».

Poi un altro disse: «Orsù, ti auguro che si realizzi quel desiderio che si spinge su per l'alto monte; tu con buona pietà aiuta il mio!

Io fui uno di Montefeltro e mi chiamo Bonconte; né la mia vedova Giovanna né gli altri miei congiunti si curano di me, per cui io mi vergogno fra queste anime».

E io a lui: «Quale forza o caso fortuito ti trascinò fuori da Campaldino, così che il tuo corpo non fu mai ritrovato?»

Lui rispose: «Oh! Ai piedi del Casentino scorre un torrente chiamato Archiano, che nasce in Appennino presso l'Eremo di Camaldoli.

Nel punto dove si getta in Arno e perde il suo nome, arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e insanguinando la pianura.

Qui persi la vista e la parola; morii pronunciando il nome di Maria e caddi, e rimase solo il mio corpo.

Ora ti dirò la verità e tu riferiscila ai vivi: l'angelo di Dio mi prese, e quello d'Inferno gridava: "O tu del cielo, perché mi togli ciò che mi spetta?

Tu porti via la parte eterna (l'anima) di costui per una lacrimetta che me la toglie; ma io riserverò ben altro trattamento al corpo!".

Tu sai bene come nell'atmosfera si raccolga quel vapore umido che ridiventa acqua, non appena sale dove è più freddo.

Quel diavolo unì la sua volontà malvagia, che cerca solo il male, con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento grazie al potere che la natura gli ha concesso.

Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la pianura da Pratomagno fino alle alte vette dell'Appennino; e rese il cielo soprastante gonfio di umidità, tanto che questa si trasformò in pioggia; essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i fossati;

e quando confluì ai corsi d'acqua, si riversò verso l'Arno tanto velocemente che nulla poté arrestarla.

L'Archiano rapinoso trovò il mio corpo morto sulla foce e lo spinse nell'Arno, sciogliendo la croce che avevo fatto sul mio petto con le braccia quando fui giunto alla fine; mi fece rotolare per le rive e sul fondale, poi mi seppellì coi detriti che aveva trascinato».

«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo cammino», proseguì un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che sono Pia (de' Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi aveva dato l'anello nuziale».

AUDIO: https://www.youtube.com/watch?v=MMsCxR2RWyk&t=19s

AUDIO https://www.youtube.com/watch?v=TACYlwAfBrc

IACOPO DEL CASSERO

Nacque a Fano intorno al 1260 da Uguccione del Cassero. Fu magistrato guelfo di Fano e tra il 1288 e il 1289 partecipò con i Guelfi marchigiani alleati a Firenze alla battaglia di Campaldino contro i Ghibellini di Arezzo. Qui probabilmente conobbe Dante. Difese Bologna, città di cui fu podestà dal 1296 al 1297, dalle mire espansionistiche di Azzo VIII d'Este, signore di Ferrara. Nel 1298 venne eletto podestà di Milano e per raggiungere la città decise prudentemente di passare da Venezia via mare e proseguire per terra, evitando così i territori degli Estensi. Nonostante ciò, mentre si trovava nel padovano sulle rive del Brenta, presso le paludi che attorniavano il castello di Oriago, venne raggiunto dai sicari di Azzo VIII e ferito a una gamba e all'inguine, cercò riparo in una palude dove morì dissanguato. Oggi le sue spoglie riposano nella Chiesa di San Pietro in Episcopio a Fano dopo essere state conservate fino al 1994 presso la Chiesa di San Domenico (sempre a Fano) sotto la protezione della Madonna del Latte.

BONCONTE DA MONTEFELTRO

Bonconte da Montefeltro (1250? – Piana di Campaldino, 11 giugno 1289) è stato un condottiero italiano di parte ghibellina. Quarto figlio di Guido da Montefeltro, apparteneva alla casata dei Signori di Urbino. Molto legato ad Arezzo (probabilmente vi era nato attorno al 1250). Nel 1287 Bonconte partecipò alla guerra civile che si concluse con la cacciata dei guelfi dalla città. Nel 1288 partecipò alle Giostre del Toppo, la battaglia in cui gli Aretini sconfissero i Senesi presso Pieve al Toppo. La sua fama, tuttavia, è legata alla battaglia di Campaldino, avvenuta il giorno 11 giugno 1289, in cui, conducendo la cavalleria ghibellina, trovò la morte. Il suo corpo non fu rinvenuto e questa circostanza, assieme al resto della sua vicenda umana, colpì Dante Alighieri che combatteva fra i suoi avversari. Dante gli attribuisce un pentimento in extremis e proprio a questo è dovuto il mancato ritrovamento del corpo. La scena che il poeta tratteggia è famosissima: un diavolo si sta preparando a portare l'anima di Bonconte all'Inferno, ma l'ultima parola del condottiero "forato ne la gola" è stata un'invocazione a Maria e l'ultimo atto quello di formare una croce con le braccia. Questo basta per giustificarlo agli occhi di Dio. Un angelo accompagna l'anima in Purgatorio e al diavolo non resta che vendicarsi scatenando a sera un furioso temporale (cronisticamente attestato) che trascina il corpo inanimato di Bonconte dalla foce del torrente Archiano in piena fin alle acque tumultuose dell'Arno, sciogliendo il suo segno di croce e disperdendo per sempre tra i detriti ("poi di sua preda mi coverse e cinse") la povera salma.

PIA DE' TOLOMEI

Ella enuncia gentilmente e brevemente il luogo in cui nacque, Siena, e in cui fu uccisa, la Maremma. Allude amaramente al suo assassino, il marito, come a colui che, dandole la morte, non rispettò la promessa di indissolubile fedeltà dell'anello nuziale. Pia racconta la sua storia a Dante con una concisione quasi cronachistica, a sottolineare il suo completo distacco dalla vita e dal mondo terreno: tutta l'enfasi di Pia è nel suo «Ricorditi». È l'unica anima nel canto dalla quale traspare un velo di cortesia, chiedendo al poeta di ricordarla tra i vivi, solo quando si sarà riposato dal lungo viaggio. Dopo il tumultuoso crescendo del racconto dell'anima precedente, Bonconte da Montefeltro, il canto si chiude con il tono elegiaco e malinconico dell'appello di Pia.
Quel «Ricorditi di me... » così struggente è diventato uno dei versi più famosi del poema (anche se non è l'unica anima a formulare tale richiesta) ed è permeato di femminile levità, sottolineata dall'uso dell'articolo determinativo davanti al nome («la Pia»), tipico del linguaggio familiare. Pia ha bisogno che Dante preghi per lei, perché sa che nessuno della sua famiglia lo farebbe: lo chiede per accelerare la sua salita verso il paradiso.
La celebrità di questo passo è però dovuta soprattutto all'alone di mistero che circonda la figura di Pia. L'identificazione con Pia de' Tolomei è stata sin qui accettata, anche se mai documentata in modo decisivo. I commentatori antichi del poema la indicarono subito come una donna della famiglia dei Tolomei di Siena, andata sposa a Nello dei Pannocchieschi, signore del Castel di Pietra in Maremma, podestà di Volterra e Lucca, capitano della Taglia guelfa nel 1284 e vissuto almeno fino al 1322, anno in cui fece testamento. Dallo stesso si rivela il legame politico con la città di Siena. È documentato il suo secondo matrimonio, da vedovo, con Margherita Aldobrandeschi, contessa di Sovana e Pitigliano. In questo vuoto (gli archivi tacciono su chi fosse stata la prima moglie di Nello) fu inserita, forse tendenziosamente, la figura di Pia de' Tolomei.
Nello infatti possedeva il Castel di Pietra in Maremma, dove nel 1297 egli avrebbe fatto assassinare la donna, facendola gettare da una finestra, dopo averla rinchiusa per un po' nel suo castello, forse per la scoperta della sua mai provata infedeltà, forse per liberarsi di lei, desiderando il nuovo matrimonio. Secondo altri commentatori antichi potrebbe essere stata uccisa per aver commesso qualche fallo (tesi di Jacopo della Lana, l'Ottimo e Francesco di Bartolo); secondo altri ancora, quali Benvenuto e l'anonimo fiorentino del XIV secolo, per uno scatto di gelosia del marito. Nello di Inghiramo dei Pannocchieschi della Pietra sposò sicuramente Margherita Aldobrandeschi dalla quale ebbe anche un figlio, Binduccio o Bindoccio, che morì a tredici anni perché buttato in un pozzo a Massa Marittima per mano di sicari della famiglia Orsini. Ma non ci sono attestazioni sul matrimonio precedente del conte Pannocchieschi. Inoltre, al tempo di Nello, in casa Tolomei non esisteva nessuna figlia o nipote che si chiamasse Pia.
Una più recente ipotesi identifica Pia con una Malavolti, sposatasi con Tollo, signore di Prata, vassallo degli Aldobrandeschi, nel 1285 ucciso ignominiosamente sul sagrato della chiesa dai suoi tre stessi nipoti, per aver stretto un patto con Siena. La sorte della Pia, che seguì quella del marito, fu probabilmente volutamente sviata dai veri esecutori e mandanti, in quanto ancora al tempo di Dante origine di scandalo, seppur misteriosa.

Eugenio Caruso - 30 agosto 2020


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