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Dante, Purgatorio. Canto VII. I prìncipi

INTRODUZIONE
Il Canto è legato al precedente, non solo per la presenza dello stesso protagonista Sordello, ma anche perché entrambi hanno argomento politico (il VI era dedicato all'Italia, bersaglio polemico dell'invettiva di Dante, mentre la seconda parte del VII è occupata dalla rassegna dei prìncipi della valletta che vengono mostrati da Sordello ai due poeti).
L'apertura si collega ai vv. 71-75 del Canto VI, col penitente che si felicita col concittadino Virgilio e poi ne apprende il nome, gettandosi ai suoi piedi in segno di rispetto e dedicandogli un commosso elogio per i suoi meriti di poeta; è una situazione che anticipa quella dei Canti XXI-XXII, in cui il poeta latino riceverà gli elogi ancora più appassionati di Stazio.
Il riconoscimento dell'alto magistero poetico di Virgilio da parte di Sordello non è casuale, in quanto tutta la seconda parte del Canto con la presentazione delle anime della valletta sarà un chiaro riferimento al libro VI dell'Eneide (vedi Inferno Canto I), all'episodio in cui l'ombra di Anchise mostra al figlio Enea nei Campi Elisi le anime dei futuri grandi eroi di Roma: già prima Sordello, spiegando la legge della salita nel Purgatorio, aveva detto Loco certo non c'è posto, che riprende Aen., VI, 673 (Nulli certa domus, la risposta alla Sibilla del poeta Museo prima di scortare lei ed Enea al luogo dov'è Anchise). Virgilio ribadisce inoltre per ben due volte il fatto di provenire dal Limbo, ovvero da un luogo fisicamente posto all'Inferno ma in cui le anime non soffrono alcuna pena, in quanto la loro unica colpa è stata quella di non aver posseduto le virtù teologali. C'è una sorta di parallelismo tra la sua condizione ultraterrena e quella delle anime dei giusti che lui stesso aveva descritto nei Campi Elisi, così come quella dei principi che abitano la valletta; in questo luogo, tra l'altro, converrà trascorrere la notte, poiché come spiega Sordello è impossibile salire col buio che rischierebbe di far scender le anime in basso (e già Virgilio aveva raccomandato a Dante di salire pur su al monte, e lo aveva avvertito che l'ascesa sarebbe durata più di un giorno).
Sordello guida i due poeti alla valletta, scavata sul fianco del monte e dove i prìncipi non sono visibili all'esterno: è un luogo dalla natura rigogliosa, con l'erba verde e i fiori colorati e profumati, che rappresenta quasi un'anticipazione dell'Eden. Dante sottolinea il fatto che uno spettacolo così ameno è frutto dell'arte divina, poiché i colori più vivi dei pittori non potrebbero gareggiare con lo splendore dell'erba e dei fiori, né col loro odore soave (è il tema dell'arte umana che non può riprodurre la natura creata da Dio, già presente nel proemio della Cantica e che sarà ripreso nei Canti dedicati ai superbi).
È naturalmente Sordello a passare in rassegna i più ragguardevoli tra i prìncipi che si trovano nella valletta, stando su un'altura rocciosa come Anchise aveva fatto con Enea nell'episodio citato: la scelta di Sordello come guida di Dante e Virgilio è legata al Compianto in morte di Ser Blacatz da lui composto, in cui aveva biasimato i vizi dei principali sovrani del suo tempo secondo lo schema del planh provenzale. Le analogie sono molte, a partire dal fatto che nel Compianto egli cita otto sovrani partendo dall'imperatore e finendo con due vassalli minori, come fa qui Dante che parte da Rodolfo e finisce con Guglielmo del Monferrato; notevoli sono però anche le differenze, perché Dante non critica tanto le colpe di questi prìncipi (che furono «negligenti» soprattutto per la cura della loro anima, essendosi pentiti tardivamente) quanto quelle dei loro successori che diventano il vero bersaglio polemico di Sordello. La rassegna anticipa quella di Par., XIX, 115 ss., in cui l'aquila accuserà duramente i cattivi principi cristiani, e si collega a tutti quei passi del poema in cui Dante rimprovera i sovrani temporali di non amministrare nel modo dovuto la giustizia, fatto che è all'origine di tanti mali che affliggevano l'Italia (e l'Europa) del Trecento.
I prìncipi vengono mostrati a coppie, a cominciare da Rodolfo I d'Asburgo (l'imperatore siede più alto di tutti e si rammarica di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere) e Ottocaro II di Boemia, che in vita furono nemici e si combatterono strenuamente: Ottocaro contestò la nomina imperiale di Rodolfo, mentre qui in Purgatorio ne la vista lui conforta, quindi i due implacabili nemici si sono riconciliati e hanno perdonato le offese subìte.
Se Rodolfo ha le sue colpe avendo lasciato vacante la sede imperiale in Italia, cosa che Dante rimproverava anche al figlio Alberto nel Canto precedente, Ottocaro è stato invece un ottimo sovrano e può rammaricarsi del successore, il figlio Venceslao II che fu uomo inetto e vizioso e che Dante accuserà anche nel passo citato del Paradiso.
L'altra coppia è formata da Filippo III l'Ardito e Enrico I di Navarra, rispettivamente padre e suocero di Filippo il Bello che Dante più volte biasima nel poema: entrambi furono valenti sovrani e si rammaricano proprio della vita... viziata e lorda dell'attuale re di Francia, il primo battendosi il petto e il secondo sospirando (di Filippo III viene detto che morì fuggendo e disfiorando il giglio, con allusione al disastro della flotta francese a Las Formiguas del 1285: può essere un'accusa di aver disonorato la corona, ma forse è solo un accenno al fatto che con quella guerra la Francia perse un petalo del giglio, ovvero la Sicilia).
Seguono poi Carlo I d'Angiò e Pietro III d'Aragona, che morirono entrambi nel 1285 e furono in vita fieri avversari come Rodolfo e Ottocaro, mentre qui cantano in perfetto accordo: anch'essi si rammaricano dei loro successori, sia Pietro che ha lasciato Sicilia ed Aragona a Federico e Giacomo (l'onor di Cicilia e d'Aragona, entrambi più volte attaccati da Dante), sia Carlo che ha lasciato Provenza e regno di Napoli a Carlo II lo Zoppo, tanto inferiore al padre quanto lui lo è rispetto a Pietro III.
L'ultima coppia non ha legami apparenti, essendo formata da Enrico III d'Inghilterra (ottimo sovrano, dalla vita semplice e dai buoni successori) e da Guglielmo VII del Monferrato, che morì per mano degli Alessandrini e che il figlio Giovanni volle vendicare con una lunga e sanguinosa guerra, che causò gravi danni alle sue terre; Guglielmo è seduto in posizione più bassa rispetto agli altri, in quanto occupa una posizione politica di minor prestigio, e guarda in suso (forse verso i sovrani più importanti, ma forse verso il Cielo in segno di preghiera).
L'elemento più importante della rassegna non è solo il rimprovero al malgoverno dei principi sulla Terra che verrà ripreso in altri passi di Purgatorio e Paradiso, ma soprattutto la rappresentazione di queste anime come sciolte dalle loro cure terrene, tutte volte al loro percorso di espiazione, per cui anche gli antichi nemici siedono accanto e mostrano una perfetta armonia. Ciò si accorda con la presentazione dei morti per forza del Canto V, i quali non avevano parole di odio o astio verso i loro uccisori ma si preoccupavano unicamente di essere ricordati dai vivi; l'episodio della valletta, che si concluderà nel Canto seguente con l'incontro fra Dante e altri penitenti, prepara il terreno alla rappresentazione del Purgatorio vero e proprio, che sarà dominata dall'atteggiamento sereno e rassegnato delle anime, anche in questo ben diverso da quello dimostrato dai dannati incontrati nella discesa all'Inferno.
Note e passi controversi
- Il v. 15 (e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia) indica che Sordello abbraccia Virgilio non al collo, come tra pari, ma in un punto più basso come si conviene a chi è inferiore, quindi probabilmente alle ginocchia o ai piedi.
- Il verbo merrò (v. 47) significa «condurrò» ed è forma contratta di «menerò».
- Al v. 71 in fianco de la lacca vuol dire «sul fianco dell'avvallamento» (lacca indica una cavità, una fossa).
- Il v. 72 non è del tutto chiaro e vuol dire probabilmente «nel punto dove l'argine digradava di più della metà della sua altezza».
- I termini usati ai vv. 73-75 sono tecnicismi che indicano i colori usati dai pittori: l'oro e l'argento fine sono le polveri stemperate per ottenere queste due tinte, il cocco è il carminio (colore ricavato dalla conchiglia), la biacca è il bianco di zinco, l'indaco è l'azzurro, il legno lucido e sereno è prob. la lychite, pietra preziosa del colore del legno quando è ben levigato, lo smeraldo è il verde quando la pietra preziosa si spezza (ne l'ora che si fiacca). Alcuni editori leggono il v. 74 indaco legno, lucido e sereno, intendendo l'ebano (il legno indiano) e l'azzurro del cielo, ma pare poco probabile che Dante citi l'ebano accanto agli altri colori sgargianti della scena.
- Il v. 96 (sì che tardi per altri si ricrea) potrebbe essere un'allusione ad Arrigo VII di Lussemburgo e al suo tentativo di restaurazione imperiale in Italia, il che però abbasserebbe la data di composizione del Canto al 1310-13; altri pensano a un ritocco posteriore o a un accenno generico.
- I vv. 98-99 indicano la Boemia, la terra dove nasce la Moldava (Molta) che sfocia nell'Elba (Albia), che a sua volta sfocia in mare.
- Il nasetto citato al v. 103 è Filippo III l'Ardito, di cui si dice al v. 105 che morì fuggendo e disfiorando il giglio con allusione al disastro della flotta francese a Las Formiguas contro contro gli Aragonesi (non è detto che il verso abbia valore spregiativo).
- Il mal di Francia (v. 109) è Filippo il Bello.
- Il giovanetto indicato al v. 116 può essere Alfonso III, il primogenito di Pietro III che tenne il regno d'Aragona dal 1285 al 1291, ma forse Dante si riferisce all'ultimo figlio Pietro, premorto al padre.
- Ai vv. 128-129 sono citate Beatrice e Margherita, prima e seconda moglie di Carlo I d'Angiò, e Costanza, la figlia di Manfredi di Svevia che fu moglie di Pietro III; Dante intende dire che Costanza può vantarsi del marito più delle altre due, quindi Carlo II è inferiore a Carlo I quanto quest'ultimo lo fu rispetto a Pietro III.

IL TESTO
Poscia che l’accoglienze oneste e liete 
furo iterate tre e quattro volte, 
Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».                  3

«Anzi che a questo monte fosser volte 
l’anime degne di salire a Dio, 
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.                                 6

Io son Virgilio; e per null’altro rio 
lo ciel perdei che per non aver fé». 
Così rispuose allora il duca mio.                                     9

Qual è colui che cosa innanzi sé 
sùbita vede ond’e’ si maraviglia, 
che crede e non, dicendo «Ella è... non è...»,               12

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, 
e umilmente ritornò ver’ lui, 
e abbracciòl là ‘ve ‘l minor s’appiglia.                            15

«O gloria di Latin», disse, «per cui 
mostrò ciò che potea la lingua nostra, 
o pregio etterno del loco ond’io fui,                                18

qual merito o qual grazia mi ti mostra? 
S’io son d’udir le tue parole degno, 
dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».                21

«Per tutt’i cerchi del dolente regno», 
rispuose lui, «son io di qua venuto; 
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.                        24

Non per far, ma per non fare ho perduto 
a veder l’alto Sol che tu disiri 
e che fu tardi per me conosciuto.                                    27

Luogo è là giù non tristo di martìri, 
ma di tenebre solo, ove i lamenti 
non suonan come guai, ma son sospiri.                      30

Quivi sto io coi pargoli innocenti 
dai denti morsi de la morte avante 
che fosser da l’umana colpa essenti;                           33

quivi sto io con quei che le tre sante 
virtù non si vestiro, e sanza vizio 
conobber l’altre e seguir tutte quante.                           36

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio 
dà noi per che venir possiam più tosto 
là dove purgatorio ha dritto inizio».                                 39

Rispuose: «Loco certo non c’è posto; 
licito m’è andar suso e intorno; 
per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.                    42

Ma vedi già come dichina il giorno, 
e andar sù di notte non si puote; 
però è buon pensar di bel soggiorno.                           45

Anime sono a destra qua remote: 
se mi consenti, io ti merrò ad esse, 
e non sanza diletto ti fier note».                                      48

«Com’è ciò?», fu risposto. «Chi volesse 
salir di notte, fora elli impedito 
d’altrui, o non sarria ché non potesse?».                     51

E ‘l buon Sordello in terra fregò ‘l dito, 
dicendo: «Vedi? sola questa riga 
non varcheresti dopo ‘l sol partito:                                  54

non però ch’altra cosa desse briga, 
che la notturna tenebra, ad ir suso; 
quella col nonpoder la voglia intriga.                              57

Ben si poria con lei tornare in giuso 
e passeggiar la costa intorno errando, 
mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».                        60

Allora il mio segnor, quasi ammirando, 
«Menane», disse, «dunque là ‘ve dici 
ch’aver si può diletto dimorando».                                 63

Poco allungati c’eravam di lici, 
quand’io m’accorsi che ‘l monte era scemo, 
a guisa che i vallon li sceman quici.                              66

«Colà», disse quell’ombra, «n’anderemo 
dove la costa face di sé grembo; 
e là il novo giorno attenderemo».                                   69

Tra erto e piano era un sentiero schembo, 
che ne condusse in fianco de la lacca, 
là dove più ch’a mezzo muore il lembo.                        72

Oro e argento fine, cocco e biacca, 
indaco, legno lucido e sereno, 
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,                           75

da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno 
posti, ciascun saria di color vinto, 
come dal suo maggiore è vinto il meno.                       78

Non avea pur natura ivi dipinto, 
ma di soavità di mille odori 
vi facea uno incognito e indistinto.                                  81

’Salve, Regina’ in sul verde e ‘n su’ fiori 
quindi seder cantando anime vidi, 
che per la valle non parean di fuori.                                84

«Prima che ‘l poco sole omai s’annidi», 
cominciò ‘l Mantoan che ci avea vòlti, 
«tra color non vogliate ch’io vi guidi.                               87

Di questo balzo meglio li atti e ‘ volti 
conoscerete voi di tutti quanti, 
che ne la lama giù tra essi accolti.                                 90

Colui che più siede alto e fa sembianti 
d’aver negletto ciò che far dovea, 
e che non move bocca a li altrui canti,                           93

Rodolfo imperador fu, che potea 
sanar le piaghe c’hanno Italia morta, 
sì che tardi per altri si ricrea.                                            96

L’altro che ne la vista lui conforta, 
resse la terra dove l’acqua nasce 
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:                   99

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce 
fu meglio assai che Vincislao suo figlio 
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.                               102

E quel nasetto che stretto a consiglio 
par con colui c’ha sì benigno aspetto, 
morì fuggendo e disfiorando il giglio:                           105

guardate là come si batte il petto! 
L’altro vedete c’ha fatto a la guancia 
de la sua palma, sospirando, letto.                              108

Padre e suocero son del mal di Francia: 
sanno la vita sua viziata e lorda, 
e quindi viene il duol che sì li lancia.                             111

Quel che par sì membruto e che s’accorda, 
cantando, con colui dal maschio naso, 
d’ogne valor portò cinta la corda;                                   114

e se re dopo lui fosse rimaso 
lo giovanetto che retro a lui siede, 
ben andava il valor di vaso in vaso,                               117

che non si puote dir de l’altre rede; 
Iacomo e Federigo hanno i reami; 
del retaggio miglior nessun possiede.                        120

Rade volte risurge per li rami 
l’umana probitate; e questo vole 
quei che la dà, perché da lui si chiami.                        123

Anche al nasuto vanno mie parole 
non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, 
onde Puglia e Proenza già si dole.                               126

Tant’è del seme suo minor la pianta, 
quanto più che Beatrice e Margherita, 
Costanza di marito ancor si vanta.                                129

Vedete il re de la semplice vita 
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: 
questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.                       132

Quel che più basso tra costor s’atterra, 
guardando in suso, è Guiglielmo marchese, 
per cui e Alessandria e la sua guerra 

fa pianger Monferrato e Canavese».                             136

PARAFRASI

Dopo che le felicitazioni furono ripetute varie volte, Sordello si tirò indietro e disse: «Voi chi siete?»

«Prima che le anime degne di salire a Dio fossero indirizzate a questo monte, le mie ossa furono sepolte per ordine di Ottaviano.

Io sono Virgilio e ho perso la salvezza per nessun'altra colpa se non quella di non aver avuto fede». Così gli rispose il mio maestro.

Come colui che vede d'improvviso davanti a sé una cosa che suscita la sua meraviglia, per cui crede e non crede, dicendo tra sé «è vero... non è vero...»,

così mi sembrò Sordello; poi abbassò gli occhi e con umiltà tornò verso Virgilio, abbracciandolo là dove suole farlo chi è inferiore.

Disse: «O gloria degli Italiani, attraverso il quale la nostra lingua mostrò le sue possibilità, o pregio eterno del luogo (Mantova) da cui sono originario,

per quale merito o grazia sei mostrato a me? Se io sono degno di udire le tue parole, dimmi se vieni dall'Inferno e da quale Cerchio».

Virgilio gli rispose: «Sono giunto qui attraverso tutti i Cerchi del regno del dolore; mi ha mosso una virtù scesa dal Cielo e vengo accompagnato da lei.

Ho perduto la possibilità di vedere l'alto Sole (Dio) che tu desideri, e che ho conosciuto troppo tardi, non per ciò che ho fatto, ma per ciò che non ho fatto.

Nell'Inferno c'è un luogo (il Limbo) non afflitto da pene ma solo avvolto dalle tenebre, dove i lamenti non risuonano come gemiti di dolore ma sono sospiri.

Qui io risiedo coi bambini innocenti che la morte ha portato via prima che fossero lavati dal peccato originale (col battesimo);

qui io risiedo con coloro che non conobbero le tre virtù teologali, e conobbero e seguirono senza colpa tutte le altre.

Me se tu ne sei al corrente e puoi farlo, dacci indicazioni per consentirci di giungere al più presto là dove il Purgatorio ha inizio».

Ci rispose: «Non ci è assegnato nessun luogo stabilito; mi è permesso andare qua e là; ti farò da guida fin dove posso spingermi.

Ma vedi come ormai il sole sta tramontando, e salire di notte è impossibile; dunque dovremo pensare dove trascorrere la notte.

Ci sono alcune anime, separate qua sulla destra: se sei d'accordo, ti condurrò da loro e te le mostrerò non senza tua soddisfazione».

Virgilio gli rispose: «Come è possibile questo? Chi volesse salire di notte sarebbe impedito da qualcosa, o semplicemente non potrebbe farlo?»

E il buon Sordello tracciò una riga sul terreno, dicendo: «Vedi? dopo il tramonto non potresti varcare neppure questa linea:

non perché te lo impedirebbe altro, se non il buio della notte; è quello a impedire il tuo volere, generando l'impossibilità.

Al buio si potrebbe addirittura scendere in basso e camminare a questa stessa altezza, finché il sole è dietro l'orizzonte».

Allora il mio maestro, meravigliato, disse: «Portaci dunque là dove dici che si può soggiornare con diletto».

Ci eravamo allontanati di poco dal punto dove eravamo, quando mi accorsi che il monte era incavato, proprio come i valloni incavano i monti sulla Terra.

Quell'ombra (Sordello) disse: «Andremo là dove la parete si affossa formando un grembo; attenderemo là il nuovo giorno».

C'era un sentiero obliquo tra la parete del monte e la pianura, che ci condusse sul fianco dell'avvallamento, nel punto dove l'argine digradava di più di metà della sua altezza.

L'oro e l'argento fine, il carminio e il bianco di zinco, l'indaco (azzurro) e il legno lucido e levigato, lo smeraldo vivido come quando si spezza, tutti questi colori, posti dentro quella valletta, sarebbero vinti dall'erba e dai fiori, come il minore è vinto dal maggiore.

La natura lì non aveva solo dipinto, ma mescolava fra loro mille profumi soavi che formavano un odore impossibile da definire.

Da lì vidi anime che sedevano sull'erba e sui fiori, che cantavano a una voce 'Salve, Regina' e che dall'esterno della valle non erano visibili.

Il Mantovano che ci aveva condotti lì disse: «Prima che il sole, già basso, tramonti del tutto, non chiedetemi di portarvi giù tra quelle anime.

Voi vedrete meglio i gesti e i volti di tutti loro da questo argine, che non scendendo giù nell'avvallamento.

Colui che siede più in alto e mostra di aver trascurato il suo dovere, e che non partecipa al canto della preghiera, fu l'imperatore Rodolfo I, che avrebbe potuto risanare le piaghe che affliggono l'Italia, così che ora altri cercano tardivamente di fare lo stesso.

L'altro, che sembra confortarlo, governò la terra (Boemia) dove nasce l'acqua che la Moldava porta nell'Elba e che l'Elba porta fino al mare: ebbe nome Ottocaro II e da bambino fu migliore di suo figlio Venceslao II da adulto, che vive nell'ozio e nella lussuria.

E quello (Filippo III l'Ardito) dal piccolo naso, che sembra così unito all'altro dall'aspetto benevolo, morì in fuga e facendo sfiorire il giglio di Francia:

guardate là, come si batte il petto! E vedete l'altro (Enrico I di Navarra) che, tra i sospiri, appoggia la guancia sul palmo della sua mano.

Sono rispettivamente padre e suocero del male della Francia (Filippo il Bello): conoscono la sua vita piena di colpe e di vizi, e da qui proviene il dolore che li tormenta così.

Quello (Pietro III d'Aragona) che ha aspetto così robusto e che accorda il suo canto con quell'altro dal naso prominente (Carlo I d'Angiò) fu ripieno di ogni valore;

e se dopo di lui fosse rimasto quale suo successore il giovinetto che gli siede dietro, il valore si sarebbe trasmesso di padre in figlio, mentre questo non si può dire degli altri eredi; Giacomo e Federico hanno i suoi domini e nessuno dei due ha ereditato il valore dal padre.

Accade di rado che la virtù umana si trasmetta di padre in figlio, e questo è voluto da Dio che la concede, perché la si chieda a Lui.

Le mie parole sono rivolte anche al nasuto (Carlo I), non meno che all'altro, Pietro, che canta con lui, giacché il regno di Napoli e la Provenza già si dolgono del suo erede (Carlo II lo Zoppo).

La pianta è inferiore al suo seme, più di quanto Beatrice e Margherita non possono vantarsi del loro marito (Carlo I) rispetto a Costanza (moglie di Pietro III).

Vedete il re dalla vita semplice, Enrico III d'Inghilterra,che siede là in disparte: questi ha lasciato eredi migliori.

E quello che siede più in basso di tutti costoro, guardando in alto, è il marchese Guglielmo VII del Monferrato, per il quale Alessandria con la sua guerra fanno piangere il Monferrato e il Canavese».

I PRINCIPI NEGLIGENTI

Rodolfo I d'Asburgo

Rodolfo d'Asburgo è considerato il primo Asburgo importante. Dopo la morte del padre, nel 1240, Rodolfo era conte su territori sparsi tra l'Alsazia e l'attuale Svizzera nord-occidentale. Seppe far buon uso degli eccellenti rapporti con gli Hohenstaufen, nonché delle sue capacità militari, per espandere i propri territori. Fu così che, anche grazie all'eredità della contea di Kyburg nel 1264, divenne il più importante signore nella Svizzera settentrionale. Dopo che nel 1266 la dinastia degli Hohenstaufen era - di fatto - tramontata, l'impero conobbe un periodo d'instabilità, caratterizzato dalla presenza contemporanea di diversi Re, nessuno dei quali riuscì a cingere la corona imperiale. In quell'anno rimasero due re a contendersi la corona: Riccardo di Cornovaglia e Alfonso X di Castiglia. Nel 1272 morì il primo, ma il papa, Gregorio X, non volle riconoscere il suo rivale come legittimo re. In questo modo lasciò campo libero ad una nuova elezione da parte dei principi elettori. Oltre a Rodolfo, la rosa dei candidati comprendeva il re di Boemia, Ottocaro II, il re di Francia Filippo III, e il langravio di Turingia, Federico I. Il 1º ottobre 1273, all'età (per l'epoca molto avanzata) di 55 anni, Rodolfo venne eletto a Francoforte Re dei Romani. Fu incoronato il 24 ottobre successivo ad Aquisgrana da Engelberto II di Falkenburg, arcivescovo di Colonia. Nell'elezione di Rodolfo ebbe quindi un ruolo importante la circostanza che i papi si attribuivano il diritto di ratificare l'elezione dei Re dei Romani. Il nuovo imperatore dovette assicurare (capitulatio) ai principi elettori la restituzione dei beni imperiali sottratti durante il periodo degli Hohenstaufen, e che da allora in poi tali beni sarebbero stati alienati solo con il consenso dei principi elettori. Inoltre si impegnò a riappacificare l'impero e a terminare le numerose guerre private in corso.
Il nemico più potente di Rodolfo, sino a quando morì, fu il re di Boemia Ottocaro II. Il re di Boemia era il più potente tra i nobili dell'Impero, e quello che governava i territori più vasti. Dopo la delusione patita in occasione dell'elezione, Ottocaro si oppose a Rodolfo, rifiutandosi di restituire i beni imperiali. Dapprima Rodolfo intraprese passi formali, facendo confermare, nella dieta di Augusta, il dovere del re di Boemia di omaggio all'Imperatore. Ma Ottocaro si rifiutò di farlo. In una dieta successiva, tenutasi sempre ad Augusta il 24 giugno 1275, a Ottocaro vennero revocati tutti i feudi e gli uffici imperiali, ed egli stesso venne assoggettato ad un bando imperiale (Reichsacht). Nel giro di un anno Rodolfo riuscì a stipulare un'alleanza con il re d'Ungheria, assieme al quale, nell'ottobre del 1276, assediò Vienna. Alla fine Ottocaro cedette, con un trattato di pace con il quale rinunciava alle sue pretese sulla Svizzera e sull'Austria, e riconosceva Rodolfo come legittimo re. Ma la tregua non resse a lungo: nel giugno del 1278 le ostilità scoppiarono nuovamente. Molti dei precedenti alleati preferirono la neutralità. Ciononostante Rodolfo sconfisse Ottocaro nella battaglia di Marchfeld. Ottocaro venne ucciso dopo la battaglia, per mano di suoi nemici personali. All'indomani della restituzione dei beni imperiali di Ottocaro, nel 1282 Rodolfo, con l'approvazione dei principi elettori, investì i propri figli Alberto e Rodolfo dei feudi di Austria, Stiria, Carniola e la marca vindica, elevandoli nel contempo al rango di principi imperiali. In precedenza, nel 1276, Rodolfo aveva convinto alcuni principi ecclesiastici a cedere ai suoi figli alcuni beni in quel territorio. Con un ordinamento del 1283 (Rheinfelder Hausordnung) Rodolfo stabilì che questi territori sarebbero stati affidati unicamente ad Alberto e ai suoi eredi. Il fratello avrebbe ottenuto in cambio un risarcimento. In questo modo aveva creato le basi della futura potenza asburgica. Il tentativo di assicurare ad Alberto la successione fallì, perché Rodolfo non fu mai incoronato imperatore. Se fosse riuscito in quest'intento, avrebbe potuto assicurare al figlio l'elezione a re. Anche se, durante il regno di Rodolfo, vi furono ben 8 papi, e due volte si riuscì a stabilire un termine per l'incoronazione, questa però non ebbe mai luogo.
Rodolfo non si limitò a rinnovare il "Reichslandfrieden" del 1235 (ispirandosi all'esempio degli Hohenstaufen), ma contrattò dei "Landfrieden" locali con i singoli grandi feudatari nell'ovest e nel sud della Germania, come fece per esempio con il Landfrieden austriaco del 1276 e con quello bavarese, renano e franco del 1281. Cercò di affermare l'ordine anche in regioni più periferiche dell'impero: nel 1289/90, in Turingia, fece abbattere 66 castelli che ospitavano cavalieri che si erano dati al brigantaggio. Nel marzo 1287 Rodolfo ritenne i tempi maturi per proclamare un Landfrieden generale. Il 9 agosto 1281 decretò che tutte le donazioni o cessioni di beni e diritti imperiali avvenute dopo la fine del regno di Federico II dovevano essere considerate nulle, a meno che non venissero ratificate dalla maggioranza dei principi elettori. Inoltre nominò appositi funzionari, incaricati individuare i beni imperiali passati in possesso a qualcun altro, e ad agire in veste di rappresentanti dell'imperatore. Rodolfo infine riorganizzò in maniera radicale l'intera amministrazione del patrimonio imperiale, rendendola finalmente efficiente, una misura che le altre monarchie europee (come Francia e Inghilterra) avevano preso da molto tempo. Questa politica ebbe successo soprattutto nei territori vicini alla base del potere di Rodolfo, ovvero nella Germania Sud-occidentale, mentre nelle zone più distanti, come il settentrione, sebbene cercasse, con l'aiuto di alleati, di recuperare i beni imperiali e a garantire i diritti delle città, non ottenne risultati di rilievo. Il suo tentativo di assicurarsi il controllo della Borgogna fu di breve durata, in quanto i suoi successori non furono in grado di mantenere la Borgogna a fronte dell'aggressiva politica espansionistica praticata dalla monarchia francese nei confronti dell'impero. Rodolfo morì il 15 luglio 1291 a Spira. Non gli successe l'unico figlio ancora in vita, Alberto I d'Asburgo: i principi elettori, temendo che gli Asburgo diventassero troppo potenti gli preferirono Adolfo di Nassau. Rodolfo fu sepolto nel duomo di Spira.

Ottocaro II di Boemia

Ottocaro II di Boemia (1230 – Dürnkrut, 26 agosto 1278), appartenente alla famiglia dei Premyslidi, re di Boemia dal 1235 al 1278, duca d'Austria dal 1251 al 1278, duca di Stiria dal 1260 al 1276 e duca di Carinzia e margravio di Carniola dal 1269 al 1276. Figlio di Venceslao I di Boemia, era imparentato tramite la madre, Cunegonda di Svevia, alla casa degli Hohenstaufen, era quindi nipote di Filippo di Svevia e pronipote di Federico Barbarossa, per un periodo di tempo la più importante figura del Sacro Romano Impero. Ottocaro nacque all'incirca nel 1233 a Mestec Králové da Venceslao I di Boemia, esponente della dinastia dei Premyslidi, e da Cunegonda di Svevia, della famiglia degli Hohenstaufen.
Egli non era il figlio maggiore e venne quindi educato perché s'avviasse alla carriera ecclesiastica, tuttavia nel 1247, alla morte del fratello maggiore Vladislao di Boemia, Ottocaro divenne l'erede al trono. La tradizione popolare vuole che egli sia rimasto particolarmente sconvolto dalla morte del fratello poiché non voleva farsi coinvolgere dalle faccende politiche. L'anno seguente Ottocaro venne invogliato a partecipare a una ribellione dei nobili contro suo padre, che si limitò a sconfiggere i rivoltosi e ad imprigionare il figlio. Quali che fossero le loro divergenze vennero riappianate quando Venceslao chiese al figlio aiuto per conquistare il vicino Ducato d'Austria che era rimasto senza un governante fin dalla morte di Federico II di Babenberg, avvenuta nel 1246. Venceslao invase l'Austria già nel 1250 e l'anno dopo rilasciò il figlio, che venne nominato Margravio di Moravia, e venne installato sul trono del ducato austriaco nello stesso anno con l'approvazione dei nobili locali.
Per legittimare la sua posizione Ottocaro si ammogliò con Margherita di Babenberg, di trent'anni più anziana di lui, nipote del defunto Federico e vedova di Enrico VII di Germania, che, ironicamente, era stato fidanzato con Agnese di Boemia, zia paterna di Ottocaro, prima di convolare a nozze con Margherita. Il matrimonio di Ottocaro e Margherita ebbe luogo l'11 febbraio 1252. Il 23 settembre 1253 Venceslao morì e Ottocaro divenne Re di Boemia; dopo la morte di Corrado IV di Svevia, nel 1254 egli sperò di poter ereditare la corona imperiale. Vi rinunciò due anni dopo appoggiando le aspirazioni imperiali di Alfonso X el Sabio re di Castiglia e Leon che contendeva la corona a Riccardo di Cornovaglia.
Sentendosi minacciato dal crescente potere di Ottocaro suo cugino, Béla IV d'Ungheria, decise di sfidarlo dopo essersi alleato con i duchi di Baviera Enrico XIII di Baviera e Ludovico II del Palatinato e avanzando anche la richiesta di poter avere il Ducato di Stiria facente parte dell'Austria fin dal 1192. I vescovi bavaresi si allearono con Ottocaro e la cosa fra i due cugini venne chiarita con l'aiuto di papa Alessandro IV, che convinse Ottocaro a cedere parte della Stiria in cambio del riconoscimento, da parte di Béla, del suo diritto a governare l'Austria. Pochi anni dopo il conflitto fra Boemia e Ungheria riesplose e Ottocaro sconfisse il cugino alla Battaglia di Kressenbrunn, ponendo fine alle lotte sulla Stiria, che tornò nelle mani di Ottocaro. A Béla non rimase che cedere le armi riguardo alle sue pretese sulla Stiria, tanto più che l'accesso di Ottocato al ducato di Stiria venne riconosciuto da Riccardo di Cornovaglia, che, come Re dei Romani, era nominalmente responsabile di tutto quel che concerneva le terre germaniche. Anche questo nuovo status venne sancito con un matrimonio: Ottocaro divorziò da Margherita, dalla quale non aveva avuto figli, e nel 1261 sposò Cunegonda di Kiev (1245-1285), figlia di Rostislav Michajlovic, dalla quale ebbe quattro figli. Qualche anno prima invece, nel 1255, Ottocaro aveva dato vita alla cosiddetta Crociata prussiana, che si scagliò contro i “Prussiani”, appoggiando i Cavalieri Teutonici che nello stesso periodo fondarono la città di Königsberg, testa di ponte fra le terre cristiane e quelle pagane. Negli anni seguenti Ottocaro ereditò vari altri domini, fra cui Carinzia, Carniola e Istria, ancora una volta gli ungheresi protestarono e nuovamente gli eserciti si scontrarono: Ottocaro ne uscì ancora vittorioso e divenne il re più potente in seno all'Impero. Nel 1273 gli elettori, assecondando la volontà di papa Gregorio X, scelsero come re germanico il duca d'Austria Rodolfo I d'Asburgo, che riunì la Dieta di Ratisbona nel 1274, spogliando Ottocaro dei suoi diritti su Austria, Carinzia e Stiria. Nel 1276 Rodolfo mise al bando Ottocaro e pose Vienna sotto assedio, questo costrinse Ottocaro a firmare un nuovo trattato dove rimetteva a Rodolfo tutte le terre austriache e i domini vicini, mantenendo per sé soltanto la Boemia e la Moravia. Anche questo trattato venne siglato da un matrimonio: Venceslao, figlio minore di Ottocaro, venne fatto fidanzare con Guta d'Asburgo, una delle figlie di Rodolfo, che sposerà nel 1285. Due anni dopo Ottocaro provò a riprendersi i propri domini, mise insieme un esercito, ma venne sconfitto e ucciso dalle armate di Rodolfo e da quelle ungheresi alla Battaglia di Marchfeld il 26 agosto 1278.

Filippo III Re di Francia

Filippo III di Francia, detto l'Ardito, in francese Philippe III le Hardi (Poissy, 30 aprile 1245 – Perpignano, 5 ottobre 1285), è stato re di Francia dal 1270 al 1285. Membro della dinastia capetingia, era figlio di Luigi IX di Francia e di Margherita di Provenza (1221 - 1295). Venne chiamato "l'Ardito" sulla base delle sue abilità nel combattimento a cavallo e non per il suo carattere: Filippo infatti era cresciuto indeciso, timido per natura e apparentemente schiacciato dalla forte personalità dei suoi genitori e dominato dai ministri del padre, Pierre de la Broce prima e lo zio Carlo, conte d'Angiò, poi. Il giovane conte di Orléans nel 1270 accompagnò il padre nell'ottava crociata in Tunisia, dove il re Santo morì e Filippo fu dichiarato re all'età di 25 anni. Dopo la successione, incaricò subito lo zio Carlo d'Angiò dei negoziati con l'emiro per concludere la crociata e tornò in Francia dove fu incoronato re il 12 agosto 1271. Il 21 agosto dello stesso anno, suo zio Alfonso, conte di Poitou, Tolosa, e Alvernia, morì in Italia di ritorno dalla crociata e Filippo ereditò la sua contea annettendola al demanio regio. In conformità con i desideri di Alfonso, il Comitato Venassino fu concesso a papa Gregorio X nel 1274. Dopo diversi anni di negoziati concluse con Edoardo I d'Inghilterra il Trattato di Amiens nel 1279 e così Filippo restituì agli inglesi la regione dell'Agenais che era venuta a lui con la morte di Alfonso. Nel 1284, Filippo ereditò anche la contea del Perche e di Alençon da suo fratello Pietro. Filippo per tutto il tempo sostenne la politica di suo zio Carlo in Italia. Quando, dopo i Vespri siciliani del 1282, Pietro III d'Aragona invase e prese l'isola di Sicilia, papa Martino IV scomunicò il conquistatore e dichiarò che il regno d'Aragona, messo sotto la sovranità del papa da Pietro II nel 1205, veniva concesso a Carlo, conte di Valois, figlio di Filippo. Quest'ultimo intervenne nella successione Navarrese dopo la morte di Enrico I di Navarra e fece sposare suo figlio, Filippo il Bello, con l'ereditiera di Navarra, Giovanna I. Nel 1284, Filippo e i suoi figli entrarono in Rossiglione alla testa di un grande esercito. Questa guerra, chiamata la Crociata aragonese, è stata etichettata come "forse l'impresa più ingiusta, inutile e disastrosa mai intrapresa dalla monarchia capetingia". Il 26 giugno 1285, Filippo assediò Girona ma la resistenza era forte e la città fu presa solo il 7 settembre. Mentre si stava ritirando da Girona, Filippo si ammalò di un'epidemia di dissenteria. I francesi si ritirarono e furono duramente sconfitti nella battaglia del Col de Panissars. Il re di Francia morì a Perpignan, la capitale del suo alleato Giacomo II di Maiorca, e fu sepolto a Narbonne. Attualmente giace sepolto con la moglie Isabella d'Aragona, nella Basilica di Saint Denis a Parigi.

Enrico I di Navarra

Enrico I di Navarra (1244 circa – Pamplona, 22 luglio 1274) fu re di Navarra col nome di Enrico I e conte di Champagne e Brie col nome di Enrico III dal 1270 fino alla morte. Enrico era il figlio ultimogenito di Tebaldo il Saggio, re di Navarra (Tebaldo I) e della sua terza moglie Margherita di Borbone-Dampierre (†1256). Tebaldo I di Navarra, secondo Goffredo di Villehardouin, nel suo Chronicles of the Crusades, era l'unico figlio maschio del conte di Champagne, Tebaldo III e di Bianca di Navarra, che era figlia del re di Navarra Sancho VI il Saggio.
Suo padre Tebaldo IV di Champagne, nel 1234, dopo la morte del fratello di sua madre Bianca di Navarra, il re di Navarra, senza discendenza, era stato scelto come re dai navarresi e aveva ricevuto la corona di Navarra, come Tebaldo I.
Tebaldo I morì nel 1253. Suo fratello, Tebaldo, il figlio maschio primogenito, gli succedette come re di Navarra (Tebaldo II) e conte di Champagne (Tebaldo V), sotto la reggenza della madre, Margherita di Borbone-Dampierre, che resse il governo sino alla sua morte; nel documento n° 574 del Cartulaire de Hugues de Chalon (1220-1319), Margherita si cita come regina di Navarra e contessa palatina di champagne e di Brie.
Sua madre, Margherita morì nel 1256.
A Melun (Senna e Marna), nel 1269, Enrico (Henricus rex Navarræ comesque Campaniæ) sposò la nipote del re di Francia, Luigi IX il Santo, Bianca d'Artois e sorella del conte di Artois, Roberto II (sorore comitis Attrebatensis Roberti).
Nel 1270 Tebaldo II, partì alla volta della Tunisia, al seguito del suocero, Luigi IX il Santo e, in quello stesso anno, durante il viaggio di ritorno dall'ottava crociata, Tebaldo II, morì a Trapani. Dato che il fratello era senza discendenza legittima, Enrico gli subentrò nei titoli di re di Navarra (Enrico I), conte di Champagne (Enrico III) e di Brie. Dapprima confermò i Fuero general de Navarra (Carta generale del Regno di Navarra, raccolta di leggi che limitava anche il suo potere, delegandolo a un consiglio di dodici nobili, quindi una sorta di costituzione che definiva il potere del Re e quello dei nobili e le procedure giudiziarie). Fu codificata per la prima volta, in seguito ad emendamenti (amejoramientos) nel 1330 e poi una seconda volta nel 1419. Poi si trasferì in Francia per giurare fedeltà al re di Francia Filippo III l'Ardito, succeduto a Luigi il Santo, morto a Tunisi, durante l'ottava crociata.
Enrico ricevette il rito dell'unzione e dell'incoronazione rispettivamente nel 1271 e nel 1273. Nel 1273, le sorelle Margherita, duchessa consorte di Lorena e Beatrice, duchessa consorte di Borgogna, rinunciarono ad ogni diritto alla successione sulla contea di Champagne, a favore di Enrico. Enrico regnò per circa quattro anni, dimostrandosi attento ai problemi dei suoi sudditi, concedendo privilegi a paesi e città come Estella, Los Arcos e Viana ed inoltre ebbe un ottimo rapporto con la nobiltà navarrese. Enrico morì, sembra a causa dell'obesità, nel 1274, all'età di trent'anni Enrico morì nel regno di Navarra (Henricus rex Navarræ comesque Campaniæ in regno Navarræ), e fu tumulato a Pamplona, e poiché il suo primogenito, Tebaldo, era morto alcuni mesi prima, per una caduta nel castello di Estella, lasciò il regno ad una bambina di circa un anno, Giovanna, che la madre, Bianca d'Artois, che era cugina prima del re di Francia, Filippo l'Ardito, portò con sé alla corte di Francia, a Parigi, e il re inviò immediatamente in Navarra Eustache de Beaumarchez, per curare gli interessi della piccola cugina, regina di Navarra e gli eserciti francesi si impadronirono della Navarra.

Pietro III d'Aragona

Pietro era il figlio primogenito dei tre figli maschi ancora in vita (gli altri due erano Giacomo e Sancho; mentre altri due Ferdinando e Sancho erano morti bambini) di Giacomo e della sua seconda moglie, Violante. Nel 1241, a Pietro furono destinati i regni di Valencia e Maiorca e la signoria di Montpellier. Nel 1242, alla morte di Nuño Sánchez d'Aragona, ottenne la signoria del Rossiglione e della Cerdagna. Un nuovo progetto di spartizione del regno (Corona d'Aragona), del 1244, prevedeva che Pietro, alla morte del padre, ottenesse tutte le contee di Catalogna. Nel 1257 il padre lo nominò procuratore per la Catalogna, ed in tale veste partecipò alle campagne contro i nobili ribelli catalani, nel periodo tra il 1258 ed il 1261. Infine, nel 1262, dopo la morte del fratellastro, Alfonso, a Pietro furono destinati i regni d'Aragona e Valencia e le contee catalane. Nel 1262, il 15 luglio, a Montpellier, Pietro sposò Costanza II di Sicilia, figlia del re di Sicilia Manfredi e di Beatrice di Savoia (1223-1259). Nel 1266, Manfredi, alla battaglia di Benevento contro Carlo I d'Angiò, oltre che il regno perse la vita, mentre le più influenti famiglie siciliane come i Lauria, i Lanza e i Procida si rifugiarono in Aragona. Nel 1275, Pietro partecipò attivamente al soffocamento della sedizione aragonese.
Nel 1276, alla morte del padre, suo fratello Giacomo ereditò il Regno di Maiorca (con il nome di Giacomo II), mentre Pietro ereditò il Regno di Aragona (con il nome di Pietro III) e il Regno di Valencia (con il nome di Pietro I), la contea di Barcellona (con il nome di Pietro II) e le altre contee catalane e in novembre fu incoronato a Saragozza. Appena salito al trono, Pietro dovette domare le rivolte dei moriscos del regno di Valencia che si conclusero nel 1277, con la conquista della città di Montesa. In quel periodo, dopo la morte (1275) dell'erede al trono di Castiglia Ferdinando de la Cerda, figlio di Alfonso X e di Violante d'Aragona, quest'ultima, sorella di Pietro, chiese al re di proteggere e custodire in Aragona, nella fortezza di Xàtiva, i figli di Ferdinando, gli "Infanti de la Cerda", Alfonso e Ferdinando, cosa che Pietro fece. La vedova e madre degli infanti, Bianca di Francia, riparava invece presso il fratello Filippo l'Ardito, re di Francia.
A seguito dell'imposizione dell'imposta sul bestiame, i nobili catalani si ribellarono: la rivolta si infiammò soprattutto nelle contee di Urgell, di Foix, di Pallars e di Cardona, oltre che nella Baronia di Erill e condusse, nel 1280, all'assedio di Balaguer, alla cui caduta, l'opposizione feudale catalana fu definitivamente sconfitta. Pietro III, che mirava a riconquistare alla moglie il regno di Sicilia ed aveva contatti con la nobiltà che era scontenta della dominazione angioina, nel 1281 indisse una crociata contro il Nordafrica e, senza aver ottenuto né l'approvazione né i soldi chiesti a papa Martino IV, nel giugno del 1282, sbarcò in Barberia, non lontano da Tunisi, e qui estese il suo protettorato.
Nel 1282, durante i Vespri siciliani, dopo che i siciliani avevano inutilmente offerto al papa la loro confederazione repubblicana di liberi comuni in feudo al Papa, inviarono una delegazione in Nordafrica che offrì a Pietro l'ambita corona del Regno di Sicilia, in quanto marito di Costanza, legittima erede del regno normanno; Pietro accettò ed il 31 agosto sbarcò a Trapani, con 600 armigeri, tra loro anche le fedeli famiglie dei Cossines e 8.000 almugaveri (fanteria da guerriglia che sarebbe divenuta famosa per coraggio e crudeltà). Carlo I d'Angiò, che il 25 luglio aveva messo l'assedio alla città di Messina, dopo lo sbarco aragonese tentò un ultimo vano assalto a Messina e poi si ritirò. Pietro occupò di lì a poco tutto il resto dell'isola ed il 26 settembre sbarcò in Calabria, dove gli almugaveri, anche siciliani, fecero solo azioni di guerriglia senza reali conquiste territoriali. Alla fine dell'anno si era determinato uno spaccamento del Regno di Sicilia in due parti, la Sicilia (l'isola) in mano agli aragonesi ed il resto del regno, sul continente, in mano agli Angioini.
Dopo essersi proclamato re di Sicilia (con l'antico titolo federiciano Pietro I Rex Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae), nominò, sempre nel 1282, Ruggiero di Lauria capo della flotta e Giovanni da Procida Gran Cancelliere del regno aragonese di Sicilia. Al contempo, promise che la successione tra regno aragonese e regno siciliana sarebbe stata separata. A seguito di tutto ciò, nel novembre dello stesso anno, fu scomunicato dal papa Martino IV[1], che non lo riconobbe re di Sicilia, anzi lo dichiarò decaduto anche dal regno di Aragona che offrì a Carlo terzogenito (secondogenito vivente) del re di Francia, Filippo l'Ardito e futuro conte di Valois. Pietro, allora lasciata la moglie Costanza in Sicilia come reggente, nel maggio del 1283, rientrò in Aragona, anche per preparare una tenzone, che prevedeva 100 cavalieri per parte (che non si fece mai), con Carlo I d'Angiò. Nel luglio del 1283, gli angioini tentarono un'invasione della Sicilia concentrando una flotta a Malta, ma l'ammiraglio Ruggiero di Lauria sventò il tentativo sorprendendola e distruggendone una parte.
Nel 1284, papa Martino IV, oltre all'assistenza spirituale (scomunica e crociata contro la Sicilia) diede una consistente somma di denaro a Carlo I d'Angiò che preparò una flotta in Provenza che avrebbe dovuto unirsi a parte della flotta che l'attendeva nel porto di Napoli e poi incontrarsi ad Ustica con il resto della flotta composto da trenta galere con l'armata italo-angioina, proveniente da Brindisi. Ma il 5 giugno la flotta siciliano-aragonese, sotto il comando del Lauria si presentò dinanzi al porto di Napoli e il principe di Salerno, il figlio di Carlo I, Carlo lo Zoppo, disobbedendo all'ordine del padre di non muoversi, prima del suo arrivo dalla Provenza, uscì dal porto con la sua flotta napoletana, per combattere il Lauria che lo sconfisse e fece prigioniero lui e parecchi nobili napoletani. Quando Carlo I arrivò a Gaeta e seppe della sconfitta maledisse il figlio, ma dovette rinunciare all'invasione della Sicilia, assediò invano Reggio e poi, per riorganizzarsi, si ritirò in Puglia dove, a Foggia, il 7 gennaio 1285, morì.
Sempre nel 1284, il signore di Albarracín, Juan Núñez I si alleò col re di Francia Filippo, si ribellò all'autorità di Pietro III, che però lo sconfisse, stroncando la ribellione. Nel 1285, il papa Martino IV, dopo che i maggiorenti francesi ne avevano discusso alle assemblee di Bourges (novembre 1283) e Parigi (febbraio 1284) aveva proclamato la crociata contro il regno d'Aragona, a cui avevano aderito con entusiasmo sia Carlo I d'Angiò che Filippo III di Francia, cognato di Pietro III, avendone sposato la sorella, Isabella d'Aragona. La crociata partì nel marzo del 1285, sotto una cattiva stella, per la morte del papa, il 28 marzo a Perugia, dopo che a gennaio era già morto Carlo I d'Angiò; Filippo III era accompagnato dai due figli, Filippo il Bello e Carlo e dal legato del papa. I crociati, un esercito imponente, attraversato il Rossiglione, dove seminarono terribili atrocità, ed i Pirenei posero l'assedio a Girona che cadde dopo dieci settimane, il 7 settembre.
Però dato che la flotta di appoggio francese, che assicurava i rifornimenti ai crociati, tra la fine di agosto e i primi di settembre subì una terribile disfatta da parte della flotta siciliana-aragonese, comandate dal Lauria, dopo una settimana gli invasori, in preda alle malattie dovute al gran caldo, si dovettero ritirare e, durante la ritirata, Filippo III il 5 ottobre morì a Perpignano. Pietro III morì a Vilafranca del Penedès, l'11 novembre 1285, (lo stesso anno del suo avversario Carlo I d'Angiò e circa un mese dopo il cognato Filippo III), lasciando i regni di Aragona e di Valencia, le contee catalane (inclusa Barcellona) al figlio primogenito, Alfonso mentre, sul letto di morte, per rappacificarsi con la chiesa, rinunciò al regno di Sicilia il cui trono spettava al figlio secondogenito, Giacomo, che invece non rinunciò e si recò immediatamente in Sicilia. Pietro III fu inumato nel monastero della Santa Croce, nelle vicinanze di Aiguamúrcia.

Carlo I d'Angiò Re di Sicilia

Figlio di Luigi VIII re di Francia (1226-1285), ebbe la contea di Anjou (Angiò) e del Maine, ottenendo poi la Provenza grazie alle nozze con Beatrice erede di quel dominio (1246). Nel 1263 accettò la corona di re di Sicilia offertagli dal papa in lotta con gli Svevi: aiutato dalla Curia e dai banchieri toscani, riunì a Roma un forte esercito con cui il 26 febbraio 1266 sconfisse Manfredi a Benevento.
Dopo due anni riconfermò il possesso del regno battendo Corradino a Tagliacozzo e fece valere la sua influenza come vicario del papa e capo del Guelfismo in varie regioni del Nord e del Centro Italia. Seguì il fratello Luigi IX re di Francia nelle Crociate, ottenendo in seguito il titolo di re di Gerusalemme (1277). La sua politica dispendiosa e il malgoverno in Sicilia provocarono la cosiddetta rivolta del Vespro (1282), in seguito alla quale l'isola fu conquistata dagli Aragonesi: Carlo avrebbe voluto risolvere la questione con un duello con Pietro d'Aragona, che tuttavia non ebbe luogo per reciproca diffidenza. Ci fu una guerra e in seguito alla sconfitta della sua flotta nel Golfo di Napoli (1284) il suo stesso erede, Carlo II, fu fatto prigioniero.
Dante lo include fra i principi negligenti della valletta dell'Antipurgatorio, vicino proprio a Pietro d'Aragona con cui sembra andare perfettamente d'accordo contrariamente a quanto accadde in vita (Purg., VII, 112 ss.). Nonostante la sua salvezza, il poeta ne dà spesso un giudizio estremamente negativo: in Purg., XX, 67-69 Ugo Capeto lo accusa di essersi impadronito con la forza del regno di Napoli e in seguito di aver fatto giustiziare Corradino; adombra anche l'accusa, peraltro non provata, di aver provocato la morte di san Tommaso d'Aquino. In Par., VIII, 73 ss. Carlo Martello (figlio di Carlo II e perciò nipote di Carlo I) parla della mala segnoria degli Angioini in Sicilia, che avrebbe causato la rivolta del Vespro; altrove Dante sembra invece adombrare una congiura papale e bizantina contro il sovrano, come in Inf., XIX, 97-99 dove il poeta accusa Niccolò III di essere stato corrotto per combattere Carlo l'ardito (tale accusa non trova conferme dirette). Nel citato passo del Canto VII del Purgatorio Dante sottolinea comunque che il figlio e successore di Carlo I, Carlo II lo Zoppo, fu a lui inferiore e di questo si dolgono sia la Provenza, sia il regno di Napoli che ora sono soggetti al suo dominio.

Guglielmo VII del Monferrato

Degli Aleramici di Monferrato, nacque intorno al 1240 da Bonifacio II e da Margherita di Savoia, e successe al padre nel 1253, restando sotto la tutela della madre. I primi segni di una sua politica personale appaiono nel 1260, quando acquistò la signoria ad Alessandria e si unì ad Asti per arginare la dominazione di Carlo I d'Angiò, che andava allargandosi in Piemonte. Nuovo e più forte alleato trovò nel 1261 in Manfredi di Sicilia, dal quale peraltro si staccò per collegarsi con Carlo nel 1264, appena questi ebbe deciso la spedizione contro lo Svevo. Dopo Benevento, Carlo continuò le conquiste in Piemonte, attraversando la via a Guglielmo, che, presi accordi con un forte gruppo di cardinali antiangioini, andò (1271) alla corte di Alfonso X di Castiglia, aspirante alla corona imperiale, ne sposò la figlia Beatrice (era vedovo di Isabella di Gloucester) e fu da lui creato suo vicario in Italia. Tornato in patria, combatté dapprima con forze impari contro gli Angioini; poi, alleatosi con Asti e Genova, e successivamente con altri comuni e feudatarî subalpini, concorse a distruggere il dominio di Carlo in Piemonte (1278). Poté allora raccogliere i frutti della sua politica: dal 1278 al 1280 ottenne la capitania di guerra e la signoria in alcuni comuni (Vercelli, Alessandria, Acqui, Tortona, Casale, Ivrea, Milano), che, travagliati da crisi sociali e costituzionali, avevano già fatto i primi esperimenti di signoria con altri e con lo stesso Guglielmo.
Il suo dominio ha caratteri singolari: quasi dappertutto i trattati che stipulano con lui i comuni, hanno nello stesso tempo la forma dell'assunzione in servizio di un capitano di guerra, a cui si conferiscono soltanto poteri esecutivo-militari, quella dell'alleanza col grande feudatario, investito di ampî poteri giurisdizionali su terre e uomini, e infine, dove G. faceva valere antichi diritti feudali della sua casa, quella della soggezione feudale. In qualche comune (Vercelli, Alessandria, Milano) conseguì, subito o in processo di tempo, la piena signoria.
La sua soverchia potenza - accresciuta dalla capitania conferitagli da una possente lega di comuni, nonché dal nuovo prestigio acquistato, con l'amicizia di Pietro III d'Aragona, che lo chiamò a sé (1280) perché gli procurasse l'alleanza di Alfonso di Castiglia - svegliò inquietudini ad Asti, nei conti di Savoia, nei Visconti, che a Milano lo subivano, a Genova e in altri comuni; i quali tutti gli si collegaronocontro. Nel 129o Guglielmo fu preso con inganno ad Alessandria, gettato in una gabbia e lasciatovi morire (1292). Con lui rovinò il suo dominio.

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purgatorio

 

Eugenio Caruso - 16-09-2020


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