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Dante, Purgatorio Canto XXII. Ancora Stazio

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

INTRODUZIONE
Nel Canto XXII del Purgatorio completa l'episodio che ha per protagonista Stazio e di cui il Canto XXI è stato il momento iniziale, col poeta latino che rivolgeva un appassionato omaggio a Virgilio come suo maestro e modello di poesia: qui l'elogio prosegue e si amplia, indicando Virgilio come colui che ha dapprima spinto Stazio a convertirsi al Cristianesimo e poi lo ha fatto ravvedere dal suo peccato, quello di prodigalità (ciò rientra nel culto di Virgilio e del suo magistero morale, assai diffuso nel Medioevo e cui Dante aderisce pienamente).
Il Canto si apre con l'accenno fugace all'incontro con l'angelo della giustizia, che indirizza i tre verso la Cornice successiva, per poi tornare a concentrarsi sui due poeti latini che conversano tra loro mentre salgono la scala: è Virgilio a chiedere a Stazio spiegazioni circa il suo peccato di avarizia, che gli pare incompatibile col senno mostrato dall'autore della Tebaide nei suoi scritti. Stazio spiega che il suo peccato è stato in realtà quello opposto, ovvero quello di prodigalità che è punito nella stessa V Cornice e che può condurre alla dannazione tanto quanto quello di cupidigia: è assai discusso da dove Dante abbia tratto la notizia della prodigalità di Stazio, che potrebbe essere sua invenzione o derivare da un passo di Giovenale (VII, 82-87) dove si dice che Stazio era così povero da non avere di che vivere se non avesse venduto a un attore una sua tragedia inedita (sed cum fregit subsellia versu / esurit, intactam Paridi nisi vendit Agaven).
Altrettanto discusso è se la regola che vuole puniti nella V Cornice i peccati rappresentanti gli eccessi opposti, secondo la dottrina aristotelica per cui in medio stat virtus, valga solo per quel luogo o per tutto il Purgatorio, anche se di questa seconda ipotesi non c'è alcuna prova evidente (la pena di avari e prodighi è identica, mentre nel IV Cerchio dell'Inferno le due opposte schiere di dannati erano precisamente distinte). Più interessante è quanto Stazio dice circa il passo virgiliano che l'avrebbe indotto a pentirsi del suo peccato, ovvero l'episodio del Libro III dell'Eneide in cui Virgilio, a margine dell'incontro tra Enea e l'anima di Polidoro ucciso da Polinestore per le sue ricchezze, commentava: Quid non mortalia pectora cogis, / auri sacra fames? («A cosa non spingi i petti dei mortali, o esecranda fame dell'oro?»).
È chiaro che Dante interpreta scorrettamente l'espressione auri sacra fames, intendendola come «giusto desiderio dell'oro» e quindi come la virtù mediana tra le opposte colpe di avarizia e prodigalità, per cui la lettura del passo indusse Stazio a rendersi conto che spendere troppo era un peccato quanto non spendere affatto, pentendosi di quella colpa come delle altre. Se si tratti di un vero e proprio fraintendimento del testo latino o di una libera interpretazione da parte di Dante è difficile dire, anche se vanno respinte le contorsioni di commentatori antichi e moderni per ricondurre i versi danteschi al senso originale, mentre esempi di analoghe errate traduzioni non sono infrequenti nell'opera dantesca.
La celebrazione del magistero di Virgilio non si esaurisce a questo ma coinvolge il grande poeta classico anche nel Cristianesimo di Stazio, che infatti riconduce la sua conversione alla lettura della celeberrima IV Egloga, dedicata al figlio nascituro di Asinio Pollione ma che una lunga tradizione esegetica aveva interpretato come preannuncio del Cristianesimo. Non si tratta della leggenda di Virgilio «mago e profeta» della religione cristiana, quanto della consueta cristianizzazione della sua opera come di altri scrittori classici: questi avevano intravisto le verità di fede e le avevano espresse in forma imperfetta, sotto il velo della finzione poetica, come peraltro pensavano molti Padri della Chiesa che sottoponevano questi scritti pagani a una intensa opera di moralizzazione.
La stessa cosa afferma Stazio per Virgilio, indicato come colui che cammina al buio e porta il lume dietro di sé, giovando a chi lo segue e non a se stesso: egli intravide la nascita futura di Cristo e ne scrisse velatamente nella famosa IV Egloga, salvo ignorare egli stesso questa verità e restare escluso dalla salvezza. Il Cristianesimo di Stazio è ovviamente in contrasto con la verità storica ed è molto discusso se anche questo particolare sia invenzione dantesca oppure derivi da una fonte biografica a noi ignota, oppure ancora dall'interpretazione di alcuni passi della sua opera: nel IV libro della Tebaide (vv. 514-517) l'indovino Tiresia, non riuscendo a evocare le anime dei morti, minaccia di far intervenire una divinità superiore e sconosciuta, che egli è restio a nominare in quanto desidera avere una vecchiaia tranquilla.
Dante potrebbe aver interpretato quel passo come un velato accenno al Dio cristiano, anche perché Tiresia lo definisce triplicis mundi summum, mentre la reticenza dell'indovino poteva sembrare la paura di un cristiano di incorrere nelle persecuzioni religiose, attribuita del resto anche allo stesso Stazio; è possibile che Dante non si sia basato solo su quel passo ma su altri testi medievali che sostenevano il Cristianesimo del poeta latino, cosa non strana in quanto leggende analoghe si formarono anche per Virgilio, per Seneca, per Orazio e Ovidio. La novità consiste semmai nell'attribuire il merito inconsapevole di questa conversione alla poesia di Virgilio, per cui la celebrazione della sua autorità raggiunge il punto più alto ed è, al tempo stesso, un'assoluta esaltazione del valore e del potere della poesia in generale.
Dopo la rievocazione nelle parole di Virgilio delle anime dei poeti e dei personaggi della Tebaide che sono relegati insieme a lui nel Limbo, tra cui la maga Manto che crea più di un dubbio per l'incongruenza col Canto XX dell'Inferno, il Canto si chiude con l'accesso alla VI Cornice e la descrizione dell'albero rovesciato che sembra avere le radici rivolte verso l'alto, fra i cui rami si sentono gli esempi di temperanza dichiarati da una misteriosa voce. L'espediente è simile a quello degli esempi di carità e invidia punita della III Cornice e come di consueto gli aneddoti sono tratti in egual misura da tradizione biblica e classica: accanto agli esempi di Maria, del profeta Daniele e di san Giovanni Battista sono ricordati quello delle antiche Romane, sobrie e contente di bere acqua (Dante cita da Valerio Massimo, II, 1, 5) e quello dell'età dell'oro (ricavato da Ovidio, Met., I, 103-112), che sarà ripreso da Matelda nell'Eden proprio in riferimento alla poesia dei poeti pagani Stazio e Virgilio. Il discorso relativo alla poesia proseguirà nei Canti successivi, a cominciare dall'incontro tra Dante e Forese Donati e Bonagiunta da Lucca tra le anime dei golosi.
Il destino ultraterreno di Manto, la maga figlia dell'indovino Tiresia inclusa da Stazio nella Tebaide, è uno dei misteri tuttora insoluti del poema dantesco, in quanto l'autore la colloca tra gli indovini della IV Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno e successivamente (Purg., XXII) fa dire a Virgilio che fra le anime del Limbo vi è anche la figlia di Tiresia, creando un'incongruenza difficilmente spiegabile. Sembra piuttosto strano pensare a una semplice svista del poeta, non foss'altro perché Manto non è citata di sfuggita nel Canto XX dell'Inferno ma è addirittura protagonista dell'ampia digressione con cui Virgilio spiega le origini di Mantova (XX, 58 ss.) ed è lo stesso maestro di Dante a includerla tra gli spiriti del Limbo mentre ne fa l'elenco a Stazio, cioè l'autore del poema di cui la maga era uno dei personaggi. Gli studiosi si sono divisi praticamente in due fazioni, gli uni sostenendo l'errore di Dante e gli altri ipotizzando un'errata trascrizione dei codici. Non ci aiutano i commentatori antichi, altrettanto disorientati quanto i moderni, mentre secondo un'ulteriore ipotesi Dante avrebbe rimaneggiato tardivamente il passo infernale, aggiungendo la digressione su Manto e scordandosi del rapido cenno fatto nel Purgatorio (qualcosa di simile si è immaginato anche a proposito di alcune profezie post eventum, come quella sulla morte di Clemente V in Inf., XIX). La questione è sostanzialmente insoluta, anche se va osservata una stranezza: nel passo infernale in cui sono descritti gli indovini, infatti, Tiresia è indicato pochi versi prima di Manto, la quale è poi presentata senza alcun accenno al fatto di essere sua figlia; nel passo del Purgatorio, invece, Manto non è nominata direttamente ma evocata con l'espressione èvvi la figlia di Tiresia, per cui non si può escludere che Dante intendesse come figlia dell'indovino un personaggio diverso dalla Manto inclusa nella IV Bolgia.

Virgilio osserva che Stazio non appariva come cristiano al tempo in cui compose la Tebaide. Chiede perciò in virtù di quale illuminazione egli si sia poi convertito al cristianesimo. Stazio risponde che Virgilio stesso prima lo ha guidato verso la poesia, poi lo ha illuminato verso la conversione: è stato per lui come un viandante che di notte porta la lanterna non davanti a sé ma dietro, aprendo a chi lo segue la strada giusta. In particolare, gli sono state di ispirazione le parole della quarta Ecloga in cui Virgilio celebra l'avvento di una nuova stirpe che rinnoverà il mondo. Stazio deve quindi a Virgilio sia il suo essere poeta, sia l'esser divenuto cristiano. Infatti in quel tempo il cristianesimo veniva diffuso in tutto il mondo, e le parole di Virgilio apparvero in accordo con la nuova predicazione, così che Stazio iniziò a frequentare i gruppi dei cristiani. Quando Domiziano li perseguitò, anche Stazio li compianse; finché visse li aiutò e ne ammirò la rettitudine. Fu battezzato prima di comporre la Tebaide, ma per paura tenne nascosta la conversione: per tale tiepidezza ha dovuto per più di quattro secoli purificarsi nella quarta cornice tra gli accidiosi.
Stazio chiede quindi a Virgilio notizie sul destino eterno di illustri scrittori latini: Terenzio, Cecilio, Plauto, Varro ovvero Vario. Virgilio rispose che essi, insieme a Persio e molti altri, nonché a Omero e a lui stesso si trovano nel primo cerchio dell'Inferno e insieme spesso parlano di poesia. Là si trovano anche poeti greci, come Euripide, Antifonte, Simonide, Agatone, insieme a figure delle quali Stazio parla nei suoi poemi, come Antigone, Ismene, Deidamia e altre.
I poeti proseguono il cammino in silenzio, guardandosi intorno; è la quinta ora del giorno (perciò mattina inoltrata). Virgilio indica che a suo giudizio è opportuno tenere l'orlo esterno della cornice alla destra continuando a salire nel modo consueto. Mentre camminano, Dante ascolta il colloquio dei due poeti dai quali trae ammaestramento. Ma il colloquio viene interrotto perché in mezzo al percorso si leva un albero carico di frutti profumati, di forma via via più stretta dall'alto verso il basso, come un abete rovesciato, forse - pensa Dante - perché nessuno vi si possa arrampicare. Dalla roccia esce un'acqua chiara che irrora l'albero da sotto in su. Virgilio e Stazio si accostano e odono tra le fronde una voce che grida: "Non mangerete questi frutti" (richiamando il divieto di Dio ad Adamo). Poi la stessa voce espone cinque esempi di sobrietà nel cibo, ovvero le nozze di Cana, l'astensione delle antiche romane dal vino, l'essersi cibato di miele e locuste da parte di Giovanni Battista nel deserto, l'età dell'oro nella quale erano cibo saporito le ghiande e nettare le acque dei ruscelli e la storia del profeta Daniele che si è rifiutato di mangiare alla tavola di re Nabucodonosor.
Il canto riprende e sviluppa quel colloquio tra poeti che è iniziato nel Purgatorio - Canto ventunesimo. Al centro è sempre Stazio, al quale Dante affida, dopo l'elogio a Virgilio maestro di poesia, un altro elogio, se possibile anche maggiore: Stazio dichiara di essere debitore a Virgilio del ravvedimento rispetto alla propria colpevole prodigalità (e di conseguenza della salvezza eterna) e di essere stato indotto da lui alla conversione; le parole della quarta Bucolica gli sono sembrate un preannuncio della venuta di Gesù Cristo e quindi lo hanno indotto ad avvicinarsi ai cristiani. L'interpretazione della poesia di Virgilio come intrisa di anticipazioni del Cristianesimo, e di Virgilio stesso come profeta, sostenuta forse dall'imperatore Costantino, secondo la biografia scritta da Eusebio di Cesarea, e certamente da Sant'Agostino (Epistula 258,5 ad Marcianum), era largamente diffusa al tempo di Dante. Il racconto della conversione di Stazio però non è storicamente fondato, e per di più Dante confonde i dati biografici su di lui con quelli relativi ad un altro Stazio, un retore nato a Tolosa, mentre il poeta di cui qui si parla nacque a Napoli.
A una pratica tipica del tempo di Dante si può attribuire anche la traduzione dei versi dell'Eneide, nei quali "auri sacra fames" significa "esecrabile fame dell'oro" e non, come mostrano i versi 40-41, sacro (quindi giusto) desiderio di ricchezza. Era frequente, prima che si affermasse la prospettiva filologica, l'adattamento dei testi classici ai significati propri del Cristianesimo, che essi ovviamente non potevano contenere (Virgilio morì nel 19 a.C.). È dunque evidente l'intenzione di Dante di esprimere nel modo più ampio, mediante le parole di Stazio, la propria ammirazione e devozione per il poeta latino, che tante altre volte si manifesta nella Commedia. La seconda parte del canto (dal v. 94 in poi) sviluppa informazioni sul limbo, presentato, come già nel secondo canto dell'Inferno, come luogo ove conversano di argomenti elevati i grandi spiriti dell'antichità; poi riprende la narrazione del cammino con l'addentrarsi nel sesto girone, quello dei golosi. Come nelle altre cornici, anche qui vi sono elementi simbolici (in questo caso l'albero capovolto) e risuonano esempi della virtù contraria al peccato di cui qui ci si purifica. Note
- La beatitudine cantata dall'angelo (vv. 4-6) è la quarta, che nel testo evangelico (Matth., V, 6) suona: beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam, quoniam ipsi saturabuntur («beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché essi saranno saziati»). Il passo sembra indicare che l'angelo della giustizia reciti solo il versetto beati qui sitiunt iustitiam, contrapponendo la sete di giustizia a quella delle ricchezze punita in questa Cornice, mentre nella successiva la beatitudine sarà: Beati qui esuriunt iustitiam (XXIV, 151-154).
- Il poeta latino D. Giunio Giovenale (v. 14) visse nel 47-130 d.C. circa e fu contemporaneo di Stazio e ammiratore della Tebaide. Dante lo cita spesso, anche se non è certo ne conoscesse direttamente l'opera.
- I vv. 16-17 alludono all'amore che si stringe fra persone che non si sono mai incontrate, frequente nella lirica provenzale (il cosiddetto amor de lonh). Migliaia di lunari (v. 36) vuol dire migliaia di mesi, quindi secoli (Stazio è stato nella V Cornice oltre cinquecento anni).
- Il v. 46 (Quanti risurgeran coi crini scemi) si rifà a quanto detto in Inf., VII, 55-57 sul fatto che i prodighi dannati risorgeranno il Giorno del Giudizio coi capelli tagliati, mentre gli avari col pugno chiuso.
- I vv. 49-51 significano: «E sappi che la colpa che si contrappone (rimbecca) in maniera opposta all'altro peccato, qui si estingue con l'espiazione (suo verde secca, si inaridisce) insieme ad esso».
- La doppia tristizia di Giocasta indica i due figli della donna, Eteocle e Polinice, che nella Tebaide si scontrarono in una lotta fratricida.
- Il v. 58 indica che Clio, la Musa della poesia epica, tasta, cioè accompagna col suono della lira, il canto di Stazio.
- Appresso Dio (v. 66) è stato interpretato come «verso Dio», ma è più probabile che voglia dire «dopo Dio» (quindi Stazio fu prima illuminato dalla Grazia divina, e solo in seguito da Virgilio).
- I vv. 70-72 sono una traduzione letterale della IV Egloga di Vigilio, vv. 5-7: magnus ab integro saeclorum nascitur ordo. / Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna; / iam nova progenies caelo demittitur alto («La grande serie dei secoli ricomincia. Ecco che ritorna anche la Vergine [Astrea, dea della giustizia], ritorna il regno di Saturno [l'età dell'oro]; ecco che una nuova progenie scende dall'alto dei cieli»).
- Centesmo (v. 93) vuol dire «l'ultimo anno di cento», quindi Stazio indica che la sua permanenza nella IV Cornice ha superato i 400 anni.
- Gli scrittori citati da Stazio e da Virgilio (vv. 97-108) quali anime relegate nel Limbo sono P. Terenzio Afro (192-159 a.C.), commediografo latino come anche Cecilio Stazio (220-166 a.C.) e T. Maccio Plauto (254-184 a.C.); Varrone Reatino, l'erudito dell'età di Cesare (ma potrebbe essere anche Vario Rufo, amico di Virgilio ed editore dell'Eneide); A. Persio Flacco (34-62 d.C.), poeta satirico dell'età di Nerone; Omero (il Greco / che le Muse lattar...); i tragici greci Euripide (480-406 a.C.), di cui ci sono giunte diciannove tragedie, e Antifonte (IV sec. a.C.), di cui non abbiamo nulla; Simonide di Ceo (556-467 a.C.), poeta lirico greco; Agatone, tragico greco del V sec. a.C.
- Ai vv. 109-114 Virgilio cita alcuni personaggi della Tebaide e dell'Achilleide: Antigone, figlia di Edipo e Giocasta, uccisa da Creonte perché seppellì il cadavere di Polinice; Deifile, moglie di Tideo che fu uno dei re che assediarono Tebe; Argia, moglie di Polinice; Ismene, sorella di Antigone e con lei messa a morte dal tiranno Creonte; Isifile (quella che mostrò Langia), che indicò ai sette re greci la fonte Langia presso Nemea; Manto, figlia dell'indovino Tiresia; Teti, moglie di Peleo e madre di Achille; Deidamia, la figlia del re di Sciro che si innamorò di Achille (Teti e Deidamia sono personaggi dell'Achilleide).
- Le ancelle citate al v. 118 sono le ore del giorno, rappresentate classicamente come fanciulle che si avvicendano alla guida del carro del Sole: la quinta è al timone (temo) e ne drizza la punta ardente verso l'alto, perché il Sole deve giungere al meridiano.
- Al v. 121 lo stremo indica l'orlo estremo della Cornice.
- La voce che al v. 141 dice Di questo cibo avrete caro, cioè «avrete mancanza», ricalca il passo bibilico (Gen., II, 17) che dice de ligno autem scientiae boni et mali ne comedas; alcuni argomentano che l'albero nasce da quello dell'Eden, come l'altro posto all'uscita della Cornice.
- I vv. 146-147 si riferiscono all'episodio biblico in cui Daniele, fatto educare dal re babilonese Nabucodonosor, rifiutò insieme ad altri giovani i cibi prelibati della mensa regale per nutrirsi di acqua e legumi: in cambio Dio concesse loro scienza e istruzione in ogni campo del sapere e a Daniele la capacità di interpretare i sogni (Dan., I, 1-20).

TESTO

Già era l’angel dietro a noi rimaso, 
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, 
avendomi dal viso un colpo raso;                                    3

e quei c’hanno a giustizia lor disiro 
detto n’avea beati, e le sue voci 
con ‘sitiunt’, sanz’altro, ciò forniro.                                   6

E io più lieve che per l’altre foci 
m’andava, sì che sanz’alcun labore 
seguiva in sù li spiriti veloci;                                             9

quando Virgilio incominciò: «Amore, 
acceso di virtù, sempre altro accese, 
pur che la fiamma sua paresse fore;                            12

onde da l’ora che tra noi discese 
nel limbo de lo ‘nferno Giovenale, 
che la tua affezion mi fé palese,                                     15

mia benvoglienza inverso te fu quale 
più strinse mai di non vista persona, 
sì ch’or mi parran corte queste scale.                           18

Ma dimmi, e come amico mi perdona 
se troppa sicurtà m’allarga il freno, 
e come amico omai meco ragiona:                               21

come poté trovar dentro al tuo seno 
loco avarizia, tra cotanto senno 
di quanto per tua cura fosti pieno?».                              24

Queste parole Stazio mover fenno 
un poco a riso pria; poscia rispuose: 
«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.                          27

Veramente più volte appaion cose 
che danno a dubitar falsa matera 
per le vere ragion che son nascose.                             30

La tua dimanda tuo creder m’avvera 
esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, 
forse per quella cerchia dov’io era.                                33

Or sappi ch’avarizia fu partita 
troppo da me, e questa dismisura 
migliaia di lunari hanno punita.                                      36

E se non fosse ch’io drizzai mia cura, 
quand’io intesi là dove tu chiame, 
crucciato quasi a l’umana natura:                                  39

‘Per che non reggi tu, o sacra fame 
de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, 
voltando sentirei le giostre grame.                                 42

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali 
potean le mani a spendere, e pente’mi 
così di quel come de li altri mali.                                    45

Quanti risurgeran coi crini scemi 
per ignoranza, che di questa pecca 
toglie ‘l penter vivendo e ne li stremi!                             48

E sappie che la colpa che rimbecca 
per dritta opposizione alcun peccato, 
con esso insieme qui suo verde secca;                        51

però, s’io son tra quella gente stato 
che piange l’avarizia, per purgarmi, 
per lo contrario suo m’è incontrato».                              54

«Or quando tu cantasti le crude armi 
de la doppia trestizia di Giocasta», 
disse ‘l cantor de’ buccolici carmi,                                 57

«per quello che Cliò teco lì tasta, 
non par che ti facesse ancor fedele 
la fede, sanza qual ben far non basta.                          60

Se così è, qual sole o quai candele 
ti stenebraron sì, che tu drizzasti 
poscia di retro al pescator le vele?».                             63

Ed elli a lui: «Tu prima m’inviasti 
verso Parnaso a ber ne le sue grotte, 
e prima appresso Dio m’alluminasti.                            66

Facesti come quei che va di notte, 
che porta il lume dietro e sé non giova, 
ma dopo sé fa le persone dotte,                                     69

quando dicesti: ‘Secol si rinova; 
torna giustizia e primo tempo umano, 
e progenie scende da ciel nova’.                                    72

Per te poeta fui, per te cristiano: 
ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, 
a colorare stenderò la mano.                                          75

Già era ‘l mondo tutto quanto pregno 
de la vera credenza, seminata 
per li messaggi de l’etterno regno;                                78

e la parola tua sopra toccata 
si consonava a’ nuovi predicanti; 
ond’io a visitarli presi usata.                                            81

Vennermi poi parendo tanto santi, 
che, quando Domizian li perseguette, 
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;                            84

e mentre che di là per me si stette, 
io li sovvenni, e i lor dritti costumi 
fer dispregiare a me tutte altre sette.                             87

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi 
di Tebe poetando, ebb’io battesmo; 
ma per paura chiuso cristian fu’mi,                               90

lungamente mostrando paganesmo; 
e questa tepidezza il quarto cerchio 
cerchiar mi fé più che ‘l quarto centesmo.                    93

Tu dunque, che levato hai il coperchio 
che m’ascondeva quanto bene io dico, 
mentre che del salire avem soverchio,                          96

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico, 
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: 
dimmi se son dannati, e in qual vico».                          99

«Costoro e Persio e io e altri assai», 
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco 
che le Muse lattar più ch’altri mai,                                 102

nel primo cinghio del carcere cieco: 
spesse fiate ragioniam del monte 
che sempre ha le nutrice nostre seco.                         105

Euripide v’è nosco e Antifonte, 
Simonide, Agatone e altri piùe 
Greci che già di lauro ornar la fronte.                            108

Quivi si veggion de le genti tue 
Antigone, Deifile e Argia, 
e Ismene sì trista come fue.                                           111

Védeisi quella che mostrò Langia; 
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti 
e con le suore sue Deidamia».                                      114

Tacevansi ambedue già li poeti, 
di novo attenti a riguardar dintorno, 
liberi da saliri e da pareti;                                                117

e già le quattro ancelle eran del giorno 
rimase a dietro, e la quinta era al temo, 
drizzando pur in sù l’ardente corno,                              120

quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo 
le destre spalle volger ne convegna, 
girando il monte come far solemo».                             123

Così l’usanza fu lì nostra insegna, 
e prendemmo la via con men sospetto 
per l’assentir di quell’anima degna.                             126

Elli givan dinanzi, e io soletto 
di retro, e ascoltava i lor sermoni, 
ch’a poetar mi davano intelletto.                                    129

Ma tosto ruppe le dolci ragioni 
un alber che trovammo in mezza strada, 
con pomi a odorar soavi e buoni;                                  132

e come abete in alto si digrada 
di ramo in ramo, così quello in giuso, 
cred’io, perché persona sù non vada.                          135

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso, 
cadea de l’alta roccia un liquor chiaro 
e si spandeva per le foglie suso.                                  138

Li due poeti a l’alber s’appressaro; 
e una voce per entro le fronde 
gridò: «Di questo cibo avrete caro».                             141

Poi disse: «Più pensava Maria onde 
fosser le nozze orrevoli e intere, 
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.                   144

E le Romane antiche, per lor bere, 
contente furon d’acqua; e Daniello 
dispregiò cibo e acquistò savere.                                 147

Lo secol primo, quant’oro fu bello, 
fé savorose con fame le ghiande, 
e nettare con sete ogne ruscello.                                  150

Mele e locuste furon le vivande 
che nodriro il Batista nel diserto; 
per ch’elli è glorioso e tanto grande 

quanto per lo Vangelio v’è aperto».                               154

PARAFRASI

L'angelo era ormai dietro di noi, l'angelo che ci aveva indirizzati alla VI Cornice, dopo aver cancellato dalla mia fronte la P;

e aveva dichiarato beati coloro che desiderano la giustizia, e le sue parole terminarono con 'sitiunt' senza aggiungere altro.

E io camminavo più leggero che per gli altri passaggi, cosicché seguivo in alto quegli spiriti veloci senza alcuna fatica;

quando Virgilio iniziò a dire: «Un amore, purché virtuoso, fu sempre corrisposto, a condizione che la sua fiamma fosse visibile;

per cui, dal giorno in cui scese fra di noi nel Limbo Giovenale, che mi svelò il tuo affetto per me, la mia benevolenza verso di te fu tanta quanta mai fu provata da qualcuno per una persona mai vista, al punto che ora queste scale mi sembreranno corte.

Ma dimmi, e come amico perdonami se parlo con eccessiva sicurezza, e come amico ormai parla con me: come è possibile che nel tuo cuore abbia albergato l'avarizia, nella saggezza di cui fosti ripieno per la tua sollecitudine?»

Queste parole spinsero Stazio a ridere dapprima un poco; poi rispose: «Ogni tua parola è un indizio gradito del tuo affetto.

In verità spesso appaiono delle cose che spingono a dubitare su questioni inesistenti, perché le cause reali sono nascoste.

La tua domanda mi conferma che tu credi che io sulla Terra fossi avaro, forse perché mi trovavo in quella Cornice.

Ora, sappi che l'avarizia fu troppo lontana da me, e questo eccesso è stato punito da migliaia di mesi trascorsi in Purgatorio.

E se io non avessi prestato attenzione, quando lessi quel passo in cui tu, quasi crucciato contro la natura umana, affermi: 'O giusta fame dell'oro, perché non governi i cuori dei mortali?», io sarei dannato all'Inferno e farei ruotare i massi.

Allora compresi che le mani potevano spendere eccessivamente e mi pentii di quella come delle altre colpe.

Quanti dannati risorgeranno coi capelli tagliati per ignoranza di questo, che durante la vita e in punto di morte preclude il pentimento di questa colpa!

E sappi che la colpa che si contrappone in modo opposto a un peccato, viene espiata qui insieme con esso;

perciò, se io sono stato fra i penitenti che espiano l'avarizia, ciò mi è toccato per espiare il peccato opposto».

«Ora, quando tu cantasti la guerra crudele dei due figli (Eteocle e Polinice) di Giocasta», disse l'autore dei carmi bucolici, «per quello che la Musa Clio suona nel tuo verso non sembra che tu avessi ancora la fede, senza la quale le buone azioni sono insufficienti.

Se è così, quale sole (la Grazia) o quali candele (insegnamenti umani) ti illuminarono al punto di farti seguire il messaggio di san Pietro?»

E Stazio rispose: «Tu prima mi hai inviato a bere nelle grotte di Parnaso (mi hai avviato alla poesia) e per primo mi hai illuminato dopo Dio.

Hai fatto come quello che va di notte, portando il lume dietro di sé non giovando a se stesso, ma illuminando quelli che lo seguono, quando dicesti: 'Il tempo si rinnova; torna la giustizia e la prima età dell'uomo, e dal cielo scende una nuova progenie'.

Grazie a te divenni poeta e cristiano: ma affinché tu capisca meglio ciò che dico, aggiungerò altri particolari.

Ormai il mondo era pieno della vera religione, diffusa dai messaggeri del regno eterno (apostoli);

e le tue parole che prima ho citato si adattavano ai nuovi predicanti; allora presi l'abitudine di visitarli.

Mi sembrarono poi così santi, che, quando Domiziano li perseguitò, i loro pianti furono accompagnati dalle mie lacrime (provai per loro compassione);

e mentre fui in vita, li aiutai e i loro retti costumi mi indussero a disprezzare ogni altro culto religioso.

E prima che io portassi i Greci ai fiumi di Tebe nei miei versi (prima di completare la Tebaide), fui battezzato; ma per paura nascosi la mia religione, ostentando a lungo il paganesimo; e questa paura mi ha costretto a girare il monte nella IV Cornice oltre quattro secoli.

Tu dunque, che hai sollevato il coperchio che nascondeva il bene che ti ho detto, mentre siamo impegnati a salire, dimmi dov'è il nostro antico Terenzio, e dove sono Cecilio, Plauto e Varrone (o Vario Rufo), se lo sai: dimmi se sono dannati, e in quale Cerchio».

Il mio maestro rispose: «Costoro, Persio, io e molti altri siamo insieme a quel poeta greco (Omero) che le Muse allattarono più di chiunque altro, nel I Cerchio del carcere oscuro (Inferno): spesse volte parliamo del monte (Parnaso) che ha sempre con sé le nostre nutrici (Muse).

Con noi ci sono anche Euripide, Antifonte, Simonide, Agatone e molti altri greci che si sono ornati la fronte di alloro.

Qui si vedono tra i tuoi personaggi Antigone, Deifile e Argia, e Ismene così triste come fu.

Vi si vede quella (Isifile) che mostrò la fonte di Langia; vi è la figlia di Tiresia (Manto), Teti e Deidamia con le sue sorelle».

I due poeti ormai tacevano, nuovamente attenti a guardarsi intorno, ormai liberi dal salire e dalle pareti (fuori dalla scala);

e ormai le quattro ancelle del giorno (ore) erano rimaste indietro, e la quinta era al timone, drizzando in alto la punta ardente, quando il mio maestro disse: «Credo che ci convenga volgere le nostre spalle destre all'orlo della Cornice, girando il monte come siamo soliti fare».

Così l'abitudine ci indicò cosa fare, e ci incamminammo con minore esitazione grazie al tacito assenso di quell'anima così degna (Stazio).

Essi procedevano davanti e io tutto solo dietro, e ascoltavo i loro discorsi, che mi davano materia di poetare.

Ma d'improvviso i dolci ragionamenti furono interrotti da un albero che trovammo in mezzo alla via, con frutti dal dolce e piacevole profumo;

e come un abete diventa rado via via verso l'alto, di ramo in ramo, così quello fa verso il basso, credo per impedire che qualcuno vi si arrampichi.

Dal lato in cui il nostro cammino era chiuso dalla parete del monte, dall'alta roccia sgorgava un'acqua cristallina che si spandeva tra le foglie, verso l'alto.

I due poeti si avvicinarono all'albero; e una voce attraverso le foglie gridò: «Di questo cibo sentirete la mancanza».

Poi aggiunse: «Maria badava più al fatto che le nozze fossero onorevoli che non alla sua bocca, che ora intercede per voi.

E le antiche Romane, per bere, si accontentarono di acqua; e il profeta Daniele disprezzò il cibo e guadagnò la sapienza.

Durante la prima età dell'uomo (l'età dell'oro), finché fu aurea, la fame rese appetibili le ghiande e la sete fece diventare nettare ogni ruscello.

Miele e locuste furono il cibo che nutrì Giovanni Battista nel deserto; perciò egli è glorioso e tanto grande quanto vi è svelato nel Vangelo».

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Eugenio Caruso - 11/02/2021


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