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Virgilio, Eneide, Libro IX. La guerra

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

INTRODUZIONE

L'Eneide (in latino: Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto da Publio Virgilio Marone tra il 29 a.C. e il 19 a.C. Narra la leggendaria storia dell'eroe troiano Enea (figlio di Anchise e della dea Venere) che riuscì a fuggire dopo la caduta della città di Troia, e che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano. Alla morte di Virgilio il poema, scritto in esametri dattilici e composto da dodici libri per un totale di 9.896 esametri, rimase privo degli ultimi ritocchi e revisioni dell'autore, testimoniate da 58 esametri incompleti; perciò nel suo testamento il poeta fece richiesta di farlo bruciare, nel caso in cui non fosse riuscito a completarlo, ma gli amici Vario Rufo e Plozio Tucca, non rispettando le volontà del defunto, salvaguardarono il manoscritto dell'opera e, successivamente, l'imperatore Ottaviano Augusto ordinò di pubblicarlo così com'era stato lasciato. I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei troiani - alleati con i Liguri, con alcuni gruppi locali di Etruschi e con i Greci provenienti dall'Arcadia - contro i Rutuli, i Latini e le popolazioni italiche in loro appoggio, tra cui i Volsci e altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci. Enea è una figura già presente nelle leggende e nella mitologia greca e romana, e compare spesso anche nell'Iliade; Virgilio mise insieme i singoli e sparsi racconti dei viaggi di Enea, la sua vaga associazione con la fondazione di Roma e soprattutto un personaggio dalle caratteristiche non ben definite tranne una grande devozione (pietas in latino), e ne trasse un avvincente e convincente "mito della fondazione", oltre a un'epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia giulio-claudia come discendente dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e di Troia.

Attraverso quest'opera, Virglio ha reso celebri e trasmesso ai posteri numerosissime storie e racconti mitologici della classicità greca e romana. Molti racconti sono tipici della tragedia greca; "fortunatamente" per gli antichi greci e romani l'uccisione di mogli, amanti, figli, mariti, come stupri, incesti e altre violenze sessuali erano dovute all'intervento di qualche dio, che, spesso, funge da artefice e da giudice. Giova anche notare che, dall'antichità classsica, ai giorni nostri i massimi artisti si sono cimentati, con dipinti e sculture, nel raccontare e farci godere con grande intensità i racconti della mitologia tramandatici da Virgilio. Anche Dante, nelle sue metafore, ha attinto molto da lui la cui opera conosceva molto bene, a ulteriore dimostrazione dell'immensa cultura del poeta fiorentino. Giova anche notare che, allora, non era facile trovare un manoscritto dell'Eneide: se ne potevano trovare solo nelle grandi abbazie e presso i palazzi di famiglie blasonate.

LIBRO IX

RIASSUNTO

Mentre Enea si trova in Etruria, presso Tarconte, la dea Iride va ad avvisare Turno che "Enea è giunto fino alla lontana città di Corito (Tarquinia) e sta assumendo il comando della banda degli agresti Etruschi confederati". Turno allora, approfittando dell'assenza di Enea, sferra un assalto contro l'accampamento troiano, ma i Troiani riescono a resistere. Turno vuole bruciare le loro navi, ma grande è il suo stupore quando vede emergere, nel posto dove esse si trovavano, una moltitudine di Ninfe. Capisce allora che non è il momento di attaccare i Troiani, perché significherebbe inimicarsi gli dei. Dà quindi ordine di porre assedio al campo troiano a quattordici giovani condottieri del suo esercito (ciascuno dei quali è alla testa di un contingente composto da altri cento giovani) e agli uomini di Messapo. Nella stessa notte, gli inseparabili amici Eurialo e Niso si propongono di raggiungere Enea attraversando le linee nemiche. Entrano nel campo dei Rutuli, che trovano tutti addormentati, e decidono di farne strage. A iniziarla è Niso che armato di spada colpisce un alleato molto caro a Turno, ovvero il giovane re e augure Ramnete, sorpreso a russare un sonno particolarmente affannoso fra i tappeti ammucchiati a mo' di pagliericcio, e tre suoi servi, tutti adolescenti; le vittime successive sono lo scudiero e l'auriga di Remo, e il condottiero stesso, decapitato di netto da Niso che lascia il busto sul letto facendone colare tutto il sangue; e appresso al signore, il troiano recide la testa anche ad alcuni guerrieri del suo gruppo, tra cui l'insigne giovinetto Serrano, disteso al suolo per l'effetto soporifero dell'abbondante gozzoviglia alla quale si era dato dopo aver allegramente giocato a dadi. La strage ai danni degli italici viene proseguita da Eurialo, le cui vittime sono uomini di basso lignaggio. Uno di essi, Reto, svegliatosi improvvisamente, cerca di fuggire, venendo però anch'egli ucciso da Eurialo. Usciti dall'accampamento dei Rutuli, Eurialo e Niso vengono intercettati da un gruppo di cavalieri italici guidati da Volcente e costretti a nascondersi: Volcente cattura Eurialo e lo uccide, sicché Niso viene allo scoperto per vendicare l'amico e si scaglia contro il suo assassino, riuscendo a ucciderlo, ma muore subito dopo, trafitto dalle armi degli uomini di Volcente. Turno, infuriato per l'incursione compiuta da Eurialo e Niso, attacca nuovamente il campo dei Troiani. Ascanio si rende autore del suo primo atto d'eroismo militare trafiggendo mortalmente Numano, il cognato di Turno. Questi furibondo distrugge la palizzata, uccidendo i due giganteschi fratelli Pandaro e Bizia. Il re rutulo entra quindi nel campo nemico e fa strage di troiani in fuga: solo l'eroico Linceo cerca di assalire Turno con la spada snudata ma, prevenutolo, il Rutulo gli fa volare via di spada la testa con l'elmo mandando a giacere il busto a terra; rimbrottati dai loro capi i Troiani assalgono Turno che viene circondato dalle lance ed è costretto a tuffarsi nel Tevere per mettersi in salvo (in seguito ritornerà dai suoi compagni trasportato dalla corrente).

TESTO

TURNO E IRIDE, INVIATA DA GIUNONE (1-32)
Ma mentre queste cose accadono in una parte totalmente diversa,
Giunone mandò dal cielo Iride
all'audace Turno. Casualmente allora Turno sedeva nel bosco
della valle consacrata del padre Pilumno.
E a lui così la Taumanzia si rivolse con la rosea bocca: 5
"Turno, quello che nessuno degli dei oserebbe promettere
a chi lo desidera, ecco il giorno da passare lo offrì spontaneamente.
Enea, lasciata la città, i compagni e la flotta,
si dirige aglii scettri del Palatino e alla sede di Evandro.
E non basta: penetrò nelle estreme città di Corito 10
e arma un manipolo di Lidi, contadini raccolti.
Perché esiti? Ora (è) tempo di cercare cavalli, ora i cocchi.
Rompi tutti gli indugi e assalta gli accampamenti troiani".
Disse, e si alzò ad ali congiunte in cielo
e nella fuga tagliò un gigantesco arco sotto le nubi. 15
(La) riconobbe il giovane e levò entrambe le palme
alle stelle e inseguì la fuggente con tale frase:
"Iride, splendore del cielo, chi a me ti spinse inviata
dalle nubi nelle terre? Donde questa occasione così splendida
improvvisamente? Vedo aprirsi il mezzo del cielo 20
e le stelle vaganti del polo. Seguo sì grandi auguri,
chiunque (tu sia che) chiami alle armi." Così espressosi
s'avvicinò all'onda e bevve le acque sulla cima del gorgo
pregando gli dei, e riempì il cielo di voti.
E già tutto l'esercito marciava nella piane aperte 25
ricco di cavalli, ricco di vestiario dipinto e d'oro;
Messapo le prime schiere, i giovani tirridi guidano
la retroguardia, a capo a metà dell'esercito, Turno:
[si volge tenendo le armi e soverchia gli altri con tutta la testa]
come il Gange sorgendo alto, sedati i sette corsi 30
nella quiete o il Nilo con ricco afflusso
quando rifluisce dalle piane e si è nascosto nell'alveo.

I RUTULI NEGLI ACCAMPAMENTI DEI TEUCRI
(33-76)
Qui i Teucri vedono addensarsi una nube improvvisa
di nera polvere e le tenebre sorgere dalle pianure.
Per primo dalla torre di fronte Caico grida: 35
" Che gruppo, cittadini, si volge nella nera caligine?
Veloci portate il ferro, date le armi, scalate le mura,
il nemico è presente." Con grande clamore per tutte
le porte i Teucri si accalcano e riempiono i bastioni.
Così infatti partendo aveva ordinato l'ottimo in armi 40
Enea: se vi fosse stata qualche situazione pericolosa,
né osassero attaccare battaglia né affidarsi al campo aperto;
solo tenessero l'accampamento e le mura sicure col vallo.
Perciò anche se ira e vergogna mostra di venir alle mani,
oppongono tuttavia le porte ed eseguono gli ordini, 45
e armati aspettano nelle cave torri il nemico.
Turno, come volando davanti aveva preceduto il lento esercito,
accompagnato da venti scelti tra i cavalieri e arriva
improvviso alla città, e lo porta un cavallo tracio con bianche
macchie e lo copre un elmo d'oro con cresta rossa: 50
"Chi sarà mai con me, giovani, che per primo contro il nemico…?
Ecco," disse e vibrando un giavellotto lo scaglia in aria,
principio di scontro, e si getta sul campo.
I compagni raccolgono il grido e lo seguono con fremito con suono
spaventoso; si meravigliano degli inerti cuori dei Teucri, 55
che non si danno a uguale campo, che uomini non muovano
contro le armi, ma che s'annidano in casa. Qua e là torbido
perlustra a cavallo le mura cerca un ingresso nell'imposibile.
E come quando un lupo insidiando un ovile pieno
freme ai varchi sopportando i venti e le piogge 60
nel mezzo della notte; gli agnelli sicuri sotto le madri
mandano un belato, egli crudele e malvagio infuria
con ira contro gli assenti; lo tormenta la rabbia di mangiare
accumulata da tempo e le fauci secche di sangue:
non diversamente s'infiammano le ire al Rutulo che guarda 65
mura e campo, il dolore arde nelle dure ossa.
Con quale tattica tenti i varchi e quale via scuota i Teucri
chiusi nel vallo e li spinga nella pianura?
La flotta troiana, che unita a un lato dell'acampamento era nascosta,
circondata dagli argini e dalle onde del fiume, 70
egli l'assale e chiede ai compagni festanti gli incendi
e furioso riempie la mano di pino bruciante.
Allora i rutuli incalzano, li sprona la presenza di Turno,
tutta la gioventù si munisce di nere fiaccole.
Saccheggiarono i fuochi: la torcia fumosa offre luce
di pece e Vulcano (porta) la congiunta favilla alle stelle.


LE NAVI TROIANE TRAMUTATE (77-125)
Quale Dio, o Muse, ha allontanato dai Teucri così crudeli
incendi? Chi cacciò così grandi fuochi dalle navi?
Dite: antica la fede per il fatto, ma la fama perenne.
Nel tempo in cui all'inizio Enea formava la flotta sull'Ida 80
di Frigia e si preparava a dirigersi nell'alto del mare,
si narra che la stessa Berecinzia madre degli dei con queste
frasi si rivolse al grande Giove: "Da', figlio, a me che lo chiedo,
quello che la tua cara madre ti chiede, domato l'Olimpo.
Io ebbi una amata selva di pini per molti anni, 85
un bosco sulla sommità della vetta, dove portavano cose sacre,
ombroso di nereggiante resinoso (abete) e tronchi di acero.
Io le diedi lieta al giovene Dardanio, avendo bisogno
di flotta; ora mi angustia, preoccupata, un ansioso timore.
Sciogli le paure e permetti che la madre possa questo con preghiere,
sconnesse da nessuna rotta, non siano vinte da tempesta
di vento: serva esser nate sui nostri monti."
Il figlio a lei in risposta, lui che fa girare le stelle del mondo:
"O madre, dove chiami i fati? O cosa chiedi con questo?
Che carene fatte da mano mortale abbiano 95
fato immortale? Ed Enea, certo, veda incerti
pericoli? A quele dio è permesso tale potere?
Orbene, quando assolto il compito un giorno terranno i porti
ausoni, quella che sarà scampata dalle onde
e avrà portato il capo dardanio ai campi di Laurento, 100
toglierò la forma mortale e comanderò che siano
del grande mare, come la nereide Doto
e Galatea solchino col petto il mare spumeggiante."
Aveva detto e confermò la decisione per i fiumi del fratello
stigio, per i torrenti di pece e le rive dalla nera voragine, 105
e col cenno fece tremare tutto l'Olimpo.
Dunque giungeva il giorno promesso e le Parche avevano
adempiuto i tempi dovuti, quando l'affronto di Turno
avvertì la Madre di scacciare le torce dalle sacre navi.
Allora prima una nuova luce brillò agli occhi e una grande 110
nube parve percorrere il cielo dall'Aurora
e i cori dell'Ida; poi una voce orrenda cade
per l'aria e riempie le schiere di Troiani e Rutuli:
" Non preoccupatevi, Teucri, di difendere le mie navi
e non armate le mani; sarà dato a Turno di bruciare prima 115
i mari che i sacri pini. Voi andate sciolte,
andate dee del mare, lo comanda la madre."
Subito le poppe rompono le catene dalle rive
e alla maniera dei delfini, sommersi i rostri, si volgono
nelle profondità delle acque. Di qui, mirabile prodigio, 120
[quante prore bronzee prima s'eran trovate sui lidi]
si offrono altrettanti volti di fanciulle e si portan nel mare.
I Rutuli stupirono in cuore, atterrito lo stesso Messapo
sui cavalli spaventati, tentenna e il fiume Tiberino
rimbombando raucamente e trattiene il piede dal largo. 125

LA FIDUCIA DELL'AUDACE TURNO (126-175)
Ma la fiducia non cessò per l'audace Turno;
di più solleva gli animi e con parole incita gli altri:
"Questi prodigi riguardano i Troiani, a essi lo stesso Giove
ha tolto il solito aiuto: armi e fuochi non aspettano
i Rutuli. Dunque mari impraticabili per i Teucri, 130
e nessuna speranza di fuga: la seconda parte di forze fu tolta,
ma la terra è nelle nostre mani, tante genti itale, migliaia,
prendono le armi. Per nulla mi atterriscono i fatali
responsi degli dei, se alcuni i Frigi ne vantano per sé;
abbastanza fu dato ai fati e a Venere, perché i Troiani 135
han toccato i campi della fatale Ausonia. Anch'io ho i mei
fati, distruggere col ferro una gente scellerata,
rapitami la sposa; e questo dolore non tocca i soli
Atridi, alla sola Micene è lecito prendere le armi.
"Ma è sufficiente esser morti una volta": sarebbe dovuto esser 140
sufficiente mancare prima, non solo odiando profondamente tutta
la razza femminile. A essi questa fiducia del vallo di mezzo
e gli ostacoli delle fosse, piccoli ripari di morte,
danno sicurezze; ma non han visto le mura di Troia
costruite dalla mano di Nettuno crollare tra i fuochi? 145
Ma voi, o scelti, chi si prepara a tagliare il vallo col ferro
e con me invade gli accampamenti trepidanti?
Per me non delle armi di Vulcano, non di mille carene
c'è bisogno contro i Teucri. Si associno proprio tutti
gli Etrusci come alleati. Non temano le tenebre 150
e i timidi furti del Palladio, uccise attorno le guardie
della rocca, né ci nasconderemo nella cieca pancia d'un cavallo:
alla luce apertamente è certo circondare le mura di fuoco.
Farò che sentano che la cosa non è con Danai e gioventù
pelasga, ed Ettore li trattenne fino al decimo anno. 155
Ora dunque, poiché è passata la parte migliore del giorno,
per quel che resta, lieti delle belle imprese curate
i corpi, eroi, e sperate si prepari la lotta."
Intanto con turni di guardie è dato incarico a Messapo
di assediare le porte e gingere le mura di fiamme. 160
Sono scelti due volte sette Rutuli che con una guarnigione
controllino le mura, ma li seguono ognuno in cento
giovani purpurei di creste e brillanti d'oro.
Caracollano e cambiano i turni, e sdraiati nell'erba
si danno al vino e vuotano coppe di bronzo. 165
Rufulgono i fuochi, la guardia passa la notte
insonne nel gioco.
I Troiani dall'alto dal vallo osservano queste cose e in armi
tengon gli spalti, e trepidi esplorano le porte
e uniscono ponti e baluardi, 170
e portano armi. Sorvegliano Menesteo ed il forte Seresto,
che il padre Enea, se mai le avversità lo richiedessero,
chiamò a essere capi dei giovani e guide.
Per tutti i muri una legione spartendosi il pericolo
veglia e fa i turni su quello che ognuno deve difendere. 175

eurialo
Eurialo e Niso

EURIALO E NISO (176-223)
Niso era custode a una porta, fortissimo in armi,
figlio di Irtaco, che l'Ida ricca di caccia aveva inviato
come compagno di Enea, veloce nel lancio e nelle frecce leggere,
e vicino il compagno Eurialo, di cui un altro più bello
non ci fu tra gli Eneadi né vestì armi troiane, 180
ragazzo che aveva guance intonse della prima giovinezza.
Essi avevano un unico amore e insieme si gettavan nelle mischie;
pure allora custodivano la porta con guardia comune.
Niso disse: "Gli dei forse aggiungono ardore ai cuori,
Eurialo, o la propria terribile passione diventa per ciascuno un dio? 185
o il cuore mi agita lo scontro o a tentare da tempo qualcosa
di grande, e non è contento della placida quiete.
Vedi quale fiducia degli eventi tenga i Rutuli:
le luci brillano rare, sciolti nel sonno e nel vino
si son sdraiati, attorno i luoghi tacciono. Senti dunque 190
su cosa io esiti e male idea ora sorga nell'animo.
Tutti chiedono, popolo e anziani, che si richiami
Enea, che si mandino uomini che riferiscano la realtà.
Se promettono quello che richiedo per te, per me è bastante
la fama del fatto, mi sembra di poter trovare sotto quella 195
altura la via alle mura e ai bastioni pallantei."
Stupì colpito dal grande amore di lodi
Eurialo, subito così risponde all'amico ardente:
" Me forse rifiuti di unire come compagno in situazioni estreme,
Niso? Te solo manderò a così grandi pericoli? 200
Non così mi educò il padre, Ofelte abituato alle guerre,
allevatomi tra il terrore degli Argolici e gli affanni
di Troia, né con te feci tali cose
seguendo il magnanimo Enea ei fati estremi:
cè qui, c'è un cuore disprezzatore della luce e che crede 205
si compri bene con la vita questo onore, cui tendi."
Niso in risposta: " Certamente niente di simile temevo di te,
né è possibile, no; così mi restituisca festante a te il gran
Giove o chiunque guardi queste cose con occhi giusti.
Ma se uno (quante cose vedi in tale frangente) 210
se uno o un caso o un dio, portasse all'avversità,
vorrei che tu sopravvivessi, la tua età (è) più degna di vita.
Ci sarebbe chi affidi alla terra me colpito in uno scontro o
riscattato con somme, o se la solita Fortuna lo vieterà,
faccia le esequie all'assente e lo onori del sepolcro. 215
Che non sia io causa di così garnde dolore alla misera madre,
che unica, ragazzo, tra molte madri osandolo
segue te, né bada alle mura del grande Aceste."
Ma lui: " Invano macchini inutili cause
né la mia idea ormai, cambiata di posizione, si ritrae. 220
Affrettiamoci", disse. Subilo sveglia le guardie. Essi
subentrano e mantengono i turni; lasciata la guardia
egli come compagno di Niso avanza e cercano il re.

IL CONSIGLIO DEI CAPI TROIANI (224-313)
Gli altri viventi per le terre col sonno
sollevavano gli affani e i cuori dimentichi delle fatiche: 225
ma i primi capi dei Teucri, gioventù scelta,
discutevano sui massimi affari del regno,
cosa fare o chi ormai fosse messaggero a Enea.
Stanno appoggiati alle lunghe lance e tenendo gli scudi
nel mezzo dell'accampamento. Allora Niso 230
e Eurialo chiedono veloci di esser ammessi subito:
ci sarebbe un affare importante. Per primo
Iulo ricevette i trepidanti e comandò a Niso di parlare.
Allora così l'Irtacide: "Ascoltate, o Eneadi, con giuste
attenzioni, perché le cose che riferiamo non siano giudicate 235
dai nostri anni. I Rutuli sciolti dal sonno e dal vino
tacciono. Noi stessi abbiam perlustrato un luogo per insidie,
che si apre nel bivio della porta, quella vicina al mare.
Si son interrotti i fuochi e un nero fumo si leva
alle stelle. Se permettete che si usi la fortuna 240
per cercare Enea e le mura pallantee,
presto ci vedrete qui presentarci con le spoglie, compiuta
un'immensa strage. Ne ci fugge la via per andare:
abbiam visto l'inizio della città nelle ombrose valli
e con la caccia frequente abbiam conosciuto tutto il fiume." 245
Allora Alete grave e maturo di coraggio:
"Dei patrii, sotto la cui protezione Troia è sempre,
non vi preparate certamente a cancellare i Teucri del tutto,
poiché allevaste tali animi di giovani e cuori così
sicuri.." Così commentando teneva le spalle e le destre 250
di entrambi e rigava il volto e le guance di lacrime.
"Quali per voi, quali degni premi, o eroi, penserei si possan
pagare in cambio di queste glorie? Anzitutto gli dei e i vostri
caratteri li daranno bellissimi: i restanti poi li renderà presto
il pio Enea e Ascanio integro di età 255
non immemore mai di così gran merito."
"Anzi vi giuro io, cui sola salvezza (è), che sia tornato il padre,
riprende Ascanio, per i grandi penati, Niso,
il lare di Assaraco e i penetrali della bianca
Vesta, quanta sia per me la fortuna e la fiducia, 260
le ripongo nei vostri petti. Richiamate il padre,
restituitene la presenza; nulla di triste se lui sia tornato.
Darò doppie tazze fatte d'argento e cariche
di ceselli, che il padre prese, vinta Arisba,
e due tripodi, due grossi talenti d'oro, 265
un antico cratere che regala la sidonia Didone.
Se poi vincitore mi capiterà di prendere l'Italia e
di impadronirmi degli scettri e decidere la sorte della preda
avete visto con quale cavallo, con quali armi Turno avanza
d'oro; eccettuerò dalla sorte quello stesso, lo scudo e 270
le creste rosseggianti, già ora tuoi premi, Niso.
Inoltre il padre darà due volte sei corpi sceltissimi
di madri e prigionieri e per ognuno le sue armi,
oltre a questi quella parte di piana che ha lo stesso re Latino.
Te invece, che la mia età segue di tempi più vicini, 275
straordinario ragazzo, ti accolgo con tutto il cuore
e ti abbraccio come compagno per tutti gli eventi.
Nessuna gloria si cercherà per le mie gesta senza di te:
Sia che faccia le guerre che la pace, per te la massima lealtà
di azioni e parole." Ea lui in risposta dice 280
Eurialo: " Nessun giorno mi accusi dissimile
da tanto forti imprese; la fortuna cada tanto propizia
o avversa. Ma sopra tutti i doni ti chiedo
una cosa aola: io ho una vecchia madre della strirpe
di Priamo, ma la terra ilia non trattenne la misera 285
che partiva con me, non le mura del re Aceste.
Costei io ora lascio ignara di questo pericolo, qualunque (sia)
e non salutata: la notte e la tua destra (sia) testimone,
perché non potrei sostenere le lacrime della madre.
Ma tu, prego, consola la povera e soccorri l'abbandonata. 290
Lascia che io porti questa speranza di te, andrò più audace
contro tutti i casi." Colpita la mente, tutti i Dardanidi
sparsero lacrime, prima di tutti Iulo,
e l'immagine dell'amore del padre (gli) strinse il cuore.
Poi così parla: 295
" Ripromettiti tutto degno delle tue grandi imprese.
Infatti costei mi sarà madre e il solo nome di Creusa
le mancherà. Qualunque evenienza seguirà il fatto,
questa mia persona giuro, per la quale prima soleva il padre: 300
quello che prometto a te reduce e alla fortuna propizia
queste stesse cose si manterranno per la tua madre e la stirpe."
Così disse piangendo; tolse dalla spalla la spada
dorata, che Licaone di Cnosso aveva fatto con arte
e l'aveva adattata agevole a un fodero d'avorio. 305
Menesteo dà a Niso la pelle e le spoglie d'un ispido
leone, il fido Alete scambia l'elmo.
Subito avanzano armati; e mentre vanno alle porte
tutta la schiera dei primi, dei giovani e degli anziani,
li accompagna. E pure Iulo, 310
che aveva un coraggio e un attenzione virile più degli anni,
dava molte incombenze da portare al padre.

LA STRAGE NOTTURNA (314-366)
Usciti superano i fossati e con l'ombra della notte
si dirigono all'accampamento nemico, tuttavia, sono prima destinati 315
a essere di rovina per molti. Qua e là nell'erba vedono giacere
corpi vinti dal sonno e dal vino, cocchi alzati sul lido,
uomini tra redini e ruote, armi,
e vini. Per primo l'Irtacide così parlando:
"Euriale, bisogna osare con la destra: ora la realtà stessa chiama. 320
Di qua è la strada. Tu, perché un manipolo non possa alzarsi
per noi alle spalle, sta' in guardia e da lontano fa' attenzione;
io farò di queati rovine e ti guiderò per largo sentiero."
Niso, così commenta e abbassa la voce, insieme assale con la spada
il superbo Ramnete, che allora sdraiato su alti 325
tappeti da tutto il petto soffiava il sonno,
re lui stesso e graditissimo augure del re Turno,
ma con l'augurio non potè allontanare la rovina.
Vicino tre servitori giacenti fortuitamente tra le armi,
sopprime l'armigero di Remo e raggiunto l'auriga sotto 330
gli stessi cavalli taglia col ferro i colli pendenti.
Poi toglie allo stesso padrone la testa e lascia il tronco
singhiozzante di sangue; la terra intiepidita dalla nera strage
e i giacigli s'inzuppano. Ancora Lamiro, Lamo
ed il giovane Serrano, che in quella notte aveva giocato, 335
bello d'aspetto, e fortunato se avesse eguagliato
quel gioco alla notte e l'avesse protratto fino alla luce:
come un leone digiuno terrorizzando per i pieni ovili
infatti lo sprona una pazza fame e sbrana e strascina 340
il tenero gregge e muto di paura, rugge con la bocca sanguinante.
Non minore la strage di Eurialo; eccitato anche lui
impazza e (uccide) molta plebe nel mezzo senza nome,
e Fado ed Erbeso affronta e Reto ed Abari,
ignari; Reto che vegliava e vedeva tutto, 345
ma temendo si copriva dietro un grande cratere.
A lui in pieno petto gli nascose tutta la spada
completamente mentre s'alzava e lo ricevette con molta morte.
Quello vomita la vita purpurea e morendo rigetta vini
misti a sangue, questo incalza furioso con la rapina. 350
Ormai si volgeva ai compagni di Messapo; li vedeva
l'ultimo fuoco svanire e i cavalli legati con cura
brucare l'erba, quando brevemente Niso così,
sentì infatti esser preso da troppa strage e passione,
"Smettiamo, disse, la luce nemica s'avvicina. 355
si è compiuto abbastanza di vendette, tra i nemici la via è fatta."
Lasciano molte armi di uomini lavorate in puro argento
insieme a creteri e bei tappeti.
Eurialo (lascia) le falere di Ramnete e le cinture d'oro
con borchie, che un tempo inviò come doni a Remulo 360
di Tivoli, il ricchissimo Cedico, alleandosi pur assente
con l'ospitalità; egli morendo lo dà da possedere a suo nipote;
dopo la morte i Rutuli in guerra ed in battaglia se ne impadronirono:
queste le afferra e le adatta alle spalle inutilmente forti.
Allora, Eurialo, vestì l'agevole elmo di Messapo, decorato
di creste. Escono dall'accampamento e cercano il sicuro.

LA MORTE DI EURIALO E NISO (367-449)
Intanto i cavalieri inviati avanti dalla città latina,
mentre il resto della legione si ferma schierata,
marciavano e portavano al re Turno le risposte,
in trecento, tutti con scudo, sotto la guida di Volcente. 370
Ormai s'avvicinavano al campo e arrivavano alle mura
quando vedon costoro che girano sul sentiero a sinistra,
e l'elmo nell'ombra incerta della notte tradì
Eurialo e di fronte risplendette di raggi.
Non impunemente si vide. Dalla schiera Volcente grida: 375
"Fermatevi. Quale motivo di viaggio? O chi siete con armi?
Dove volgete il cammino?" Nulla essi davano in risposta,
ma affrettavan la fuga nelle selve e s'affidavano alla notte.
Si lanciano i cavalieri alle note biforcazioni
di qua e di là, e attorniano ogni accesso. 380
Fu una selva irta attorno di rovi e di nera elce,
che da ogni parte dense spine riempivano;
un rado sentiero luccicava per nascosti passaggi.
Le tenebre dei rami e il pesante elmo bloccano
Eurialo e il timore sulla direzione delle vie lo inganna. 385
Niso se ne va; e già senza pensare aveva superato i nemici
e i luoghi che poi son detti Albani dal nome di Alba ,
come si fermò, invano guardò all'amico assente:
"Eurialo infelice, in che direzione t'ho lasciato? 390
Dove seguirti, rifacendo di nuovo tutto l'ntricato percorso
della ingannevole selva?" Nello stesso tempo scruta
a ritroso le orme stampate ed erra tra rovi silenti.
Sente i cavalli, sente gli strepiti e i segnali degli inseguitori;
e non molto tempo nel mezzo, quando giunge un grido 395
alle orecchie e vede Eurialo, ma ormai tutta la schiera
per l'inganno del luogo e della notte, agitandosi in un improvviso
scompiglio, lo afferra.
Che fare? Con quale forza, con queli armi osare di salvare
il giovane? O buttarsi a morire in mezzo alle spade 400
e affrettare una bella morte tra i colpi?
Piuttosto rapidamente alzato il braccio brandisce la lancia
guardando all'alta Luna e così prega con la voce:
" Tu, dea, tu presente soccorri la nostra impresa,
splendore deglia astri e latonia custode dei boschi. 405
Se mai mio padre Irtaco per me offrì qualche dono
davanti ai tuoi altari, se io stesso li aumentai con le mie cacce
o li sospesi alla cupola o li fissai ai sacri frontoni,
lascia che io sconvolga questa schiera e guida la lancia nell'aria."
Aveva detto e tesosi con tutto il corpo lancia 410
il ferro. La lancia volando rompe le ombre della notte
e giunge nella schiena di Sulmone voltato e lì
s'infrange e trapassa le viscere, rotto il legno.
Rotola quello vomitando dal petto un caldo fiume,
e freddo sbatte i fianchi con lunghi singulti. 415
Mentre trepidano, la lancia va su Tago per entrambe le tempie
stridendo e trapassato il cervello s'arrestò.
Impazza feroce Volcente né vede in alcun posto l'autore 420
del lancio né dove possa buttarsi fremente.
"Tu però intanto mi pagherai il fio per entrambi
col caldo sangue" disse; e sguainata la spada
andava contro Eurialo. Allora sì, atterrito, fuor di sé,
Niso grida né potè più celarsi nelle tenebre 425
o sopportare un così garnde dolore.
"Me, me, son io che l'ho fatto, contro me volgete il ferro,
o Rutuli, mio ogni inganno, niente costui né osò
ne potè; invoco a testimoni di ciò il cielo e le stelle;
soltanto amò troppo un amico infelice." 430
Offriva tali parole, ma con forza la spada spinta
trapassa le costole e rompe il candido petto.
Rotola Eurialo nella morte, e per le belle membra
corre il sangue e la testa rovesciata sulle spalle s'abbandona:
come quando un purpureo fiore reciso dall'aratro 435
languisce morente, o sul collo stanco i papaveri
abbassano il capo quando per caso son gravati da pioggia.
Ma Niso si precipita in mezzo e tra tutti cerca il solo
Volcente, sul solo Volcente si ferma.
Ma i nemici schierati attorno di qua e di là da vicino 440
lo respingono. Non di meno insiste e ruota la spada
fulminea, finchè la nascose nella bocca
del Rutulo urlante e, morente, e tolse la vita al nemico.
Poi si gettò sopra l'amico esanime,
trafitto, e li finalmente riposò di placida morte. 445
Fortunati entrambi. Se i miei versi posson qualcosa,
nessun giorno mai vi toglierà da un'epoca memore,
fin che la casa d'Enea abiterà l'immobile roccia
del Campidoglio e il padre romano terrà il potere.

IL LUTTO DEGLI ENEADI (450-472)
I Rutuli impossessatisi delle spoglie 450
portavano nel campo piangendo Volcente esanime.
Né minore nel campo il lutto, trovato Ramnete
esangue e con una sola strage uccisi tanti capi,
Serrano e Numa. Enorme l'accorrere verso gli stessi
corpi e uomini agonizzanti, al luogo fresco di tiepida 455
strage e a ruscelli spumeggianti di sangue.
Riconoscono le spoglie tra loro e l'elmo splendente
di Messapo e le falere conquistate con molto sudore.
E ormai la prima Aurora spargeva le terre di nuova
luce lasciando il dorato letto di Titone. 460
Diffusosi già il sole, ricoperte già le cose di luce
Turno stesso circondato di armi eccita alle armi
gli uomini: spingono le bronzee schiere agli scontri,
ognuno i suoi, con varie frasi acuiscono le ire.
Addirittura configgono, miserevole alla vista, su lance 465
drizzate e le seguono con grande urlo le stesse teste
di Eurialo e Niso.
Gli Eneadi forti sulla parte sinistra del muro
opposero una squadra poiché la destra è cinta dal fiume,
controllano gli enormi fossati e stanno mesti 470
sule alti torri; li commuovono i volti degli eroi infilzati
troppo noti ai miseri e grondanti di nero sangue.

L'URLO DELLA MADRE DI EURIALO (473-524)
Intanto la pennuta fama volteggiando per la città sgomenta annuncia,
corre messaggera e sfiora le orecchie della madre
di Eurialo. Ma improvviso il calore abbandona le ossa, 475
i fusi crollarono dalle mani rotolarono i gomitoli di lana.
Vola via l'infelice e con un urlo di donna
sciolta la chioma, fuor di sé di corsa cerca le mura e
le prime schiere, non memore, lei, degli uomini, non lei
del pericolo, quindi riempie il cielo di lamenti: 480
"Così io te, Eurialo, vedo? Tu pace finale
della mia vecchiaia, potesti lasciarmi sola,
crudele? Né fu data la possibilità alla misera madre
un'ultima volta di parlare a te inviato a così gravi pericoli?
Ahi, giaci su terra ignota, come preda data ai cani 485
latini e agli uccelli. Né io, la madre, preparai te, le tue
esequie o chiusi i tuoi occhi o lavai le ferite,
coprendo con la veste che per te sollecita giorni e notti
affrettavo e con la tela consolavo gli affanni senili.
Dove seguirti? O quale terra adesso tiene le braccia e 490
le membra squartate e il cadavere lacero? Questo di te mi
riporti, figlio? Per questo ti ho seguita per terra e per mare?
Trafiggetemi, se c'è una pietà, tutte le armi su di me
gettatele, o Rutuli, me per prima annientate col ferro;
o tu, grande padre degli dei, abbi pietà e con la tua 495
arma scaglia questo capo odioso sotto il Tartaro,
poiché non posso diversamente annientare una vita crudele."
A questo pianto si sconvolsero gli animi, un mesto gemito
corre fra tutti, le forze spezzate sono fiacche per gli scontri.
Lei che incendiava pianti l'afferrano Ideo ed Attore 500
su consiglio di Ilioneo e di Iulo piangente a dirotto
e tra le braccia la riportono sotto i tetti.
Ma la tromba da lontano col bronzo sonoro un terribile squillo
echeggiò, segue un grido e il cielo rimbomba.
Creata una testuggine i Volsci s'affrettano insieme 505
e si preparano a riempire i fossati e svellere il vallo;
parte cercano un varco e scalare le mura con scale,
dove la schiera è rada risalta una cerchia non tanto
densa di uomini. I Teucri riversano contro ogni sorta
di armi e respingono con dure pertiche, 510
abituati a difender, a lungo, le mura di Troia.
Rotolavano pure sassi di peso terrificante, si potessero
da qualche parte spezzare la schiera coperta, mentre è dovere
sopportare ogni situazione sotto la testuggine.
Ma ormai non resistono. Infatti dove il gruppo incalza 515
numeroso, i Teucri rotolano e precipitano un masso gigantesco,
che atterrò attorno ai Rutuli e rovinò i tetti
di armi. Ma i Rutuli audaci non curano più di lottare
con Marte cieco, ma s'impegnano a cacciarli dal vallo
con proiettili. 520
Da un'altra parte, orribile a vedersi, Mezenzio scuote
un pino etrusco e porta fuochi fumosi;
ma Messapo, domator di cavalli, prole di Nettuo,
spacca il vallo e chiede scale contro le mura.

ASPRA BATTAGLIA PRESSO LA TORRE (525-589)
Calliope, prego, ispira a chi canta 525
quali uomini Turno spedì all'Orco.
[lo ricordate infatti, dee, e potete raccontare.]
C'era una torre di grande altezza ed enormi ponti, 530
strategica per luogo, che tutti gli Itali con sommi
sforzi tentavano di espugnare e abbattere con somma potenza
di mezzi, di contro i Teucri a difenderla con sassi e
numerosi per le cave finestre a lanciare frecce.
Per primo Turno gettò una torcia ardente 535
e appiccò la fiamma a un lato, che grandissima per il vento
afferrò le tavole e si attaccò alle porte divorate.
Turbati dentro trepidavano e invano volevano la fuga
dei mali. Mentre si radunavano e si fermavano dentro
nella parte che è priva di rovina, allora per il peso la torre 540
crollò improvvisamente e tutto il cielo rimbomba per il fragore.
Semivivi per terra, poiché la grande mole seguiva,
giungono trafitti dalle loro armi e trapassati i petti
dal duro legno. A stento Elenore solo
e Lico sfuggiti; il più giovane di questi Elenore, 545
che la schiava Licimnia furtivamente aveva allevato
per il re Meonio e aveva inviato a Troia con armi proibite,
veloce con la nuda spada e con il bianco scudo.
Egli quando si vide in mezzo alle migliaia di Turno,
di qua schiere e ancora schiere latine sbarrarlo, 550
come belva, che assediata da una fitta cerchia di cacciatori
infuria contro le armi e si getta alla morte, non inconscia,
e con un salto si porta sopra gli spiedi;
non diversamente il giovane si lancia a morire in mezzo
ai nemici e si volge dove vede più fitte le armi. 555
Ma molto migliore di piedi Lico raggiunge in fuga
le mura sia tra nemici che tra le armi, tenta di afferrare
con la mano gli alti tetti e toccare le destre dei compagni.
Ma Turno ugualmente seguendolo di corsa e con l'arma
vittorioso lo apostrofa così: "Forse sperasti, pazzo, di poter 560
sfuggire le nostre mani?" Lo afferra
mentre pencola e lo strappa con gran parte del muro:
come quando (l'aquila) scudiero di Giove con le zampe uncinate
librandosi in alto ha sollevato o una lepre o un cigno dal corpo
candido o il marzio lupo ha rapito dagli ovili un agnello 565
cercato con molti belati dalla madre. Da ogni parte si alza
un grido: irrompono e riempiono il fossato,
altri scagliano torce ardenti ai tetti.
Ilioneo atterra con un sasso e un enorme frammento
di monte Lucezio che s'avvicinava alla porta e portava fuochi, 570
Ligeri (atterra) Emazione, Asila Corineo,
bravo costui nel lancio, l'altro con l'insidiante freccia da lontano,
Ceneo Ortigio, Turno Ceneo vincitore,
Turno Iti e Clonio, Dioxippo e Promulo,
Sagari e Ida che stava davanti alle altissime torri, 575
Capi Priverno. Prima la lancia di Temilla aveva
sfiorato costui, egli, pazzo, gettato lo scudo portò
la mano alla ferita; allora un'alata freccia arrivò
e si infisse in alto sul fianco sinistro, dentro nascosta
ruppe con ferita mortale i passaggi della vita. 580
Stava in belle armi il figlio di Arcente
lavorata la clamide con l'ago e splendido di porpora iberica,
notevole di aspetto, che il padre Arcente aveva mandato
cresciutolo nel bosco di marte attorno al fiume Simeto,
dove (c'è) il ricco e benigno altare di Palico: 585
lo stesso Mezenzio, deposte le lance, girò tre volte
attorno alla testa, tirata la cinghia, la stridente fionda
e, di fronte, gli spaccò in mezzo le tempie col piombo
liquefatto e lo stese allungato su molta sabbia.

REMULO UCCISO DA ASCANIO (590-637)
Si narra che allora per la prima volta in guerra Ascanio, 590
solito prima ad atterrire le timide fiere, scagliò una veloce
freccia e rovesciò il forte Numano, che si chiamava
anche Remolo, da poco unitosi in matrimonio
con la sorella minore di Turno.
Costui in prima linea vociferando cose degne e indegne 595
da riferire e gonfio nel petto per il nuovo rango
procedeva e si rendeva gigantesco per il vociare:
"Non è vergognoso di nuovo in assedio esser protetti da un vallo,
Frigi catturati due volte, metter muri davanti alla morte?
Ecco quelli che cercano con la guerra i nostri matrimoni. 600
Quale dio, quale pazzia vi costrinse in Italia?
Qui non ci sono gli Atridi e Ulisse simulatore del dire:
razza dura dall'origine, fin dall'inizio portiamo i figli
ai fiumi e li induriamo col crudele gelo e con le onde;
i bambini vegliano a caccia e frequentan le selve, 605
gioco (è) guidare i cavalli e tendere frecce col (arco di) corno.
Ma la gioventù resistente ai lavori abituata alla parsimonia
doma la terra con rastrelli o scuote le città con la guerra.
Ogni età si consuma col ferro, girata la lancia pungoliamo
le schiene dei giovenchi, né la tarda vecchiaia 610
debilita le forze dell'animo e muta il vigore:
premiamo la canizie con l'elmo, piace sempre
radunare fresche prede e vivere di razzia.
Voi avete veste dipinta di croco e risplendente porpora,
la pigrizia (vi sta) a cuore, vi piace divertirvi con danze, 615
le tuniche han le maniche e le mitre nastrini.
O davvero Frigie, e non proprio Frigi, andate per l'alto
Dindimo, dove il flauto dà agli appassionati il doppio canto.
I timpani berecinzi della Madre dell'Ida e i flauto chiama
voi; lasciate le armi agli uomini e rinunciate al ferro." 620
Ascanio non sopportò chi a parole si vantava così
e proclamava ingiurie, e giratosi, sul nervo equino
tese la freccia e tirando le braccia divaricate
si fermò, davanti a Giove con voti prega, supplice:
"Giove onnipotente, acconsenti alle audaci imprese, 625
io stesso porterò ai tuoi templi doni solenni,
e porrò davanti agli altari uno splendente giovenco
dalla fronte dorata che già alza la testa con la madre,
che già cozzi col corno e con le zampe sparga l'arena."
Sentì ed il padre dalla parte serena del cielo 630
tuonò a sinistra, rimbomba insieme l'arco fatale.
La freccia scoccata stridendo orribilmente fuggì
e giunse nella testa di Remulo e trapassò le cave
tempie. "Va', schernisci il coraggio con parole superbe.
I Frigi presi due volte spediscono ai Rutuli queste risposte": 635
Cosi Ascanio (disse). I Teucri seguono con un urlo
fremon di gioia e alzano gli animi allle stelle.

L'INTERVENTO DI APOLLO (638-671)
Nella regione eterea per caso Apollo crinito
dall'alto vedeva le truppe ausonie e la città
sedendo su di una nube, e così parla a Iulo vittorioso: 640
"Evviva il tuo nuovo valore, ragazzo, così si sale alle stelle,
generato da dei e destinato a generare dei. Giustamente
tutte le guerre venture resteranno sotto il fato di Assaraco,
né Troia basta a te." Detto questo dall'alto
etere si lancia, muove l'aria che spira 645
e cerca Ascanio; allora si cambia per l'aspetto del volto
nel vecchio Bute; costui fu prima armigero
al dardanio Anchise e fedele guardia alle soglie;
poi il padre lo diede come compagno ad Ascanio. Apollo
camminava in tutto simile all'anziano nella voce, colore, 650
bianchi capelli e le armi crudeli nei suoni,
e con queste parole si rivolge all'ardente Iulo:
"Sia sufficiente, Eneide, aver colpito impunemente
Numano con le tue armi. Il grande Apollo ti concede
questo primo premio e non ti invidia per le pari armi; 655
per il resto, ragazzo, smetti la guerra." Così espressosi
Apollo, a metà del discorso, lasciò le sembianze mortali
e svanì dagli occhi lontano nell'aria leggera.
I Dardanidi riconobbero il dio e le armi divine
e sentirono la faretra risonante nella fuga. 660
Percìò bloccano Ascanio avido di lotta per le parole
e la volontà di Febo, essi di nuovo tornano ai duelli
e mettono le vite in aperti pericoli.
Un grido corre su tutte le mura attraverso i bastioni,
tendono i forti archi e lanciano giavellotti. 665
Tutto il suolo è coperto di armi, poi gli scudi e i cavi
elmi per l'urto danno rimbomdo, sorge un'aspra battaglia:
quanta pioggia batte la terra venendo dai piovosi
Capretti, con quanta grandine i nembi precipitano
in molti torrenti, quando Giove spaventoso per gli Austri 670
lancia l'acquosa tempesta e rompe in cielo le cave nubi.

PANDARO E BIZIA (672-755)
Pandaro e Bizia, nati da Alcanore dell'Ida,
che Iera silvestre allevò nel bosco di Giove
giovani uguali agli abeti della patria e ai monti,
aprono la porta, che era affidata da un ordine del capo, 675
confidando nelle armi, inoltre invitano il nemico alle mura.
Essi dentro a destra e sinistra stan come torri
armati di ferro e splendenti nelle alte teste di creste:
come attorno ai limpidi fiumi sia sulle rive del Po
o lungo l'ameno Adige si ergono aeree due querce 680
e alzano al cielo il capo intonso e
ondeggiano con l'altissima cima.
I Rutuli irrompono, come vedono le entrate che s'aprono:
subito Quercente ed Aquicolo, bello nell'armi,
e Tmaro focoso di animo ed il mavorzio Emone 685
con tutte le squadre o sconfitti voltaron le spalle
o deposero la vita sulla soglia stessa della porta.
Allora di più le ire crescono negli animi discordi,
e già i Troiani riuniti si addensano nello stesso posto
e osano venire alle mani ed avanzare più lontano. 690
A condottiero Turno che in un'altra parte infuriava
e scompigliava uomini, vien portata la notizia, che il nemico
imperversa con nuova strage e offre le porte aperte.
Abbandona l'azione e incitato da ira tremenda
si precipita alla porta dardania e ai fratelli superbi. 695
E, lanciato un giavelotto, stende per primo Antifate
(costui si metteva per primo ), bastardo del grande
Sarpedone da madre tebana: il cornio italo vola
tra la tenera aria e conficcatosi nello stomaco se ne va
nel profondo petto; la caverna della nera ferita getta un'onda 700
spumeggiante, ed il ferro s'intiepidisce nel polmone trapassato.
Poi con la mano atterra Merope, Erimanto, poi Afidno,
poi Bizia che arde negli occhi e nell'animo freme,
non con un dardo, infatti egli non avrebbe dato la vita
con un dardo, ma stridendo grandemente venne una violenta
falarica lanciata a modo di fulmine, che non sostenne 706
né doppia pelle di toro né la fedele corazza con duplice squama
ed oro; le gigantesche membra crollate stramazzano,
la terra dà un gemito e l'enorme scudo sopra rimbomba.
Tale sul lido euboico di Baia a volte cade 710
una pila di sassi, che prima costruita a grandi mucchi
gettano in mare, così quella inclinata trascina
il crollo e completamente schiacciata si sdraia sui fondali;
i mari si mescolano e le nere sabbie si sollevano,
allora l'alta Procida trema al rimbombo e Ischia, duro 715
letto imposto a Tifeo dai comandi di Giove.
Allora Marte potente nelle armi aggiunse vigore e forze
ai Latini e mise nel petto acuti sproni,
inviò ai Teucri Fuga e Timore.
Giungono da ogni parte, poichè è data possibilità di scontro, 720
e il dio guerriero è penetrato nell'animo.
Pandaro, come vede il fratello col corpo crollato
e in quale luogo sia la fortuna, quale casualità guidi le cose,
girato il cardine con molta forza spinge la porta
sforzandosi con le larghe spalle e lascia molti dei suoi 725
chiusi fuori dalle mura nell'aspra lotta;
ma richiude altri con sé e li accoglie accorrenti,
pazzo, da non vedere il re rutulo nel mezzo dello scontro
che entrava e da chiuderlo per di più nella città,
come una gigantesca tigre tra timidi greggi. 730
Subito una strana luce sfavillò agli occhi e le armi
orribilmente risuonarono, tremano in alto le creste
sanguinee e dallo scudo irradia fulmini brillanti.
Riconoscono l'aspetto nemico e le gigantesche membra.
Sibito gli Eneadi si turbarono. Allora l'enorme Pandaro 735
spicca e acceso d'ira per la morte del fratelo
afferma: " Non questa (è) la reggia dotale di Amata,
né il centro di Ardea protegge Turno con le patrie mura.
Vedi un campo nemico, nessuna possibilità di uscire di qui."
Sorridendogli Turno, sedato il petto: 740
"Comincia, se qualche valore c'è in cuore, ed impugna la destra,
anche qui dirai a Priamo aver trovato un Achille."
Aveva detto. Egli sforzandosi con sforzi estremi vibra
la lancia rozza di nodi e dalla cruda corteccia;
la ricevettero le arie, Giunone Saturnia deviò il colpo 745
che arrivava, e la lancia si conficca sulla porta.
"Ma non sfuggirai questa arma, che la mia destra lancia
con forza, non è lo stesso l'autore del lancio e del colpo."
Così disse, e s'alza sulla spada alzata in alto
e spacca col ferro in mezzo la fronte fra le due tempie 750
e le guance giovanili con un'immensa ferita.
C'è un tonfo, la terra fu scossa dall'enorme peso;
morente stende a terra le membra crollate e le armi
cruente di cervello, e gli penzolò in parti uguali
qua e là la testa da entrambe le spalle. 755


LA STRAGE DI TURNO NEL CAMPO DEI TEUCRI
(756-777)
I Troiani sconvolti scappano con trepida paura,
e se subito fosse venuto al vincitore quella idea, rompere
le sbarre con la mano e introdurre i compagni dalle porte,
quello sarebbe stato l'ultimo giorno per la guerra e il popolo.
Ma il furore e la voglia pazza di strage lo rese focoso 760
contro gli avversari.
Prima prende Faleri e, tagliatogli una gamba,
Gige, poi lancia rapide lance nella schiena
ai fuggitivi, Giunone prodiga forze e coraggio.
Aggiunge Ali come compagno e Fegeo, trafitto lo scudo, 765
poi ignari sulle mura e che chiamavano Marte,
Alcandro, Alio, Nemone, Pritani.
Linceo che si dirigeva contro e chiamava i compagni,
lo colpisce con la spada vibrante puntandosi svelto
dall'argine, a questi con un colpo solo, staccata in duello 770
la testa con l'elmo, la scagliò lontano. Poi Amico
sterminatore di belve, di cui non un altro più abile
a ungere le frecce con la mano e armare il ferro di veleno,
e Clizio eolide e Creteo amico delle Muse,
Creteo compagno delle Muse, cui (stavan) sempre a cuore 775
i canti e le cetre e tendere sulle corde i ritmi,
sempre cantava i cavalli, le armi e le battaglie degli eroi.

TURNO MESSO IN FUGA DAI CAMPI DEI TEUCRI
(778-818)
Finalmente i capi dei Teucri sentita la strage dei loro
si radunano, Mnesteo ed il forte Seresto,
vedono i compagni che si sbandano e il nemico accolto. 780
E Mnesteo: " Dove mai volgete la fuga, dove?" disse.
"Quali altre mura, quali bastioni avete?
Un uomo solo e da ogni parte accerchiato, o cittadini,
dai vostri argini poterbbe fare tante stragi impunemente
per la città? Invierebbe tanti eccellenti tra i giovani all'Orco? 785
Non avete compassione e vi vergognate, vigliacchi,
dell'infelice patria, degli antichi dei e del grande Enea?"
Accesi così si rafforzano e con schiera serrata
si fermano. Turno a poco a poco si ritira dalla mischia
e cerca il fiume e la parte che è cinta dall'onda. 790
Per questo più aspramente i Teucri incombevano con grande
urlo e univano la schiera, come una folla quando
incalza con armi ostili un crudele leone; Ma lui spaventato,
feroce, guardando biecamente, ritorna indietro e l'ira
e il coraggio non tollera di dare le spalle né quello è capace, 795
pur desiderandolo, di avventarsi contro tra armi e uomini.
Non diversamente Turno dubbioso ritrae dietro
i passi lenti e il cuore brucia di rabbia.
Anzi poi due volte era balzato in mezzo ai nemici,
due volte volge in fuga le schiere confuse per le mura; 800
Ma tutto il gruppo dal campo si unisce in fretta insieme
né Giunone Saturnia osa dargli forze
contro; Giove infatti inviò dal cielo l'aerea
Iride che portava non teneri ordini alla sorella,
se Turno non si ritiri dalle alte mura dei Teucri. 805
Dunque il giovane né può resistere tanto con lo scudo
né la destra ha vigore, lanciati così da ogni parte i dardi
è travolto. Il cavo elmo stride continuamente attorno
alle tempie con strepito e i solidi bronzi ed i pennacchi
sconvolti cedono dal capo né l'umbone basta per i colpi; 810
sia i Troiani sia lo stesso Mnesteo fulmineo
raddoppiano. Allora da tutto il corpo il sudore
si scioglie e forma un flusso di pece né ( c'è) possibilità
di respirare, un affanno malato scuote le stanche membra.
Allora finalmente a capofitto con un salto si buttò nel fiume 815
con tutte le armi. Quello col suo gorgo biondo
l'accolse mentre giungeva e lo sollevò con le morbide onde
e lo restituì lieto ai compagni. 818

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Eugenio Caruso -30 -04 - 2021

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www.impresaoggi.com