Sezioni   Naviga Articoli e Testi
stampa

 

        Inserisci una voce nel rettangolo "ricerca personalizzata" e premi il tasto rosso per la ricerca.

Omero, Iliade, Libro X. Azioni di spionaggio nei due campi avversi.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

ifigenia
Ifigenia sacrificata dai greci prima della partenza per Troia. Di G.B. Tiepolo

L'Iliade (in greco antico: Iliás) è un poema epico in esametri dattilici, tradizionalmente attribuito a Omero. Ambientato ai tempi della guerra di Troia, città da cui prende il nome, narra gli eventi accaduti nei cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra, in cui l'ira di Achille è l'argomento portante. Opera antica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Tradizionalmente datata al 750 a.C. circa, Cicerone afferma nel suo De oratore che Pisistrato ne avesse disposto la sistemazione in forma scritta già nel VI secolo a.C., ma si tratta di questione discussa dalla critica. In epoca ellenistica fu codificata da filologi alessandrini guidati da Zenodoto nella prima edizione critica, comprendente 15.696 versi divisi in 24 libri (ciascuno corrispondente a un rotolo, che ne dettava la lunghezza). Ai tempi il testo era infatti estremamente oscillante, visto che la precedente tradizione orale aveva originato numerose varianti. Ciascun libro è contraddistinto da una lettera maiuscola dell'alfabeto greco e riporta in testa un sommario del contenuto.
L'opera venne composta probabilmente nella regione della Ionia Asiatica. La sua composizione seguì un percorso di formazione, attraverso i secoli e i vari cambiamenti politici e socio-culturali, che comprese principalmente tre fasi:
- fase orale, nella quale vari racconti mitici o concernenti racconti eroici incominciarono a circolare in simposi e feste pubbliche durante il Medioevo ellenico (1200-800 a.C.), rielaborando racconti riguardanti il periodo miceneo;
- fase aurale nella quale i poemi incominciarono ad assumere organicità grazie all'opera di cantori e rapsodi, senza però conoscere una stesura scritta (età arcaica e classica);
- fase scritta, nella quale i poemi sono stati trascritti. Secondo alcuni storici questa fase risale al VI secolo a.C. durante la tirannide di Pisistrato ad Atene.
La prima testimonianza sicura del poema è di Pisistrato (561-527 a.C.). Dice infatti Cicerone nel suo De Oratore: “primus Homeri libros confusos antea sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus” ("Si dice che Pisistrato per primo avesse ordinato i libri di Omero"). Il primo punto fermo è quindi che nella Grande Biblioteca di Atene di Pisistrato erano contenuti i libri di Omero, ordinati.
L'oralità non consentì di stabilire delle edizioni canoniche. L'Iliade pisistratea non fu un caso unico: sul modello di Atene ogni città (di sicuro Creta, Cipro, Argo e Massalia, oggi Marsiglia) probabilmente aveva un'edizione “locale”, detta kata polin. Le varie edizioni kata poleis non erano probabilmente molto discordanti tra di loro. Si hanno notizie riguardo edizioni precedenti all'ellenismo, dette polystikoiai, “con molti versi”; avevano sezioni rapsodiche in più rispetto alla versione pisistratea; varie fonti ne parlano ma non se ne conosce l'origine. L'Iliade e l'Odissea erano la base dell'insegnamento elementare: i piccoli greci si avvicinavano alla lettura attraverso i poemi di Omero; molto probabilmente i maestri semplificarono i poemi affinché fossero di più facile comprensione per i bambini. Si conosce anche l'esistenza di edizioni kata andra (personali): personaggi illustri si facevano fare edizioni proprie. Un esempio molto famoso è quello di Aristotele, che si fece creare un'edizione dell'Iliade e dell'Odissea (versioni prealessandrine). Si è arrivati, in seguito, a una sorta di testo base attico, una vulgata attica.
Teagene di Reggio, VI secolo a.C., fu il primo critico e divulgatore dell'Iliade, che fra l'altro pubblicò. Gli antichi grammatici alessandrini tra il III e il II secolo a.C. concentrarono il loro lavoro di filologia del testo su Omero, sia perché il materiale era ancora molto confuso, sia perché era universalmente riconosciuto padre della letteratura greca. Molto importante fu un'emendatio (diorthosis) volta a eliminare le varie interpolazioni e a ripulire il poema dai vari versi formulari suppletivi, formule varianti che entravano anche tutte insieme. Si arrivò dunque a un testo definitivo. Un contributo fondamentale fu quello di tre grandi filologi, vissuti tra la metà del terzo secolo e la metà del secondo: Zenodoto di Efeso, che elaborò la numerazione alfabetica dei libri e operò una ionizzazione (sostituì gli eolismi con termici ionici), Aristofane di Bisanzio, di cui non ci resta nulla, ma che sappiamo fu un gran commentatore, inserì la prosodia (l'alternarsi di sillabe lunghe e brevi), i segni critici (come la crux, l'obelos) e gli spiriti; Aristarco di Samotracia, che operò una forte e oggi considerata sconveniente atticizzazione - convinto che Omero fosse di Atene - e si occupò di scegliere una lezione per ogni vocabolo “dubbio”, curandosi però di mettere un obelos con le altre lezioni scartate. Non è ancora chiaro se si basò sull'istinto o comparò vari testi.
Il testo dell'Iliade giunto all'età contemporanea è piuttosto diverso da quello con le lezioni di Aristarco. Su 874 punti in cui egli scelse una particolare lezione, solo 84 tornano nei nostri testi; per quanto riguarda le parti considerate dubbie dai commentatori antichi, la vulgata alessandrina è quindi uguale alla nostra solo per il 10%. Si può anche ritenere che tale testo non fosse definitivo, ed è possibile che nella stessa biblioteca di Alessandria d'Egitto, dove gli studiosi erano famosi per i loro litigi, ci fossero più versioni dell'Iliade.
Un'invenzione molto importante della biblioteca di Alessandria furono gli scolia, ricchi repertori di osservazioni al testo, note, lezioni, commenti. Dunque i primi studi sul testo furono effettuati tra il III e il II secolo a.C. dagli studiosi alessandrini; poi tra il I secolo e il II secolo d. C. quattro scoliasti redassero gli scolia dell'Iliade, poi compendiati da uno scoliasta successivo nell'opera “Commento dei 4”. L'Iliade di Omero tuttavia non riuscì a influenzare tutte le zone dove era diffusa: anche in età ellenistica giravano più versioni, probabilmente derivanti dalla vulgata ateniese di Pisistrato del V secolo, che proveniva da varie tradizioni orali e rapsodiche.
Intorno alla metà del II secolo, dopo il lavoro di Alessandria, giravano il testo alessandrino e residui di altre versioni. Di certo gli Ellenisti stabilirono il numero e la suddivisione dei versi. Dal 150 a.C. sparirono le altre versioni testuali e si impose un unico testo dell'Iliade; tutti i papiri ritrovati da quella data in poi corrispondono ai nostri manoscritti medievali: la vulgata medievale è la sintesi di tutto. Nel medioevo occidentale non era diffusa la conoscenza del greco, nemmeno tra personaggi come Dante o Petrarca; uno dei pochi che lo conosceva era Boccaccio, che lo imparò a Napoli da Leonzio Pilato. L'Iliade era conosciuta in occidente grazie alla Ilias tradotta in latino di età neroniana. Prima del lavoro dei grammatici alessandrini, il materiale di Omero era molto fluido, ma anche dopo di esso altri fattori continuarono a modificare l'Iliade, e per arrivare alla koinè omerica bisognerà aspettare il 150 a.C. L'Iliade fu molto più copiata e studiata dell'Odissea. Nel 1170 Eustazio di Salonicco contribuì alla sua diffusione in modo significativo. Nel 1453 Costantinopoli fu presa dai turchi; un grandissimo numero di profughi migrarono da oriente verso occidente, portando con sé una gran mole di manoscritti. Questo accadde fortunatamente in concomitanza con lo sviluppo dell'Umanesimo, tra i punti principali del quale c'era lo studio dei testi antichi.
Nel 1920 si ammise che era impossibile fare uno stemma codicum per Omero perché, già in quel periodo, escludendo i frammenti papiracei, c'erano ben 188 manoscritti, e anche perché non si riesce a risalire a un archetipo di Omero. Spesso i nostri archetipi risalgono al IX secolo, quando, a Costantinopoli, il patriarca Fozio si preoccupò che tutti i testi scritti in alfabeto greco maiuscolo fossero traslitterati in minuscolo; quelli che non furono traslitterati, andarono perduti. Per Omero tuttavia non esiste un solo archetipo: le traslitterazioni avvennero in più luoghi contemporaneamente. Il più antico manoscritto capostipite completo dell'Iliade è il Marcianus 454 A, presente a Venezia; risalente al X secolo, fu ricevuto dal cardinal Bessarione dall'oriente, da Giovanni Aurispa. I primi manoscritti dell'Odissea sono invece dell'XI secolo. L'editio princeps dell'Iliade è stata stampata nel 1488 a Firenze da Demetrio Calcondila. Le prime edizioni veneziane, dette aldine dallo stampatore Aldo Manuzio, furono ristampate ben 3 volte, nel 1504, 1517, 1512, indice questo senza dubbio del gran successo sul pubblico dei poemi omerici.
L'eroicità è riconosciuta come accento fondamentale del poema, e per Omero "eroico" è tutto ciò che va oltre la norma, nel bene e nel male e per qualunque aspetto. Queste grandezze non sono guardate con occhio stupito, perché il poeta è inserito nel mondo che descrive, e l'eroico è dunque sentito come normalità. L'intera guerra è descritta come un seguito di duelli individuali, raccontati spesso secondo fasi ricorrenti. L'opera non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell'intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra, l'ira di Achille, che si svolge in un periodo di 51 giorni. Aristotele lodò Omero nella Poetica, per aver saputo scegliere, nel ricco materiale mitico-storico della guerra di Troia, un episodio particolare, rendendolo centro vitale del poema, e affermò, inoltre, che la poesia non è storia, ma una fecondissima verità teoretica e di fatto. L'ira è un motivo centrale nel poema. L'ira di Achille è determinata dalla sottrazione della schiava Briseide. L'ira gli fa riconquistare l'onore perduto; la parte del bottino razziato in battaglia veniva infatti assegnata al guerriero in proporzione al suo valore e al suo ruolo di combattente. Al tema dell'ira è legato quello della gloria che l'eroe conquista combattendo con valore e che gli permette di perpetuare la propria immagine alle generazioni future. Gli dei sono antropomorfi, cioè hanno sembianze fisiche e sentimenti umani: si amano e si odiano, tramano inganni; mostrano desiderio, vanità, invidia. Al di sopra di loro sta il Fato ineluttabile (in greco, móira), cioè il Destino. Gli dei intervengono direttamente nelle vicende umane. Altri motivi presenti sono: il senso del dovere, la vergogna del giudizio negativo e la necessità di proteggere i propri cari.

Il “miracolo greco”, come è stato definito, si compì parallelamente al bisogno sentito unanimemente dal popolo greco di confrontarsi con le vicine civiltà allora insediate nel Mediterraneo, e fu agevolato nel momento in cui i greci iniziarono a organizzarsi in società via via più complesse e articolate. Tuttavia, questa crescita culturale avvenne anche grazie al grandissimo patrimonio culturale che era stato lasciato dagli Egiziani e gli Assiro-babilonesi, nelle ricerche scientifiche ma soprattutto in campi quali la matematica e l’astronomia. Altresì va sottolineato come la civiltà greca ebbe lo slancio in più che pose la loro civiltà a un livello decisamente più rilevante rispetto alle due sopraccitate e che oggi ci permette di considerare unanimemente la Grecia come la culla della civiltà occidentale. Quindi risalire agli albori della filosofia greca significa ricercare in quegli scritti successivi alla prima fase prettamente esoterica, in cui si inizia a delineare quello che poi diventerà la base per gli interrogativi e le discussioni che si possono definire prettamente filosofici. Riferirci quindi a quelle matrici culturali primordiali che porteranno a interrogarsi sui grandi interrogativi. In questo quadro va inserito Omero poeta per eccellenza e creatore senza alcun dubbio dei due più grandi poemi epici mai scritti: Iliade e l’Odissea. Che Omero sia il creatore dei poemi in questione secondo il punto di vista dei Greci non è problematico, ma fuori della Grecia la cosiddetta “questione omerica” durante l’arco della storia ha creato molti problemi, molti dei quali tutt’oggi irrisolti. Chi fu veramente l’autore di quelle due opere è un problema aperto. Oggi non abbiamo dubbi nel considerare l’Iliade e l’Odissea come i testi in cui era racchiusa tutta la cultura e tutte le sue tradizioni. I primi (e i maggiori) interrogativi sono nati dalla biografia stessa di Omero: non abbiamo nessun dato certo sulla sua figura, ma solo interpretazioni (e spesso mistiche). Ad esempio, alcuni lo ritengono figlio di Orfeo, il mistico poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo canto; chi scriveva un’intera biografia basandosi esclusivamente sull’etimologia del suo nome (Homeros in greco significa “ostaggio” ma anche “non vedente”) e quindi parlando di un uomo sinistro, cieco, che vagava di città in città narrando le storie che le muse gli sussurravano nelle orecchie. Diciamo, tutto sommato, che le fonti più attendibili ci suggeriscono che Omero sia nato nella Ionia, regione dell’Asia minore che si affaccia sul mar Egeo. Sul tempo della nascita le notizie sono alquanto discordanti. In ogni modo, tutte le contraddizioni non riuscirono neanche minimamente a scalfire la convinzione che Omero sia esistito veramente e al contrario contribuiscono a rendere la sua figura ancora più affascinante e rafforzano il concetto del poeta “ per eccellenza” tanto cara ai Greci. A lui, oltre ai celeberrimi poemi dell’Iliade e dell’Odissea, sono stati attribuiti alcuni Inni, la Batracomiomachia (la “battaglia delle rane”, poemetto che vide come illustre traduttore italiano Giacomo Leopardi) e il poema Margite. Produzione tanto vasta da suscitare i primi dubbi già nei grammatici dell’età Alessandrina. Furono sempre questi i primi ad alzare critiche a Omero. Tra questi Xenone e Ellanico lanciarono la teoria secondo la quale appartieneaOmero solo l’Iliade (movimento separatista), mentre l’Odissea sarebbe stata scritta da un’altra persona. Il più grande filologo dell’epoca, Aristarco di Samotracia, sostenne al contrario che entrambi i poemi appartengono a Omero e che le sostanziali differenze di argomento sarebbero dovute al fatto che l’Iliade era l’opera della giovinezza e l’Odissea quella della vecchiaia (movimento unitario). Infatti tutti questi dubbi nascono principalmente dalle profonde differenze tematiche all’interno dei due poemi che analizzeremo in seguito.
L’ILIADE E L’IDEALE DELL’ARETE’
L’Iliade si presenta come un poema complesso, ricco di valori, ma soprattutto come specchio vivente di una società, quella micenea, immersa nel medioevo ellenico e di cui si conosce ben poco. In questo sfondo, si muovono i personaggi legati alla tradizione eroico-guerriera tanto amata dalla Grecia e che l’accompagnerà dagli albori fino al tardo ellenismo. Ebbene sì, l’Iliade rappresenta una sorta di libro aperto su un mondo, e in quanto tale va letta immedesimandosi profondamente nell’animo dei personaggi, sentire sulla propria pelle l’ira di Achille che infiniti dolori inflisse agli Achei, piangere insieme a Priamo il destino del suo figlio Ettore. Il termine Iliade e collegato con il nome del mitico fondatore della città, Ilio. Perciò letteralmente significa “ le vicende intorno Ilio”. Il poema non narra comunque tutta l’aspra guerra tra Achei e Troiani ma solo gli ultimi 51 giorni, quelli che intercorrono tra la pestilenza nel campo Acheo e i Funerali di Ettore. Il filo conduttore di tutta l’opera è l’ira di Achille. Su di questa si intrecciano le teomachie e le aristie che si fondono nella atmosfera eroica dei valori aristocratici. Il mito ci narra come la causa occasionale della guerra di Troia sia stata una donna: Paride chiamato da Zeus a decidere chi fosse più bella tra Atena, Era e Afrodite assegna la vittoria a quest’ultima che gli promette in cambio l’amore della donna più bella del mondo. Era, indignata, diventa acerrima nemica di Ilio e dei suoi abitanti; presto si allea con lei anche Atena. Dietro una trama semplice, quindi, si nasconde uno dei poemi più importanti della storia occidentale. Nell’Iliade si vive l’ideale dell’ areté che si potrebbe tradurre con il termine virtù. Bisogna prestare attenzione a non considerarlo come la virtù cristiana, concetto del tutto sconosciuto ai greci. La definizione che meglio si adatta all’areté greca è quella dataci da Machiavelli: ideale virile cavalleresco, intessuto di gagliardia corporale e intellettuale, di spirito agonistico- bellicoso, di alto è orgoglioso sentire di se e soprattutto di esasperata voglia di onore. Areté ha la stessa radice di àristos, superlativo di agathòs che generalmente significa buono e vale in Omero come aggettivo sinonimo di nobile, prode e valente. Ed è proprio questa vena di forza, coraggio che fa da trama sottile, da filo conduttore in tutta l’Iliade. Anche nella tregua tra l’una e l’altra battaglia, Omero ci presenta sfide incontri a duello, corse, lotte, che ci fanno capire come nell’aristocrazia greca del tempo i valori su cui si valutava un uomo erano proprio questi: la forza il coraggio e l’onore. Ma lo spirito agonistico assume in Omero un significato più profondo della semplice gloria scaturita da una vittoria: esso investe il significato stesso dell’esistenza. Appartenere alla classe degli àristoi implicava un continuo allenamento per essere accettato nell’elite, l’eroe o si supera o decade. Aidos è la parola con cui si indica a un tempo la stima di se e allo stesso la vergogna per ciò che offende il senso dell’onore. Chi disprezza l’aidos provoca la nemesis la giusta riprovazione da parte degli altri e in parte la vendetta divina. Appartenere agli aristoi quindi è una continua ricerca di riuscire tra gli ottimi. Tutto questo è riassunto mirabilmente nel versetto presente nel VI e XI libro dell’Iliade:
«Sempre da prode operar e a tutti di valor star sopra».
A questo punto sorge spontaneo un dubbio: come può l’eroe riconoscere il proprio stato nell’areté non conoscendo il concetto di coscienza (introdotto dal cristianesimo)? Lo deve cercare nell’onore: godere tra i pari, essere giudicato da coloro che possono giudicare. Il dramma dell’eroe greco omerico sta quando esso non vede riconosciuto il proprio onore: l’ira di Achille. Dunque l’unico modo per far conoscere a tutti il proprio onore è la morte eroica a cui segue un grande onore ed è l’unica forma di immortalità. Va sottolineato che i greci non credono nell’immortalità dell’anima: l’Ade è la disperazione senza fine, dove del corpo e dello spirito resta sola una pallida copia. Achille preferirebbe vivere da mendicante che regnare sopra il regno dei morti. La vita sebbene così breve e così travagliata rappresenta per l’uomo il massimo dell’onore. La persona grande è colui che si farà ricordare per le gesta eroiche della sua vita.

RIASSUNTO X LIBRO

Agamennone, inquieto durante la notte, sveglia i duci, e consulta con loro di mandare alcunoaesplorare il campo nemico. Ulisse e Diomede prendono sopra di sè il carico dell’impresa. Ettore, bramoso di sapere se i Greci, rotti nella precedente giornata, pensino di fuggire e trascurino le veglie notturne, manda anch’egli un esploratore nel loro campo, ed è questi un certo Dolone. Incontro di costui cogli eroi greci, a cui egli dà contezza dello stato attuale dei Troiani e dei loro alleati. Morte datagli da Diomede, non ostante la promessa fattagli da Ulisse di salvargli la vita. I due capitani, istrutti da Dolone, si avanzano fino allo squadrone de’ Traci che sono immersi nel sonno, ne uccidono molti insieme col re loro chiamato Reso, di cui via si menano i cavalli, e fanno ritorno alle navi.

TESTO LIBRO X

Tutti per l’alta notte i duci achei
Dormían sul lido in sopor molle avvinti;
Ma non l’Atride Agamennón, cui molti
Toglieano il dolce sonno aspri pensieri.
Quale il marito di Giunon lampeggia 5
Quando prepara una gran piova o grandine,
O folta neve a inalbare i campi,
O fracasso di guerra voratrice;
Spessi così dal sen d’Agamennóne
Rompevano i sospiri, e il cor tremava.10
Volge lo sguardo alle troiane tende,
E stupisce mirando i molti fuochi
Ch’ardon dinanziaIlio, e non ascolta
Che di tibie la voce e di sampogne
E festivo fragor. Ma quando il campo 15
Acheo contempla ed il tacente lido,
Svellesi il crine, al ciel si lagna, ed alto
Geme il cor generoso. Alfin gli parve
Questo il miglior consiglio, ir del Nelíde
Nestore in traccia a consultarne il senno, 20
Onde qualcuna divisar con esso
Via di salute alla fortuna achea.
Alzasi in questa mente, intorno al petto
La tunica s’avvolge, ed imprigiona
Ne’ bei calzari il piede. Indi una fulva25
Pelle s’indossa di leon, che larga
Gli discende al calcagno, e l’asta impugna.
   Nè di minor sgomento a Menelao
Palpita il petto; e fura agli occhi il sonno
L’egro pensier de’ periglianti Achivi, 30
Che a sua cagione avean per tanto mare
PortatoaIlio temeraria guerra.
Sul largo dosso gittasi veloce
Una di pardo maculata pelle,
Ponsi l’elmo alla fronte, e via brandito 35
Il giavellotto, a risvegliar s’affretta
L’onorato, qual nume, e dagli Argivi
Tutti obbedito imperador germano;
Ed alla poppa della nave il trova
Che le bell’armi in fretta si vestía .40
Grato ei n’ebbe l’arrivo: e Menelao
A lui primiero, Perchè t’armi, disse,
Venerando fratello? Alcun vuoi forse
Mandar de’ nostri esplorator notturno
Al campo de’ Troiani? Assai tem’io 45
Che alcuno imprenda d’arrischiarsi solo
Per lo buio a spïar l’oste nemica,
Chè molta vuolsi audacia a tanta impresa.
   Rispose Agamennón: Fratello, è d’uopo
Di prudenzaaentrambi e di consiglio 50
Che gli Argivi ne scampi e queste navi,
Or che di Giove si voltò la mente,
E d’Ettore ha preferti i sacrifici:
Ch’io nè vidi giammai nè d’altri intesi,
Che un solo in un sol dì tanti potesse 55
Forti fatti operar quanti il valore
Di questo Ettorre a nostro danno; e a lui
Non fu madre una Dea, nè padre un Dio:
E temo io ben che lungamente afflitti
Di tanto strazio piangeran gli Achivi. 60
Or tu vanne, e d’Aiace e Idomenéo
Ratto vola alle navi, e li risveglia,
Chè a Nestore io ne vadoaesortarlo
Di tosto alzarsi e di seguirmi al sacro
Stuol delle guardie, e comandarle. A lui 65
Presteran più che ad altri obbedïenza:
Perocchè delle guardie è capitano
Trasiméde suo figlio, e Merïone
D’Idomenéo l’amico, a’ quai commesso
È delle scolte il principal pensiero. 70
   E che poi mi prescrive il tuo comando?
(Replicò Menelao). Degg’io con essi
Restarmi ad aspettar la tua venuta?
O, fatta l’imbasciata, a te veloce
Tornar? - Rimanti, Agamennón ripiglia, 75
Tu rimanti colà, chè disvïarci
Nell’andar ne potrían le molte strade
Onde il campo è interrotto. Ovunque intanto
T’avvegna di passar leva la voce,
Raccomanda le veglie, ognun col nome 80
Chiama del padre e della stirpe, a tutti
Largo ti mostra d’onoranze, e poni
L’alterezza in obblío. Prendiam con gli altri
Parte noi stessi alla comun fatica,
Perchè Giove noi pur fin dalla cuna, 85
Benchè regi, gravò d’alte sventure.
   Così dicendo, in via mise il fratello
Di tutto l’uopo ammaestrato; ed esso
A Nestore avvïossi. Ritrovollo
Davanti alla sua nave entro la tenda 90
Corco in morbido letto. A sè vicine
Armi diverse avea, lo scudo e due
Lungh’aste e il lucid’elmo; e non lontana
Giacea di vario lavorío la cinta,
Di che il buon veglio si fasciava il fianco 95
Quando a battaglie sanguinose armato
Le sue schiere movea; chè non ancora
Alla triste vecchiezza egli perdona.
   All’apparir d’Atride erto ei rizzossi
Sul cubito, e levata alto la fronte, 100
L’interrogò dicendo: E chi sei tu
Che pel campo ne vieni a queste navi
Così soletto per la notte oscura,
Mentre gli altri mortali han tregua e sonno?
Forse alcun de’ veglianti o de’ compagni 105
Vai rintracciando? Parla, e taciturno
Non appressarti: che ricerchi? - E a lui
Il regnatore Atride: Oh degli Achei
Inclita luce, Nestore Nelíde,
Agamennón son io, cui Giove opprime 110
D’infinito travaglio, e fia che duri
Finchè avrà spirto il petto e moto il piede.
Vagabondo ne vo poichè dal ciglio
Fuggemi il sonno, e il rio pensier mi grava
Di questa guerra e della clade achea .115
De’ Danai il rischio mi spaventa: inferma
Stupidisce la mente, il cor mi fugge
Da’ suoi ripari, e tremebondo è il piede.
Tu se cosa ne mediti che giovi
(Quando il sonno s’invola anco a’ tuoi lumi), 120
Sorgi, e alle guardie discendiam. Veggiamo
Se da veglia stancate e da fatica
Siensi date al dormir, posta in obblío
La vigilanza. Del nemico il campo
Non è lontano, nè sappiam s’ei voglia 125
Pur di notte tentar qualche conflitto.
   Disse; e il gerenio cavalier rispose:
Agamennóne glorïoso Atride,
Non tutti adempirà Giove pietoso
I disegni d’Ettorre e le speranze. 130
Ben più vero cred’io che molti affanni
Sudar d’ambascia gli faran la fronte
Se desterassi Achille, e la tenace
Ira funesta scuoterà dal petto.
Or io volonteroso ecco ti seguo: 135
Andianne, risvegliam dal sonno i duci
Dïomede ed Ulisse, ed il veloce
Aiace d’Oiléo, e di Filéo
Il forte figlio; e si spedisca intanto
Alcun di tutta fretta a richiamarne 140
Pur l’altro Aiace e Idomenéo che lungi
Agli estremi del campo hanno le navi.
Ma quanto a Menelao, benchè ne sia
D’onor degno ed amico, io non terrommi
Di rampognarlo (ancor che debba il franco 145
Mio parlare adirarti), e vergognarlo
Farò del suo poltrir, tutte lasciando
A te le cure, or ch’è mestier di ressa
Con tutti i duci e d’ogni umíl preghiera,
Come crudel necessità dimanda
Ben altra volta (Agamennón rispose)
Ti pregai d’ammonirlo, o saggio antico,
Chè spesso ei posa, e di fatica è schivo;
Per pigrezza non già, nè per difetto
D’accorta mente, ma perchè miei cenni 155
Meglio aspettar che antivenirli ei crede.
Pur questa volta mi precorse, e innanzi
Mi comparve improvviso, ed io l’ho spinto
A chiamarne i guerrieri che tu cerchi.
Andiam, chè tutti fra le guardie, avanti 160
Alle porte del vallo congregati
Li troverem; chè tale è il mio comando.
   E Nestore a rincontro: Or degli Achei
Niun ritroso a lui fia nè disdegnoso,
O comandi od esorti. - In questo dire 165
La tunica s’avvolge intorno al petto;
Al terso piede i bei calzari annoda;
Quindi un’ampia s’affibbia e porporina
Clamide doppia, in cui fioría la felpa.
Poi recossi alla man l’acuta e salda 170
Lancia, e verso le navi incamminossi
De’ loricati Achivi. E primamente
Svegliò dal sonno il sapïente Ulisse
Elevando la voce: e a lui quel grido
Ferì l’orecchio appena, che veloce 175
Della tenda n’uscì con questi accenti:
   Chi siete che soletti errando andate
Presso le navi per la dolce notte?
Qual vi spinge bisogno? - O di Laerte
Magnanimo figliuol, prudente Ulisse, 180
(Gli rispose di Pilo il cavaliero)
Non isdegnarti, e del dolor ti caglia
De’ travagliati Achei: vieni, che un altro
Svegliarne è d’uopo, e consultar con esso
O la fuga o la pugna. - A questo detto 185
Rïentrò l’Itacense nella tenda,
Sul tergo si gittò lo scudo, e venne.
   Proseguiro il cammin quindi alla volta
Di Dïomede, e lo trovâr di tutte
L’armi vestito, e fuor del padiglione. 190
Gli dormíano dintorno i suoi guerrieri
Profondamente, e degli scudi al capo
S’avean fatto origlier. Fitto nel suolo
Stassi il calce dell’aste, e il ferro in cima
Mette splendor da lungi, a simiglianza 195
Del baleno di Giove. Esso l’eroe
Di bue selvaggio sulla dura pelle
Dormía disteso, ma purpureo e ricco
Sotto il capo regale era un tappeto.
Giuntogli sopra, il cavalier toccollo 200
Colla punta del piè, lo spinse, e forte
Garrendo lo destò. Sorgi, Tidíde;
Perchè ne sfiori tutta notte il sonno?
Non odi che i Troiani in campo stanno
Sovra il colle propinquo, e che disgiunti 205
Di poco spazio dalle navi ei sono?
   Disse; e quei si destò balzando in piedi
Veloce come lampo, e a lui rivolto
Con questi accenti rispondea: Sei troppo
Delle fatiche tollerante, o veglio, 210
Nè ozïoso giammai. A risvegliarne
Di quest’ora i re duci inopia forse
V’ha di giovani achei pronta alla ronda?
Ma tu sei veglio infaticato e strano.
   E Nestore di nuovo: Illustre amico, 215
Tu verace parlasti e generoso.
Padre io mi son d’egregi figli, e duce
Di molti prodi che potrían le veci
Pur d’araldo adempir. Ma grande or preme
Necessità gli Achivi, e morte e vita 220
Stanno sul taglio della spada. Or vanne
Tu che giovine sei, vanne, e il veloce
Chiamami Aiace e di Filéo la prole,
Se pietà senti del mio tardo piede.
   Così parla il vegliardo. E Dïomede 225
Sull’omero si getta una rossiccia
Capace pelle di lïon, cadente
Fino al tallone e una picca impugna.
Andò l’eroe, volò, dal sonno entrambi
Li destò, li condusse; e tutti in gruppo 230
S’avvïâr delle guardie alle caterve:
Nè delle guardie abbandonato al sonno
Duce alcuno trovâr, ma vigilanti
Tutti e armati e in compagnia seduti.
Come i fidi molossi al pecorile 235
Fan travagliosa sentinella udendo
Calar dal monte una feroce belva
E stormir le boscaglie: un gran tumulto
S’alza sovr’essa di latrati e gridi,
E si rompe ogni sonno: così questi 240
Rotto il dolce sopor su le palpebre,
Notte vegliano amara, ognor del piano
Alla parte conversi, ove s’udisse
Nemico calpestío. Gioinne il veglio,
E confortolli e disse: Vigilate 245
Così sempre, o miei figli, e non si lasci
Niun dal sonno allacciar, onde il Troiano
Di noi non rida. Così detto, il varco
Passò del fosso, e lo seguiéno i regi
A consiglio chiamati. A lor s’aggiunse 250
Compagno Merïone, e di Nestorre
L’inclito figlio, convocati anch’essi
Alla consulta. Valicato il fosso,
Fermârsi in loco dalla strage intatto,
In quel loco medesmo ove sorgiunto 255
Ettore dalla notte alla crudele
Uccisïone degli Achei fin pose.
   Quivi seduti cominciâr la somma
A parlar delle cose; e in questi detti
Nestore aperse il parlamento: Amici, 260
Havvi alcuna tra voi anima ardita
E in sè sicura, che furtiva ir voglia
De’ fier Troiani al campo, onde qualcuno
De’ nemici vaganti alle trinciere
Far prigioniero? o tanto andar vicino, 265
Che alcun discorso de’ Troiani ascolti,
E ne scopra il pensier? se sia lor mente
Qui rimanersi ad assediar le navi,
O alla città tornarsi, or che domata
Han l’achiva possanza? Ei forse tutte 270
Potría raccor tai cose, e ritornarne
Salvo e illeso. D’alta fama al mondo
Farebbe acquisto, e n’otterría bel dono.
Quanti son delle navi i capitani
Gli daranno una negra pecorella 275
Coll’agnello alla poppa; e guiderdone
Alcun altro non v’ha che questo adegui.
Poi ne’ conviti e ne’ banchetti ei fia
Sempre onorato, desïato e caro.
   Disse; e tutti restâr pensosi e muti. 280
Ruppe l’alto silenzio il bellicoso
Dïomede e parlò: Saggio Nelíde,
Quell’audace son io: me la fidanza,
Me l’ardir persuade al gran periglio
D’insinuarmi nel dardanio campo.285
Ma se meco verranne altro guerriero,
Securtà crescerammi ed ardimento.
Se due ne vanno di conserva, l’uno
Fa l’altro accorto del miglior partito.
Ma d’un solo, sebben veggente e prode, 290
Tardo è il coraggio e debole il consiglio.
   Disse: e molti volean di Dïomede
Ir compagni: il volean ambo gli Aiaci,
Il volea Merïon: più ch’altri il figlio
Di Nestore il volea: chiedealo anch’esso 295
L’Atride Menelao: chiedea del pari
Penetrar ne’ troiani accampamenti
Il forte Ulisse: perocchè nel petto
Sempre il cor gli volgea le ardite imprese.
   Mosse allor le parole il grande Atride. 300
Diletto Dïomede, a tuo talento
Un compagno ti scegli a sì grand’uopo,
Qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi
Presti a seguirti; nè verun rispetto
La tua scelta governi, onde non sia 305
Che lasciato il miglior, pigli il peggiore;
Nè ti freni pudor, nè riverenza
Di lignaggio, nè s’altri è re più grande.
   Così parlava, del fratello amato
Paventando il periglio: e fea risposta 310
Dïomede così: Se d’un compagno
Mi comandate a senno mio l’eletta,
Come scordarmi del divino Ulisse,
Di cui provato è il cor, l’alma costante
Nelle fatiche, e che di Palla è amore?
S’ei meco ne verrà, di mezzo ancora
Alle fiamme uscirem; cotanto è saggio.
   Non mi lodar nè mi biasmar, Tidíde,
Soverchiamente (gli rispose Ulisse),
Chè tu parli nel mezzo ai consci Argivi. 320
Partiam: la notte se ne va veloce,
Delle stelle il languir l’alba n’avvisa,
Nè dell’ombre riman che il terzo appena.
   D’armi orrende, ciò detto, si vestiro.
A Dïomede, che il suo brando avea 325
Obblïato alle navi, altro ne diede
Di doppio taglio, e il suo proprio scudo
Il forte Trasimede. Indi alla fronte
Una celata gli adattò di cuoio
Taurin compatta, senza cono e cresta, 330
Che barbuta si noma, e copre il capo
De’ giovinetti. Merïone a gara
D’una spada, d’un arco e d’un turcasso
A Ulisse fe’ dono, e su la testa
Un morïon gli pose aspro di pelle, 335
Da molte lasse nell’interno tutto
Saldamente frenato, e nel di fuore
Di bianchissimi denti rivestito
Di zannuto cinghial, tutti in ghirlanda
Con vago lavorío disposti e folti. 340
Grosso feltro il cucuzzolo guarnía.
L’avea furato in Eleona un giorno
Autolico ad Amíntore d’Ormeno,
Della casa rompendo i saldi muri;
Quindi il ladro in Scandea diello al Citério 345
Amfidamante; Amfidamante a Molo
Ospital donamento, e questi poscia
Al figlio Merïon, che su la fronte
Alfin lo pose dell’astuto Ulisse.
   Racchiusi nelle orrende arme gli eroi 350
Partîr, lasciando in quel recesso i duci.
E da man destra intanto su la via
Spedì loro Minerva un airone.
Nè già questi il vedean, chè agli occhi il vieta
La cieca notte, ma n’udían lo strido. 355
Di quell’augurio l’Itacense allegro
A Minerva drizzò questa preghiera:
Odimi, o figlia dell’Egíoco Giove,
Che l’opre mie del tuo nume proteggi,
Nè t’è veruno de’ miei passi occulto. 360
Or tu benigna più che prima, o Dea,
Dell’amor tuo m’affida, e ne concedi
Glorïoso ritorno e un forte fatto,
Tale che renda dolorosi i Teucri.
   Pregò secondo Dïomede, e disse: 365
Di Giove invitta armipotente figlia,
Odi adesso me pur: fausta mi segui
Siccome allor che seguitasti a Tebe
Il mio divino genitor Tidéo,
De’ loricati Achivi ambasciadore 370
Attendati d’Asopo alla riviera.
Di placido messaggio egli a’ Tebani
Fu portator; ma fieri fatti ei fece
Nel suo ritorno col favor tuo solo,
Chè nume amico gli venivi al fianco. 375
E tu propizia a me pur vieni, o Dea,
E salvami. Sull’ara una giovenca
Ti ferirò d’un anno, ampia la fronte,
Ancor non doma, ancor del giogo intatta.
Questa darotti, e avrà dorato il corno. 380
   Così pregaro, e gli esaudía la Diva.
Implorata di Giove la possente
Figlia Minerva, proseguîr la via
Quai due lïoni, per la notte oscura,
Per la strage, per l’armi e pe’ cadaveri 385
Sparsi in morta di sangue atra laguna.
Nè d’altra parte ai forti Teucri Ettorre
Permette il sonno; ma de’ prenci e duci
Chiama tutti i migliori a parlamento;
E raccolti, lor apre il suo consiglio. 390
Chi di voi mi promette un’alta impresa
Per grande premio che il farà contento?
Darogli un cocchio, e di cervice altera
Due corsieri, i miglior dell’oste achea
(Taccio la fama che n’avrà nel mondo). 395
Questo dono otterrà chïunque ardisca
Appressarsi alle navi, e cauto esplori
Se sian, qual pria, guardate, o pur se domo
Da nostre forze l’inimico or segga
A consulta di fuga, e le notturne 400
Veglie trascuri affaticato e stanco.
Disse, e il silenzio li fe’ tutti muti.
   Era un certo Dolone infra’ Troiani,
Uom che di bronzo e d’oro era possente,
Figlio d’Eumede banditor famoso, 405
Deforme il volto, ma veloce il piede,
E fra cinque sirocchie unico e solo.
Si trasse innanzi il tristo, e così disse:
Ettore, questo cor l’incarco assume
D’avvicinarsi a quelle navi, e tutto 410
Scoprir. Lo scettro mi solleva e giura
Che l’éneo cocchio e i corridori istessi
Del gran Pelíde mi darai: nè vano
Esploratore io ti sarò: né vôta
Fia la tua speme. Nell’acheo steccato 415
Penetrerò, mi spingerò fin dentro
L’agamennónia nave, ove a consulta
Forse i duci si stan di pugna o fuga.
   Sì disse, e l’altro sollevò lo scettro,
E giurò: Testimon Giove mi sia, 420
Giove il tonante di Giunon marito,
Che da que’ bei corsieri altri tirato
Non verrà de’ Troiani, e che tu solo
Glorïoso n’andrai. - Fu questo il giuro,
Ma sperso all’aura; e da quel giuro intanto 425
Incitato Dolone in su le spalle
Tosto l’arco gittossi, e la persona
Della pelle vestì di bigio lupo:
Poi chiuse il brutto capo entro un elmetto
Che d’ispida faína era munito. 430
Impugnò un dardo acuto, e alle navi,
Per non più ritornarne apportatore
Di novelle a Ettorre, incamminossi.
   Lasciata de’ cavalli e de’ pedoni
La compagnía, Dolon spedito e snello 435
Battea la strada. Se n’accorse Ulisse
Alla pesta de’ piedi, e a Dïomede
Sommesso favellò: Sento qualcuno
Venir dal campo, nè so dir se spia
Di nostre navi, o spogliator di morti. 440
Lasciam che via trapassi, e gli saremo
Ratti alle spalle, e il piglierem. Se avvegna
Ch’ei di corso ne vinca, tu coll’asta
Indefesso l’incalza, e verso il lido
Serralo sì, che alla città non fugga. 445
   Uscîr di via, ciò detto, e s’appiattaro
Tra’ morti corpi; ed egli incauto e celere
Oltrepassò. Ma lontanato appena,
Quanto è un solco di mule (che de’ buoi
Traggono meglio il ben connesso aratro 450
Nel profondo maggese), gli fur sopra:
Ed egli, udito il calpestío, ristette,
Qualcun sperando che de’ suoi venisse
Per comando d’Ettorre a richiamarlo.
Ma giunti d’asta al tiro e ancor più presso,455
Li conobbe nemici. Allor dier lesti
L’uno alla fuga il piè, gli altri alla caccia.
Quai due d’aguzzo dente esperti bracchi
O lepre o caprïol pel bosco incalzano
Senza dar posa, ed ei precorre e bela; 460
Tali Ulisse e il Tidíde all’infelice
Si stringono inseguendo, e precidendo
Sempre ogni scampo. E già nel suo fuggire
Verso le navi sul momento egli era
Di mischiarsi alle guardie, allor che lena 465
Crebbe Minerva e forza a Dïomede,
Onde niun degli Achei vanto si dêsse
Di ferirlo primiero, egli secondo.
Alza l’asta l’eroe, Ferma, gridando,
O ch’io di lancia ti raggiungo e uccido. 470
Vibra il telo in ciò dir, ma vibra in fallo
A bello studio: gli strisciò la punta
L’omero destro e conficcossi in terra.
Ristette il fuggitivo, e di paura
Smorto tremando, della bocca uscía 475
Stridor di denti che batteano insieme.
L’aggiungono anelanti i due guerrieri,
L’afferrano alle mani, ed ei piangendo
Grida: Salvate questa vita, e io
Riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa 480
D’oro, di rame e lavorato ferro.
Di questi il padre mio, se nelle navi
Vivo mi sappia degli Achei, faravvi
Per la mia libertà dono infinito.
   Via, fa cor, rispondea lo scaltro Ulisse, 485
Nè veruno di morte abbi sospetto,
Ma dinne, e sii verace: Ed a qual fine
Dal campo te ne vai verso le navi
Tutto solingo pel notturno buio
Mentre ogni altro mortal nel sonno ha posa? 490
A spogliar forse estinti corpi? o forse
Ettor ti manda a ispïar de’ Greci
I navili, i pensieri, i portamenti?
O tuo genio ti mena e tuo diletto?
   E a lui tremante di terror Dolone: 495
Misero! mi travolse Ettore il senno,
E in gran disastro mi cacciò, giurando
Che in don m’avrebbe del famoso Achille
Dato il cocchio e i destrieri a questo patto,
Ch’io di notte traessi all’inimico 500
A esplorar se, come pria, guardate
Sien le navi, o se voi dal nostro ferro
Domi teniate del fuggir consiglio,
Schivi di veglie, e di fatica oppressi.
   Sorrise Ulisse, e replicò: Gran dono 505
Certo ambiva il tuo cor, del grande Achille
I destrier. Ma domarli e cavalcarli
Uom mortale non può, tranne il Pelíde
Cui fu madre una Dea. Ma questo ancora
Contami, e non mentire: Ove lasciasti, 510
Qua venendoti, Ettorre? ove si stanno
I suoi guerrieri arnesi? ove i cavalli?
Quai son de’ Teucri le vigilie e i sonni?
Quai le consulte? Bloccheran le navi?
O in Ilio torneran, vinto il nemico? 515

dolone
Dolone, dettaglio di un vaso attico del 460 AC

   Gli rispose Dolon: Nulla del vero
Ti tacerò. Co’ suoi più saggi Ettorre
In parte da rumor scevra e sicura
Siede a consiglio al monumento d’Ilo.
Ma le guardie, o signor, di che mi chiedi, 520
Nulla del campo alla custodia è fissa.
Chè quanti in Ilio han focolar, costretti
Son cotesti alla veglia, e a far la scolta
S’esortano a vicenda: ma nel sonno
Tutti giaccion sommersi i collegati, 525
Che da diverse regïon raccolti,
Nè figli avendo nè consorte al fianco,
Lasciano ai Teucri delle guardie il peso.
   Ma dormon essi co’ Troian confusi
(Ripiglia Ulisse), o segregati? Parla, 530
Ch’io vo’ saperlo. - E a lui d’Eumede il figlio:
Ciò pure ti sporrò schietto e sincero.
Quei della Caria, ed i Peonii arcieri,
I Lelegi, i Caucóni ed i Pelasghi
Tutto il piano occupâr che al mare inchina; 535
Ma il pian di Timbra i Licii e i Misii alteri
E i frigii cavalieri, e con gli equestri
Lor drappelli i Meonii. Ma dimande
Tante perchè? Se penetrar vi giova
Nel nostro campo, ecco il quartier de’ Traci 540
Alleati novelli, che divisi
Stansi ed estremi. Han duce Reso, il figlio
D’Eïonéo, e a lui vid’io destrieri
Di gran corpo ammirandi e di bellezza,
Una neve in candor, nel corso un vento. 545
Monta un cocchio costui tutto commesso
D’oro e d’argento, e smisurata e d’oro
(Maraviglia a vedersi?) è l’armatura,
Di mortale non già ma di celeste
Petto sol degna. Che più dir? Traetemi 550
Prigioniero alle navi, o in saldi nodi
Qui lasciatemi avvinto infin che pure
Vi ritorniate, e siavi chiaro a prova
Se fu verace il labbro o menzognero.
   Lo guatò bieco Dïomede, e disse: 555
Da che ti spinse in poter nostro il fato,
Dolon, di scampo non aver lusinga,
Benchè tu n’abbia rivelato il vero.
Se per riscatto o per pietà disciolto
Ti mandiam, tu per certo ancor di nuovo 560
Alle navi verresti esploratore,
O inimico palese in campo aperto.
Ma se qui perdi per mia man la vita,
Più d’Argo ai figli non sarai nocente.
   Disse; e il meschino già la man stendea 565
Supplice al mento; ma calò di forza
Quegli il brando sul collo, e ne recise
Ambe le corde. La parlante testa
Rotolò nella polve. Allor dal capo
Gli tolsero l’elmetto, e l’arco e l’asta 570
E la lupina pelle. In man solleva
Le tolte spoglie Ulisse, e a te, Minerva
Predatrice, sacrandole, sì prega:
Godi di queste, o Dea, chè te primiera
De’ Celesti in Olimpo invocheremo; 575
Ma di nuovo propizia ai padiglioni
Or tu de’ traci cavalier ne guida.
   Disse, e le spoglie su la cima impose
D’un tamarisco, e canne e ramoscelli
Sterpando intorno, e di lor fatto un fascio, 580
Segnal lo mette che per l’ombra incerta
Nel loro ritornar lo sguardo avvisi.
Quindi inoltrâr pestando sangue ed armi,
E fur tosto de’ Traci allo squadrone.
Dormíano infranti di fatica, e stesi 585
In tre file, coll’armi al suol giacenti
A canto a ciascheduno. Ognun de’ duci
Tiensi dappresso due destrier da giogo:
Dorme Reso nel mezzo; e a lui vicino
Stansi i cavalli colle briglie avvinti 590
All’estremo del cocchio. Avvisto il primo
Si fu di Reso Ulisse, e a Dïomede
L’additò: Dïomede, ecco il guerriero,
Ecco i destrier che dianzi n’avvisava
Quel Dolon che uccidemmo. Or tu fuor metti 595
L’usata gagliardía, che qui passarla
Neghittoso e armato onta sarebbe.
Sciogli tu quei cavalli, o a morte mena
Costor, chè de’ cavalli è mia la cura.
   Disse, e spirò Minerva a Dïomede 600
Robustezza divina. A dritta, a manca
Fora, taglia ed uccide, e degli uccisi
Il gemito la muta aria fería.
Corre sangue il terren: come lïone
Sopravvenendo al non guardato gregge 605
Scagliasi, e capre e agnelle empio diserta;
Tal nel mezzo de’ Traci è Dïomede.
Già dodici n’avea trafitti; e quanti
Colla spada ne miete il valoroso,
Tanti n’afferra dopo lui d’un piede 610
Lo scaltro Ulisse, e fuor di via li tira,
Nettando il passo a’ bei destrieri, ond’elli
Alla strage non usi in cor non tremino,
Le morte salme calpestando. Intanto
Piomba su Reso il fier Tidíde, e priva 615
Lui tredicesmo della dolce vita.
Sospirante lo colse e affannoso
Perchè per opra di Minerva apparso
Appunto in quella gli pendea sul capo,
Tremenda visïon, d’Enide il figlio. 620
Scioglie Ulisse i destrieri, e colle briglie
Accoppiati, di mezzo a quella torma
Via li mena, e coll’arco li percuote
(Chè tor dal cocchio non pensò la sferza),
E d’un fischio fa cenno a Dïomede. 625
Ma questi in mente discorrea più arditi
Fatti, e dubbiava se dar mano al cocchio
D’armi ingombro si debba, e pel timone
Trarlo; o se imposto alle gagliarde spalle
Via sel porti di peso; o se prosegua 630
D’altri più Traci a consumar le vite.
In questo dubbio gli si fece appresso
Minerva, e disse: Al partir pensa, o figlio
Dell’invitto Tidéo, riedi alle navi,
Se tornarvi non vuoi cacciato in fuga, 635
E che svegli i Troiani un Dio nemico.
   Udì l’eroe la Diva, e ratto ascese
Su l’uno de’ corsier, su l’altro Ulisse
Che via coll’arco li tempesta, e quelli
Alle navi volavano veloci. 640
   Il signor del sonante arco d’argento
Stavasi Apollo alla vedetta, e vista
Seguir Minerva del Tidíde i passi,
Adirato alla Dea, mischiossi in mezzo
Alle turbe troiane, e Ipocoonte 645
Svegliò, de’ Traci consigliero, e prode
Consobrino di Reso. Ed ei balzando
Dal sonno, e de’ cavalli abbandonato
Il quartiero mirando, e palpitanti
Nella morte i compagni, e lordo tutto 650
Di sangue il loco, urlò di doglia, e forte
Chiamò per nome il suo diletto amico;
E un trambusto levossi e un alto grido
Degli accorrenti Troi, che l’arduo fatto
Dei due fuggenti contemplâr stupiti. 655
   Giungean questi frattanto ove d’Ettorre
Avean l’incauto esploratore ucciso.
Qui ferma Ulisse de’ corsieri il volo:
Balza il Tidíde a terra, e nelle mani
Dell’itaco guerrier le sanguinose 660
Spoglie deposte, rapido rimonta
E flagella i corsier che verso il mare
Divorano la via volonterosi.
   Primo udinne il romor Nestore, e disse:
O amici, o degli Achei principi e duci, 665
Non so se falso il cor mi parli o vero;
Pur dirò: mi ferisce un calpestío
Di correnti cavalli. Oh fosse Ulisse!
Oh fosse Dïomede, che veloci
Gli adducessero a noi tolti a’ Troiani! 670
Ma mi turba timor che a questi prodi
Non avvegna fra’ Teucri un qualche danno.
   Finite non avea queste parole,
Che i campioni arrivâr. Balzaro a terra;
E con voci di plauso e con allegro 675
Toccar di mani gli accogliean gli amici.
Nestore il primo interrogolli: O sommo
Degli Achivi splendore, inclito Ulisse,
Che destrieri son questi? ove rapiti?
Nel campo forse de’ Troiani? o dielli 680
Fattosi a voi d’incontro un qualche iddio?
Sono ai raggi del Sol pari in candore
Mirabilmente; e io che sempre in mezzo
A’ Troiani m’avvolgo, e, benchè veglio
Guerrier, restarmi neghittoso abborro, 685
Io nè questi nè pari altri corsieri
Unqua vidi nè seppi. Onde per via
Qualcun mi penso degli Dei v’apparve,
E ven fe’ dono; perocchè voi cari
Siete al gran Giove adunator di nembi, 690
E alla figlia di Giove alma Minerva.
   Nestore, gloria degli Achei, rispose
L’accorto Ulisse, agevolmente un Dio
Potría darli, volendo, anco migliori,
Chè gli Dei ponno più d’assai. Ma questi, 695
Di che chiedi, son traci e qua di poco
Giunti: al re loro e a dodici de’ primi
Suoi compagni diè morte Dïomede,
E tredicesmo un altro n’uccidemmo
Dai teucri duci esplorator spedito 700
Del nostro campo. - Così detto, spinse
Giubilando oltre il fosso i corridori,
E festeggianti lo seguîr gli Achivi.
Giunto al suo regio padiglion, legolli
Con salda briglia alle medesme greppie 705
Ove dolci pascen biade i corsieri
Dïomedéi. Ulisse all’alta poppa
Le spoglie di Dolon sospende, e a Palla
Prepararsi comanda un sacrificio.
Tersero quindi entrambi alla marina 710
L’abbondante sudor, gambe lavando
E collo e fianchi. Riforbito il corpo
E ricreato il cor, si ripurgaro
Nei nitidi lavacri. Indi odorosi
Di pingue oliva si sedeano a mensa715
Pieni i nappi votando, ed a Minerva
Libando di Lïéo l’almo licore.

Traduzione di Vincenzo Monti. I nomi greci sono latinizzati.


ulisse
Statua greca del II secolo AC di Ulisse

ULISSE
Il vero nome di Ulisse era Odisseo, nome dal significato formidabile che gli fu assegnato dal nonno Autolico motivandolo come "odiato dai nemici" che il nonno si era procurato, da coloro che lui farà per il primato della sua mente, "futura cagione di molte invidie". Odysséus deriverebbe dal verbo greco "odiare", "essere odiato", quindi significherebbe "Colui che è odiato", ma fra i possibili significati dobbiamo citare "collerico" o addirittura "il piccolo", quest'ultima definizione si adatterebbe alla sua statura, non altissima. Ulisse, epiteto datogli dai Romani e reso celebre da Livio Andronico (che significa "Ferito a un'anca"), epiteto formato da due parole in riferimento a una ferita riportata alla coscia in una battuta di caccia al cinghiale (nelle foreste di Castalia), è la "personificazione" dell'ingegno, del coraggio, della curiosità e dell'abilità manuale. Figlio di Anticlea e di Laerte, dal quale ereditò il regno. Da parte materna Ulisse è quindi pronipote di Ermes. Sposo di Penelope e padre di Telemaco e secondo molte tradizioni di Telegono, avuto con la maga Circe. Secondo un'altra tradizione il padre di Ulisse era Sisifo, che lo generò con la madre Anticlea in qualità di amante prima che si unisse con il re di Itaca Laerte. Sisifo infatti è considerato come la figura del grande ingannatore degli dei. Odisseo aveva consultato un oracolo dal quale era stato ammonito che, se fosse andato a Troia, sarebbe tornato in patria solo dopo vent'anni e in condizioni di miseria. In seguito quando Agamennone, accompagnato da Menelao e Palamede, fece visita all'eroe per convocarlo in onore del solenne giuramento che aveva pronunciato sulle carni di cavallo, Odisseo architettò di giustificare la sua riluttanza alla guerra comportandosi come un pazzo. I tre uomini lo sorpresero con un cappello da contadino a forma di mezzo uovo mentre arava un campo pungolando un asino e un bue aggiogati insieme e lanciandosi alle spalle manciate di sale. Palamede, per verificare la sanità dell'uomo, strappò Telemaco bambino dalle braccia della madre e lo posò per terra davanti alle zampe delle bestie aggiogate all'aratro; Odisseo subito arretrò tirando le redini per risparmiare il figlio smascherando la sua macchinazione, e cedette ad arruolarsi nella spedizione. Esistono diverse versioni di tale racconto: secondo Apollodoro, Ulisse concepisce il progetto del cavallo di Troia, ma è Epeo, famoso artista, a costruirlo prendendo il legno dal sacro monte Ida; secondo Igino, Epeo, figlio di Panopeo, con l'aiuto di Atena riuscì a realizzare l'intera opera senza l'aiuto di Ulisse; secondo Tzetze, Prilide guidato da Atena propose l'idea del cavallo di legno ed Epeo fu ben lieto di costruire tale opera. Ulisse ne prese tutto il merito; secondo Pausania, il cavallo di legno era semplicemente una macchina bellica con la quale i Greci attaccarono le mura e le distrussero; secondo Virgilio, i Troiani ritennero che il cavallo fosse un dono di Atena, dato che Odisseo e Diomede avevano derubato il tempio della dea, Ulisse avrebbe perciò consacrato il cavallo ad Atena per evitare la sua collera. Ulisse vorrebbe ritornare agli affetti familiari e alla nativa Itaca dopo dieci anni passati a Troia a causa della guerra, ma l'odio di un dio avverso, Poseidone, glielo impedisce. Costretto da continui incidenti e incredibili peripezie, dopo altri dieci anni, grazie anche all'aiuto della dea Atena, riuscirà a portare a compimento il proprio ritorno a casa. Le tappe del ritorno (in greco "??st??", "nostos") sono dodici, numero degli insiemi perfetti. Si alternano tappe in cui l'insidia è manifesta (mostruosità, aggressione, morte) a tappe in cui l'insidia è solo latente: un'ospitalità che nasconde un pericolo, un divieto da non infrangere. Ulisse continua a non riuscire a tornare a Itaca perché il dio Poseidone, adirato con lui, gli scatena contro venti furiosi, continui naufragi e pericolosi approdi in altre terre. Dopo la partenza da Troia, Ulisse fa tappa a Ismaro, nella terra dei Ciconi (in greco, Kìkones), e li attacca per fare bottino. Qui risparmia Marone, sacerdote di Apollo, che gli dona del vino forte e dolcissimo che gli tornerà utile nella grotta di Polifemo. Seconda tappa nella terra dei Lotofagi, cioè mangiatori di loto. Essi sono ospitali ma insidiosi: offrono infatti ai compagni di Ulisse (Odisseo) il loto, un frutto che fa dimenticare il ritorno, costringendo l'eroe a legarli e a trascinarli a forza sulle navi. Ulisse, insieme ai suoi compagni, approda su un'isola abitata dalle ninfe. Ulisse vuole andare a chiedere ospitalità in un'isola vicina e porta con sé una nave e alcuni suoi compagni. Giungono nella grotta di Polifemo, che nel frattempo è uscito a pascolare le pecore, e la trovano con i graticci pieni di formaggi enormi e il latte appena munto. I compagni pregano Ulisse di prendere i formaggi, rimettersi in mare e scappare, ma l'eroe vuole ricevere i doni dell'ospitalità. Polifemo ritorna: è orrendo, un gigante con un solo occhio in mezzo alla fronte. Quando li vede sta preparando la sua cena, e allora prende due compagni di Odisseo e li divora. Poi si mette a dormire, così Ulisse medita come scappare da quella disavventura. Inizialmente pensa di estrarre la spada e così ucciderlo, ma poi riflette che in quel modo sarebbero morti anche loro, perché nessuno poteva smuovere il grande macigno che il ciclope aveva posto davanti alla porta. Poi vede un ramo d'ulivo, gigantesco, ancora verde, che a lui pareva l'albero di una nave da venti remi, e che Polifemo aveva conservato per farne un bastone. Ordina ai compagni di tagliarne un pezzo e intanto lui lo appuntisce. La sera dopo l'eroe offre al ciclope il vino che gli aveva donato Marone. Polifemo, contento del vino offerto, chiede poi a Ulisse il suo nome. L'eroe acheo risponde che il suo nome è "Nessuno". Il ciclope si addormenta, ubriaco a causa del potente vino bevuto, e Ulisse e i compagni colgono l'occasione: prendono il ramo, fanno diventare incandescente la punta dell'ulivo e accecano l'unico occhio del ciclope. Il gigante urla di dolore e gli altri due fratelli di Polifemo accorrono, ma ritornano indietro quando il ciclope dice: "Nessuno, amici, mi uccide con l'inganno e non con la forza". La mattina dopo Polifemo fa uscire a pascolare le sue pecore, ma per evitare che qualcuno fugga, stende le mani in modo da tastare il vello delle pecore. Allora l'eroe e i suoi compagni si legano sotto dei montoni, riuscendo così a sfuggire. Ulisse giunge quindi nell'isola di Eolo, dio dei venti, da cui viene ospitalmente accolto per un mese, ricevendo in dono l'otre dei venti, accompagnato da un divieto da non infrangere: nessuno dovrà aprire l'otre. Saranno i compagni però che, invidiosi del dono dell'ospite, ormai in prossimità di Itaca, approfittando del sonno di Odisseo, apriranno l'otre scatenando i venti che risospingeranno la nave al largo. Quinta tappa presso i Lestrigoni, giganti mostruosi quasi quanto i ciclopi. Anche qui Odisseo perde alcuni compagni e i giganti bersagliano la sua flotta abbattendo undici navi. Solo quella dell'eroe si salva. Giunge poi nell'isola di Circe, una maga seducente che trasforma i compagni di Odisseo in porci. Grazie all'aiuto di Ermes, che gli dà una misteriosa erba quale antidoto alla maledizione della maga, l'eroe riesce a evitare l'insidia e costringe Circe a restituire ai compagni sembianze umane. Dopo essersi fermato un anno da Circe, Odisseo - su indicazione della stessa maga - si accinge a una nuova prova, la catabasi nel regno dei morti. Lì riesce a entrare in contatto con le figure dei compagni perduti durante la guerra di Troia, con la madre e con l'indovino Tiresia, che gli presagirà un ritorno luttuoso e difficile, invitandolo a guardarsi dal toccare le vacche del Sole iperionide. Rimessosi in rotta, Odisseo se la vede con le pericolose sirene; allora tappa le orecchie ai compagni e si fa legare all'albero maestro della nave per udire il loro canto, che trae a morte certa tutti coloro che le ascoltano. Superato lo scoglio delle sirene Ulisse si sta dirigendo verso lo stretto di Messina. Scilla, Cariddi e l'isola di Elio Ulisse tenta di superare i mostri Scilla e Cariddi. Scilla mangia sei volte sei compagni di Ulisse, mentre Cariddi risucchia le acque. Dopo aver affrontato i due mostri, Odisseo, approdato con i suoi compagni sull'isola di Trinacria, non riesce a frenare la voglia dei compagni di banchettare con le invitanti mucche di Elio (altre versioni dicono di Era o Apollo). Per questo Odisseo racconta di essere stato per nove giorni in balia di terribili tempeste scatenate da Zeus, con la nave e i compagni uccisi da Scilla. Scampato alla tempesta, riuscì a salvarsi grazie all'arrivo sull'isola di Ogigia, dove incontrò Calipso, una ninfa molto bella e immortale; ella si innamorò perdutamente dell'eroe, infatti cercò in tutti i modi di trattenerlo, anche quando, dopo sette anni di "prigionia" lontano da casa, Ermes andò ad avvisare la ninfa di lasciare Ulisse, il quale, costruita una barca, partì per Itaca, ma a un passo dalla terra natia Poseidone lo fermò. Ma la dea marina Ino aiutò Odisseo ad approdare in una terra sconosciuta, quella dei Feaci. Odisseo, naufrago, approdò presso l'isola dei Feaci, dove incontrò Nausicaa, la figlia di re Alcìnoo e le chiese dei vestiti e dove fosse la reggia del re. Andò alla reggia e dopo aver svelato il suo nome e raccontato le sue peripezie, il re gli diede una nave per ritornare a casa. Il giorno dopo si imbarcò, salutando tutti. Itaca Quando arrivò a Itaca con l'aiuto di Atena, Odisseo si fece ospitare da Eumeo, come mendicante. Dopo essersi rivelato a Telemaco e a Eumeo, si recò alla reggia facendosi accogliere come un mendicante. Qui, schernito dai pretendenti (i Proci), Odisseo partecipa alla gara di arco organizzata da Penelope, che aveva promesso di consegnarsi in sposa a colui che sarebbe riuscito a scoccare una freccia dall'arco del marito facendola passare per le fessure di dodici scuri allineate. Nessuno dei pretendenti riuscì anche solo a tendere l'arco, e così Odisseo chiese di poter fare un tentativo. Sotto gli occhi torvi dei Proci, Odisseo riesce perfettamente nell'impresa di tendere l'arco e scoccare. A questo punto, compie la sua vendetta che aveva preparato con Eumeo, Filezio e il figlio, togliendo tutte le armi ai Proci per poi ucciderli. Euriclea andò a chiamare Penelope per dirle che Odisseo non era morto; quando lei lo vide non disse niente, non si convinceva che fosse suo marito, e lo sottopose alla prova del talamo nuziale, chiedendogli di spostarlo. Lui, avendolo intagliato in un ulivo ancora in vita, spiegò che non poteva essere spostato dalla stanza in cui era custodito: Penelope riconobbe il marito e lo strinse forte piangendo. Le possibili morti di Ulisse Odisseo e Tiresia Nel libro undicesimo dell'Odissea, l'indovino Tiresia predice il futuro del re itacese: infatti gli profetizza una morte "Ex halos"[10], che vuol dire "dal mare" o "lontano dal mare". Una volta uccisi i Proci, ripartirà verso terre lontane, ai confini del regno di Poseidone, ossia oltre le Colonne d'Ercole.

Giungerà a una terra dove non si conoscono il mare e le navi e dove non si condiscono i cibi con il sale. Quando un viandante scambierà il remo di Ulisse per un ventilabro (strumento agricolo consistente in una pala di legno con cui si ventilava il grano sull'aia, allo scopo di separarlo dalla pula) potrà fermarsi, piantare il remo e offrire sacrifici a Poseidone. Tornerà quindi a Itaca, offrirà sacrifici a tutti gli dei e una lieta morte verrà dal mare durante una serena vecchiaia, circondato da popoli pacificati. Le ulteriori peregrinazioni di Ulisse e la sua morte sono state trattate in canti epici che non ci sono pervenuti. Per questo, diversi scrittori hanno ipotizzato la possibile morte di Ulisse. Letteratura e miti ci narrano cinque diverse versioni sulla morte di Ulisse: nell'Epitome dello Pseudo-Apollodoro, tornato a Itaca, l'eroe scopre che Telemaco ha lasciato la sua casa. Dopo che un oracolo gli ha predetto infatti che Ulisse sarebbe morto per mano del figlio, Telemaco ha scelto l'esilio volontario nella vicina Cefalonia. Ulisse, senza esserne a conoscenza, ha dato un figlio a Circe. Telegono, questo il suo nome, era alla ricerca del padre e, sulle sue orme, giunge a Itaca. Lo sbarco di stranieri provoca un immediato allarme, così Ulisse e le sue guardie scendono alla riva. Ne nasce una battaglia, in cui Ulisse muore proprio per mano di Telegono. nella Divina Commedia di Dante Alighieri, Inferno - Canto ventiseiesimo, il poeta immagina l'ultimo viaggio di Ulisse (riferendosi alla versione in latino di Ovidio), l'ultima sfida oltre le Colonne d'Ercole. L'impresa si conclude con il naufragio provocato da un enorme vortice che sorge dal mare quando la sua nave giunge in vista della montagna del Purgatorio e con la morte dell'eroe greco con tutti i suoi compagni. L'ultimo viaggio (nei Poemi conviviali) di Pascoli, Ulisse, passati dieci anni dal suo ritorno, riprende il mare e percorre a ritroso il viaggio dell'Odissea. Ma i suoi ricordi non corrispondono più alla realtà. Presso l'isola delle sirene naufraga e il suo corpo è trasportato dal mare sull'isola di Calipso.

AUDIO

Eugenio Caruso - 09 - 09 - 2021

LOGO


Tratto da

1

www.impresaoggi.com