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Dante, il Convivio. Dopo Beatrice, la donna Filosofia.

Il Convivio è un saggio composto da Dante Alighieri nei primi anni dell'esilio, ovvero tra il 1304 e il 1307, ed è un'opera incompiuta. L'intento dell'autore era quello di agevolare il mnpercorso di ogni individuo verso la conoscenza tramite l'alternarsi di canzoni apparentemente ludiche e commenti di carattere pedagogico-morale. Per una maggiore comprensione va tenuto in considerazione l'effettivo privilegio di chiunque all'epoca potesse dedicarsi agli studi et all'otium cum dignitate; pertanto Dante procede prima elencando i possibili impedimenti che prevengono l'uomo dall'acquistare compiutamente l'habitus di scienza e in secondo luogo, in quanto fedele, mostra la sua misericordia attiva nei confronti di chi è affamato di conoscenza. In questo, infatti, si esplicita per la prima volta la virtù della "liberalitade", fondamentale per il Dante in esilio e in continua peregrinazione tra le corti. Una volta raccolte le "partiuncole", o briciole, dall'alta mensa dei sapienti Dante si rivolge al lettore digiuno di insegnamenti filosofici proponendo un banchetto di quattordici portate: 14 vivande (ovvero le canzoni) e il pane (il commento) con cui mangiarle. Tale trattazione risulta, inoltre, particolarmente congeniale all'associazione dantesca con la liturgia dell'eucarestia, il Vangelo di Giovanni e la parola di Cristo che toglie la fame spirituale.
La datazione di quest'opera può essere determinata in base ad eventi "ante quem" e grazie ad alcune considerazioni di carattere biografico. Il primo elemento da tenere in considerazione è il riferimento interno alla Vita Nova nella quale "si parla più compiutamente" della questione linguistica; da ciò possiamo dedurre che il Convivio sia stato scritto prima della composizione nel 1305 del trattato dantesco di carattere linguistico. Inoltre, va sottolineato un elemento fondamentale: la totale assenza di allusioni all'incoronazione di Enrico VII avvenuta nel 1307, avvenimento centrale per la biografia e le sorti di Dante. In ultimo, dal punto di vista bibliografico, è importante notare la necessità di Dante di avere a disposizione testi da poter consultare direttamente e quindi l'accesso a una biblioteca fornita. Tali condizioni sembrano convergere solo durante il soggiorno a Bologna nel 1303.
Il termine 'convivio' deriva dal latino convivium e può essere tradotto come banchetto, simposio. L'opera è quindi un convivio (o mensa) alla quale sono offerte ai partecipanti (ovvero a coloro che hanno desiderio di sapere e conoscere) quattordici vivande (ovvero le canzoni) accompagnate dal pane (ovvero il commento) il quale ne faciliterà l'assimilazione. Pertanto Dante afferma nel primo trattato:
"La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì d’amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d’alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro bontade era in grado."
Tale affermazione risale all'immaginario biblico della liturgia dell'eucarestia e alla parola di Cristo che toglie ogni fame spirituale. Nella composizione del Convivio, nonostante il carattere fortemente argomentativo, l'autore non sente mai la necessità di ribadire al lettore la propria ortodossia, ma lascia che essa traspaia dalle varie citazioni bibliche. Egli, inoltre, segue a pieno l'ideale filosofico principale della "doppia verità" che comporta una convivenza tra la verità filosofica-scientifica e la verità di fede. In questa accezione, l'intelletto umano può procedere per via deduttiva fino al limite razionale oltre il quale è necessaria la rivelazione divina. Un'esemplificazione pratica di questa convinzione è evidente sin dal secondo trattato nel quale Dante fa una rassegna delle opinioni delle auctoritates riguardo la cosmologia e afferma che gli antichi non avrebbero potuto conoscere il numero effettivo dei cieli (verità rivelata), ma avrebbero potuto intuire di essere nell'errore. Sul versante poetico è possibile rintracciare la medesima alternanza. Dante applica a pieno la tecnica argomentativa della Scolastica alla quale unisce una forte propensione per la polisemia, la varietà di significati, tipica dell'esegesi biblica. Va inoltre sottolineato l'allontanamento dai dettami aristotelici che prevedevano testi chiari ed esplicativi.
È evidente una forte congruenza con la Vita Nova nello schema in quanto entrambe le opere appartengono al genere letterario del prosimetro, all'interno del quale si alternano armoniosamente liriche e testi in prosa. Tuttavia il Convivio dimostra una spiccata evoluzione nella tecnica dell'autocommento e dell'auto-esegesi: le canzoni proposte non necessitano di alcuna cornice narrativa ed è evidente l'allontanamento dalla tematica amorosa (massima espressione dello Stil Novo) in favore di uno stile argomentativo lucido e razionale che passa in rassegna i grandi temi filosofici del tempo (cosmologia, metafisica, politica, etc.) intrisi di aristotelismo. A Beatrice si sostituisce quindi la "donna gentile" simbolo della Filosofia rivelato da Dante stesso nell'esposizione allegorica del terzo trattato:
"Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore fu la bellissima e onestissima figlia de lo imperadore de lo universo, a la quale Pitagora pose nome Filosofia".
Pertanto, Dio e la salvezza dell'anima non si possono più raggiungere attraverso un'ascesi mistica prodotta dal sentimento d'amore, ma seguendo la filosofia e il sapere: se l'uomo tende naturalmente verso la conoscenza, l'uso della ragione coincide con la perfezione, la somma felicità e la nobiltà fattiva. L'amore che qui traspare non è più quello per una donna (come nella Vita Nova), ma è esplicitamente l'amore per il sapere. Se l'opera poetica giovanile era fervida e passionata, il Convivio ha invece una natura temperata e virile.

aristotele

Aristotele

Tra le fonti esplicite principali per la composizione del Convivio va menzionato prima di tutto Aristotele, autore dell'Etica Nicomachea e in secondo luogo di opere come la Fisica e la Metafisica. Pertanto, egli viene citato come "lo primo filosofo" e "lo mio maestro". Inoltre è importante la presenza dei grandi maestri della scolastica Alberto Magno e Tommaso D'aquino, autori di parafrasi e raccolte del sapere aristotelico. In aggiunta a ciò, l'estrema familiarità con i testi biblici rende possibili numerosissime citazioni esplicite o implicite tratte soprattutto dai Libri Sapienziali e dai Vangeli di Giovanni e di Matteo. In particolare risulta importante Giovanni 6,58.
"Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno."
Per quanto riguarda lo stile esso risulta essere improntato a due tipologie di testi discordanti:
- i commenti continui agli auctores che procedevano per lemmi e sintagmi;
- i commenti filosofico-teologici ricchi di divisiones, dubia, quaestiones ed excursus.
In ultimo, il lessico del Convivio assorbe il gergo tecnico della teologia e della filosofia medievali volgarizzato tramite calchi lessicali e sintagmatici a dimostrazione della maturità del volgare.

I Trattato
Il primo trattato ha una funzione introduttiva all'opera intera; pertanto non presenta alcuna canzone di riferimento. Inizialmente si fa riferimento al concetto di doppia verità, di sapienza e al privilegio di chiunque possegga l'habitus di scienza, nesso fondamentale per comprendere l'argomentazione dantesca: dato che l'uomo comune è impedito nel conseguimento della conoscenza (somma felicità), è compito di un fedele coadiuvare il lettore nel proprio percorso verso la perfezione. Nell'opera stessa si esplicita, dunque, la concezione dantesca della misericordia come virtù attiva che spinge Dante a condividere "liberalmente" le partiuncole (o briciole) raccolte all'alta mensa dei sapienti. A essa infatti non avevano accesso numerosi uomini del suo tempo a causa di due impedimenti in un'armonica quadripartizione ricca di parallelismi.
Impedimenti
Interni.... Del corpo .....Dell'anima
Esterni ...La necessità ..La pigrizia
Dopo il riferimento alla carità per gli affamati, L'argomentazione si pone l'obiettivo di purgare preventivamente il pane da ogni "macula" prima che quest'ultimo sia servito al convito.
- La prima macula accidentale è il "parlare di sè medesimo", atto particolarmente sconveniente perché comporta la lode o il biasimo di sè (entrambi comportamenti riprovevoli in quanto non neutrali). Essa va giustificata dal momento che risulta essere necessaria per evitare l'infamia derivata dall'esilio (seguendo l'exemplum di Boezio), ma soprattutto per recare "utilitade altrui" secondo il modello di Agostino nelle Confessioni;
- La seconda macula accidentale è il "parlare troppo a fondo" e consiste nella durezza e pesantezza eccessiva del commento. Dante ritiene che questa argomentazione sia particolarmente paradossale in quanto il commento, considerato un difetto in questa accezione, avrebbe dovuto avere la funzione di sanare un primo difetto, ovvero l'immaturità della poesia amorosa. Inoltre Dante procede problematizzando la questione dell'ambizione e della diminutio della fama che seguirono l'esilio;
- L'ultima macula di carattere sostanziale risulta essere l'uso del volgare nella composizione dell'opera; la gerarchia comunemente intesa, infatti, prevedeva il prevalere del latino in quanto nobile (non corrompibile), virtuoso (efficace) e bello (in quanto armonioso grazie alla grammatica). Tuttavia, Dante opera una scelta contraria alla norma e fa riferimento a tre motivazioni per giustificarla: lo "sconvenevole ordinamento", l'intento liberale ed il naturale amore nei confronti della loquela materna.

II Trattato
Nel II trattato viene commentata la canzone "Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete" nella quale in una continua opposizione dialettica si alternano il pensiero pietoso (in continua contemplazione luttuosa dell'amata beata e del paradiso) e lo spirito d'amore (che spinge Dante verso la donna pietosa). Pertanto risulta centrale l'influsso di Venere inteso come riflesso della volontà divina e pertanto impossibile da resistere. Come nela Vita Nova ero stato folgorato dalla canzone "Donne ch'avete intelletto d'amore ...", ora nel Convio mi imbatto in "Voi che 'intendendo il terzo ciel movete, udite il ragionar ch’è nel mio core, ...": Avevo lasciato Dante che si era innammorato, ma, " una forte ymaginatione" aveva composto la crisi, segnando l'imperioso ritorno di Beatrice a rivendicare i suoi diritti su Dante. Dopo l'ultimo sonetto "Oltre la spera che più larga gira ... "apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedecta infino a tanto che io potessi più degnamente tractare di lei. E di venire a'ccciò io studio quanto posso, sì com'ella sae, veracemente". Profezia di una profezia, quale appunto sarà la Commedia e una vita nuova. Qui Dante parla di un amore per un'altra donna.... poi scopriamo che non si tratta di una donna vera ma della Filosofia idealizzata come una donna gentile.

Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete,
udite il ragionar ch’è nel mio core,
ch’i’ no·l so dire altrui, sì mi par novo.
El ciel che segue lo vostro valore,
gentili creature che voi siete,
mi tragge nello stato ov’io mi trovo;
onde ’l parlar della vita ch’io provo
par che·ssi drizzi degnamente a voi:
però vi priego che·llo m’intendiate.
Io vi dirò del cor la novitate,
come l’anima trista piange in lui,
e come un spirto contra lei favella
che vien pe’ raggi della vostra stella.

Suol esser vita dello cor dolente
un soave penser che·sse ne gìa
molte fïate a’ piè del vostro Sire,
ove una donna glorïar vedea,
di cui parlav’a·mme sì dolcemente
che l’anima dicea: «I’ me ·n vo’ gire».
Or apparisce chi lo fa fuggire
e segnoreggia me di tal vertute
che ’l cor ne trema che di fuori appare.
Questi mi face una donna guardare
e dice: «Chi veder vuol la salute,
faccia che gli occhi d’esta donna miri,
sed e’ non teme angoscia di sospiri».

Trova contraro tal che lo distrugge
l’umil pensero che parlar mi sole
d’un’angela che ’n cielo è coronata.
L’anima piange, sì ancor le ·n dole
e dice: «Oh lassa me, come si fugge
questo pietoso che m’ha consolata!»
Degli occhi miei dice questa affannata:
«Qual ora fu che tal donna gli vide!
E perché non credeano a me di lei?
Io dicea: `Ben negli occhi di costei
de’ star colui che le mie pari uccide´.
E non mi valse ch’io ne fossi accorta
che non mirasser tal, ch’io ne son morta».

«Tu non sè morta, ma sè ismarrita,
anima nostra che sì ti lamenti»,
dice uno spiritel d’amor gentile;
«ché quella bella donna che tu senti
ha trasmutata in tanto la tua vita
che·nn’ha’ paura, sì sè fatta vile.
Mira quant’ell’è pietosa e umìle,
cortese e saggia nella sua grandezza,
e pensa di chiamarla donna omai.
Ché se tu non t’inganni, tu vedrai
di sì alti miracoli adornezza,
che tu dirai: `Amor, segnor verace,
ecco l’ancella tua, fa’ che·tti piace´».

Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragione intendan bene,
tanto la parli faticosa e forte.
Onde, se per ventura egli adiviene
che tu dinanzi da persone vadi
che non ti paian d’essa bene accorte,
allor ti priego che ti riconforte,
dicendo lor, diletta mia novella:
«Ponete mente almen com’io son bella».

1 A STROFA
O Intelligenze motrici del terzo cielo [Angeli – Troni – che muovete Venere, il cielo della Retorica], ascoltate il discorso che si sviluppa nel mio intimo, e che non so comunicarlo ad altri, tanto mi sembra inaudito. Il cielo che obbedisce alla vostra virtù, nobili creature quali voi siete, mi trascina nella condizione in cui mi trovo. Così, il ragionare sullo stato che in me sto sperimentando risulta giustamente indirizzato a voi; perciò vi prego che lo comprendiate. Io vi rivelerò la novità che è nel mio cuore, come l’anima rattristata pianga dentro di me e come la contraddica uno spirito [un pensiero] che deriva dagli influssi del vostro cielo.
2A STROFA,
Soleva essere conforto del cuore rattristato un dolce pensiero, il quale molto spesso si elevava fino ai piedi di Dio, dove vedeva in atto di essere glorificata una donna, della quale mi raccontava cose così soavi che la mia anima esclamava: «Me ne voglio uscire dal corpo!». Ora mi appare una creatura che mette in fuga quel dolce pensiero e mi domina con tale energia che il cuore è indotto a tremare e quel turbamento si rispecchia nel mio volto. Ed è proprio il cuore che mi induce a guardare una donna, dicendo: «Chi vuol mirare in faccia la felicità [la salute], contempli gli occhi di questa donna, se non ha paura di sospirare per angoscia».
3A STROFA,
L’umile pensiero, che era solito celebrarmi le lodi di un’angela incoronata di gloria in cielo, trova un avversario di tale forza che lo annienta. La mia mente è offuscata dal pianto, vinta da un duplice dolore, e confessa: «Povera me, come svanisce questo pietoso pensiero che mi consolava [della perdita di Beatrice]!». E alludendo ai miei occhi, quest’anima poveretta aggiunge: «Sia maledetta l’ora che questa donna li vide! E perché mai non mi hanno reso consapevole del pericolo che essa rappresentava? Lo dicevo io che “Certamente negli occhi di costei deve risiedere colui che uccide le anime come la mia”. Tuttavia ciò non giovò a rendermi edotto del rischio di guardare a una persona tale che ne è derivata la mia morte».
4A STROFA,
«Tu non sei uccisa, ma sei sbigottita, anima nostra che tanto ti lamenti», dice un nobile spiritello d’amore [cioè lo spirto] , «perché quella bella donna, di cui ti si parla, ha a tal punto trasformato la tua esistenza che sei così avvilita da averne paura! Guarda quanto è pietosa e benigna, saggia e generosa nella sua dignità, e deciditi ormai a invocarla come tua signora! Infatti, se saprai aprire gli occhi, potrai accorgerti delle mirabili virtù che la fanno risplendere a tal punto che tu dirai: “Amore, vero signore, ecco la tua ancella: fa di me ciò che vuoi!”».
CONGEDO,
Canzone, credo che pochi saranno gli uomini e le donne in grado di intendere a fondo il tuo significato [tua ragione], tanto arduo e complesso appare lo sviluppo del tuo ragionamento. Cosicché, se per caso accada che tu incontri persone che ti paiano incapaci di comprenderti, ti prego che tu te ne consoli dicendo a costoro, mia ultima e amatissima figlia: «Considerate almeno la mia bellezza!».


La premessa narrativa fa, dunque, riferimento al ciclo di testi della Vita Nova riguardanti la fedeltà a Beatrice nella gloria di Dio e alla donna gentile in un rapporto complementare, ma gerarchico frutto di una totale riscrittura. La seconda incoerenza con i testi precedenti riguarda l'effettiva resa di Dante all'assedio, elemento talmente assente nella Vita Nova nella quale permaneva un'ostinata fedeltà alla donna amata seppur con un continuo riferimento alla problematicità della sua condizione. In questo contesto è invece fondamentale la vittoria della donna-Filosofia, gentile oltre misura, misericordiosa della vedovata vita di Dante e pronta ad unirsi a lui in un secondo matrimonio.
Al fine di poter interpretare pedagogicamente tale canzone Dante è portato naturalmente a esporre al lettore la questione del "sovra-senso", "come si dee mangiare" e interpretare le parole in rima. I quattro sensi della scrittura, codificati dall'esegesi biblica, sono: letterale, allegorico, morale ed anagogico. Il primo è da considerare come le fondamenta dell'edificio di cui Dio è il primo architetto, il secondo implica che sotto una finzione vi possa essere una verità nascosta, il terzo fa riferimento a un'interpretazione pedagogica ed il quarto riguarda le verità ultra-mondane.
La prima interpretazione letterale si concentra, dunque, sulla cosmologia: sono citati a tal proposito Aristotele, Tolomeo e i cristiani che definirono il numero dei cieli; la conformazione dell'universo delineata in questa seduta sembra rispondere perfettamente alla concezione dantesca che presupponeva una fede nella razionalità della creazione. Successivamente vengono citate le intelligenze angeliche ("sostanze separate che muovono i cieli") la cui esistenza è provata dall'apparizione a Maria dell'Arcangelo il quale fa riferimento alla propria appartenenza a un'intera legione di angeli. Essi sono dunque messi in rapporto con i pianeti, con gli influssi e tra essi viene messo in risalto quello di Venere, che poneva Dante in una situazione di novitas: inerme nei confronti della generazione del nuovo amore per la donna-Filosofia e del corrompersi dell'antico amore per Beatrice.

A favore di quest'ultimo è, però, dedicato un excursus sull'immortalità dell'anima (convinzione fondamentale dal punto di vista filosofico e decisa consolazione dal punto di vista sentimentale.):
- L'anima deve essere necessariamente immortale prima di tutto per un consenso universale, rassicurante convergere delle opinioni di tutta l'umanità;
- Chiunque non creda in questa caratteristica dell'anima umana ne svilisce il valore umano intrinseco ed è potenzialmente dannoso in quanto non crede nella pena dell'Inferno;
- Se l'anima non fosse immortale la civiltà sarebbe vana e questa opzione risulta essere addirittura impensabile per dante;
- Il corollario della mortalità dell'anima sarebbe un paradossale duplice difetto: la ragione, massima perfezione umana, indurrebbe paradossalmente l'uomo nel difetto e nell'errore illudendolo;
- In ultimo, essendo la creazione di Dio infinitamente buona non può presupporre la frustrazione del desiderio umano.

Successivamente si innesta nel discorso l'interpretazione allegorica dell'incontro con la Filosofia. Dante, infatti, racconta che dopo la morte di Beatrice egli cercò di consolarsi con lo studio della filosofia, approcciandosi alle pubbliche disputazioni, agli studia ed essendo aiutato in particolare dalla lettura di Severino Boezio e di Cicerone. Su questa base, l'interpretazione allegorica della canzone permette di fare della "donna gentile", di cui hanno già narrato i capitoli XXXV-XXXIX della Vita Nova, la rappresentante della filosofia.

cicerone
Busto di Cicerone

III Trattato
Il III trattato è introdotto dalla canzone "Amor che ne la mente mi ragiona" ed è un elogio compiuto della sapienza introdotta nel precedente trattato. Il componimento poetico in questione risponde perfettamente allo stile della loda e vengono adottati tutti gli schemi precedentemente adoperati per descrivere Beatrice; tuttavia, esso viene escluso dalla Vita nova in quanto probabilmente progettato già con un'impostazione fortemente allegorica. Una premessa fondamentale rimane comunque l'assunto puramente stilnovista di Amore-dettatore e della poesia come resoconto obbligato, non come libero sfogo della mente; in questo contesto si inserisce la capacità di ascoltare il dettato amoroso nettamente contrapposta all'incapacità di conoscere a pieno la donna e all'incapacità di dire (ovvero l'ineffabilità). Dante sottolinea, dunque, ancora una volta come le sue rime siano effettivamente parziali rispetto alla sapienza divina, ma anche in riferimento alla propria sapienza in quanto amante della Filosofia.

Amor che ne la mente mi ragiona
de la mia donna disiosamente,
move cose di lei meco sovente,
che lo 'ntelletto sovr'esse disvia.
Lo suo parlar sì dolcemente sona,
che l'anima ch'ascolta e che lo sente
dice: "Oh me lassa! ch'io non son possente
di dir quel ch'odo de la donna mia!"
E certo e' mi conven lasciare in pria,
s'io vo' trattar di quel ch'odo di lei,
ciò che lo mio intelletto non comprende;
e di quel che s'intende
gran parte, perché dirlo non savrei.
Però, se le mie rime avran difetto
ch'entreran ne la loda di costei,
di ciò si biasmi il debole intelletto
e 'l parlar nostro, che non ha valore
di ritrar tutto ciò che dice Amore.

Non vede il sol, che tutto 'l mondo gira,
cosa tanto gentil, quanto in quell'ora
che luce ne la parte ove dimora
la donna di cui dire Amor mi face.
Ogni Intelletto di là su la mira,
e quella gente che qui s'innamora
ne' lor pensieri la truovano ancora,
quando Amor fa sentir de la sua pace.
Suo esser tanto a Quei che lel dà piace,
che 'nfonde sempre in lei la sua vertute
oltre 'l dimando di nostra natura.
La sua anima pura,
che riceve da lui questa salute,
lo manifesta in quel ch'ella conduce:
ché 'n sue bellezze son cose vedute
che li occhi di color dov'ella luce
ne mandan messi al cor pien di desiri,
che prendon aire e diventan sospiri.

In lei discende la virtù divina
sì come face in angelo che 'l vede;
e qual donna gentil questo non crede,
vada con lei e miri li atti sui.
Quivi dov'ella parla si dichina
un spirito da ciel, che reca fede
come l'alto valor ch'ella possiede
è oltre quel che si conviene a nui.
Li atti soavi ch'ella mostra altrui
vanno chiamando Amor ciascuno a prova
in quella voce che lo fa sentire.
Di costei si può dire:
gentile è in donna ciò che in lei si trova,
e bello è tanto quanto lei simiglia.
E puossi dir che 'l suo aspetto giova
a consentir ciò che par maraviglia;
onde la nostra fede è aiutata:
però fu tal da etterno ordinata.

Cose appariscon ne lo suo aspetto
che mostran de' piacer di Paradiso,
dico ne li occhi e nel suo dolce riso,
che le vi reca Amor com'a suo loco.
Elle soverchian lo nostro intelletto,
come raggio di sole un frale viso:
e perch'io non le posso mirar fiso,
mi conven contentar di dirne poco.
Sua bieltà piove fiammelle di foco,
animate d'un spirito gentile
ch'è creatore d'ogni pensier bono;
e rompon come trono
li 'nnati vizii che fanno altrui vile.
Però qual donna sente sua bieltate
biasmar per non parer queta e umile,
miri costei ch'è essemplo d'umiltate!
Questa è colei ch'umilia ogni perverso:
costei pensò chi mosse l'universo.

Canzone, e' par che tu parli contraro
al dir d'una sorella che tu hai;
che questa donna che tanto umil fai
ella la chiama fera e disdegnosa.
Tu sai che 'l ciel sempr'è lucente e chiaro,
e quanto in sé, non si turba già mai;
ma li nostri occhi per cagioni assai
chiaman la stella talor tenebrosa.
Così, quand'ella la chiama orgogliosa,
non considera lei secondo il vero,
ma pur secondo quel ch'a lei parea:
ché l'anima temea,
e teme ancora, sì che mi par fero
quantunqu'io veggio là 'v'ella mi senta.
Così ti scusa, se ti fa mestero;
e quando poi, a lei ti rappresenta:
dirai: "Madonna, s'ello v'è a grato,
io parlerò di voi in ciascun lato".

1A STROFA
L'amore, che parla nella mia mente della mia donna con desiderio, discute spesso con me di cose che la riguardano e che il mio intelletto non è in grado di capire. Le sue parole suonano tanto dolcemente che l'anima che ascolta e che lo sente dice: "O povera me, che non sono capace di ripetere quel che sento della mia donna!" E certo devo prima di tutto tralasciare quel che il mio intelletto non capisce, se voglio trattare quel che sento di lei, e [tralasciare] gran parte di quello che capisco, perché non sarei in grado di esprimerlo. Perciò, se i miei versi che loderanno questa donna avranno qualche difetto, si accusi di questo il debole nostro intelletto e il nostro linguaggio, che non è in grado di rappresentare tutto quello che dice Amore.
2A STROFA
Il sole, che gira tutto il mondo, non vede una creatura altrettanto nobile come in quel momento in cui illumina il luogo dove si trova la donna di cui l'amore mi spinge a parlare. Ogni intelligenza angelica la ammira dal cielo e quegli uomini che sulla Terra si innamorano la trovano sempre nei loro pensieri, quando l'amore fa sentir loro la sua pace. La sua essenza piace tanto a Dio, che gliela dà, che infonde sempre in lei la sua virtù, al di là di quanto la natura richiederebbe. La sua anima pura, che riceve da Dio questa grazia, la manifesta nel suo aspetto esteriore: infatti nella sua bellezza si vedono cose tali che gli occhi di coloro ai quali ella risplende mandano al cuore messaggi pieni di desiderio, che si riempiono d'aria e diventano sospiri.
3A STROFA
In lei discende la virtù di Dio, proprio come avviene a un angelo che Lo vede; e qualunque donna nobile che non crede questo, vada con lei e osservi il suo comportamento. Là dove lei parla, scende uno spirito dal cielo che attesta come l'alta virtù che lei possiede oltrepassa i limiti della nostra natura. I gesti soavi che lei mostra agli altri fanno a gara a chiamare ognuno Amore, con quelle parole che lo ridestano. Di questa donna si può dire [questo]: ciò che si trova in lei è nobiltà nelle donne, e tutto ciò che assomiglia a lei è bello. E si può dire che il suo aspetto aiuta a credere ciò che appare meraviglioso, per cui la nostra fede è rafforzata: per questo fu creata così da Dio.
4A STROFA
Nel suo aspetto appaiono cose che mostrano le bellezze del Paradiso, dico nei suoi occhi e nel suo dolce sorriso, che Amore vi porta come a sede a lui propria. Quelle cose oltrepassano il nostro intelletto, come un raggio di sole [non può essere visto da] una vista debole: e poiché io non le posso guardare fissandole, mi devo accontentare di dirne poco. La sua bellezza fa piovere fiammelle di fuoco, animate da un nobile spirito che produce ogni pensiero positivo; e [queste fiammelle] come un tuono distruggono i vizi innati che rendono gli altri vili. Perciò, qualunque donna senta biasimare la propria bellezza per non essere quieta e umile, osservi costei che è esempio di umiltà! Questa è colei che umilia ogni uomo malvagio: chi creò l'Universo creò questa donna.
5A STROFA
Canzone, sembra che tu dica cose opposte rispetto a una tua sorella [una ballata]; infatti tu chiami questa donna umile, mentre quella la chiama fiera e sdegnosa. Tu sai che il cielo è sempre terso e lucente e non si offusca mai in se stesso; ma i nostri occhi per molte ragioni talvolta vedono le stelle ottenebrate. Così, quando l'altra ballata chiama questa donna orgogliosa, non la considera secondo la sua natura, ma secondo quello che sembrava a lei: infatti l'anima ne aveva e ne ha ancora paura, cosicché mi pare crudele tutto ciò che vedo quando lei è presente. Fa' in questo modo le tue scuse, se è necessario, e quando poi ti presenterai a lei le dirai: "Mia signora, se la cosa vi è gradita io parlerò di voi dappertutto".

La lode vera e propria si presenta come tripartita e si fa riferimento al sole che ammira la donna (interpretabile in chiave pagana come il carro del Sole e in chiave cristiana come Dio), alla capacità cristologica della donna di operare miracoli (e aiutare la fede) e alla visione anticipata del paradiso. Tale elogio viene giustificato in base a tre principi:
L'amore che ognuno prova per se, appoggiandosi all'auctoritas del De amicitia di Cicerone il quale sosteneva che lodare un amico coincidesse con il lodare sè stessi e la propria capacità di elezione (o scelta);
La volontà di preservare l'amistà, ovvero il desiderio di conservare l'amicizia nel caso di grande disparità di condizione sociale e/o spirituale il topos letterario del dono piccolo ma sincero, base fondante delle corti dell'epoca;
La prudenza, necessità esplicitata anche da Boezio nel De consolatione philosophie per anticipare le accuse di levitade (la donna sarebbe stata infatti troppo virtuosa per non essere lodata da Dante).
Per quanto riguarda l'interpretazione letterale Dante concentra la propria attenzione nel dare definizioni puntuali e precise dell'amore e della mente. Il primo viene interpretato come l'istinto naturale di ogni uomo a unirsi spiritualmente a Dio (seguendo il desiderio umano della vita eterna che si trova solo in Dio); la seconda corrisponde, invece, all'anima razionale ed è la parte maggiormente vicina al divino dell'intera anima. Secondo tale ragionamento, un animo razionale (caratteristica peculiare solo dell'uomo) può amare solo la perfezione e l'onestà e tale amistà è intrinsecamente razionale.
Tuttavia, va considerato anche il limite umano nella contemplazione e quindi nella conoscenza, soprattutto contrapposta all'onniscienza divina (riportata nei numerosi Libri sapienziali). Dante è dunque consapevole della necessità pedagogica riguardante l'imperfezione umana in tal senso e invita a una contemplazione misurata, all'accettazione delle proprie limitazioni per lasciare spazio alla fede (e al timore reverenziale verso la Chiesa tipico dell'epoca). In questa rassegna del creato si inserisce un excursus sulla diffusione della virtù divina secondo il sistema delle cause prime di Aristotele e l'emanazione descritta nella Bibbia. La concezione dantesca implica una gradazione continua, senza salti, che quindi contempla l'esistenza di una donna "divina" (categoria aristotelica attribuitale da Dante), vicina a Dio con virtù miracolose ed elementi cristologici. L'invito non può, dunque, che essere quello di frequentare la donna per risentire l'effetto della donna miracolosa che aiuta la fede e fa presagire la vita eterna.
L'interpretazione allegorica identifica la donna come Filosofia ed inizia con la tradizionale trattazione riguardo l'etimologia del termine in questione: essa viene ricondotta all'umiltà di Pitagora che non pretendeva di essere chiamato "sapiente", ma affermava di essere "amante della filosofia". Oltre questo primo avvicinamento di Dante alla tematica è presente una trattazione delle varie "filie" (o "amori"):
- L'amore del sole, ovvero Dio, che si bea della propria creatura ed esercita la filosofia divina;
- L'amore provato dalle intelligenze angeliche, per le quali la donna è una "druda" secondo il rapporto tradizionale;
- L'amore dell'uomo che grazie ad Amore che conferisce calma e pace può concentrarsi in una contemplazione (seppur abituale e non attuale).

IV Trattato
Nel IV trattato, ovvero l'ultimo (essendo l'opera rimasta incompiuta), si affronta la tematica morale della nobiltà, trattando la canzone "Le dolci rime d'amor ch'i' solia". La polemica tradizionale riguardo l'autentica nobiltà vedeva contrapposti due grandi schieramenti: coloro che credevano nella nobiltà di sangue (ereditabile) e coloro che credevano in quella d'animo (individuale).

Le dolci rime d'amor ch'i' solia
Cercar ne' miei pensieri
Convien ch'io lasci; non perch'io non speri
Ad esse ritornare,
Ma perché li atti disdegnosi e feri
Che ne la donna mia
Sono appariti m'han chiusa la via
De l'usato parlare.
E poi che tempo mi par d'aspettare,
Diporrò giù lo mio soave stile,
Ch'i' ho tenuto nel trattar d'amore;
E dirò del valore,
Per lo qual veramente omo è gentile,
Con rima aspr' e sottile;
Riprovando 'l giudicio falso e vile
Di quei che voglion che di gentilezza
Sia principio ricchezza.
E, cominciando, chiamo quel signore
Ch'a la mia donna ne li occhi dimora,
Per ch'ella di se stessa s'innamora.

Tale imperò che gentilezza volse,
Secondo 'l suo parere,
Che fosse antica possession d'avere
Con reggimenti belli;
E altri fu di più lieve savere,
Che tal detto rivolse,
E l'ultima particula ne tolse,
Ché non l'avea fors'elli!
Di retro da costui van tutti quelli
Che fan gentile per ischiatta altrui
Che lungiamente in gran ricchezza è stata;
Ed è tanto durata
La così falsa oppinion tra nui,
Che l'uom chiama colui
Omo gentil che può dicere: "Io fui
Nepote, o figlio, di cotal valente",
Benché sia da niente.
Ma vilissimo sembra, a chi 'l ver guata,
Cui è scorto 'l cammino e poscia l'erra,
E tocca a tal, ch'è morto e va per terra!

Chi diffinisce: "Omo è legno animato",
Prima dice non vero,
E, dopo 'l falso, parla non intero;
Ma più forse non vede.
Similemente fu chi tenne impero
In diffinire errato,
Ché prima puose 'l falso e, d'altro lato,
Con difetto procede;
Ché le divizie, sì come si crede,
Non posson gentilezza dar né tòrre,
Però che vili son da lor natura:
Poi chi pinge figura,
Se non può esser lei, non la può porre,
Né la diritta torre
Fa piegar rivo che da lungi corre.
Che siano vili appare ed imperfette,
Ché, quantunque collette,
Non posson quietar, ma dan più cura;
Onde l'animo ch'è dritto e verace
Per lor discorrimento non si sface.

Né voglion che vil uom gentil divegna,
Né di vil padre scenda
Nazion che per gentil già mai s'intenda;
Questo è da lor confesso:
Onde lor ragion par che sé offenda
In tanto quanto assegna
Che tempo a gentilezza si convegna,
Diffinendo con esso.
Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo,
Che siam tutti gentili o ver villani,
O che non fosse ad uom cominciamento;
Ma ciò io non consento,
Ned ellino altressì, se son cristiani!
Per che a 'ntelletti sani
È manifesto i lor diri esser vani,
E io così per falsi li riprovo,
E da lor mi rimovo;
E dicer voglio omai, sì com'io sento,
Che cosa è gentilezza, e da che vene,
E dirò i segni che 'l gentile uom tene.

Dico ch'ogni vertù principalmente
Vien da una radice:
Vertute, dico, che fa l'uom felice
In sua operazione.
Questo è, secondo che l'Etica dice,
Un abito eligente
Lo qual dimora in mezzo solamente,
E tai parole pone.
Dico che nobiltate in sua ragione
Importa sempre ben del suo subietto,
Come viltate importa sempre male;
E vertute cotale
Dà sempre altrui di sé buono intelletto;
Per che in medesmo detto
Convegnono ambedue, ch'en d'uno effetto.
Onde convien da l'altra vegna l'una,
O d'un terzo ciascuna;
Ma se l'una val ciò che l'altra vale,
E ancor più, da lei verrà più tosto.
E ciò ch'io dett'ho qui sia per supposto.

È gentilezza dovunqu'è vertute,
Ma non vertute ov'ella;
Sì com'è 'l cielo dovunqu'è la stella,
Ma ciò non e converso.
E noi in donna e in età novella
Vedem questa salute,
In quanto vergognose son tenute,
Ch'è da vertù diverso.
Dunque verrà, come dal nero il perso,
Ciascheduna vertute da costei,
O vero il gener lor, ch'io misi avanti.
Però nessun si vanti
Dicendo: "Per ischiatta io son con lei",
Ch'elli son quasi dei
Quei c'han tal grazia fuor di tutti rei;
Ché solo Iddio a l'anima la dona
Che vede in sua persona
perfettamente star: sì ch'ad alquanti
Che seme di felicità sia costa,
Messo da Dio ne l'anima ben posta.

L'anima cui adorna esta bontate
Non la si tiene ascosa,
Ché dal principio ch'al corpo si sposa
La mostra infin la morte.
Ubidente, soave e vergognosa
È ne la prima etate,
E sua persona adorna di bieltate
Con le sue parti accorte;
In giovinezza, temperata e forte,
Piena d'amore e di cortese lode,
E solo in lealtà far si diletta;
È ne la sua senetta
prudente e giusta, e larghezza se n'ode,
E 'n se medesma gode
D'udire e ragionar de l'altrui prode;
Poi ne la quarta parte de la vita
A Dio si rimarita,
Contemplando la fine che l'aspetta,
E benedice li tempi passati.
Vedete omai quanti son l'ingannati!

Contra-li-erranti mia, tu te n'andrai;
E quando tu sarai
In parte dove sia la donna nostra,
Non le tenere il tuo mestier coverto:
Tu le puoi dir per certo:
"Io vo parlando de l'amica vostra".

Nella prima stanza della canzone, che fa da proemio, Dante ci informa del nuovo corso della sua poesia, di un nuovo indirizzo di poetica: non più dolci rime d'amor, non più il soave stile che aveva tenuto nel trattar d'amore, ma rima aspr'e sottile per confutare le errate opinioni sulla nobiltà dell'uomo, e per dimostrare in che cosa essa veramente consista.
Si può avere l'opinione che si vuole intorno all'allegoricità o meno della Donna gentile della Vita Nuova, di Voi che 'ntendendo, di Amor che ne la mente, ecc., cioè si può anche mettere in dubbio che tale gruppo di rime sia stato composto originariamente per la Filosofia (bensì per una donna reale), ma nessun dubbio può esistere sul fatto che veramente Dante, qualche anno dopo la morte di Beatrice, si diede allo studio della filosofia, cominciando con il De Consolatione di Boezio e col De Amicitia di Cicerone, e continuando con altre opere e con altri autori che via via veniva apprendendo frequentando le scuole de li religiosi e le disputazioni de li filosofanti. Studiando in quel tempo l'Etica a Nicomaco di Aristotele nella traduzione latina commentata da s. Tommaso, egli credette di scoprire che cosa è la vera nobiltà, e questa sua scoperta volle mettere a disposizione dei suoi concittadini che avevano opinioni errate su l'umana bontade in quanto in noi è da la natura seminata e che 'nobilitade' chiamare si dee. È probabile, inoltre, che le particolari condizioni politiche e sociali del comune di Firenze in quel periodo di tempo in cui Dante si era dedicato agli studi filosofici, abbiano contribuito a far meditare il poeta sul problema della nobiltà, e a spingerlo a trattarne di proposito in una canzone.
Con la seconda stanza comincia la trattazione della questione, suddivisa in due parti principali di tre stanze ciascuna:
- nella prima parte si esaminano e si confutano le opinioni di coloro che sostengono che la nobiltà sia fondata su antica tradizione di ricchezza, e che si trasmetta di padre in figlio;
- nella seconda si propone e si dimostra in che cosa consiste la vera nobiltà.
L'ordine del discorso segue rigorosamente il procedimento caratteristico della questione disputata secondo la tradizione tomistico-aristotelica: prima si mostra il falso e poi si dimostra il vero. Prima, dunque, dimostrerà l'errore dell'opinione attribuita all'imperatore Federico II, secondo cui la nobiltà consiste nella ricchezza che si è tramandata da antico tempo, accompagnata dai bei costumi: "Tale imperò che gentilezza volse, / secondo 'l suo parere, / che fosse antica possession d'avere / con reggimenti belli. Dante nel Convivio sentirà il bisogno di circondare di cautele la sua confutazione dell'opinione dell'imperatore. Nel testo poetico, invece, dei versi che abbiamo citato e dei successivi, Dante non ha scrupoli di sorta né timore reverenziale verso l'imperatore; si direbbe, anzi, che egli provi un certo compiacimento polemico nel rilevare il difetto dell'opinione imperiale. E in verità, al tempo in cui componeva la canzone, Dante non aveva motivo di usare particolari riguardi all'opinione dell'imperatore perché appartenente a famiglia di lunga tradizione guelfa. Ma quel che Dante non sapeva, e lo ignorerà anche al tempo della composizione del Convivio, è che la definizione attribuita all'imperatore corrispondeva in parte alla definizione che della nobiltà aveva dato Aristotele nella Politica, che Dante stesso citerà nella Monarchia. La definizione dell'imperatore, dice, è falsa perché dà come predicato della nobiltà, che vuol dire perfezione, la ricchezza, che è cosa vile e perciò imperfetta per sua natura, in quanto chi la possiede non s'acqueta mai nel suo desiderio di accrescerla (Che siano vili appare ed imperfette, / ché, quantunque collette, / non posson quietar, ma dan più cura). La ricchezza, quindi, non solo non può generare nobiltà, ma è il contrario della nobiltà: l'imperfezione di contro alla perfezione. Non meno falsa è la parte della definizione che riguarda l'antichità delle ricchezze, perché coloro che sostengono che gentile sia colui che può vantare grandi ricchezze trasmesse da antico tempo nella propria famiglia, escludono con ciò che un uomo da vile possa diventare gentile; e che da un padre vile possa nascere un figlio gentile; ma così essi vanno contro la loro stessa definizione nel punto in cui essa sottolinea che occorre del tempo per costituire la condizione della nobiltà. Inoltre, se fosse vera tale definizione, ne deriverebbe di necessità: o che tutti gli uomini sono gentili o villani, secondo che il primo uomo, Adamo, sia stato gentile o villano (il che contrasta con l'evidente distinzione che c'è nella realtà di questo mondo fra uomini nobili e uomini vili); oppure, che all'origine del genere umano non ci sia stato un solo uomo, ma più uomini, e ciò non si può ammettere perché contrasta con la verità insegnata dalla religione cristiana: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo, / che siam tutti gentili o ver villani, / o che non fosse ad uom cominciamento; / ma ciò io non consento, / ned ellino altressì, se son cristiani!.
Dimostrata la falsità della definizione dell'imperatore, Dante afferma ora che cosa si debba intendere per nobiltà. La nobiltà e la virtù morale, la quale è, come l'Etica dice, / un abito eligente / lo qual dimora in mezzo solamente, convengono ambedue in questo: che l'una e l'altra producono un medesimo effetto, cioè lodare e rendere pregiato colui cui esser si dicono. Infatti, la nobiltà, essendo perfezione dell'esser di una cosa, comporta sempre il bene della cosa stessa, e quindi, nel nostro caso, dell'uomo; come il suo contrario, la viltà, essendo imperfezione, comporta sempre il male; e la virtù morale, che è disposizione nell'uomo ad agire con la sua libera volontà per essere felice nella vita attiva, si manifesta sempre come un bene di chi ne è dotato. Stando così le cose, il convenire insieme la nobiltà e la virtù morale nel medesimo effetto di procurare lode alle persone che ne sono dotate, porta come conseguenza che, o l'una deriva dall'altra, o tutte e due da una terza; ma se "l'una val ciò che l'altra vale, / e ancor più, da lei verrà più tosto". La nobiltà vale di più della virtù, perché si estende di più. L'esercizio di ogni virtù presuppone, infatti, la perfezione del soggetto operante, che è appunto la nobiltà, mentre questa può essere nell'uomo senza che ci sia operazione di virtù: " È gentilezza dovunqu'è vertute, / ma non vertute ov'ella; / sì com'è 'l cielo dovunqu'è la stella, / ma ciò non e converso". È questa, dunque, che deriva dalla nobiltà, e non viceversa. Nessuno perciò si vanti di essere nobile per diritto ereditario di stirpe, perché coloro che hanno una tal grazia sono quasi esseri divini, e solo Iddio la dona all'anima che è perfettamente posta nella persona a cui è stata destinata: "Però nessun si vanti / dicendo: ' Per ischiatta io son con lei ', / ch'elli son quasi dei / quei c'han tal grazia fuor di tutti rei; / ché solo Iddio a l'anima la dona / che vede in sua persona / perfettamente star".
Quali sono, dunque, i segni che distinguono l'uomo che ha ricevuto da Dio, fin dalla nascita, il dono della nobiltà? È questo l'argomento dell'ultima stanza della canzone: vi si afferma che nella prima età, che corrisponde al periodo dell'adolescenza (fino al venticinquesimo anno) l'anima nobile si mostra ubidente, soave e vergognosa, e adorna il corpo a cui appartiene di bellezza, disponendo armoniosamente tutte le sue parti a perfezione. Nel periodo della giovinezza (fino al quarantacinquesimo anno) l'anima nobile si mostra temperata e forte, esercitando le virtù della temperanza e della fortezza, necessarie ad attuare la propria perfezione; amorosa verso i suoi maggiori e verso i suoi minori; piena... di cortese lode, perché la giovinezza è l'età in cui massimamente è bello essere di cortesi costumi; leale, cioè rispettosa e lieta nel seguire le leggi. Nella terza età, cioè nella senetta (dal quarantaseiesimo al settantesimo anno) l'anima nobile si mostra prudente e giusta, esercitando la virtù della prudenza e la virtù della giustizia; larga, esercitando la virtù della liberalità; lieta del bene altrui, esercitando la virtù dell'affabilità. Nella quarta e ultima età, detta ' il senio ' (gli ultimi anni della vita dopo il settantesimo anno) l'anima nobile ritorna a Dio, "a Dio si rimarita, / contemplando la fine che l'aspetta, / e benedice li tempi passati.".
L'ideale dell'uomo nobile e virtuoso vagheggiato qui da Dante è di stampo aristotelico, possibile a realizzarsi nel tempo antico, prima del cristianesimo, e nei tempi moderni, ma sempre, in tale perfezione, per pochi eletti. In questa canzone vi sono già le premesse per la creazione dantesca del nobile castello del Limbo per gli spiriti eletti dell'antichità che bene operarono nella loro vita in questo mondo, facendo dare buoni frutti al seme di felicità infuso da Dio nella loro anima. Non per loro colpa personale è a essi negata la beatitudine celeste.
Nel congedo il poeta si rivolge alla canzone chiamandola Contra-li-erranti... nome d'esta canzone, tolto per essemplo del buono frate Tommaso d'Aquino, che a uno suo libro, che fece a confusione di tutti quelli che disviano da nostra Fede, puose nome Contra-li-Gentili, invitandola ad andare dov'è la sua donna, a cui potrà dire: "Io vo parlando de l'amica vostra ". Come per i versi della prima stanza in cui si accenna alla donna del poeta, anche per questi egli nel Convivio dà significato allegorico alla sua donna, che è la Filosofia. Per chi è convinto che con la canzone Voi che 'ntendendo egli diede inizio a un gruppo di rime di significato originariamente allegorico, non c'è che da rilevare la sua coerenza nel sostenere che la Donna gentile di cui egli s'innamorò dopo la morte di Beatrice è la Filosofia.

aristo

Aristotele

L'origine del Convivio risulta essere una condivisione di idiosincrasie con la Filosofia: Dante e la Filosofia, in segno di una profonda amistà, sono portati ad amare e odiare le medesime cose. L'obiettivo dantesco risulta essere, quindi, quello di correggere l'errore che reca dolore e danno (che aveva portato alla condanna e all'esilio l'autore stesso); dato che i falsi giudizi infatti hanno effetti anche sulla sfera delle azioni essi vanno curati con una medicina diretta (senza esposizione allegorica) per recuperare velocemente la salute.
Dante in primo luogo presenta l'opinione comune, impropriamente attribuita a Federico II, secondo cui la nobiltà coincide con "antica possession d'avere e reggimenti belli" e subito dopo aggiunge la banalizzazione interessata della medesima (concernente solamente la prima particula della definizione). Tuttavia viene rimarcato:
- il falso rapporto tra le ricchezze e la nobiltà, comparati rispettivamente ad una torre dritta e un fiume che le scorre ai piedi, ma sul quale la torre non ha potere;
- il problematico riferimento all'antichità della famiglia dato che la genealogia e la discendenza del genere umano riconduce ad un medesimo progenitore, ovvero Adamo;
- l'incompletezza della definizione stessa, in quanto non vengono menzionale le virtù.
L'autore procede, così, esponendo l'argomentazione vincente, ovvero la propria (secondo i dettami retorici della Scolastica): la nobiltà è una predisposizione dell'animo a un buon comportamento e si espleta in varie virtù tra le quali la capacità di discernere il giusto mezzo. In questo contesto si inserisce, poi, la trattazione riguardo le quattro età dell'uomo esemplificate tramite vari passi del quarto, quinto e sesto libro dell'Eneide di Virgilio.

IMPRESA OGGI 15-10-2021

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