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Omero, Iliade, Libro XVIII. Il pianto e l'ira di Achille. Teti lo consiglia.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

paride 4
IL GIUDIZIO DI PARIDE DI P. RUBENS

L'Iliade (in greco antico: Iliás) è un poema epico in esametri dattilici, tradizionalmente attribuito a Omero. Ambientato ai tempi della guerra di Troia, città da cui prende il nome, narra gli eventi accaduti nei cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra, in cui l'ira di Achille è l'argomento portante. Opera antica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Tradizionalmente datata al 750 a.C. circa, Cicerone afferma nel suo De oratore che Pisistrato ne avesse disposto la sistemazione in forma scritta già nel VI secolo a.C., ma si tratta di questione discussa dalla critica. In epoca ellenistica fu codificata da filologi alessandrini guidati da Zenodoto nella prima edizione critica, comprendente 15.696 versi divisi in 24 libri (ciascuno corrispondente a un rotolo, che ne dettava la lunghezza). Ai tempi il testo era infatti estremamente oscillante, visto che la precedente tradizione orale aveva originato numerose varianti. Ciascun libro è contraddistinto da una lettera maiuscola dell'alfabeto greco e riporta in testa un sommario del contenuto.
L'opera venne composta probabilmente nella regione della Ionia Asiatica. La sua composizione seguì un percorso di formazione, attraverso i secoli e i vari cambiamenti politici e socio-culturali, che comprese principalmente tre fasi:
- fase orale, nella quale vari racconti mitici o concernenti racconti eroici incominciarono a circolare in simposi e feste pubbliche durante il Medioevo ellenico (1200-800 a.C.), rielaborando racconti riguardanti il periodo miceneo;
- fase aurale nella quale i poemi incominciarono ad assumere organicità grazie all'opera di cantori e rapsodi, senza però conoscere una stesura scritta (età arcaica e classica);
- fase scritta, nella quale i poemi sono stati trascritti. Secondo alcuni storici questa fase risale al VI secolo a.C. durante la tirannide di Pisistrato ad Atene.
La prima testimonianza sicura del poema è di Pisistrato (561-527 a.C.). Dice infatti Cicerone nel suo De Oratore: “primus Homeri libros confusos antea sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus” ("Si dice che Pisistrato per primo avesse ordinato i libri di Omero"). Il primo punto fermo è quindi che nella Grande Biblioteca di Atene di Pisistrato erano contenuti i libri di Omero, ordinati.
L'oralità non consentì di stabilire delle edizioni canoniche. L'Iliade pisistratea non fu un caso unico: sul modello di Atene ogni città (di sicuro Creta, Cipro, Argo e Massalia, oggi Marsiglia) probabilmente aveva un'edizione “locale”. Le varie edizioni non erano probabilmente molto discordanti tra di loro. Si hanno notizie riguardo edizioni precedenti all'ellenismo, dette polystikoiai, “con molti versi”; avevano sezioni rapsodiche in più rispetto alla versione pisistratea; varie fonti ne parlano ma non se ne conosce l'origine. L'Iliade e l'Odissea erano la base dell'insegnamento elementare: i piccoli greci si avvicinavano alla lettura attraverso i poemi di Omero; molto probabilmente i maestri semplificarono i poemi affinché fossero di più facile comprensione per i bambini. Si conosce anche l'esistenza di edizioni kata andra (personali): personaggi illustri si facevano fare edizioni proprie. Un esempio molto famoso è quello di Aristotele, che si fece creare un'edizione dell'Iliade e dell'Odissea (versioni prealessandrine). Si è arrivati, in seguito, a una sorta di testo base attico, una vulgata attica.
Teagene di Reggio, VI secolo a.C., fu il primo critico e divulgatore dell'Iliade, che fra l'altro pubblicò. Gli antichi grammatici alessandrini tra il III e il II secolo a.C. concentrarono il loro lavoro di filologia del testo su Omero, sia perché il materiale era ancora molto confuso, sia perché era universalmente riconosciuto padre della letteratura greca. Molto importante fu un'emendatio volta a eliminare le varie interpolazioni e a ripulire il poema dai vari versi formulari suppletivi. Si arrivò dunque a un testo definitivo. Un contributo fondamentale fu quello di tre grandi filologi, vissuti tra la metà del terzo secolo e la metà del secondo: Zenodoto di Efeso, che elaborò la numerazione alfabetica dei libri e operò una ionizzazione (sostituì gli eolismi con termici ionici), Aristofane di Bisanzio, di cui non ci resta nulla, ma che sappiamo fu un gran commentatore, inserì la prosodia (l'alternarsi di sillabe lunghe e brevi), i segni critici (come la crux, l'obelos) e gli spiriti; Aristarco di Samotracia, che operò una forte e oggi considerata sconveniente atticizzazione - convinto che Omero fosse di Atene - e si occupò di scegliere una lezione per ogni vocabolo “dubbio”, curandosi però di mettere un obelos con le altre lezioni scartate. Non è ancora chiaro se si basò sull'istinto o comparò vari testi.
Il testo dell'Iliade giunto all'età contemporanea è piuttosto diverso da quello con le lezioni di Aristarco. Su 874 punti in cui egli scelse una particolare lezione, solo 84 tornano nei nostri testi; per quanto riguarda le parti considerate dubbie dai commentatori antichi, la vulgata alessandrina è quindi uguale alla nostra solo per il 10%. Si può anche ritenere che tale testo non fosse definitivo, ed è possibile che nella stessa biblioteca di Alessandria d'Egitto, dove gli studiosi erano famosi per i loro litigi, ci fossero più versioni dell'Iliade.
Un'invenzione molto importante della biblioteca di Alessandria furono gli scolia, ricchi repertori di osservazioni al testo, note, lezioni, commenti. Dunque i primi studi sul testo furono effettuati tra il III e il II secolo a.C. dagli studiosi alessandrini; poi tra il I secolo e il II secolo d. C. quattro scoliasti redassero gli scolia dell'Iliade, poi compendiati da uno scoliasta successivo nell'opera “Commento dei 4”. L'Iliade di Omero tuttavia non riuscì a influenzare tutte le zone dove era diffusa: anche in età ellenistica giravano più versioni, probabilmente derivanti dalla vulgata ateniese di Pisistrato del V secolo, che proveniva da varie tradizioni orali e rapsodiche.
Intorno alla metà del II secolo, dopo il lavoro di Alessandria, giravano il testo alessandrino e residui di altre versioni. Di certo gli Ellenisti stabilirono il numero e la suddivisione dei versi. Dal 150 a.C. sparirono le altre versioni testuali e si impose un unico testo dell'Iliade; tutti i papiri ritrovati da quella data in poi corrispondono ai nostri manoscritti medievali: la vulgata medievale è la sintesi di tutto. Nel medioevo occidentale non era diffusa la conoscenza del greco, nemmeno tra personaggi come Dante o Petrarca; uno dei pochi che lo conosceva era Boccaccio, che lo imparò a Napoli da Leonzio Pilato. L'Iliade era conosciuta in occidente grazie alla Ilias tradotta in latino di età neroniana. Prima del lavoro dei grammatici alessandrini, il materiale di Omero era molto fluido, ma anche dopo di esso altri fattori continuarono a modificare l'Iliade, e per arrivare alla koinè omerica bisognerà aspettare il 150 a.C. L'Iliade fu molto più copiata e studiata dell'Odissea. Nel 1170 Eustazio di Salonicco contribuì alla sua diffusione in modo significativo. Nel 1453 Costantinopoli fu presa dai turchi; un grandissimo numero di profughi migrarono da oriente verso occidente, portando con sé una gran mole di manoscritti. Questo accadde fortunatamente in concomitanza con lo sviluppo dell'Umanesimo, tra i punti principali del quale c'era lo studio dei testi antichi.
Nel 1920 si ammise che era impossibile fare uno stemma codicum per Omero perché, già in quel periodo, escludendo i frammenti papiracei, c'erano ben 188 manoscritti, e anche perché non si riesce a risalire a un archetipo di Omero. Spesso i nostri archetipi risalgono al IX secolo, quando, a Costantinopoli, il patriarca Fozio si preoccupò che tutti i testi scritti in alfabeto greco maiuscolo fossero traslitterati in minuscolo; quelli che non furono traslitterati, andarono perduti. Per Omero tuttavia non esiste un solo archetipo: le traslitterazioni avvennero in più luoghi contemporaneamente. Il più antico manoscritto capostipite completo dell'Iliade è il Marcianus 454 A, presente a Venezia; risalente al X secolo, fu ricevuto dal cardinal Bessarione dall'oriente, da Giovanni Aurispa. I primi manoscritti dell'Odissea sono invece dell'XI secolo. L'editio princeps dell'Iliade è stata stampata nel 1488 a Firenze da Demetrio Calcondila. Le prime edizioni veneziane, dette aldine dallo stampatore Aldo Manuzio, furono ristampate ben 3 volte, nel 1504, 1517, 1512, indice questo senza dubbio del gran successo sul pubblico dei poemi omerici.
L'eroicità è riconosciuta come accento fondamentale del poema, e per Omero "eroico" è tutto ciò che va oltre la norma, nel bene e nel male e per qualunque aspetto. Queste grandezze non sono guardate con occhio stupito, perché il poeta è inserito nel mondo che descrive, e l'eroico è dunque sentito come normalità. L'intera guerra è descritta come un seguito di duelli individuali, raccontati spesso secondo fasi ricorrenti. L'opera non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell'intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra, l'ira di Achille, che si svolge in un periodo di 51 giorni. Aristotele lodò Omero nella Poetica, per aver saputo scegliere, nel ricco materiale mitico-storico della guerra di Troia, un episodio particolare, rendendolo centro vitale del poema, e affermò, inoltre, che la poesia non è storia, ma una fecondissima verità teoretica e di fatto. L'ira è un motivo centrale nel poema. L'ira di Achille è determinata dalla sottrazione della schiava Briseide. L'ira gli fa riconquistare l'onore perduto; la parte del bottino razziato in battaglia veniva infatti assegnata al guerriero in proporzione al suo valore e al suo ruolo di combattente. Al tema dell'ira è legato quello della gloria che l'eroe conquista combattendo con valore e che gli permette di perpetuare la propria immagine alle generazioni future. Gli dei sono antropomorfi, cioè hanno sembianze fisiche e sentimenti umani: si amano e si odiano, tramano inganni; mostrano desiderio, vanità, invidia. Al di sopra di loro sta il Fato ineluttabile (in greco, móira), cioè il Destino. Gli dei intervengono direttamente nelle vicende umane. Altri motivi presenti sono: il senso del dovere, la vergogna del giudizio negativo e la necessità di proteggere i propri cari. Nel racconto Omero da buon greco parteggia palesemente per i greci; basti notare che quando il grande eroe troiano Ettore entra in battaglia, spesso, o scappa o è aiutato da Apollo.

Il “miracolo greco”, come è stato definito, si compì parallelamente al bisogno sentito unanimemente dal popolo greco di confrontarsi con le vicine civiltà allora insediate nel Mediterraneo, e fu agevolato nel momento in cui i greci iniziarono a organizzarsi in società via via più complesse e articolate. Tuttavia, questa crescita culturale avvenne anche grazie al grandissimo patrimonio culturale che era stato lasciato dagli Egiziani e gli Assiro-babilonesi, nelle ricerche scientifiche ma soprattutto in campi quali la matematica e l’astronomia. Altresì va sottolineato come la civiltà greca ebbe lo slancio in più che pose la loro civiltà a un livello decisamente più rilevante rispetto alle due sopraccitate e che oggi ci permette di considerare unanimemente la Grecia come la culla della civiltà occidentale. Quindi risalire agli albori della filosofia greca significa ricercare in quegli scritti successivi alla prima fase prettamente esoterica, in cui si inizia a delineare quello che poi diventerà la base per gli interrogativi e le discussioni che si possono definire prettamente filosofici. Riferirci quindi a quelle matrici culturali primordiali che porteranno a interrogarsi sui grandi interrogativi. In questo quadro va inserito Omero poeta per eccellenza e creatore senza alcun dubbio dei due più grandi poemi epici mai scritti. . Che Omero sia il creatore dei poemi in questione secondo il punto di vista dei Greci non è problematico, ma fuori della Grecia la cosiddetta “questione omerica” durante l’arco della storia ha creato molti problemi, molti dei quali tutt’oggi irrisolti. Chi fu veramente l’autore di quelle due opere è un problema aperto. Oggi non abbiamo dubbi nel considerare l’Iliade e l’Odissea come i testi in cui era racchiusa tutta la cultura e tutte le sue tradizioni. I primi (e i maggiori) interrogativi sono nati dalla biografia stessa di Omero: non abbiamo nessun dato certo sulla sua figura, ma solo interpretazioni (e spesso mistiche). Ad esempio, alcuni lo ritengono figlio di Orfeo, il mistico poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo canto; chi scriveva un’intera biografia basandosi esclusivamente sull’etimologia del suo nome (Homeros in greco significa “ostaggio” ma anche “non vedente”) e quindi parlava di un uomo cieco, che vagava di città in città narrando le storie che le muse gli sussurravano nelle orecchie. Diciamo, tutto sommato, che le fonti più attendibili ci suggeriscono che Omero sia nato nella Ionia, regione dell’Asia minore che si affaccia sul mar Egeo. Sul tempo della nascita le notizie sono alquanto discordanti. In ogni modo, tutte le contraddizioni non riuscirono neanche minimamente a scalfire la convinzione che Omero sia esistito veramente e al contrario contribuiscono a rendere la sua figura ancora più affascinante e rafforzano il concetto del poeta “ per eccellenza” tanto cara ai Greci. A lui, oltre ai celeberrimi poemi dell’Iliade e dell’Odissea, sono stati attribuiti alcuni Inni, la Batracomiomachia (la “battaglia delle rane”, poemetto che vide come illustre traduttore italiano Giacomo Leopardi) e il poema Margite. Produzione tanto vasta da suscitare i primi dubbi già nei grammatici dell’età Alessandrina. Furono sempre questi i primi ad alzare critiche a Omero. Tra questi Xenone e Ellanico lanciarono la teoria secondo la quale appartieneaOmero solo l’Iliade (movimento separatista), mentre l’Odissea sarebbe stata scritta da un’altra persona. Il più grande filologo dell’epoca, Aristarco di Samotracia, sostenne al contrario che entrambi i poemi appartengono a Omero e che le sostanziali differenze di argomento sarebbero dovute al fatto che l’Iliade era l’opera della giovinezza e l’Odissea quella della vecchiaia (movimento unitario). Infatti tutti questi dubbi nascono principalmente dalle profonde differenze tematiche all’interno dei due poemi.
L’ILIADE E L’IDEALE DELL’ARETE’
L’Iliade si presenta come un poema complesso, ricco di valori, ma soprattutto come specchio vivente di una società, quella micenea, immersa nel medioevo ellenico e di cui si conosce ben poco. In questo sfondo, si muovono i personaggi legati alla tradizione eroico-guerriera tanto amata dalla Grecia e che l’accompagnerà dagli albori fino al tardo ellenismo. Ebbene, l’Iliade rappresenta una sorta di libro aperto su un mondo, e in quanto tale va letta immedesimandosi profondamente nell’animo dei personaggi, sentire sulla propria pelle l’ira di Achille che infiniti dolori inflisse agli Achei, piangere insieme a Priamo il destino del figlio Ettore. Il termine Iliade e collegato con il nome del mitico fondatore della città, Ilio. Perciò letteralmente significa “ le vicende riguardanti Ilio”. Il poema non narra comunque tutta l’aspra guerra tra Achei e Troiani ma solo gli ultimi 51 giorni, quelli che intercorrono tra la pestilenza nel campo Acheo e i Funerali di Ettore. Il filo conduttore di tutta l’opera è l’ira di Achille. Su di questa si intrecciano le tematiche che si fondono nella atmosfera eroica dei valori aristocratici. Il mito ci narra come la causa occasionale della guerra di Troia sia stata una donna: Paride chiamato da Zeus a decidere chi fosse più bella tra Atena, Era e Afrodite assegna la vittoria a quest’ultima che gli promette in cambio l’amore della donna più bella del mondo. Era, indignata, diventa acerrima nemica di Ilio e dei suoi abitanti; presto si allea con lei anche Atena. Dietro una trama semplice, quindi, si nasconde uno dei poemi più importanti della storia occidentale. Nell’Iliade si vive l’ideale dell’ areté che si potrebbe tradurre con il termine virtù. Bisogna prestare attenzione a non considerarlo come la virtù cristiana, concetto del tutto sconosciuto ai greci. La definizione che meglio si adatta all’areté greca è quella dataci da Machiavelli: ideale virile cavalleresco, intessuto di gagliardia corporale e intellettuale, di spirito agonistico- bellicoso, di alto è orgoglioso sentire di se e soprattutto di esasperata voglia di onore. Areté ha la stessa radice di àristos, superlativo di agathòs che generalmente significa buono e vale in Omero come aggettivo sinonimo di nobile, prode e valente. Ed è proprio questa vena di forza, coraggio che fa da trama, da filo conduttore in tutta l’Iliade. Anche nella tregua tra l’una e l’altra battaglia, Omero ci presenta sfide incontri a duello, corse, lotte, che ci fanno capire come nell’aristocrazia greca del tempo i valori su cui si valutava un uomo erano proprio questi: la forza il coraggio e l’onore. Ma lo spirito agonistico assume in Omero un significato più profondo della semplice gloria scaturita da una vittoria: esso investe il significato stesso dell’esistenza. Appartenere alla classe degli àristoi implicava un continuo allenamento per essere accettato nell’elite, l’eroe o si supera o decade. Aidos è la parola con cui si indica a un tempo la stima di se e allo stesso la vergogna per ciò che offende il senso dell’onore. Chi disprezza l’aidos provoca la nemesis la giusta riprovazione da parte degli altri e in parte la vendetta divina. Appartenere agli aristoi quindi è una continua ricerca di riuscire tra gli ottimi. Tutto questo è riassunto mirabilmente nel versetto presente nel VI e XI libro dell’Iliade:
«Sempre da prode operar e a tutti di valor star sopra».
A questo punto sorge spontaneo un dubbio: come può l’eroe riconoscere il proprio stato nell’areté non conoscendo il concetto di coscienza (introdotto dal cristianesimo)? Lo deve cercare nell’onore: godere tra i pari, essere giudicato da coloro che possono giudicare. Il dramma dell’eroe greco omerico sta quando esso non vede riconosciuto il proprio onore: l’ira di Achille. Dunque l’unico modo per far conoscere a tutti il proprio onore è la morte eroica a cui segue un grande onore ed è l’unica forma di immortalità. Va sottolineato che i greci non credono nell’immortalità dell’anima: l’Ade è la disperazione senza fine, dove del corpo e dello spirito resta sola una pallida copia. Achille preferirebbe vivere da mendicante che regnare sopra il regno dei morti. La vita sebbene così breve e così travagliata rappresenta per l’uomo il massimo dell’onore. La persona grande è colui che si farà ricordare per le gesta eroiche della sua vita.

patroclo 3
Patroclo e Briseide. Affresco pompeiano


RIASSUNTO XVIII LIBRO

Antiloco annuncia ad Achille la morte di Patroclo. Disperazione dell’eroe; Teti esce dal mare per consolarlo. Egli vuol correre al campo per vendicare l’amico. La madre lo esorta a soprassedere finchè ella non gli abbia recata una nuova armatura. I Greci sono in procinto di perdere il corpo di Patroclo. Achille consigliato da Giunone, che a lui spedisce Iride, si mostra inerme sul margine della fossa, e i Troiani sono compresi di terrore. Il cadavere è posto in salvo. La notte mette fine alla battaglia. Parlamento dei Troiani, che risolvono di rimanere sul campo. Lamenti d’Achille. Teti si presenta a Vulcano, e lo supplica di fabbricarle un’armatura pel figlio. Descrizione dello scudo. Tetide discende dall’Olimpo portando ad Achille le armi.

armi achille
Teti, Vulcano e le armi di Achille. Affresco pompeiano

TESTO LIBRO XVIII

Tutta così qual fiamma arde la pugna.
Veloce messaggier correa frattanto
Antíloco ad Achille. Anzi all’eccelse
Sue navi il trova, che nel cor già volge
L’accaduto disastro, e nel segreto 5
Della grand’alma sospirando, dice:
Perchè di nuovo, ohimè! verso le navi
Fuggon gli Achivi con tumulto, e vanno
Spaventati pel campo? Ah! non mi cómpia
L’ira de’ numi la crudel sventura 10
Che un dì la madre profetò, narrando
Che, me vivente ancor, de’ Mirmidóni
Il più prode guerrier dai Teucri ucciso
Del Sol la luce abbandonato avría.
Ah! certo di Menézio il forte figlio 15
Morì. Infelice! E pur gl’imposi io stesso
Che risospinta la nemica fiamma
Ritornasse alle navi, e con Ettorre
Cimentarsi in battaglia oso non fosse.
   In questo rio pensier l’aggiunse il figlio 20
Di Nestore piangendo, e, "Ohimè! gli disse,
Magnanimo Pelíde; una novella
Tristissima ti reco, e che nol fosse
Oh piacesse agli Dei! Giace Patróclo;
Sul cadavere nudo si combatte; 25
Nudo; chè l’armi n’ha rapito Ettorre".
   Una negra a' que’ detti il ricoperse
Nube di duol; con ambedue le pugna
La cenere afferrò, giù per la testa
La sparse, e tutto ne bruttò il bel volto 30
E la veste odorosa. Ei col gran corpo
In grande spazio nella polve steso
Giacea turbando colle man le chiome
E stracciandole a ciocche. Al suo lamento
Accorsero d’Achille e di Patróclo 35
L’addolorate ancelle, e con alti urli
Si fêr dintorno al bellicoso eroe
Percotendosi il seno, e ciascheduna
Sentía mancarsi le ginocchia e il core.
Dall’altra parte Antíloco pietoso 40
Lagrimando dirotto, e di cordoglio
Spezzato il petto rattenea d’Achille
Le terribili mani, onde col ferro
Non si squarciasse per furor la gola.
   Udì del figlio l’ululato orrendo 45
La veneranda Teti che del mare
Sedea ne’ gorghi al vecchio padre accanto.
Mise un gemito, e tutte a lei dintorno
Si raccolser le Dee, quante ne serra
Il mar profondo, di Neréo figliuole 50
Glauce, Talía, Cimódoce, Nesea
E Spio vezzosa e Toe ed Alie bella
Per bovine pupille, e la gentile
Cimótoe ed Attea: quindi Melíte
E Limnória e Anfitóe, Jera ed Agave, 55
Doto, Proto, Ferusa e Dinamena
E Desamena ed Amfinóma e seco
Callïaníra e Dori e Panopea,
E sovra tutte Galatea famosa;
V’era Apseude e Nemerte e con Janira 60
Callïanassa ed Ïanassa; alfine
L’alma Climene, e Mera ed Oritía
Ed Amatea dall’auree trecce, e altre
Nerëidi dell’onda abitatrici.
   Tutto di lor fu pieno in un momento 65
Il cristallino speco, e tutte insieme
Batteansi il petto, allorchè Teti in mezzo
Tal diè principio al lamentar: ""Sorelle,
M’udite, e quanto è il mio dolor vedete.
Ohimè misera! ohimè madre infelice 70
Di fortissima prole! Io generai
Un valoroso incomparabil figlio,
Il più prestante degli eroi: lo crebbi,
Lo coltivai siccome pianta eletta
In fertile terren: poscia ne’ campi 75
D’Ilio lo spinsi su le navi io stessa
A pugnar co’ Troiani. Ahi che m’è tolto
L’abbracciarlo tornato alla paterna
Reggia! e fin ch’egli all’amor mio pur vive,
Fin che gli è dato di fruir la luce, 80
Di tristezza si pasce; ed io, comunque
A lui mi rechi, sovvenir nol posso.
Nondimeno v’andrò, del caro figlio
Vedrò l’aspetto, e intenderò qual duolo
Dalla guerra lontano il cor gl’ingombra"". 85
   Uscì, ciò detto, dallo speco, e quelle
Piangendo la seguîr: l’onda ai lor passi
Riverente s’apría. Come di Troia
Attinsero le rive, in lunga fila
Emersero sul lido ove frequenti 90
Le mirmidónie antenne in ordinanza
Facean selva e corona al grande Achille.
A lui che in gravi si struggea sospiri
La diva madre s’appressò, proruppe
In acuti ululati, ed abbracciando 95
L’amato capo, e lagrimando, disse:
   ""Figlio, che piangi? Che dolore è questo?
Nol mi celar, deh parla. A compimento
Mandò pur Giove il tuo pregar: gli Achivi
Son pur, siccome supplicasti, astretti 100
Ripararsi alle navi, e del tuo braccio
Aver mestiero, di sciagure oppressi.""
   Con un forte sospir rispose Achille:
""O madre mia, ben Giove a me compiacque
Ogni preghiera: ma di ciò qual dolce 105
Me ne procede, se il diletto amico,
Se Pátroclo è già spento? Io lo pregiava
Sovra tutti i compagni; io di me stesso
Al par l’amava, ahi lasso! e l’ho perduto.
L’uccise Ettorre, e lo spogliò dell’armi, 110
Di quelle grandi e belle armi, a vedersi
Maravigliose, che gli eterni Dei,
Dono illustre, a Peléo diero quel giorno
Che te nel letto d’un mortal locaro.
Oh fossi tu dell’Oceán rimasta 115
Fra le divine abitatrici, e stretto
Peléo si fosse a una mortal consorte!
Chè d’infinita angoscia il cor trafitto
Or non avresti pel morir d’un figlio
Che alle tue braccia nel paterno tetto 120
Non tornerà più mai, poichè il dolore
Nè la vita nè d’uom più mi consente
La presenza soffrir, se prima Ettorre
Dalla mia lancia non cade trafitto,
E di Patróclo non mi paga il fio"". 125
   ""Figlio, nol dir (riprese lagrimando
La Dea), non dirlo, chè tua morte affretti:
Dopo quello d’Ettór pronto è il tuo fato"".
   ""Lo sia (con forte gemito interruppe
L’addolorato eroe), si muoia, e tosto,130
Se giovar mi fu tolto il morto amico.
Ahi che lontano dalla patria terra
Il misero perì, desideroso
Del mio soccorso nella sua sciagura.
Or poichè il fato riveder mi vieta 135
Di Ftia le care arene, e io crudele
Nè Pátroclo aitai nè gli altri amici
De’ quai molti domò l’ettórea lancia,
Ma qui presso le navi inutil peso
Della terra mi seggo, io fra gli Achei 140
Nel travaglio dell’armi il più possente,
Benchè me di parole altri pur vinca,
Pera nel cor de’ numi e de’ mortali
La discordia fatal, pera lo sdegno
Ch’anco il più saggio a inferocir costrigne, 145
Che dolce più che miel le valorose
Anime investe come fumo e cresce.
Tal si fu l’ira che da te mi venne,
Agamennón. Ma su l’andate cose,
Benchè ne frema il cor, l’obblío si sparga, 150
E l’alme in sen necessità ne domi.
Del caro capo l’uccisore Ettorre
Or si corra a trovar; poi quando a Giove
E agli altri Eterni piacerà mia morte,
Venga pur, ch’io l’accetto. Il forte Alcide, 155
Dilettissimo a Giove e suo gran figlio,
Alcide stesso vi soggiacque, domo
Dalla Parca e dall’aspra ira di Giuno.
Così pur io, se fato ugual m’aspetta,
Estinto giacerò. Questo frattanto 160
Tempo è di gloria. Sforzerò qualcuna
Delle spose di Dardano e di Troe
Ad asciugar con ambedue le mani
Giù per le guance delicate il pianto,
E a trar dal largo petto alti sospiri. 165
Sappiano alfin che il braccio mio dall’armi
Abbastanza cessò; nè dalla pugna
Tu, madre, mi svïar, chè indarno il tenti"".
   E a lui la Diva dall’argenteo piede:
""Giusta, o figlio, è l’impresa e d’onor degna, 170
Campar da scempio i travagliati amici.
Ma le tue scintillanti armi divine
Son fra’ Troiani, ed Ettore, quel fiero
Dell’elmo crollator, sen fregia il dosso,
E dell’incarco esulta. Ma fia breve, 175
Lo spero, il suo gioir, chè negra al fianco
Già l’incalza la Parca. Or tu di Marte
Per anco non entrar nel rio tumulto,
Se tu qua pria venir non mi riveggia.
Verrò dimani al raggio mattutino, 180
E recherotti io stessa una forbita
Bella armatura di Vulcan lavoro.
   Così detto, dal figlio alle sorelle
Ripiegò la persona, e, Voi, soggiunse,
Rïentrate del mar nell’ampio grembo, 185
E del marino genitor canuto
Rendetevi alle case, e tutto dite
Che vedeste e udiste. Al grande Olimpo
Io salgo a ritrovar l’inclito fabbro
Vulcano, e il pregherò che luminose 190
Armi stupende al figlio mio conceda"".
   Disse; e quelle del mar tosto nell’onde
Discesero, e la Dea dal piè d’argento
Avvïossi all’Olimpo a procacciarne
Al diletto figliuolo armi divine. 195
   Mentr’ella al ciel salía, con urlo immenso
Dal sanguinoso Ettór cacciati in fuga
Giunser gli Achivi delle navi al vallo
E al mugghiante Ellesponto. E non ancora
Del compagno achilléo la morta spoglia 200
Al nembo degli strali avean sottratta
Gli argolici guerrieri. Un’altra volta
Fiero assalto le dava una gran serra
Di cavalli e di fanti, e innanzi a tutti
Di Príamo il figlio, l’indefesso Ettorre 205
Che una fiamma parea. Tre volte il prode
Per gli piedi il cadavere afferrando
Provò di trarlo, e con orrenda voce
I Troiani chiamò: tre volte i due
Impetuosi e vigorosi Aiaci 210
Respinserlo dal morto. E nondimeno
Saldo e securo in sua fortezza or dentro
Nella turba ei s’avventa, e or s’arresta,
E con gran voce tuttavia pur grida,
Nè d’un passo s’arretra. E qual di notte 215
Vigilanti pastori alla campagna
Da preso tauro allontanar non ponno
Affamato lïon; così de’ forti
Aiaci la virtù da quell’esangue
Dispiccar non potea l’ardito Ettorre. 220
E l’avría tratto alfine e conseguita
Immensa gloria, s’Iride veloce,
A Giove occulta e a ogni altro iddio, dall’alto
Olimpo non correa col vento al piede
Messaggiera ad Achille; e la spedía, 225
Per eccitarlo alla battaglia, il cenno
Dell’augusta Giunon. Gli parve al fianco
Improvvisa la Diva, e questi accenti
Fe’ dal labbro volar: ""Sorgi, Pelíde
Terribile guerriero, e di Patróclo 230
Il cadavere salva. Intorno a lui
Ferve avanti alle navi orrida pugna
Con mutue stragi. In sua difesa i Greci
Fan che puossi: per trarlo in Ilio i Teucri
S’avventano di punta. Il fiero Ettorre 235
Innanzi a tutti di rapirlo agogna,
Bramoso di mozzar dal dilicato
Collo il bel capo, e d’un infame tronco
Conficcarlo alla cima. Alzati, e pigro
Più non giacer. Ti tocchi il cor vergogna 240
Che de’ cani di Troia il tuo diletto
Debba le sanne trastullar. Se offesa
Ne riceve la salma, è tuo lo smacco"".
   Rispose Achille: ""E quale a me de’ numi
Ti manda ambasciatrice, Iri divina?"". 245
  "" Mi manda, replicò la Dea veloce,
Giunon, di Giove glorïosa moglie,
Nè Giove il sa, nè verun altro iddio
De’ sereni d’Olimpo abitatore"".
   ""Come al campo n’andrò, soggiunse Achille, 250
Se in mano di color venner le mie
Armi: e che d’armi or io mi cinga il vieta
La cara madre, se lei pria non veggio
Da Vulcano tornar, come promise,
Di leggiadra armatura apportatrice? 255
Di qual altra famosa or mi vestire
Al bisogno non so, tranne lo scudo
Dell’egregio figliuol di Telamone.
Ma pur egli, mi spero, in questo punto
Sta combattendo pel mio spento amico"". 260
   E a lui di nuovo la taumánzia figlia:
""Noto è ben anco a noi che le tue belle
Armi or sono d’altrui. Ma su la fossa
Anco inerme ti mostra all’inimico.
Lascerà spaventato la battaglia 265
Solo al vederti, e respirar potranno
I travagliati Achei. Salute è spesso
Nel calor della pugna un sol respiro"".

teti

Teti chiede a Giove di intercedere per Achille. Dominique Ingres.


   Così disse, e disparve. In piedi allora
Rizzossi Achille amor di Giove, e tutto 270
Coll’egida Minerva il ricoperse.
D’un’aurea nube gli fasciò la fronte,
E una fiamma dalla nube uscía,
Che dintorno accendea l’aria di luce.
Siccome quando al ciel s’innalza il fumo 275
D’isolana città, cui d’aspro assedio
Cinge il nemico: con orrendo marte
Combattono dal muro i cittadini
Finchè gli alluma il Sol; poi quando annotta,
Destan fuochi frequenti alle vedette, 280
E al ciel ne sbalza uno splendor che manda
Ai convicini del periglio il segno,
Se per sorte venir con pronte antenne
Volessero in aita: a questo modo
Dalla testa d’Achille alta alle stelle 285
Quella fiamma salía. Varcato il muro,
Sul primo margo s’arrestò del fosso,
Nè mischiossi agli Achei, chè della madre
Al precetto obbedía. Lì stando, un grido
Mise, e d’un altro da lontan gli fece 290
Eco Minerva, e un terror ne’ Teucri
Immenso suscitò. Come sonoro
D’una tuba talor s’ode lo squillo,
Quando d’assedio una città serrando
Armi grida terribile il nemico, 295
Così chiara d’Achille era la voce.
N’udiro i Teucri il ferreo suono, e a tutti
Tremaro i petti; si rizzâr sul collo
Ai destrieri le chiome, e d’alto affanno
Presaghi addietro rivolgean le bighe. 300
Gli aurighi sbigottîr, vista la fiamma
Che da Minerva di repente accesa
Orrenda e lunga su la fronte ardea
Del magnanimo eroe. Tre volte Achille
Dalla fossa gridò: tre volte i Teucri 305
E i collegati sgominârsi, e dodici
De’ più prestanti fra i riversi cocchi
Trafitti vi perîr dal proprio ferro.
Pronti intanto gli Achei di sotto ai densi
Strali sottratto di Menézio il figlio, 310
Il locâr nella bara, e gli fêr cerchio
Lagrimando i compagni. Anch’ei veloce
V’accorse Achille, e si disciolse in pianto
Nel feretro mirando il fido amico
D’acuta lancia trapassato il petto. 315
Egli stesso con carri, armi e destrieri
L’avea spedito alla battaglia, e freddo
Lo rïebbe al ritorno e sanguinoso.
   Costrinse allor la veneranda Giuno
Suo malgrado a calar nelle correnti 320
Dell’Oceáno l’instancabil Sole.
Ei si sommerse, e dal crudel conflitto
Ebber tregua gli Achei. Dier posa all’armi
Di rincontro i Troiani; i corridori
Sciolser dai cocchi, e pria che a cibo alcuno 325
Volger la mente, convocâr consiglio.
Ritti in piedi aprîr essi il parlamento;
Nè verun di sedersi ebbe fidanza,
Perchè d’Achille la comparsa orrenda
Facea loro tremar le vene e i polsi, 330
Chè da lunga stagion ne’ lagrimosi
Campi di Marte non l’avean veduto.
Prese tra lor Polidamante il primo
A ragionar. Di Panto era costui
Prudente figlio, e de’ Troiani il solo 335
Che le passate e le future cose
Al guardo avea presenti. Egli d’Ettorre
Era compagno, e una medesma notte
Li produsse ambedue, l’un di parole,
L’altro d’asta valente. Ei dunque in mezzo 340
Con saggio avviso così tolse a dire:
   ""Librate, amici, la bisogna; ir dentro
Alla cittade, e tosto, è mio consiglio,
Senz’aspettar davanti a queste navi
L’alma luce del dì. Troppo siam lungi 345
Qui dalle mura. Finchè l’ira in petto
Arse a questo guerrier contra l’Atride,
Più lieve er’anco il debellar gli Achivi,
Ed io pure vegliar godea le notti
Presso le navi, nella dolce speme 350
D’occuparle. Or tremar fammi il Pelíde.
L’ardor che il mena non vorrà ristretto
Contenersi nel campo ove l’acheo
Col troiano valore in generose
Prove la gloria marzïal divise :355
Ma per Ilio a pugnar e per le mogli
Ne sforzerà. Nella cittade adunque
Ripariamo, e si segua il mio sentire,
Chè le cose avverran com’io v’assenno.
L’alma notte or sopito in dolce calma 360
Tien d’Achille il furor: ma se dimani
All’assalto prorompe, e qui ne trova,
Certo talun conoscerallo, e quanti
Dar potranno le spalle, e dentro il sacro
Ilio camparsi, si terran beati; 365
Ma pria ben molti rimarran pastura
Di voraci avoltoi. Deh ch’io non oda
Sì rio caso giammai! Se al mio ricordo,
Benchè non grato, obbedirem, la notte
Spenderem ne’ rinforzi e ne’ consigli. 370
E le torri e le porte e i contrafforti
De’ ben commessi tavolati intanto
Faran sicura la città. Poi tutti
D’arme orrendi domani al nuovo Sole
Starem su i merli. E s’ei lasciato il lido 375
Verrà nosco a pugnar sotto le mura,
Duro affar troveravvi, e poichè stanca
In vane giravolte avrà la foga
De’ suoi superbi corridor, gli fia
Forza alle navi ritornar confuso; 380
Nè di scagliarsi dentro alla cittade
Daragli il cuore, e pria che porla al fondo,
Ei farà sazii del suo corpo i cani.
   Qui tacque; e bieco gli rispose Ettorre:
Tu non mi fai gradevole proposta, 385
Polidamante, no, quando n’esorti
A serrarci di nuovo entro le mura.
E non vi noia ancor di quelle torri
La prigionia? Fu tempo in cui le genti
Di vario favellar tutte a una voce 390
Dicean ricca di molto auro e di bronzo
La città prïameia. Or dalle case
Dileguârsi i tesori. Alle contrade
Dell’amena Meonia e della Frigia
Molta ricchezza ne passò venduta 395
Da che l’ira di Giove i Teucri oppresse.
E or che Giove innanzi a questi legni
D’alta vittoria mi fe’ lieto, e diemmi
Che al mar chiudessi le falangi achee,
Non far palese, o stolto, ai cittadini 400
Questo consiglio, chè nessuno avrai
Fra i Troiani sì vil che lo secondi,
Nè patirollo io mai. Teucri, obbediamo
Tutti al mio detto. Ristorate i corpi
Al suo posto ciascuno, e vi sovvegna 405
Delle scolte per tutto e delle ronde.
Qualunque de’ Troiani in pensier stassi
Di sue ricchezze, le raguni, e poscia
Largo ai soldati le spartisca. È meglio
Che alcun nostro ne goda, e non l’Acheo. 410
Sull’aurora dimani in tutto punto
Assalirem le navi: e se il divino
Achille all’armi si svegliò davvero,
Gli fia la pugna, se la vuol, funesta.
Non fuggirollo io, no, nell’affannoso 415
Ballo di Marte, ma starogli a fronte
Con intrepido petto. Uno de’ due
D’un’illustre vittoria andrà superbo;
Il cimento è comune, e avvien spesso
Che morte incontra chi di darla ha speme"".420
   Disse, e i Teucri levâr d’applauso un grido.
Stolti! chè Palla avea lor tolto il senno.
Tutti assentîr d’Ettorre al pazzo avviso,
Nessuno al saggio del figliuol di Panto.


   Mentre col cibo a rivocar le forze 425
Intendono i Troiani, in alti lai
L’intera notte dispendean gli Achivi
Sovra il morto Patróclo, e prorompea
Fra loro in pianti sospirosi Achille,
La man tremenda sul gelato petto 430
Dell’amico ponendo, e cupi e spessi
I gemiti mettea, come talvolta
Ben chiomato lïone a cui rapío
Il cacciator nel bosco i lïoncini.
Crucciato il fiero del suo tardo arrivo, 435
Tutta scorre la valle, e l’orme esplora
Del predator, se mai di ritrovarlo
In qualche lato gli rïesca; e orrenda
Gli divampa nel cor la rabbia e l’ira:
Tal si cruccia il Pelíde, e con profondi 440
Sospiri in mezzo ai Mirmidóni esclama:
   ""Oh mie vane parole il dì ch’io diedi
A Menézio il conforto, e la promessa
Che in Opunta gli avrei carco di gloria
E di gran preda ricondotto il figlio 445
Dall’atterrata Troia! Ahi che non tutti
Giove i disegni de’ mortali adempie!
Sotto Troia il destino ambo ne danna
A far vermiglia una medesma terra,
Chè me neppure abbraccerà tornato 450
Il buon vecchio Peléo nel patrio tetto,
Nè Teti genitrice; ma sepolcro
Mi darà questo lido. Or poi che deggio
Dopo te, mio fedel, scender sotterra,
Tu, no, sul rogo non andrai, lo giuro, 455
Se non t’arreco in prima io qui d’Ettorre,
Del tuo crudo uccisor l’armi e la testa;
E dodici d’illustri iliaci figli
Troncheronne davanti alla tua pira.
Giaci intanto così, caro compagno, 460
Qui presso alle mie navi; e le troiane
E le dardanie ancelle il largo seno
Tutte discinte intorno al tuo ferétro
Notte e dì faran pianto, e ploreranno.
Esse ne fur comun fatica e preda 465
Quando noi colla forza e colle lunghe
Aste domando le nemiche genti
L’opime n’atterrammo ampie cittadi."".
   Ciò detto, comandò l’almo Pelíde
Che dai compagni al fuoco si ponesse 470
Sul tripode un gran vaso, onde veloci
Di Patroclo lavar la sanguinosa
Tabe. E quelli sul fuoco in un baleno
Atto ai lavacri collocaro un bronzo,
E v’infusero l’onda, e di stecchiti 475
Rami di sotto alimentâr la fiamma.
Abbracciavan le vampe mormorando
Del vaso il ventre, e rotto in sottil fumo
Scaldavasi l’umor. Poichè nel cavo
Rame la linfa al suo bollor pervenne, 480
Diersi il corpo a lavar: l’unser di pingue
Felice oliva, e le ferite empiero
Di balsamo novenne. Indi al funébre
Letto renduto, dalla fronte al piede
In sottil lino avvolserlo, e superno 485
Un bianco panno vi spiegâr. Ciò fatto,
Tornaro ai pianti, e intorno al mesto Achille
Tutta in lamenti consumâr la notte.
   Giove in questo alla sua moglie e sorella
Si volse e disse: ""Veneranda Giuno, 490
Ecco pieni alla fine i tuoi desiri;
Ecco all’armi tornato il grande Achille.
Di te nacque, cred’io, (cotanto l’ami)
L’argiva gente. - E Giuno a lui: Che parli,
Tremendo figlio di Saturno? All’uomo 495
Povero d’alma e di consigli è dato
Il dannaggio tramar del suo simíle;
Ed io che incedo degli Dei reina,
Perchè saturnia prole e perchè sposa
Son dell’alto de’ numi imperadore, 500
Contra i Troiani co’ Troiani irata
Macchinar qualche offesa io non dovea?"".
Mentre seguían tra lor queste contese,
Teti agli alberghi di Vulcan pervenne;
Stellati eterni rilucenti alberghi, 505
Fra i celesti i più belli, e dallo stesso
Vulcan costrutti di massiccio bronzo.
Tutto in sudor trovollo affaccendato
De’ mantici al lavoro. Avea per mano
Dieci tripodi e dieci, adornamento 510
Di palagio regal. Sopposte a tutti
D’oro avea le rotelle, onde ne gisse
Da sè ciascuno all’assemblea de’ numi,
E da sè ne tornasse onde si tolse:
Maraviglia a vederli! Omai compiuto 515
L’ammirando lavor, solo restava
Ch’ei v’adattasse le polite orecchie,
E appunto all’uopo n’aguzzava i chiovi.
Mentre venía tai cose elaborando
Con egregio artificio, entro la soglia 520
L’alma Teti mettea l’argenteo piede.

teti 4

Teti immerge Achille nello Stige. Antoine Borel


La vide, e le si fe’ Cárite incontro
Ornata il capo d’eleganti bende,
Dell’inclito Vulcan moglie vezzosa:
Per man la strinse, e il roseo labbro aprendo, 525
""Qual, le disse, cagione, o bella Teti,
Ti guida inaspettata a queste case?
Rado suoli onorarle, e nondimeno
Sempre cara vi giungi e riverita.
Inóltrati, perch’io pronta t’appresti 530
Le vivande ospitali."". - E sì dicendo,
La bellissima Dea l’altra introdusse,
E in un bel seggio collocolla, ornato
D’argentee borchie a lavorío gentile
Col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne535
Corse l’esimio fabbro, e sì gli disse:
""Vieni, Vulcan, chè ti vuol Teti"". - Ed egli:
  "" Venerevole Diva e d’onor degna
Nella casa mi venne. Ella malconcio
E afflitto mi salvò quando dal cielo 540
Mi feo gittar l’invereconda madre,
Che il distorto mio piè volea celato;
E mille allor m’avrei doglie sofferto
Se me del mar non raccogliean nel grembo
Del rifluente Océano la figlia 545
Eurínome e la Dea Teti. Di queste
Quasi due lustri in compagnia mi vissi,
E di molte vi feci opre d’ingegno,
Fibbie ed armille tortuose e vezzi
E bei monili, in cavo antro nascoso 550
A cui spumante intorno e infinita
D’Oceán la corrente mormorava;
Nè verun di mia stanza avea contezza,
Nè mortale nè Dio, tranne le belle
Mie servatrici. Or poichè Teti è giunta 555
Alla nostra magion, piena le voglio
Render mercè del benefizio antico.
Tu dinanzi sollecita le poni
Il banchetto ospital, mentr’io veloce
Questi mantici assetto e gli altri arnesi."".560
   Disse, e dal ceppo dell’incude il mostro
Abbronzato levossi zoppicando.
Moveansi sotto a gran stento le fiacche
Gambe sottili. Allontanò dal fuoco
I mantici ventosi: ogni fabbrile 565
Istrumento raccolse, e dentro un’arca
Li ripose d’argento. Indi con molle
Spugna ben tutto stropicciossi il volto
Affumicato e ambedue le mani
E il duro collo ed il peloso petto. 570
Poi la tunica mise; e il pesante
Scettro impugnato, tentennando uscío.
Seguían l’orrido rege, e a dritta e a manca
Il passo ne reggean forme e figure
Di vaghe ancelle, tutte d’oro, e a vive 575
Giovinette simíli, entro il cui seno
Avea messo il gran fabbro e voce e vita
E vigor d’intelletto e delle care
Arti insegnate dai Celesti il senno.
Queste al fianco del Dio spedite e snelle 580
Camminavano; ed egli a tardo passo
Avvicinato a Teti, in un lucente
Trono s’assise, e la sua man ponendo
Nella man della Dea, così le disse:
   ""Qual mai sorte t’adduce a queste soglie, 585
O sempre cara e veneranda Teti,
In quell’ampio tuo peplo ancor più bella?
Troppo rado ne fai di tua presenza
Contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire
Libera esponi. A soddisfarlo il grato 590
Cor mi sospinge, se pur farlo io possa,
E il farlo mi s’addica"". - E a lui suffusa
Di lagrime i bei rai Teti rispose:
  "" Delle Dive d’Olimpo e qual sofferse
Tanti, o Vulcano, tormentosi affanni 595
Quanti in me Giove n’adunò? Me sola
Fra le Dive del mar suggetta ei fece
A un mortale, al re Peléo. Ritrosa
Ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace
Logro dagli anni nel regal suo tetto. 600
Nè il tenor qui restò di mie sventure.
Mi nacque un figlio. Io l’educai gelosa,
E come pianta ei crebbe, e mi divenne
Il maggior degli eroi. Questo germoglio
Di fertile terren, questo diletto 605
Unico figlio su le navi io stessa
Spedii di Troia alle funeste rive
A guerreggiar co’ Teucri. Avverso fato
Gli dinega il ritorno; ed io non deggio
Nella peléa magion madre infelice 610
Abbracciarlo più mai. Nè questo è tutto.
Fin ch’ei mi vive, e la ria Parca il raggio
Gli prolunga del Sole, ei lo consuma
Nella tristezza, nè giovarlo io posso.
Dagli Achivi ottenuta egli s’avea 615
Premio di sue fatiche una fanciulla.
Agamennón gliela ritolse; ed esso
Dell’onta irato, e nel dolor sepolto
Si ritrasse dall’armi. I Teucri intanto
Alle navi rinchiusero gli Achei, 620
Nè permettean l’uscita. Umíli allora
I duci argivi gli mandâr preghiere
E d’orrevoli doni ampie profferte.
Egli fermo negò la chiesta aita:
Ma cinse di sue stesse armi l’amico 625
Pátroclo, e al campo l’invïò seguíto
Da molti prodi. Su le porte Scee
Tutto un giorno durò l’aspro conflitto.
E il dì stesso Ilïon saría caduto,
S’alta strage menar visto il gagliardo 630
Di Menézio figliuol, non l’uccidea
Tra i combattenti della fronte Apollo,
Esaltandone Ettorre. Or io pel figlio
Vengo supplice madre al tuo ginocchio,
Onde a conforto di sua corta vita 635
Di scudo e d’elmo provveder tu il voglia,
E di forte lorica e di schinieri
Con leggiadro fermaglio. A lui perdute
Ha tutte l’armi dai Troiani ucciso
Il suo fedel compagno, ed egli or giace 640
Gittato a terra, e dal dolore oppresso."".
   Tacque; e il mal fermo Dio così rispose:
""Ti riconforta, o Teti, e questa cura
Non ti gravi il pensier. Così potessi
Alla morte il celar quando la Parca 645
Sul capo gli starà, com’io di belle
Armi fornito manderollo, e tali
Che al vederle ogni sguardo ne stupisca"".

teti 6

Le nozze tra Teti e Peleo; da cui nasce tutta la storia. Gli dei imposero a Teti di sposare un mortale . Hendrik de Clerk


   Lasciò la Dea, ciò detto, e impazïente
Ai mantici tornò, li volse al fuoco, 650
E comandò suo moto a ciascheduno.
Eran venti che dentro la fornace
Per venti bocche ne venían soffiando,
E al fiato, che mettean dal cavo seno,
Or gagliardo or leggier, come il bisogno 655
Chiedea dell’opra e di Vulcano il senno,
Sibilando prendea spirto la fiamma.
In un commisti allor gittò nel fuoco
Argento e auro prezïoso e stagno
E indomito rame. Indi sul toppo 660
Locò la dura risonante incude,
Di pesante martello armò la dritta,
Di tanaglie la manca; e primamente
Un saldo ei fece smisurato scudo
Di dédalo rilievo, e d’auro intorno 665
Tre bei fulgidi cerchi vi condusse,
Poi d’argento al di fuor mise la soga.
Cinque dell’ampio scudo eran le zone,
E gl’intervalli, con divin sapere,
D’ammiranda scultura avea ripieni. 670
   Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo
E il Sole infaticabile, e la tonda
Luna, e gli astri diversi onde sfavilla
Incoronata la celeste volta,
E le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella 675
D’Orïon tempestosa, e la grand’Orsa
Che pur Plaustro si noma. Intorno al polo
Ella si gira ed Orïon riguarda,
Dai lavacri del mar sola divisa.
   Ivi inoltre scolpite avea due belle 680
Popolose città. Vedi nell’una
Conviti e nozze. Delle tede al chiaro
Per le contrade ne venían condotte
Dal talamo le spose, e Imene, Imene
Con molti s’intonava inni festivi. 685
Menan carole i giovinetti in giro
Dai flauti accompagnate e dalle cetre,
Mentre le donne sulla soglia ritte
Stan la pompa a guardar maravigliose.
   D’altra parte nel fôro una gran turba 690
Convenir si vedea. Quivi contesa
Era insorta fra due che d’un ucciso
Piativano la multa. Un la mercede
Già pagata assería; l’altro negava.
Finir davanti a un arbitro la lite 695
Chiedeano entrambi, e i testimon produrre.
In due parti diviso era il favore
Del popolo fremente, e i banditori
Sedavano il tumulto. In sacro circo
Sedeansi i padri su polite pietre, 700
E dalla mano degli araldi preso
Il suo scettro ciascun, con questo in pugno
Sorgeano, e l’uno dopo l’altro in piedi
Lor sentenza dicean. Doppio talento
D’auro è nel mezzo da largirsi a quello 705
Che più diritta sua ragion dimostri.
   Era l’altra città dalle fulgenti
Armi ristretta di due campi in due
Parer divisi, o di spianar del tutto
L’opulento castello, o che di quante 710
Son là dentro ricchezze in due partito
Sia l’ammasso. I rinchiusi alla chiamata
Non obbedían per anco, e a un agguato
Armavansi di cheto. In su le mura
Le care spose, i fanciulletti e i vegli 715
Fan custodia e corona; e quelli intanto
Taciturni s’avanzano. Minerva
Li precorre e Gradivo entrambi d’oro,
E la veste han pur d’oro, ed alte e belle
Le divine stature, e d’ogni parte 720
Visibili: più bassa iva la torma.
Come in loco all’insidie atto fur giunti
Presso un fiume, ove tutti a dissetarse
Venían gli armenti, s’appiattâr que’ prodi
Chiusi nel ferro, collocati in pria 725
Due di loro in disparte, che de’ buoi
Spïassero la giunta e delle gregge.
Ed eccole arrivar con due pastori
Che, nulla insidia suspicando, al suono
Delle zampogne si prendean diletto. 730
L’insidiator drappello alla sprovvista
Gli assalía, ne predava in un momento
De’ buoi le mandre e delle bianche agnelle,
Ed uccidea crudele anco i pastori.
   Scossa all’alto rumor l’assediatrice 735
Oste a consiglio tuttavia seduta,
De’ veloci corsier subitamente
Monta le groppe, i predatori insegue,
E li raggiunge. Allor si ferma, e fiera
Sul fiume appicca la battaglia. Entrambe 740
Si ferían coll’acute aste le schiere.
Scorrea nel mezzo la Discordia, e seco
Era il Tumulto e la terribil Parca
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra 745
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente. 750
   Vi sculse poscia un morbido maggese
Spazïoso, ubertoso e che tre volte
Del vomero la piaga avea sentito.
Molti aratori lo venían solcando,
E sotto il giogo in questa parte e in quella 755
Stimolando i giovenchi. E come al capo
Giungean del solco, un uom che giva in volta,
Lor ponea nelle man spumante un nappo
Di dolcissimo bacco; e quei tornando
Ristorati al lavor, l’almo terreno 760
Fendean, bramosi di finirlo tutto.
Dietro nereggia la sconvolta gleba:
Vero arato sembrava, e nondimeno
Tutta era d’òr. Mirabile fattura!
   Altrove un campo effigïato avea 765
D’alta messe già biondo. Ivi le destre
D’acuta falce armati i segatori
Mietean le spighe; e le recise manne
Altre in terra cadean tra solco e solco,
Altre con vinchi le venían stringendo 770
Tre legator da tergo, a cui festosi
Tra le braccia recandole i fanciulli
Senza posa porgean le tronche ariste.
In mezzo a tutti colla verga in pugno
Sovra un solco sedea del campo il sire, 775
Tacito e lieto della molta messe.
Sotto una quercia i suoi sergenti intanto
Imbandiscon la mensa, e i lombi curano
D’un immolato bue, mentre le donne
Intente a mescolar bianche farine, 780
Van preparando ai mietitor la cena.
   Seguìa quindi un vigneto oppresso e curvo
Sotto il carco dell’uva. Il tralcio è d’oro,
Nero il racemo, ed un filar prolisso
D’argentei pali sostenea le viti. 785
Lo circondava una cerulea fossa
E di stagno una siepe. Un sentier solo
Al vendemmiante ne schiudea l’ingresso.
Allegri giovinetti e verginelle
Portano ne’ canestri il dolce frutto, 790
E fra loro un garzon tocca la cetra
Soavemente. La percossa corda
Con sottil voce rispondeagli, e quelli
Con tripudio di piedi sufolando
E canticchiando ne seguíano il suono. 795
   Di giovenche una mandra anco vi pose
Con erette cervici. Erano sculte
In oro e stagno, e dal bovile usciéno
Mugolando e correndo alla pastura
Lungo le rive d’un sonante fiume 800
Che tra giunchi volgea l’onda veloce.
Quattro pastori, tutti d’oro, in fila
Gían coll’armento, e li seguían fedeli
Nove bianchi mastini. Ed ecco uscire
Due tremendi lïoni, ed avventarsi 805
Tra le prime giovenche ad un gran tauro,
Che abbrancato, ferito e strascinato
Lamentosi mandava alti muggiti.
Per rïaverlo i cani ed i pastori
Pronti accorrean: ma le superbe fiere 810
Del tauro avendo già squarciato il fianco,
Ne mettean dentro alle bramose canne
Le palpitanti viscere ed il sangue.
Gl’inseguivano indarno i mandrïani
Aizzando i mastini. Essi co’ mors i815
Attaccar non osando i due feroci,
Latravan loro addosso, e si schermivano.
   Fecevi ancora il mastro ignipotente
In amena convalle una pastura
Tutta di greggi biancheggiante, e sparsa 820
Di capanne, di chiusi e pecorili.
Poi vi sculse una danza a quella eguale
Che ad Arïanna dalle belle trecce
Nell’ampia Creta Dedalo compose.
V’erano garzoncelli e verginette 825
Di bellissimo corpo, che saltando
Teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un velo sottil, quelli un farsetto
Ben tessuto vestía, soavemente
Lustro qual bacca di palladia fronda. 830
Portano queste al crin belle ghirlande,
Quelli aurato trafiere al fianco appeso
Da cintola d’argento. Ed or leggieri
Danzano in tondo con maestri passi,
Come rapida ruota che seduto 835
Al mobil torno il vasellier rivolve,
Or si spiegano in file. Numerosa
Stava la turba a riguardar le belle
Carole, e in cor godea. Finían la danza
Tre saltator che in varii caracolli 840
Rotavansi, intonando una canzona.
   Il gran fiume Oceán l’orlo chiudea
Dell’ammirando scudo. A fin condotto
Questo lavoro, una lorica ei fece
Che della fiamma lo splendor vincea; 845
Poi di raro artificio un saldo e vago
Elmo alle tempie ben acconcio, e sopra
D’auro tessuta v’innestò la cresta.
   Fur l’ultima fatica i bei schinieri
Di pieghevole stagno. E terminate 850
L’armi tutte, il gran fabbro alto levolle,
E al piè di Teti le depose. Ed ella,
Co’ bei doni del Dio, come sparviero
Ratta calossi dal nevoso Olimpo.


Traduzione di Vincenzo Monti. I nomi greci sono stati latinizzati.

TETI
Teti (in greco antico: Thétis) o Tetide era la più bella delle Nereidi, le ninfe dei mari figlie di Nereo e Doride, discendenti da Oceano. La titanide Temi predisse in una profezia che diceva che Teti era destinata a dare alla luce un figlio che sarebbe divenuto più potente, intelligente e ambizioso del padre. Climene confidò il segreto al figlio Prometeo. Nel momento in cui Zeus e Poseidone si innamorarono di lei, Prometeo capì che sarebbe stata una disgrazia per l'Olimpo, chiunque fosse stato a darle quel figlio, che avrebbe surclassato il padre; conoscendo questa preziosa informazione e temendo che le sorti di Urano e Crono si potessero ripetere con Zeus, Prometeo rivelò allora il segreto a Zeus in cambio della propria liberazione, dal castigo a cui il dio lo aveva condannato.
Poseidone ne fu informato a sua volta ed entrambi rinunciarono a possederla, destinandola a un matrimonio con i mortali, lasciando così al mondo degli uomini il destino ineluttabile di essere surclassati dal proprio figlio. Peleo, re di Ftia, dopo molte fatiche, poiché la divina Teti per sfuggirgli si mutava in bestie feroci e mostri spaventosi, riuscì ad averla in sposa, Il forzato matrimonio fu celebrato sull'Olimpo alla presenza di tutti gli dei; la dea della discordia Eris, unica degli dei a non essere stata invitata, lanciò il pomo d'oro che sarebbe poi stato oggetto del giudizio di Paride, causa della guerra di Troia.
Dall'unione tra Teti e Peleo nacque Achille, il quale, nell'Iliade, si sfoga più volte con la madre trovando conforto nelle sue parole. Teti intervenne in aiuto del figlio, principalmente in due occasioni: la prima, quando immerse il neonato nel fiume Stige, rendendolo invulnerabile tranne che nel tallone (per immergere Achille, la madre dovette tenerlo per il tallone, che rimase così l'unica parte vulnerabile: da qui la definizione di tallone di Achille); la seconda, quando chiese ad Efesto di forgiare le armi per il combattimento di Achille contro Ettore. Inoltre secondo alcune tradizioni, vendicò la morte del figlio uccidendo Elena, allorché la donna ritornava a Sparta col marito Menelao. In seguito, in Tessaglia, Teti uscì vincitrice da una gara di bellezza che la vide opposta a Medea e a cui prese parte, come arbitro, Idomeneo, re di Creta.
Teti rimase coinvolta anche in alcune altre vicende divine: con sua sorella Eurinome, accolse amorevolmente nelle acque del mare, il piccolo Efesto, quando questo dio venne respinto da sua madre Era e scagliato giù dall'Olimpo. Una volta cresciuto, per ringraziarla, il fabbro divino creò dei magnifici gioielli per Teti e sua sorella. Quando in una occasione Era li vide addosso alla nereide, glieli invidiò e chiese quale bravissimo artigiano orafo li avesse creati. Di fronte alla regina degli dei, Teti fu costretta a rivelare che l'artefice di tali opere non era altri che Efesto, il figlio da Era stessa respinto. Perciò Era richiese a Teti di informare Efesto che lo voleva rivedere. In greco il suo nome (Thètis) si differenzia chiaramente da quello di Teti la Titanide (Teth?s), ma probabilmente entrambe derivano da una stessa divinità delle acque di un culto più antico.

EFESTO (VULCANO)
Efesto (in greco antico: , H?phaistos) nella mitologia greca è il dio del fuoco, delle fucine, dell'ingegneria, della scultura e della metallurgia. Era adorato in tutte le città della Grecia antica in cui si trovassero attività artigianali, specialmente ad Atene (dove aveva sede il tempio omonimo). Nell'Iliade, Omero racconta di come Efesto fosse brutto e di cattivo carattere, ma con una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle e tutto ciò che faceva era di un'impareggiabile perfezione. La sua grande fucina si trova nelle viscere dell'Etna, lavora insieme ai suoi ciclopi, dove i colpi delle loro incudini e il loro ansimare fa brontolare i vulcani della zona e il fuoco della loro fucina arrossa la cima dell'Etna. I suoi simboli sono il martello da fabbro, l'incudine e le tenaglie. In qualche rappresentazione è ritratto con una scure accanto. Nella mitologia romana, vi era una figura divina simile ad Efesto ed era il dio Vulcano.
Efesto è probabilmente associato all'iscrizione in lineare B (lingua micenea) A-pa-i-ti-jo trovata a Cnosso. L'iscrizione attesta indirettamente il suo culto in quel periodo, in quanto si pensa che rappresenti il nome teoforico di Haphaistios oppure Haphaistion. Il nome della divinità in greco antico (Hephaistos) ha una radice che si presenta nei toponimi di origine pre-greca, come ad esempio Phaistos (Pa-i-to in lineare B). Figlio di Zeus ed Hera o di Talos, oppure autoconcepito dalla sola Hera. Dei suoi figli immortali ebbe da Cabeiro i Cabiri, Cadmilo e le Cabiridi, da Aglaia ebbe Eucleia, Eufemia, Eutenea e Filofrosine, nonché dalla ninfa Etna ebbe i Palici ed infine fu anche il padre della ninfa Talia. Tra i suoi infiniti figli mortali ci sono Perifete, Ardalo, Oleno, Erittonio, Cercione, Radamanto e Filammone. Efesto fu concepito da sua madre Era solo per vendetta nei confronti del marito Zeus per tutte le sue amanti avute nel corso dei millenni. Appena lo vide Era lo lanciò dall'Olimpo, facendolo cadere giù. Efesto era piuttosto brutto ed era zoppo e deforme dalla nascita (sebbene alcune leggende dicono che questo fosse il risultato della sua caduta dall'Olimpo) e riusciva a camminare solo grazie all'aiuto di un bastone, (infatti le opere d'arte che lo ritraggono lo presentano spesso mentre fatica a reggersi e si appoggia sulla sua incudine). Nell'Iliade Efesto stesso racconta come continuò a cadere per molti giorni e molte notti per poi finire nell'oceano, dove venne allevato dalle Nereidi, in particolare da Teti ed Eurinome e che gli abbiano dato una grotta come fucina. Efesto si prese la sua vendetta su Era costruendo e donandole un magico trono d'oro che, non appena ella vi si sedette, la tenne imprigionata, non permettendole più di alzarsi. Gli altri dei pregarono Efesto di tornare sull'Olimpo e liberarla, ma egli si rifiutò più volte di farlo. Allora Dioniso fece in modo di ubriacarlo e lo riportò indietro legato sul dorso di un mulo. Efesto acconsentì a liberare Era, solo se lo avessero riconosciuto come dio. Tra Efesto ed Afrodite fu un matrimonio combinato e alla dea della bellezza, l'idea di essere sposata con il bruttissimo Efesto non piaceva affatto, quindi la dea, segretamente innamorata di Ares dio della guerra, più volte ha tradito il marito che, stanco di essere deriso dalla dea della bellezza, se ne tornò nella Terra, nelle viscere del monte Etna, e decise di lasciare l'Olimpo per sempre.
L'arte di Efesto (invenzioni, creazioni, costruzioni, oggetti forgiati). Efesto realizzò la maggior parte dei magnifici oggetti di cui si servivano gli dei, nonché quasi tutte le splendide armi dotate di poteri magici che nei miti greci compaiono in mano agli eroi. Tra le sue realizzazioni ci sono:

- La sua intera fucina
- I suoi automi (robot) di metallo, suoi aiutanti
- Il suo bastone a forma di martello dal manico allungato
- I magnifici gioielli di Teti ed Eurinome
- Il trono dorato in cui restò imprigionata Era
- Gli edifici (le abitazioni) di tutti gli olimpi (costruiti sull'Olimpo)
- L'arco e le frecce d'oro di Apollo e l'arco e le frecce d'argento della sua gemella Artemide
- Le opere artistiche a Lemno
- La catena o rete, con cui immobilizzò Ares e Afrodite a letto
- L'elmo e i sandali alati di Ermes
- Lo scettro e l'Egida, il fenomenale scudo di Zeus
- La cintura di Afrodite
- Il bastone di Agamennone
- L'armatura, le armi e lo scudo di Achille
- I batacchi di bronzo di Eracle
- Il carro di Helios
- La corazza e l'elmo di Enea
- La spalla di Pelope
- L'arco e le frecce di Eros
- L'intera armatura di Memnone
- Pandora, la prima donna, e il suo vaso
- Talo, il gigante di bronzo guardiano di Creta
- La delimitazione in due parti del suo martello per volere di Zeus per non fare avere ad Ares la stessa potenza delle sue armi
I suoi assistenti all'interno della fucina erano i Ciclopi

Eugenio Caruso - 17 - 11 - 2021

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www.impresaoggi.com