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Omero, Iliade, Libro XIX. Achille si prepara alla vendetta.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

paride 4
IL GIUDIZIO DI PARIDE DI PETER PAUL RUBENS. ( Da questo episodio nasce tutta la storia narrata da Omero)

L'Iliade (in greco antico: Iliás) è un poema epico in esametri dattilici, tradizionalmente attribuito a Omero. Ambientato ai tempi della guerra di Troia, città da cui prende il nome, narra gli eventi accaduti nei cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra, in cui l'ira di Achille è l'argomento portante. Opera antica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Tradizionalmente datata al 750 a.C. circa, Cicerone afferma nel suo De oratore che Pisistrato ne avesse disposto la sistemazione in forma scritta già nel VI secolo a.C., ma si tratta di questione discussa dalla critica. In epoca ellenistica fu codificata da filologi alessandrini guidati da Zenodoto nella prima edizione critica, comprendente 15.696 versi divisi in 24 libri (ciascuno corrispondente a un rotolo, che ne dettava la lunghezza). Ai tempi il testo era infatti estremamente oscillante, visto che la precedente tradizione orale aveva originato numerose varianti. Ciascun libro è contraddistinto da una lettera maiuscola dell'alfabeto greco e riporta in testa un sommario del contenuto.
L'opera venne composta probabilmente nella regione della Ionia Asiatica. La sua composizione seguì un percorso di formazione, attraverso i secoli e i vari cambiamenti politici e socio-culturali, che comprese principalmente tre fasi:
- fase orale, nella quale vari racconti mitici o concernenti racconti eroici incominciarono a circolare in simposi e feste pubbliche durante il Medioevo ellenico (1200-800 a.C.), rielaborando racconti riguardanti il periodo miceneo;
- fase aurale nella quale i poemi incominciarono ad assumere organicità grazie all'opera di cantori e rapsodi, senza però conoscere una stesura scritta (età arcaica e classica);
- fase scritta, nella quale i poemi sono stati trascritti. Secondo alcuni storici questa fase risale al VI secolo a.C. durante la tirannide di Pisistrato ad Atene.
La prima testimonianza sicura del poema è di Pisistrato (561-527 a.C.). Dice infatti Cicerone nel suo De Oratore: “primus Homeri libros confusos antea sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus” ("Si dice che Pisistrato per primo avesse ordinato i libri di Omero"). Il primo punto fermo è quindi che nella Grande Biblioteca di Atene di Pisistrato erano contenuti i libri di Omero, ordinati.
L'oralità non consentì di stabilire delle edizioni canoniche. L'Iliade pisistratea non fu un caso unico: sul modello di Atene ogni città (di sicuro Creta, Cipro, Argo e Massalia, oggi Marsiglia) probabilmente aveva un'edizione “locale”. Le varie edizioni non erano probabilmente molto discordanti tra di loro. Si hanno notizie riguardo edizioni precedenti all'ellenismo, dette polystikoiai, “con molti versi”; avevano sezioni rapsodiche in più rispetto alla versione pisistratea; varie fonti ne parlano ma non se ne conosce l'origine. L'Iliade e l'Odissea erano la base dell'insegnamento elementare: i piccoli greci si avvicinavano alla lettura attraverso i poemi di Omero; molto probabilmente i maestri semplificarono i poemi affinché fossero di più facile comprensione per i bambini. Si conosce anche l'esistenza di edizioni kata andra (personali): personaggi illustri si facevano fare edizioni proprie. Un esempio molto famoso è quello di Aristotele, che si fece creare un'edizione dell'Iliade e dell'Odissea (versioni prealessandrine). Si è arrivati, in seguito, a una sorta di testo base attico, una vulgata attica.
Teagene di Reggio, VI secolo a.C., fu il primo critico e divulgatore dell'Iliade, che fra l'altro pubblicò. Gli antichi grammatici alessandrini tra il III e il II secolo a.C. concentrarono il loro lavoro di filologia del testo su Omero, sia perché il materiale era ancora molto confuso, sia perché era universalmente riconosciuto padre della letteratura greca. Molto importante fu un'emendatio volta a eliminare le varie interpolazioni e a ripulire il poema dai vari versi formulari suppletivi. Si arrivò dunque a un testo definitivo. Un contributo fondamentale fu quello di tre grandi filologi, vissuti tra la metà del terzo secolo e la metà del secondo: Zenodoto di Efeso, che elaborò la numerazione alfabetica dei libri e operò una ionizzazione (sostituì gli eolismi con termici ionici), Aristofane di Bisanzio, di cui non ci resta nulla, ma che sappiamo fu un gran commentatore, inserì la prosodia (l'alternarsi di sillabe lunghe e brevi), i segni critici (come la crux, l'obelos) e gli spiriti; Aristarco di Samotracia, che operò una forte e oggi considerata sconveniente atticizzazione - convinto che Omero fosse di Atene - e si occupò di scegliere una lezione per ogni vocabolo “dubbio”, curandosi però di mettere un obelos con le altre lezioni scartate. Non è ancora chiaro se si basò sull'istinto o comparò vari testi.
Il testo dell'Iliade giunto all'età contemporanea è piuttosto diverso da quello con le lezioni di Aristarco. Su 874 punti in cui egli scelse una particolare lezione, solo 84 tornano nei nostri testi; per quanto riguarda le parti considerate dubbie dai commentatori antichi, la vulgata alessandrina è quindi uguale alla nostra solo per il 10%. Si può anche ritenere che tale testo non fosse definitivo, ed è possibile che nella stessa biblioteca di Alessandria d'Egitto, dove gli studiosi erano famosi per i loro litigi, ci fossero più versioni dell'Iliade.
Un'invenzione molto importante della biblioteca di Alessandria furono gli scolia, ricchi repertori di osservazioni al testo, note, lezioni, commenti. Dunque i primi studi sul testo furono effettuati tra il III e il II secolo a.C. dagli studiosi alessandrini; poi tra il I secolo e il II secolo d. C. quattro scoliasti redassero gli scolia dell'Iliade, poi compendiati da uno scoliasta successivo nell'opera “Commento dei 4”. L'Iliade di Omero tuttavia non riuscì a influenzare tutte le zone dove era diffusa: anche in età ellenistica giravano più versioni, probabilmente derivanti dalla vulgata ateniese di Pisistrato del V secolo, che proveniva da varie tradizioni orali e rapsodiche.
Intorno alla metà del II secolo, dopo il lavoro di Alessandria, giravano il testo alessandrino e residui di altre versioni. Di certo gli Ellenisti stabilirono il numero e la suddivisione dei versi. Dal 150 a.C. sparirono le altre versioni testuali e si impose un unico testo dell'Iliade; tutti i papiri ritrovati da quella data in poi corrispondono ai nostri manoscritti medievali: la vulgata medievale è la sintesi di tutto. Nel medioevo occidentale non era diffusa la conoscenza del greco, nemmeno tra personaggi come Dante o Petrarca; uno dei pochi che lo conosceva era Boccaccio, che lo imparò a Napoli da Leonzio Pilato. L'Iliade era conosciuta in occidente grazie alla Ilias tradotta in latino di età neroniana. Prima del lavoro dei grammatici alessandrini, il materiale di Omero era molto fluido, ma anche dopo di esso altri fattori continuarono a modificare l'Iliade, e per arrivare alla koinè omerica bisognerà aspettare il 150 a.C. L'Iliade fu molto più copiata e studiata dell'Odissea. Nel 1170 Eustazio di Salonicco contribuì alla sua diffusione in modo significativo. Nel 1453 Costantinopoli fu presa dai turchi; un grandissimo numero di profughi migrarono da oriente verso occidente, portando con sé una gran mole di manoscritti. Questo accadde fortunatamente in concomitanza con lo sviluppo dell'Umanesimo, tra i punti principali del quale c'era lo studio dei testi antichi.
Nel 1920 si ammise che era impossibile fare uno stemma codicum per Omero perché, già in quel periodo, escludendo i frammenti papiracei, c'erano ben 188 manoscritti, e anche perché non si riesce a risalire a un archetipo di Omero. Spesso i nostri archetipi risalgono al IX secolo, quando, a Costantinopoli, il patriarca Fozio si preoccupò che tutti i testi scritti in alfabeto greco maiuscolo fossero traslitterati in minuscolo; quelli che non furono traslitterati, andarono perduti. Per Omero tuttavia non esiste un solo archetipo: le traslitterazioni avvennero in più luoghi contemporaneamente. Il più antico manoscritto capostipite completo dell'Iliade è il Marcianus 454 A, presente a Venezia; risalente al X secolo, fu ricevuto dal cardinal Bessarione dall'oriente, da Giovanni Aurispa. I primi manoscritti dell'Odissea sono invece dell'XI secolo. L'editio princeps dell'Iliade è stata stampata nel 1488 a Firenze da Demetrio Calcondila. Le prime edizioni veneziane, dette aldine dallo stampatore Aldo Manuzio, furono ristampate ben 3 volte, nel 1504, 1517, 1512, indice questo senza dubbio del gran successo sul pubblico dei poemi omerici.
L'eroicità è riconosciuta come accento fondamentale del poema, e per Omero "eroico" è tutto ciò che va oltre la norma, nel bene e nel male e per qualunque aspetto. Queste grandezze non sono guardate con occhio stupito, perché il poeta è inserito nel mondo che descrive, e l'eroico è dunque sentito come normalità. L'intera guerra è descritta come un seguito di duelli individuali, raccontati spesso secondo fasi ricorrenti. L'opera non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell'intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra, l'ira di Achille, che si svolge in un periodo di 51 giorni. Aristotele lodò Omero nella Poetica, per aver saputo scegliere, nel ricco materiale mitico-storico della guerra di Troia, un episodio particolare, rendendolo centro vitale del poema, e affermò, inoltre, che la poesia non è storia, ma una fecondissima verità teoretica e di fatto. L'ira è un motivo centrale nel poema. L'ira di Achille è determinata dalla sottrazione della schiava Briseide. L'ira gli fa riconquistare l'onore perduto; la parte del bottino razziato in battaglia veniva infatti assegnata al guerriero in proporzione al suo valore e al suo ruolo di combattente. Al tema dell'ira è legato quello della gloria che l'eroe conquista combattendo con valore e che gli permette di perpetuare la propria immagine alle generazioni future. Gli dei sono antropomorfi, cioè hanno sembianze fisiche e sentimenti umani: si amano e si odiano, tramano inganni; mostrano desiderio, vanità, invidia. Al di sopra di loro sta il Fato ineluttabile (in greco, móira), cioè il Destino. Gli dei intervengono direttamente nelle vicende umane. Altri motivi presenti sono: il senso del dovere, la vergogna del giudizio negativo e la necessità di proteggere i propri cari. Nel racconto Omero da buon greco parteggia palesemente per i greci; basti notare che quando il grande eroe troiano Ettore entra in battaglia, spesso, o scappa o è aiutato da Apollo.

Il “miracolo greco”, come è stato definito, si compì parallelamente al bisogno sentito unanimemente dal popolo greco di confrontarsi con le vicine civiltà allora insediate nel Mediterraneo, e fu agevolato nel momento in cui i greci iniziarono a organizzarsi in società via via più complesse e articolate. Tuttavia, questa crescita culturale avvenne anche grazie al grandissimo patrimonio culturale che era stato lasciato dagli Egiziani e gli Assiro-babilonesi, nelle ricerche scientifiche ma soprattutto in campi quali la matematica e l’astronomia. Altresì va sottolineato come la civiltà greca ebbe lo slancio in più che pose la loro civiltà a un livello decisamente più rilevante rispetto alle due sopraccitate e che oggi ci permette di considerare unanimemente la Grecia come la culla della civiltà occidentale. Quindi risalire agli albori della filosofia greca significa ricercare in quegli scritti successivi alla prima fase prettamente esoterica, in cui si inizia a delineare quello che poi diventerà la base per gli interrogativi e le discussioni che si possono definire prettamente filosofici. Riferirci quindi a quelle matrici culturali primordiali che porteranno a interrogarsi sui grandi interrogativi. In questo quadro va inserito Omero poeta per eccellenza e creatore senza alcun dubbio dei due più grandi poemi epici mai scritti. . Che Omero sia il creatore dei poemi in questione secondo il punto di vista dei Greci non è problematico, ma fuori della Grecia la cosiddetta “questione omerica” durante l’arco della storia ha creato molti problemi, molti dei quali tutt’oggi irrisolti. Chi fu veramente l’autore di quelle due opere è un problema aperto. Oggi non abbiamo dubbi nel considerare l’Iliade e l’Odissea come i testi in cui era racchiusa tutta la cultura e tutte le sue tradizioni. I primi (e i maggiori) interrogativi sono nati dalla biografia stessa di Omero: non abbiamo nessun dato certo sulla sua figura, ma solo interpretazioni (e spesso mistiche). Ad esempio, alcuni lo ritengono figlio di Orfeo, il mistico poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo canto; chi scriveva un’intera biografia basandosi esclusivamente sull’etimologia del suo nome (Homeros in greco significa “ostaggio” ma anche “non vedente”) e quindi parlava di un uomo cieco, che vagava di città in città narrando le storie che le muse gli sussurravano nelle orecchie. Diciamo, tutto sommato, che le fonti più attendibili ci suggeriscono che Omero sia nato nella Ionia, regione dell’Asia minore che si affaccia sul mar Egeo. Sul tempo della nascita le notizie sono alquanto discordanti. In ogni modo, tutte le contraddizioni non riuscirono neanche minimamente a scalfire la convinzione che Omero sia esistito veramente e al contrario contribuiscono a rendere la sua figura ancora più affascinante e rafforzano il concetto del poeta “ per eccellenza” tanto cara ai Greci. A lui, oltre ai celeberrimi poemi dell’Iliade e dell’Odissea, sono stati attribuiti alcuni Inni, la Batracomiomachia (la “battaglia delle rane”, poemetto che vide come illustre traduttore italiano Giacomo Leopardi) e il poema Margite. Produzione tanto vasta da suscitare i primi dubbi già nei grammatici dell’età Alessandrina. Furono sempre questi i primi ad alzare critiche a Omero. Tra questi Xenone e Ellanico lanciarono la teoria secondo la quale appartieneaOmero solo l’Iliade (movimento separatista), mentre l’Odissea sarebbe stata scritta da un’altra persona. Il più grande filologo dell’epoca, Aristarco di Samotracia, sostenne al contrario che entrambi i poemi appartengono a Omero e che le sostanziali differenze di argomento sarebbero dovute al fatto che l’Iliade era l’opera della giovinezza e l’Odissea quella della vecchiaia (movimento unitario). Infatti tutti questi dubbi nascono principalmente dalle profonde differenze tematiche all’interno dei due poemi.
L’ILIADE E L’IDEALE DELL’ARETE’
L’Iliade si presenta come un poema complesso, ricco di valori, ma soprattutto come specchio vivente di una società, quella micenea, immersa nel medioevo ellenico e di cui si conosce ben poco. In questo sfondo, si muovono i personaggi legati alla tradizione eroico-guerriera tanto amata dalla Grecia e che l’accompagnerà dagli albori fino al tardo ellenismo. Ebbene, l’Iliade rappresenta una sorta di libro aperto su un mondo, e in quanto tale va letta immedesimandosi profondamente nell’animo dei personaggi, sentire sulla propria pelle l’ira di Achille che infiniti dolori inflisse agli Achei, piangere insieme a Priamo il destino del figlio Ettore. Il termine Iliade e collegato con il nome del mitico fondatore della città, Ilio. Perciò letteralmente significa “ le vicende riguardanti Ilio”. Il poema non narra comunque tutta l’aspra guerra tra Achei e Troiani ma solo gli ultimi 51 giorni, quelli che intercorrono tra la pestilenza nel campo Acheo e i Funerali di Ettore. Il filo conduttore di tutta l’opera è l’ira di Achille. Su di questa si intrecciano le tematiche che si fondono nella atmosfera eroica dei valori aristocratici. Il mito ci narra come la causa occasionale della guerra di Troia sia stata una donna: Paride chiamato da Zeus a decidere chi fosse più bella tra Atena, Era e Afrodite assegna la vittoria a quest’ultima che gli promette in cambio l’amore della donna più bella del mondo. Era, indignata, diventa acerrima nemica di Ilio e dei suoi abitanti; presto si allea con lei anche Atena. Dietro una trama semplice, quindi, si nasconde uno dei poemi più importanti della storia occidentale. Nell’Iliade si vive l’ideale dell’ areté che si potrebbe tradurre con il termine virtù. Bisogna prestare attenzione a non considerarlo come la virtù cristiana, concetto del tutto sconosciuto ai greci. La definizione che meglio si adatta all’areté greca è quella dataci da Machiavelli: ideale virile cavalleresco, intessuto di gagliardia corporale e intellettuale, di spirito agonistico- bellicoso, di alto è orgoglioso sentire di se e soprattutto di esasperata voglia di onore. Areté ha la stessa radice di àristos, superlativo di agathòs che generalmente significa buono e vale in Omero come aggettivo sinonimo di nobile, prode e valente. Ed è proprio questa vena di forza, coraggio che fa da trama, da filo conduttore in tutta l’Iliade. Anche nella tregua tra l’una e l’altra battaglia, Omero ci presenta sfide incontri a duello, corse, lotte, che ci fanno capire come nell’aristocrazia greca del tempo i valori su cui si valutava un uomo erano proprio questi: la forza il coraggio e l’onore. Ma lo spirito agonistico assume in Omero un significato più profondo della semplice gloria scaturita da una vittoria: esso investe il significato stesso dell’esistenza. Appartenere alla classe degli àristoi implicava un continuo allenamento per essere accettato nell’elite, l’eroe o si supera o decade. Aidos è la parola con cui si indica a un tempo la stima di se e allo stesso la vergogna per ciò che offende il senso dell’onore. Chi disprezza l’aidos provoca la nemesis la giusta riprovazione da parte degli altri e in parte la vendetta divina. Appartenere agli aristoi quindi è una continua ricerca di riuscire tra gli ottimi. Tutto questo è riassunto mirabilmente nel versetto presente nel VI e XI libro dell’Iliade:
«Sempre da prode operar e a tutti di valor star sopra».
A questo punto sorge spontaneo un dubbio: come può l’eroe riconoscere il proprio stato nell’areté non conoscendo il concetto di coscienza (introdotto dal cristianesimo)? Lo deve cercare nell’onore: godere tra i pari, essere giudicato da coloro che possono giudicare. Il dramma dell’eroe greco omerico sta quando esso non vede riconosciuto il proprio onore: l’ira di Achille. Dunque l’unico modo per far conoscere a tutti il proprio onore è la morte eroica a cui segue un grande onore ed è l’unica forma di immortalità. Va sottolineato che i greci non credono nell’immortalità dell’anima: l’Ade è la disperazione senza fine, dove del corpo e dello spirito resta sola una pallida copia. Achille preferirebbe vivere da mendicante che regnare sopra il regno dei morti. La vita sebbene così breve e così travagliata rappresenta per l’uomo il massimo dell’onore. La persona grande è colui che si farà ricordare per le gesta eroiche della sua vita.

patroclo 3
Patroclo e Briseide. Affresco pompeiano


RIASSUNTO XIX LIBRO

Achille rimira le armi a lui recate dalla madre, e se ne compiace. Tetide sparge d’ambrosia il corpo di Patroclo per conservarlo dalla corruzione. Achille convoca il parlamento de' Greci: si riconcilia con Agamennone. Vuol condurre senza indugio le schiere a battaglia. Rimostranze d'Ulisse. L’eroe acconsente che i guerrieri si ristorino col cibo. Agamennone gli rende Briseide coll'aggiunta dei doni promessi. Giuramento del re e solenne sacrifizio. Lamenti di Briseide sopra il morto Patroclo. I Greci s'uniscono a banchettare, ma Achille ricusa qualunque alimento: Giove spedisce Minerva che gli stilli néttare ed ambrosia nel corpo. Egli si arma: monta sul carro: sue parole ai cavalli: risposta di Xanto uno di questi, e replica dell'eroe.

TESTO LIBRO XIX

Uscía del mar l’Aurora in croceo velo,
Alla terra e al ciel nunzia di luce,
E co’ doni del Dio Teti giungea.
Singhiozzante da canto al morto amico
Trovò l’amato figlio a cui dintorno 5
Ploravano i compagni. Apparve in mezzo
L’augusta Diva, e strettolo per mano,
""Figlio, disse, poichè piacque agli Dei
La sua morte, lasciam, benchè dolenti,
Che questi qui si giaccia; e tu le belle 10
Armi ti prendi di Vulcan, che mai
Mortal non indossò."". - Così dicendo,
Le depose al suo piè. Dier quelle un suono
Che terror mise ai Mirmidóni: il guardo
Non le sostenne, e si fuggîr. Ma come 15
Le vide Achille, maggior surse l’ira,
E sotto le palpébre orrendamente
Gli occhi qual fiamma balenâr. Godea
Trattarle, vagheggiarle; e dilettato
Del mirando lavor, si volse, e disse: 20
   ""Madre, son degne del divino fabbro
Quest’armi, nè può tanto arte terrena.
Or le mi vesto; ma timor mi grava
Che nelle piaghe di Patróclo intanto
Vile insetto non entri, che di vermi 25
Generator la salma (ahi! senza vita!)
Ne guasti sì che tutta imputridisca."".
  ""Pensier di questo non ti prenda, o figlio,
Gli rispose la Dea: l’infesto sciame
Divoratore de’ guerrieri uccisi 30
Io ne terrò lontano. Ov’anco ei giaccia
Intero un anno, farò sì che il corpo
Incorrotto ne resti, e ancor più bello.
Or tu raccogli in assemblea gli Achivi,
E, placato all’Atride, ármati ratto 35
Per la battaglia, e di valor ti cingi."".
   Disse, e spirto audacissimo gl’infuse.
Indi ambrosia all’estinto, e rubicondo
Néttare, a farlo d’ogni tabe illeso,
Nelle nari stillò. Lunghesso il lido 40
L’orrenda voce intanto alza il Pelíde;
Nè soli i prenci achei, ma tutte accorrono
Le sparse schiere per le navi, e quanti
Di navi han cura, remator, piloti
E vivandieri e dispensier, van tutti 45
A parlamento, di veder bramosi
Dopo un lungo cessar l’apparso Achille.

patroclo 1

Achille cura Patroclo ferito, pittura vascolare del V secolo AC


Barcollanti v’andaro anche i due prodi
Dïomede ed Ulisse, per le gravi
Piaghe all’asta appoggiati, e ne’ primieri 50
Seggi adagiârsi. Ultimo giunse il sommo
Atride, in forte mischia ei pur dal telo
Di Coon Antenóride ferito.
Tutti adunati, Achille surse e disse:
   ""Atride, a te del par che a me saría 55
Meglio tornato che tra noi non fusse
Mai surta la fatal lite che il core
Sì ne rôse a cagion d’una fanciulla.
Dovea Dïana saettarla il giorno
Ch’io saccheggiai Lirnesso, e mia la feci, 60
Chè tanti non avrían trafitti Achivi,
Mentre l’ira io covai, morso il terreno.
Ettore e i Teucri ne gioîr, ma lunga
Rimarrà tra gli Achei, credo, e amara
De’ nostri piati la memoria. Or copra 65
Obblío le andate cose, e il cor nel petto
Necessità ne domi. Io qui depongo
L’ira, nè giusto è ch’io la serbi eterna.
Tu ridesta le schiere alla battaglia.
Vedrò se i Teucri al mio venir vorranno 70
Presso le navi pernottar. Di gambe,
Spero, fia lesto volentier chïunque
Potrà sottrarsi in campo alla mia lancia."".
   Disse: e gli Achivi giubilâr vedendo
Alfin placato il generoso Achille. 75
Surse allora l’Atride, e dal suo seggio,
Senza avanzarsi, favellò: ""M’udite,
Eroi di Grecia, bellicosi amici,
Nè turbate il mio dir, chè lo frastuono
Anche il più sperto dicitor confonde. 80
E chi far mente, chi parlar potrebbe
In cotanto tumulto, ove la voce
La più sonora verría meno? Io volgo
Le parole ad Achille, e voi porgete
Attento orecchio. Con rimprocci e onte 85
Spesso gli Achivi m’accusâr d’un fallo
Cui Giove e il Fato e la notturna Erinni
Commisero, non io. Essi in consiglio
Quel dì la mente m’offuscâr, che il premio
Ad Achille rapii. Che farmi? Un Dio 90
Così dispose, la funesta a tutti
Ate, tremenda del Saturnio figlia.
Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
De’ mortali cammina, e lo perturba,
E a ben altri pur nocque. Anche allo stesso 95
Degli uomini e de’ numi arbitro Giove
Fu nocente costei quando ingannollo
L’augusta Giuno il dì che in Tebe Alcmena
L’erculea forza partorir dovea.
Detto ai Celesti avea Giove per vanto: 100
Divi e Dive, ascoltate; io vo’ del petto
Rivelarvi un segreto: oggi Ilitía
Curatrice de’ parti in luce un uomo
Del mio sangue trarrà, che su le tutte
Vicine genti stenderà lo scettro. 105
   Mentirai, nè atterrai la tua parola,
Giuno riprese meditando un frodo.
Giura, o Giove, il gran giuro, che nel vero
Fia de’ vicini regnator l’uom ch’oggi
Di tua stirpe cadrà fra le ginocchia 110
D’una madre mortal. Giurollo il nume
Senza sospetto, e ne fu poi pentito.
Chè Giuno dal ciel ratta in Argo scesa
Del Perseíde Sténelo all’illustre
Moglie sen venne. Avea grav’ella il seno 115
D’un caro figlio settimestre. A questo,
Benchè immaturo, accelerò la luce
Giuno, e d’Alcmena prolungando il parto,
Ne represse le doglie. Indi a narrarne
Corse al Saturnio la novella, e disse: 120
Giove, t’annunzio che mo’ nacque un prode
Che in Argo impererà, lo Stenelíde,
Tua progenie, Euristéo d’Argo re degno.

achille 3

Achille tra le figlie di Licomede (dove Teti lo aveva nascosto), da un sarcifago attico del 250 AC


   D’alto dolor ferito infurïossi
Giove, e tosto ai capelli Ate afferrando 125
Per lo Stige giurò che questa a tutti
Furia dannosa non avría più mai
Riveduto l’Olimpo. E sì dicendo,
La rotò colla destra, e fra’ mortali
Dagli astri la scagliò. Per la costei 130
Colpa veggendo di travagli oppresso
Il diletto figliuol sotto Euristéo
Adiravasi Giove. E a me pur anco,
Quando alle navi Ettór struggea gli Achivi,
Lacerava il pensier la rimembranza 135
Di questa Diva che mi tolse il senno.
Ma poichè Giove il volle, io vo’ del pari
Farne l’emenda con immensi doni.
Sorgi Achille alla pugna, e gli altri accendi.
Tutto, che ieri nella tenda Ulisse 140
Ti promise, io darotti: e se t’aggrada,
L’ardor sospendi che a pugnar ti sprona,
E dal mio legno farò tosto i doni
Recar, che visti placheranti il core."".
  "" Duce de’ prodi glorïoso Atride, 145
Rispose Achille, il dar que’ doni a norma
Di tua giustizia o ritenerli, è tutto
Nel tuo poter. Ma tempo non è questo
Da parole: sia d’armi ogni pensiero,
Né più s’indugi, chè il da farsi è assai. 150
Uop’è che Achille in campo rieda e sperda
Le troiane falangi, e ch’altri il vegga,
E l’esempio n’imiti."". - ""Illustre Achille,
Soggiunse allor l’accorto Ulisse, è grande
Il tuo valor; ma non menar digiuni 155
Contro i Teucri gli Achei. Venuti al cozzo
Una volta gli eserciti, e infiammati
Quinci e quindi da un Dio, non fia sì breve
L’aspro certame. Nelle navi adunque
Comanda che di cibo e di bevanda, 160
Fonte di forza, si ristaurin tutti,
Chè digiuno soldato un giorno intero
Fino al tramonto non sostiene la pugna.
Sete, fame, fatica a poco a poco
Dóman anco i più forti, e dispossato 165
Casca il ginocchio. Ma guerrier, cui fresche
Tornò le forze il cibo, il giorno tutto
Intrepido combatte, e sua stanchezza
Sol col finirsi del conflitto ei sente.
Dunque il campo congeda, e fa che pronte 170
Mense imbandisca. Agamennón frattanto
Qua rechi i doni, onde ogni Acheo li vegga,
E il tuo cor ne gioisca. Indi nel mezzo
Del parlamento il re si levi, e giuri
Che mai non giacque colla tua fanciulla; 175
E questo giuro il cor ti plachi. Ei poscia,
Perchè nulla si fraudi al tuo diritto,
Di lauto desco nella propria tenda
Ti presenti e t’onori. E tu più giusto
Móstrati, Atride, in avvenir, chè bello 180
Regal atto è il placar, qual sia, l’offeso."".
   A questo il sire Agamennón: ""M’è grato,
Ulisse, il saggio e acconciamente espresso
Tuo ragionar. Io giurerò dall’imo
Cuor, nè dinanzi al Dio sarò spergiuro. 185
Ma tempri Achille del pugnar la foga
Sino che giunga il donativo; e il sangue
Della vittima fermi il giuramento,
Qui presenti voi tutti. Or tu medesmo
Vanne, Ulisse, e trascelto, io tel comando, 190
De’ primi achivi giovinetti il fiore,
Reca i doni promessi e le donzelle;
E Taltíbio mi cerchi e m’apparecchi
Un cinghial da svenarsi a Giove e al Sole."".
""Inclito Atride, gli rispose Achille, 195
Serbar si denno queste cose al tempo
Che dall’armi avrem posa, e che non tanto
Sdegno m’infiammi. Giacciono squarciati
Nella polve gli eroi che spense Ettorre
Favorito da Giove, e voi ne fate 200
Ressa di cibo? Io, qual si trova, all’armi
Senza ritardo il campo esorterei,
E vendicato l’onor nostro, allegre
Cene abbondanti appresterei la sera.
Non verrà cibo al labbro mio nè beva, 205
S’ulto pria non vedrò l’estinto amico.
D’acuto acciar trafitto egli mi giace
Nella tenda co’ piè volti all’uscita,
E gli fan cerchio i suoi compagni in pianto.
Non altro è dunque il mio pensier che strage 210
E sangue, e il cupo di chi muor sospiro."".

teti 5

Teti richiama Achille che viveva presso il Centauro Chirone, suo precettore. Dipinto di Pompeo Baroni


   E Ulisse a lui: ""Fortissimo Pelíde,
Tu nell’asta me vinci, io te nel senno,
Perchè pria nacqui, e più imparai. Fa dunque
Di quetarti al mio detto. Umano core 215
Presto si sazia di conflitti in cui
Molto miete l’acciar, poco raccoglie
Il mietitor, se Giove, arbitro sommo
Di nostre guerre, le bilance inclina.
Pianger col ventre non si dee gli estinti; 220
E qual respiro il pianto avrìa se mille
Fa caderne la Parca ogni momento?
Intero un sole al lagrimar si doni,
Poi con coraggio, chi morì s’intombi:
E noi che vivi della mischia uscimmo 225
Confortiamci di cibo, onde più fieri
D’invitto ferro ricoperti il petto
Alla pugna tornar, senza che sia
Mestier novello incitamento. E guai
A chi terrassi su le navi inerte, 230
Mentre gli altri animosi ad acre assalto
Contra i Teucri dal vallo irromperanno!"".
Disse, e compagni i due figliuoi si prese
Di Nestore, e Toante e Merïone
E il Filìde Megète e Melanippo 235
E Licomede di Creonte. Andaro
D’Atride al padiglion, presti il comando
N’adempiro, e arrecâr le già promesse
Cose; sette treppiè, venti lebèti,
Dodici corridori; indi prestanti 240
D’ingegno e di beltà sette captive.
La figlia di Brisèo, guancia rosata,
Ottava ne venìa. Li precedea
Con dieci di buon peso aurei talenti
Ulisse, e lo seguìan con gli altri doni 245
Gli altri giovani achei. Deposto il tutto
Nell’assemblea, levossi Agamennóne;
E Taltìbio di voce a un Dio simìle
Irto cinghial gli appresentò. Fuor trasse
Il sospeso del brando alla vagina 250
Trafier l’Atride, e della belva i primi
Peli recisi, alzò le palme, e a Giove
Pregò. Sedeansi tutti in riverente
Giusto silenzio per udirlo; ed egli
Guardando al cielo e supplicando disse: 255
  "" Il sommo ottimo Iddio, la Terra, il Sole,
E l’Erinni laggiù gastigatrici
Degli spergiuri, testimon mi sieno
Che per desío lascivo unqua io non posi
Sopra la figlia di Briséo le mani, 260
E che la tenni nelle tende intatta.
Mi mandino, s’io mento, ogni castigo
Serbato al falso giurator gli Dei."".
   Disse, e l’ostia scannò; poscia ne’ vasti
Gorghi marini la scagliò l’araldo, 265
Pasto de’ pesci. Allor rizzossi Achille
E sclamò: ""Giove padre, oh di che danni
Tu ne gravi! Non mai m’avría l’Atride
Mosso all’ira, nè mai per farmi oltraggio
Rapita a mio mal grado egli la schiava: 270
Ma tu il volesti, Iddio, tu che di tanti
Achei la morte decretavi. Or voi
Itene al cibo, e all’armi indi si voli."".
   Disse, e sciolto il consesso, alla sua nave
Si disperse ciascun. Ma co’ presenti 275
I Mirmidóni s’avvïâr d’Achille
Verso le tende, e li posâr, schierando
Su bei seggi le donne; e nell’armento
Fur dai sergenti i corridor sospinti.
Di beltà simigliante all’aurea Venere 280
Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando: 285
""Oh mio Patróclo! oh caro e dolce amico
D’una meschina! Io ti lasciai qui vivo
Partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
Ahi come viemmi un mal su l’altro! Vidi
L’uomo a cui diermi i genitor, trafitto 290
Dinanzi alla città, vidi d’acerba
Morte rapiti tre fratei diletti;
E quando Achille il mio consorte uccise
E di Minete la città distrusse,
Tu mi vietavi il piangere, e d’Achille 295
Farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
Tu stesso, e m’apprestar fra’ Mirmidóni
Il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque,
O sempre mite eroe, sempre il mio pianto."".
   Così piange: piangean l’altre donzelle 300
Pátroclo in vista, e il proprio danno in core.
   Stretti intanto ad Achille i senïori
Lo confortano al cibo, ed egli il niega
Gemebondo: ""Se restami un amico
Che mi compiaccia, non m’esorti, il prego, 305
A toccar cibo in tanto duol: vo’ starmi
Fino a sera, e potrollo, in questo stato."".
   Tutti, ciò detto, accomiatò, ma seco
Restâr gli Atridi e Nestore e Ulisse
E il re cretese e il buon Fenice, intenti 310
A stornarne il dolor: ma il cor sta chiuso
Ad ogni dolce finchè l’apra il grido
Della battaglia sanguinosa. Or tutto
Col pensier nell’amico alto sospira
E prorompe così: ""Caro infelice! 315
Tu pur ne’ giorni di feral conflitto
Degli Achivi co’ Troi m’apparecchiavi
Con presta cura nelle tende il cibo.
Or tu giaci, e digiuno io qui mi struggo
Del desío di te sol; nè più cordoglio 320
Mi gravería se morto il padre udissi
(Misero! ei forse or per me piange in Ftia,
Per me fatto campione in stranio lido
Dell’abborrita Argiva), o morto il mio
Di divina beltà figlio diletto, 325
Che a me si edúca, se pur vive, in Sciro.
Ahi! mi sperava di morir qui solo;
Sperava che tu salvo a Ftia tornando
Su presta nave, un dì da Sciro avresti
Teco addutto il mio Pirro, e mostri a lui 330
I miei campi, i miei servi e l’alta reggia;
Perocchè temo che Peléo pur troppo
O più non viva, o di dolor sol viva,
Aspettando ogni dì veglio cadente
L’amaro annunzio della morte mia."". 335
   Così geme: gemean gli astanti eroi
Ricordando ciascun gli abbandonati
Suoi cari pegni. Di quel pianto Giove
Impietosito, a Pallade si volse
Immantinente, e sì le disse: "O figlia, 340
Perchè lasci l’uom prode in abbandono?
Pensier d’Achille non hai più? Nol vedi
Là seduto alle navi e lagrimoso
Pel caro amico? Andâr già tutti al desco;
Ei sol ricusa ogni ristor. Va dunque, 345
E dolce ambrosia e néttare nel petto,
Onde non caggia di languor, gl’instilla."".
   Sprone aggiunse quel cenno alla già pronta
Minerva che d’un salto, con la foga
Delle vaste ali di stridente nibbio, 350
Calò dal cielo, e néttare e ambrosia
Stillò d’Achille in petto, onde le forze
Il suo fiero digiun non gli togliesse;
Indi agli eterni del potente padre
Soggiorni rivolò. Gli Achivi intanto 355
Tutti in procinto dalle navi a torme
Versavansi nel campo; e a quella guisa
Che fioccano dal ciel, spinte dal soffio
Serenatore d’aquilon, le nevi,
Così dai legni uscir densi allor vedi 360
I lucid’elmi, i vasti scudi, e i forti
Concavi usberghi e le frassinee lance.
Folgora ai lampi dell’acciaro il cielo
E ne brilla il terren, che al calpestío
Delle squadre rimbomba. In mezzo a queste 365
Armasi Achille. Gli strideano i denti,
Gli occhi eran fiamme, di dolore e d’ira
Rompeasi il petto; e tale egli dell’armi
Vulcanie si vestía. Strinse alle gambe
I bei stinieri con argentee fibbie, 370
Pose al petto l’usbergo, e di lucenti
Chiovi fregiato agli omeri sospese
Il forte brando; s’imbracciò lo scudo,
Che immenso e saldo di lontan splendea
Come luna, o qual foco ai naviganti 375
Sovr’alta apparso solitaria cima,
Quando lontani da’ lor cari il vento
Li travaglia nel mar: tale dal bello
E vario scudo dell’eroe saliva
All’etra lo splendor. Stella parea 380
Su la fronte il grand’elmo irto d’equine
Chiome, e fusa sul cono tremolava
L’aurea cresta. In quest’armi il divo Achille
Tenta sè stesso, e vi si vibra, e prova
Se gli son atte; e gli erano qual piuma 385
Ch’alto il solleva. Alfin dal suo riservo
Cavò l’immensa e salda asta paterna,
Cui nullo Achivo palleggiar potea
Tranne il Pelíde, frassino d’eroi
Sterminatore, da Chiron reciso 390
Su le pelíache vette, e dato al padre.
   Alcímo intanto e Automedonte aggiogano
Di belle barde adorni e di bei freni
I cavalli: e allungate ai saldi anelli
Le guide, e tolta nella man la sferza, 395
Salta sul cocchio Automedón. Vi monta
Dopo, raggiante come Sole, Achille
Tutto presto alla pugna, e con tremenda
Voce ai paterni corridor sì grida:
""Xanto e Bálio a Podarge incliti figli, 400
Sia vostra cura in salvo ricondurre
Sazio di stragi il signor vostro; e morto
Nol lasciate colà come Patróclo."".
   Chinò la testa l’immortal corsiero
Xanto: diffusa per lo giogo andava 405
Fino a terra la chioma, ed ei da Giuno
Fatto parlante udir fe’ questi accenti:
   ""Achille, in salvo questa volta ancora
Ti trarremo noi, sì; ma ti sovrasta
L’ultim’ora, nè fia nostra la colpa, 410
Ma di Giove e del Fato. Se dell’armi
Spogliâr Patroclo i Troi, non accusarne
Nostra pigrizia e tardità, ma il forte
Di Latona figliuolo. Ei nella prima
Fronte l’uccise, e dienne a Ettór la palma. 415
Noi Zefiro sfidiamo, il più veloce
De’ venti, al corso; ma nel Fato è scritto
Che un Dio te domi ed un mortal..."" Troncaro
L’Erinni i detti. E a lui l’irato Achille:
""Xanto, perchè morte mi predir? Non tocca 420
Questo a te. Qui cader deggio lontano,
Lo so, dai cari genitor; ma pria
Trarrò tutta di guerre a’ Troi la voglia."".
   Disse, e gridando i corridor sospinse.

Traduzione dal greco di Vincenzo Monti

patroclo

Menelao sorregge il corpo di Patroclo ucciso da Ettore. Piazza della signoria a Firenze

PATROCLO

Patroclo (in greco antico Pátroklos, letteralmente «la gloria del padre) è una figura della mitologia greca, tra le più importanti nella guerra di Troia. Figlio di Menezio e di Stenele, era l'amante di Achille. Indossò le armi dell'invincibile figlio di Peleo quando questi, offeso dal re di Micene Agamennone, che gli aveva sottratto la sua schiava Ippodamia (chiamata anche con il patronimico Briseide), simbolo del valore dimostrato, rifiutò di continuare a combattere contro i Troiani. Presentatosi in battaglia al posto di Achille per dare coraggio agli Achei, Patroclo provocò scompiglio nelle fila nemiche, che respinse vittoriosamente, ma venne indebolito dal dio Apollo, ferito da Euforbo ed infine ucciso da Ettore. Il desiderio di vendicare Patroclo indusse Achille a riprendere la guerra e ad uccidere lo stesso Ettore. La tradizione più autorevole, sostenuta da Omero, afferma che Patroclo era figlio di Menezio, re di Opunte, nella Locride. Una tradizione erronea, talvolta posta in alternativa a questa prima, attribuisce la paternità dell'eroe ad Eaco. Sua madre pare fosse Stenele, figlia d'Acasto, oppure Piope, figlia di Ferete, oppure Polimela (o Periapide), figlia di Peleo, oppure Filomela, figlia di Attore. Patroclo fu maggiore di Achille per età, ma, al pari di quasi tutte le figure della guerra di Troia, non ne eguagliava le virtù fisiche e belliche. Costretto ad abbandonare la sua città, si rifugiò presso Peleo e divenne compagno inseparabile di Achille. Patroclo si recò nel palazzo di Tindaro per chiedere la mano di Elena. Si liberò di un altro scomodo pretendente, un certo Las, uccidendolo prima che si presentasse alla corte del re. Insieme all'amico si recò alla guerra di Troia, dove si conquistò gloria e rispetto, e quando Achille si ritirò dalla battaglia, Patroclo, indossate le sue armi, si spacciò per il compagno, portando terrore e scompiglio nelle schiere avversarie e ribaltando le sorti della battaglia. Ma non tenne conto del consiglio di Achille, ossia limitarsi a respingere i troiani dall'accampamento acheo, e questo ne causò la caduta. In un primo momento Apollo lo stordì, colpendolo due volte e respingendolo dalle mura di Troia, poi Euforbo lo ferì con un colpo di lancia e infine Ettore gli diede il colpo di grazia, trapassandolo con la lancia dalla propria biga. Spogliato delle armi, il cadavere di Patroclo fu conteso dai due schieramenti nel corso di una lotta furiosa che si concluse solo con l'arrivo di Achille: al suo grido, i troiani fuggirono in preda al terrore all'interno delle mura della città. Sconvolto dal dolore, dopo aver organizzato i giochi funebri in onore del compagno, Achille riprese parte alla guerra. Le ceneri del suo corpo furono messe accanto a quelle di Antiloco (ucciso da Memnone) e mischiate insieme a quelle di Achille, dopo che costui fu ucciso da Paride. Nell'Iliade Patroclo è una figura abbastanza particolare: infatti le sue caratteristiche dominanti sono la bontà e la dolcezza, un fatto abbastanza inusuale se si pensa agli altri eroi del poema, come Achille o Ettore, piuttosto rudi. Molti personaggi lo lodano, come Briseide, che lo definisce "sempre dolce", e persino i cavalli di Achille lo piangono, poiché era stato un buon auriga per loro. Un episodio che evidenzia la gentilezza di Patroclo è quello descritto nel libro XVI, in cui egli corre in lacrime da Achille, dicendo che molti Achei stanno morendo in battaglia e altri sono feriti; si preoccupa, quindi della sorte dei suoi compagni. Inoltre il poeta lo apostrofa spesso, tradendo una certa simpatia per il suo personaggio. Il rapporto tra Achille e Patroclo è uno degli elementi chiave dei miti associati alla guerra di Troia: quale sia stata la sua effettiva natura e fino a che punto si sia spinta questa stretta amicizia tra i due eroi è stata oggetto di controversie sia nel periodo antico sia nei tempi moderni. Negli anni la loro relazione è stata da reputata come un vero e proprio amore.

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Eugenio Caruso - 17 - 11 - 2021

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www.impresaoggi.com