Sezioni   Naviga Articoli e Testi
stampa

 

        Inserisci una voce nel rettangolo "ricerca personalizzata" e premi il tasto rosso per la ricerca.

Dante, Paradiso, Canto XXIX. Il Canto prosegue e conclude il discorso sull'angelologia.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

INTRODUZIONE
Il Paradiso è la terza delle tre cantiche che compongono la Divina Commedia, dopo l'Inferno e il Purgatorio; a differenza delle altre due Cantiche questa è, a volte, un po' noiosa, come ricordiamo anche dai nostri studi liceali.
La struttura del Paradiso è costruita sul sistema geocentrico di Aristotele e di Tolomeo: al centro dell'universo sta la Terra, nella regione sublunare, e intorno a essa nove sfere concentriche, responsabili del movimento dei pianeti. Mentre l'Inferno è un luogo presente sulla Terra, il Paradiso è un mondo immateriale, etereo, diviso in nove cieli: i primi sette prendono il nome dai corpi celesti del sistema solare (nell'ordine Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno), gli ultimi due sono costituiti dalla sfera delle stelle fisse e dal Primo mobile (concepito come un cielo purissimo senza astri). Il tutto è contenuto nell'Empireo. Il rapporto tra Dante e i beati è molto diverso rispetto a quello che il poeta ha intrattenuto coi dannati e i penitenti: tutte le anime del Paradiso, infatti, risiedono nell'Empireo, e precisamente nella Candida Rosa, dal quale essi contemplano direttamente Dio; tuttavia, per rendere più comprensibile al viaggiatore l'esperienza del Paradiso, le figure gli appaiono di cielo in cielo, in una precisa corrispondenza astrologica tra la qualità di ogni pianeta e il tipo di esperienza spirituale compiuta dal personaggio descritto: ad esempio, nel cielo di Venere appaiono gli spiriti amanti, e in quello di Saturno gli spiriti contemplativi.
All'ingresso del Paradiso terrestre, situato sulla cima della montagna del Purgatorio, Virgilio, che secondo l'interpretazione figurale rappresenta la Ragione, scompare (Purgatorio, canto XXX) e viene sostituito da Beatrice, raffigurante la Teologia. Ciò simboleggia l'impossibilità per l'uomo di giungere a Dio per il solo mezzo della ragione umana: è necessario un diverso livello di "ragione divina" (ossia di verità illuminata), rappresentato appunto dall'accompagnatrice.
Successivamente, a Dante si affiancherà una nuova guida: Beatrice, infatti, lascia maggiore spazio a san Bernardo di Chiaravalle, pur restando presente e pregando per il poeta nel momento dell'invocazione finale del santo alla Madonna. La Teologia (Beatrice) non è sufficiente per elevarsi alla visione di Dio, alla quale si può giungere solo attraverso la contemplazione mistica dell'estasi, rappresentata allegoricamente da san Bernardo. Nello scandire i tempi del viaggio attraverso il Paradiso, Dante ha presente lo schema dell'Itinerario della mente in Dio di San Bonaventura, che prevedeva platonicamente tre gradi di apprendimento: l'Extra nos, ovvero l'esperienza dei sette cieli, corrispondente alla conoscenza sensibile della teoria platonica; l'Intra nos, o l'esperienza delle stelle fisse, corrispondente alla visione immaginativa; il Supra nos, o l'esperienza dell'Empireo, corrispondente alla conoscenza intellettuale. In questa scansione sono tuttavia presenti anche elementi di carattere scolastico-aristotelico (vita mondana, attiva e contemplativa) e agostiniano (la vita attiva secondo la Scientia, e la vita contemplativa secondo la Sapientia).
Nel Paradiso dimora l'eterna beatitudine: le anime contemplano la divinità di Dio e sono colme di grazia. Via via che Dante ascende, intorno a lui aumenta la luminosità, e il sorriso di Beatrice diviene sempre più abbagliante. Dante arriverà a vedere Dio e a contemplare la Trinità grazie all'intercessione della Madonna invocata da San Bernardo. Durante il viaggio in Paradiso, Dante affronta molte questioni filosofiche e teologiche spiegandole sulla base del sapere medievale.
Gli angeli delle gerarchie si suddividono in tre sfere di tre cori (o ordini) ciascuno, secondo la dottrina già abbozzata da san Paolo. I tre ordini superiori rivolgono lo sguardo direttamente a Dio, e vivono completamente immersi in Lui. Sono Serafini, angeli il cui atto è solo amore; i Cherubini che sussistono nella conoscenza; i Troni la cui caratteristica consiste nella partecipazione attiva all'altissima presenza di Dio. Seguono le Dominazioni, le Virtù, le Potestà: la loro esistenza si attua nella collaborazione, attraverso la contemplazione e l'amore, al piano di Dio. Gli ultimi tre cori, Principati, Arcangeli e Angeli, vivono partecipando dell'atto stesso divino che crea e regge il mondo, al divenire del cosmo e alla storia dell'uomo. Gli angeli sono anche messaggeri di Dio di cui Egli si serve per agire nel mondo.
Secondo un'antichissima dottrina le intelligenze angeliche muovono le sfere celesti, poiché il primo effetto dell'azione divina è l'anelito verso di Lui, consistente nel movimento, e questo si attua nel circolo che è forma di eternità. La sfera più esterna gira più rapidamente poiché più vicina all'empireo, il luogo dove risiede Dio.

cherubini

Cherubini - Raffaello

RIASSUNTO DEL CANTO XXIX

Il Canto prosegue e conclude il discorso sull'angelologia iniziato nel XXVIII con la descrizione delle gerarchie e degli ordini angelici, in quanto Beatrice chiarisce a Dante alcune importanti questioni relative alla creazione degli angeli, alla ribellione di Lucifero, alle facoltà degli angeli e al loro numero: a metà circa del Canto si inserisce una digressione contenente una dura invettiva contro i cattivi filosofi e i falsi predicatori, rei di distorcere la verità rivelata divulgando leggende infondate per arricchirsi a scapito della credulità popolare, accusa che è rivolta soprattutto (ma non esclusivamente) ai frati dell'Ordine di sant'Antonio Abate.
L'inizio del Canto è decisamente solenne, con la descrizione di Beatrice che fissa lo sguardo nella mente di Dio per acquisire la sapienza necessaria alla sua dotta disquisizione, e resta in silenzio un tempo brevissimo (Dante ricorre a una complessa similitudine astronomica per raffigurarla): comincia poi la spiegazione senza bisogno di domande da parte del poeta, per cui Beatrice parla sino alla fine impostando una lectio magistralis il cui linguaggio è pieno di termini tecnici della filosofia scolastica, cosa che ha spinto alcuni critici a ritenere questo Canto come il più denso di questioni dottrinali dell'intero Paradiso. L'insolita ampiezza della trattazione su una questione che può apparire marginale ai nostri occhi si spiega con la delicatezza della materia angelologica e, soprattutto, con le molte e contraddittorie nozioni che sugli angeli circolavano tra i filosofi del tempo di Dante: come nel Canto precedente, Dante ribadisce che solo la Scrittura può dire una parola definitiva su simili problemi, trattandosi della parola rivelata da Dio che ha ispirato gli autori terreni dei testi sacri, mentre assai disdicevole, quando non incline all'eresia, è l'atteggiamento di coloro che ne distorcono il senso in buona e cattiva fede (Dante pensa non solo ai vani predicatori, ma anche a filosofi di primo piano come san Girolamo e san Tommaso d'Aquino, le cui convinizioni sono talvolta in contrasto con la lettera del testo biblico).
Il discorso di Beatrice tocca infatti alcuni degli aspetti più delicati dell'angelologia, a partire dalla creazione delle intelligenze angeliche come atto d'amore di Dio che volle riflettere la propria bontà in altri esseri al di fuori di Lui: tale atto creativo ha poi dato forma e ordine all'intero Universo, come Beatrice ha già illustrato nel Canto precedente, ed è stato dunque simultaneo alla creazione dei Cieli e della Terra, in contrasto con le affermazioni di san Girolamo che Dante qui confuta seguendo Tommaso, ma citando soprattutto l'autorità della Bibbia e l'argomento aristotelico per cui le intelligenze angeliche non potevano restare inoperose, senza poter ruotare i Cieli di cui sono motrici. Da qui si passa poi a trattare della ribellione di Lucifero e degli altri angeli, superbi e invidiosi della grandezza di Dio e irriconoscenti per la bontà della loro creazione: tale ribellione avvenne in un tempo brevissimo, come sostenevano molti Padri della Chiesa, e fu punita col la caduta del maligno al centro della Terra, mentre gli angeli fedeli restarono in Cielo e continuarono a fissare la mente divina traendone un indicibile diletto; questo suggerisce l'altro punto trattato, ovvero le facoltà degli angeli tra cui Dante (che su questo punto si allontana da sant'Agostino e da san Tommaso) ammette solo volontà e intelletto, non la memoria in quanto gli angeli non distolgono mai lo sguardo da Dio e non hanno bisogno di ricordare, non avendo altro oggetto della loro visione. È molto discusso da dove Dante abbia tratto questa dottrina che nega in senso assoluto la memoria degli angeli, e che si ritrova in termini molto simili in Averroè, ma è probabile che il poeta intenda per bocca di Beatrice condannare l'eccessiva sottigliezza di certe distinzioni, con l'affermare che la visione beatifica degli angeli è continua e, dunque, va al di là della comprensione degli uomini, per quanto è sorprendente che su questo punto egli metta in discussione nientemeno che l'autorità dell'Aquinate.
Questo punto dà modo poi a Beatrice di iniziare la sua dura invettiva contro coloro che distorcono la verità rivelata nei testi sacri, mentre la parola di Dio è stata diffusa col Vangelo e a prezzo del sangue versato dagli Apostoli e dagli altri martiri: l'accusa della donna è rivolta anzitutto ai cattivi filosofi, alcuni dei quali in perfetta buona fede esercitano un'eccessiva sottigliezza su alcune questioni dottrinali, mentre altri in malafede falsano il dato scritturale per piegarlo alle loro opinioni e sono dunque colpevoli di eresia (è chiaro che Dante non pensa certo a Girolamo o Tommaso, ma a quei filosofi che hanno diffuso dottrine in contrasto con l'ortodossia). Il tema si ricollega a quanto detto proprio da san Tommaso in Par., XIII, 112 ss., quando aveva condannato pensatori quali Sabello e Ario che con le loro teorie eretiche avevano deformato le Scritture, ed è forse l'ennesimo accenno al «traviamento» intellettuale di Dante che lo aveva spinto a sopravvalutare la filosofia e la ragione umana a discapito della verità rivelata, che viene qui riaffermata come unica fonte della conoscenza delle cose ultraterrene; ne è un chiaro esempio l'errata teoria che per alcuni spiegava l'oscurarsi del Sole il giorno della morte di Cristo con un'eclissi, cosa impossibile sia per un argomento logico (l'eclissi sarebbe stata visibile solo a Gerusalemme) sia perché in contrasto con quanto affermato dai Vangeli (anche qui Dante si allontana da san Tommaso che ammetteva in via ipotetica una simile spiegazione).
Di qui alla condanna dei predicatori che diffondono falsità e leggende al solo scopo di ingraziarsi l'uditorio e raccogliere elemosine e offerte il passo è breve, per cui Beatrice pronuncia un duro attacco soprattutto contro i frati antoniani, famosi nel Due-Trecento per l'abilità con cui propinavano le loro sciocchezze al popolo (come il frate Cipolla protagonista della famosa novella del Decameron di G. Boccaccio, VI, 10): le parole della donna sono assai dure, specie quando accusa i falsi predicatori di seminare ciance, di predicare con iscede («lazzi») per suscitare il riso, di essere dei porci come quelli che ingrassano con le offerte estorte, di nascondere in sé il diavolo mentre fanno false promesse ai fedeli e smerciano false indulgenze, paragonate a una moneta sanza conio. Se tali predicatori sono da condannare, non del tutto scusabile è il popolo per la sua ignoranza, dal momento che la lettera del Vangelo è nota anche fra i più poveri attraverso le arti figurative (la dipintura era, nel Medioevo, la scrittura dei laici illetterati), quindi le fole divulgate dai predicatori trovano terreno fertile nella credulità popolare, mentre i fedeli sanza prova d'alcun testimonio credono a tutte le menzogne che vengono loro raccontate e alle false promesse di indulgenza, correndo seri rischi sul piano della salvezza spirituale.
Il Canto si chiude dopo questa digressione polemica con l'ultima questione relativa al numero degli angeli, che è incommensurabile come già detto da Dante in XXVIII, e che è prova ulteriore dell'infinita bontà di Dio proprio come lo era stata la loro creazione: la luce divina si riflette infatti su tutte le innumerevoli intelligenze angeliche, ciascuna delle quali la riceve in modo diverso e prova dunque un amore per il suo Creatore più o meno intenso, dal che consegue che la bontà divina si spezza in tanti specchi pur restando unica in se stessa. Questo commosso inno di Beatrice alla grandezza di Dio costituisce un innalzamento del linguaggio che segue l'asprezza dell'invettiva contro i vani predicatori, concludendo degnamente la permanenza di lei e di Dante nel Primo Mobile e preparando il lettore alla successiva ascesa all'ultimo Cielo dell'Empireo: il Canto seguente mostrerà infatti la candida rosa dei beati, descritta come uno splendente fiume di luce, e introdurrà alla parte conclusiva della Cantica che porterà alla visione di Dio da parte del poeta, del resto già in qualche modo anticipata dall'ampia trattazione sugli angeli che dalla fruizione dell'aspetto divino traggono la loro beatitudine (non a caso, del resto, quella di Beatrice è stata l'ultima vera invettiva del poema, poiché d'ora in avanti ci sarà spazio solo per la descrizione della potenza di Dio e della felicità dei beati della rosa celeste).
Frate Cipolla e la piuma dell'arcangelo Gabriele
Nel Canto Beatrice si scaglia con una dura invettiva contro i falsi e vani predicatori, che imboniscono il popolo con ciance promettendo false indulgenze al solo scopo di raccogliere offerte e arricchirsi, fra cui spiccano soprattutto i seguaci dell'Ordine di sant'Antonio Abate: gli Antoniani erano in effetti assai noti del tardo Medioevo per la loro abilità di sfruttare la credulità dei fedeli, specie spacciando come vere delle false reliquie che assicuravano loro cospicue elemosine (Dante parla appunto del porco come simbolo del santo fondatore, dal momento che nei conventi antoniani venivano allevati maiali che i contadini ritenevano addirittura sacri ed erano l'emblema della corruzione di questi religiosi). Tale polemica contro i falsi predicatori è presente anche nel Decameron di Boccaccio, specie nell'ultima novella della VI Giornata che ha per protagonista frate Cipolla, proprio un antoniano che gira di paese in paese sfoggiando le sue false reliquie e raccogliendo offerte per il «barone» sant'Antonio, usando la sua abilità dialettica di improvvisatore. Tale personaggio è il ritratto impietoso di un ciarlatano che raccoglie i fedeli sulla pubblica piazza come un imbonitore o un venditore ambulante, o peggio ancora come un giullare che intrattiene il pubblico con lazzi e battute, senza temere di offendere gli argomenti sacri con un atteggiamento a dir poco blasfemo: pezzo forte della sua collezione di false reliquie è una piuma di pappagallo, animale esotico allora quasi sconosciuto in Occidente, che egli spaccia per la piuma che l'arcangelo Gabriele avrebbe perso nell'atto di compiere l'Annunciazione a Maria, come narrato nel Vangelo di Luca. La cosa è manifestamente assurda in quanto gli angeli sono esseri spirituali e ovviamente non hanno penne (benché con ali piumate fossero descritti nell'iconografia tradizionale e come tali raffigurati dallo stesso Dante nel Purgatorio), ma il richiamo è irresistibile per i fedeli ignoranti che, allettatti dalla possibilità di vedere una cosa tanto singolare, corrono in massa ad assistere alla predica del frate. Senonché il giorno in cui giunge a Certaldo, il paese in cui è ambientata la novella del Decameron, subisce uno scherzo a opera di due giovani suoi amici che gli sottraggono la penna custodita gelosamente in una cassetta di legno e la sostituiscono con dei carboni bruciati, sperando di metterlo in imbarazzo di fronte al popolo al momento della predica pomeridiana: speranza vana, in quanto frate Cipolla saprà trarsi d'impaccio con un lungo e strampalato discorso (pieno di parole vane e prive di senso, quando non apertamente irreligiose e blasfeme), alla fine del quale dichiarerà che quei carboni sono quelli su cui fu arrostito san Lorenzo, la cui festa ricorre per coincidenza di lì a due giorni essendo l'8 agosto. Questi carboni hanno, a suo dire, la facoltà di rendere immuni dal fuoco coloro che ne sono toccati, benché le parole del frate suonino ambigue (egli dice che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta) e così i fedeli fanno a gara per farsi segnare con la fuliggine dei carboni e fanno al frate offerte ancor più generose di quelle che lui si aspettava con l'esibizione della famosa piuma, che gli verrà poi restituita dai due amici che rideranno con lui dello scherzo. Non sappiamo se Boccaccio avesse in mente le parole di Dante nel Canto XXIX del Paradiso quando scrisse questa novella, diventata una delle più famose del Decameron, ma essa testimonia che la fama dei predicatori antoniani era davvero diffusa nel Due-Trecento e che grande era la credulità dei popolani riguardo agli angeli e ai santi, tanto da favorire un intenso commercio di reliquie più o meno false che costituivano un'imporante fonte di reddito per molti religiosi nei conventi; il personaggio di frate Cipolla era certo una caricatura, ma rifletteva un comportamento reale e di cui c'erano molti esempi a quel tempo, il che spiega almeno in parte l'insistenza di Dante nei Canti XXVIII-XXIX della Cantica sulla reale natura degli angeli (fra i quali, giova ricordarlo, godeva di grande popolarità fra i ceti più poveri proprio l'arcangelo Gabriele, protagonista di uno degli episodi più celebri del racconto evangelico).

ribello

G. Di Paolo. Gli angeli ribelli

NOTE

- La complessa similitudine dei vv. 1-9 descrive il momento in cui Sole e Luna (identificati con Apollo  e Diana e perciò detti figli di Latona), quando sono congiunti con Ariete e Bilancia, si trovano contemporaneamente sulla linea dell'orizzonte che taglia a metà il loro disco: il tempo che trascorre prima che l'uno sorga e l'altro tramonti, passando in uno dei due emisferi, è breve quanto il tempo passato da Beatrice a fissare il punto luminoso. Alcuni pensano che tale intervallo di tempo sia un solo istante, ma in tal caso non si capirebbe come possa Dante apprezzarlo guardando Beatrice (si tratta probabilmente di meno di un minuto).
- Al v. 4 cenìt  è voce araba per «zenit». Inlibra  vuol dire «tiene in equilibrio» e Dante indica lo zenit come il punto più alto di una bilancia, i cui piatti sono Sole e Luna; ciascuno dei due astri si libera (si dilibra) passando al di sotto o al di sopra della linea dell'orizzonte.
- Al v. 15 Subsisto è lat. che vuol dire «io esisto per me stesso» ed è tecnicismo della Scolastica.
- I vv. 16-17 indicano che Dio, prima della creazione, era fuori del tempo e dello spazio (ai vv. 20-21 viene detto che al di fuori della creazione non ci fu un prima o un dopo, perché il tempo non esisteva).
- Al v. 21 quest'acque indica probabilmente i Cieli, forse in particolare il Primo Mobile (cfr. Gen., I, 2 e oltre).
- Il v. 22 indica la Forma o atto puro, corrispondente alle sostanze angeliche, la materia o potenza pura, che corrisponde al mondo sensibile, l'atto e la potenza uniti insieme, ovvero i Cieli (purette vale «assolutamente pure»).
- I vv. 28-30 vogliono dire che l'atto divino della creazione fu immediato, mentre ai vv. 31-33 si dice che il costrutto delle sostanze, cioè la loro essenza, e il loro ordine fu concreato insieme.
- Al v. 34 la parte ima  indica il mondo sensibile.
- Al v. 36 si divima  («si scioglie») è probabile neologismo dantesco derivato da vime, «legame».
- I vv. 37 ss. alludono alla teoria esposta da san Girolamo (detto Ieronimo  dal lat. Hieronymus) nel trattato Super epistulam ad Titum, in cui afferma che la creazione degli angeli avvenne molti secoli prima di quella del mondo: essa è respinta da san Tommaso (Summa theol., I, q. LXI) e da Dante, anche in base al testo biblico (Gen., I, 1: In principio creavit Deus caelum et terram; Eccl., XVIII, 1: Qui vivit in aeternum creavit omnia simul).
- L'argomento ai vv. 43-45 è di matrice aristotelica e allude al fatto che le intelligenze angeliche, restando tanto tempo senza i Cieli che erano destinate a muovere, non avrebbero adempiuto al fine per cui erano state create.
- Al v. 51 il suggetto d'i vostri alimenti  («elementi») è probabilmente il mondo sensibile, sconvolto dalla ribellione degli angeli.
- L'arte  di cui si parla al v. 52 non è il movimento dei Cieli, bensì la visione di Dio (al v. 54 circuir  indica il ruotare intorno al punto lumininoso).
- I vv. 56-57 indicano ovviamente Lucifero, da tutti i pesi del mondo costretto  in quanto confitto al centro della Terra.
- I vv. 59-60 vogliono dire che gli angeli fedeli riconobbero di aver ricevuto la loro natura dalla bontà di Dio, mentre è meno probabile che riconoscer  significhi «essere riconoscenti».
- Al v. 75 lettura  vuol dire «insegnamento» (come si legge, v. 71, vuol dire «si insegna»).
- Il v. 83 (credendo e non credendo dicer vero) significa «dicendo queste cose in buona o in cattiva fede».
- Al v. 95 trascorse  vuol dire «trattate ampiamente».
- Ai vv. 97-102 Dante allude alla spiegazione dell'oscurarsi del Sole alla morte di Cristo che risaliva allo pseudo-Dionigi e ripresa da Tommaso, dovuta cioè a un'eclissi provocata dalla retrocessione della Luna: la confuta seguendo san Girolamo, perché in contrasto col Vangelo (Matth., XXVII, 45: tenebrae factae sunt super universam terram) e in quanto l'eclissi non sarebbe stata visibile in Spagna o in India, cioè all'estremo occidente e oriente di Gerusalemme. Il termine mente  al v. 100 non è da intendersi in senso negativo, ma forse significa solo «non dice una cosa esatta», come il lat. mentiri.
- Al v. 103 Lapi e Bindi  indicano due nomi assai diffusi a Firenze, diminutivi di Iacopo e Ildebrando.
- Al v. 111 l'espressione ne le sue guance si riferisce probabilmente agli Apostoli, nelle cui bocche risuonò soltanto il Vangelo che permise loro di diffondere la fede (altri pensano alle guance di Cristo).
- Al v. 115 iscede  sta per «lazzi», «battute» ed è lo stesso termine usato da Boccaccio in Dec., Conclusione: le prediche fatte da' frati... il più oggi piene di motti e di ciance e di scede sono.
- I vv. 118-120 vogliono dire che nel cappuccio (becchetto) dei predicatori si annida un diavolo (uccel), tale che se fosse visto dai fedeli essi capirebbero il valore delle indulgenze promesse (nell'arte medievale il diavolo era spesso raffigurato come un uccello nero).
- Il v. 124 vuol dire probabilmente che sant'Antonio, ovvero l'Ordine antoniano, grazie alle offerte estorte ai fedeli ingrassa il porco e altre persone ancora più turpi come concubine, figli naturali (la moneta sanza conio indica le vuote indulgenze e, forse, le false reliquie esibite come autentiche). Alcuni interpreti intendono il porco sant'Antonio come «il porco di sant'Antonio», secondo l'uso di omettere la prep. «di» coi nomi propri attestato anche in Dante, quindi porco sarebbe soggetto (tale ipotesi è meno probabile). Sant'Antonio Abate (III-IV sec. d.C.), padre del monachesimo orientale, era spesso rappresentato con un maiale ai piedi, simbolo del demonio le cui tentazioni aveva vinto durante la sua permanenza nel deserto.
- I vv. 133-135 alludono a Dan., VII, 10, in cui il profeta narra di aver visto in una visione migliaia di migliaia di angeli (diecimila volte centomila) che stavano intorno a Dio: Dante intende dire che tale numero è indicativo di una quantità grandissima, ma non è determinato.

angeli

San Girolamo che legge di Giovanni Bellini


TESTO DEL CANTO XXIX

Quando ambedue li figli di Latona, 
coperti del Montone e de la Libra, 
fanno de l’orizzonte insieme zona,                                  3

quant’è dal punto che ‘l cenìt inlibra 
infin che l’uno e l’altro da quel cinto, 
cambiando l’emisperio, si dilibra,                                   6

tanto, col volto di riso dipinto, 
si tacque Beatrice, riguardando 
fiso nel punto che m’avea vinto.                                       9

Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, 
quel che tu vuoli udir, perch’io l’ho visto 
là ‘ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.                   12

Non per aver a sé di bene acquisto, 
ch’esser non può, ma perché suo splendore 
potesse, risplendendo, dir "Subsisto",                          15

in sua etternità di tempo fore, 
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, 
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.                       18

Né prima quasi torpente si giacque; 
ché né prima né poscia procedette 
lo discorrer di Dio sovra quest’acque.                           21

Forma e materia, congiunte e purette, 
usciro ad esser che non avia fallo, 
come d’arco tricordo tre saette.                                      24

E come in vetro, in ambra o in cristallo 
raggio resplende sì, che dal venire 
a l’esser tutto non è intervallo,                                        27

così ‘l triforme effetto del suo sire 
ne l’esser suo raggiò insieme tutto 
sanza distinzione in essordire.                                       30

Concreato fu ordine e costrutto 
a le sustanze; e quelle furon cima 
nel mondo in che puro atto fu produtto;                         33

pura potenza tenne la parte ima; 
nel mezzo strinse potenza con atto 
tal vime, che già mai non si divima.                               36

Ieronimo vi scrisse lungo tratto 
di secoli de li angeli creati 
anzi che l’altro mondo fosse fatto;                                  39

ma questo vero è scritto in molti lati 
da li scrittor de lo Spirito Santo, 
e tu te n’avvedrai se bene agguati;                                 42

e anche la ragione il vede alquanto, 
che non concederebbe che ‘ motori 
sanza sua perfezion fosser cotanto.                              45

Or sai tu dove e quando questi amori 
furon creati e come: sì che spenti 
nel tuo disio già son tre ardori.                                       48

Né giugneriesi, numerando, al venti 
sì tosto, come de li angeli parte 
turbò il suggetto d’i vostri alementi.                               51

L’altra rimase, e cominciò quest’arte 
che tu discerni, con tanto diletto, 
che mai da circuir non si diparte.                                   54

Principio del cader fu il maladetto 
superbir di colui che tu vedesti 
da tutti i pesi del mondo costretto.                                 57

Quelli che vedi qui furon modesti 
a riconoscer sé da la bontate 
che li avea fatti a tanto intender presti:                          60

per che le viste lor furo essaltate 
con grazia illuminante e con lor merto, 
si c’hanno ferma e piena volontate;                               63

e non voglio che dubbi, ma sia certo, 
che ricever la grazia è meritorio 
secondo che l’affetto l’è aperto.                                      66

Omai dintorno a questo consistorio 
puoi contemplare assai, se le parole 
mie son ricolte, sanz’altro aiutorio.                                69

Ma perché ‘n terra per le vostre scole 
si legge che l’angelica natura 
è tal, che ‘ntende e si ricorda e vole,                              72

ancor dirò, perché tu veggi pura 
la verità che là giù si confonde, 
equivocando in sì fatta lettura.                                         75

Queste sustanze, poi che fur gioconde 
de la faccia di Dio, non volser viso 
da essa, da cui nulla si nasconde:                                78


però non hanno vedere interciso 
da novo obietto, e però non bisogna 
rememorar per concetto diviso;                                      81

sì che là giù, non dormendo, si sogna, 
credendo e non credendo dicer vero; 
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.                       84

Voi non andate giù per un sentiero 
filosofando: tanto vi trasporta 
l’amor de l’apparenza e ‘l suo pensiero!                       87

E ancor questo qua sù si comporta 
con men disdegno che quando è posposta 
la divina Scrittura o quando è torta.                                90

Non vi si pensa quanto sangue costa 
seminarla nel mondo e quanto piace 
chi umilmente con essa s’accosta.                               93

Per apparer ciascun s’ingegna e face 
sue invenzioni; e quelle son trascorse 
da’ predicanti e ‘l Vangelio si tace.                                 96

Un dice che la luna si ritorse 
ne la passion di Cristo e s’interpuose, 
per che ‘l lume del sol giù non si porse;                       99

e mente, ché la luce si nascose 
da sé: però a li Spani e a l’Indi 
come a’ Giudei tale eclissi rispuose.                           102

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi 
quante sì fatte favole per anno 
in pergamo si gridan quinci e quindi;                           105

sì che le pecorelle, che non sanno, 
tornan del pasco pasciute di vento, 
e non le scusa non veder lo danno.                             108

Non disse Cristo al suo primo convento: 
‘Andate, e predicate al mondo ciance’; 
ma diede lor verace fondamento;                                  111

e quel tanto sonò ne le sue guance, 
sì ch’a pugnar per accender la fede 
de l’Evangelio fero scudo e lance.                                114

Ora si va con motti e con iscede 
a predicare, e pur che ben si rida, 
gonfia il cappuccio e più non si richiede.                     117

Ma tale uccel nel becchetto s’annida, 
che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe 
la perdonanza di ch’el si confida;                                  120

per cui tanta stoltezza in terra crebbe, 
che, sanza prova d’alcun testimonio, 
ad ogne promession si correrebbe.                             123

Di questo ingrassa il porco sant’Antonio, 
e altri assai che sono ancor più porci, 
pagando di moneta sanza conio.                                  126

Ma perché siam digressi assai, ritorci 
li occhi oramai verso la dritta strada, 
sì che la via col tempo si raccorci.                                129

Questa natura sì oltre s’ingrada 
in numero, che mai non fu loquela 
né concetto mortal che tanto vada;                               132

e se tu guardi quel che si revela 
per Daniel, vedrai che ‘n sue migliaia 
determinato numero si cela.                                          135

La prima luce, che tutta la raia, 
per tanti modi in essa si recepe, 
quanti son li splendori a chi s’appaia.                         138

Onde, però che a l’atto che concepe 
segue l’affetto, d’amar la dolcezza 
diversamente in essa ferve e tepe.                               141

Vedi l’eccelso omai e la larghezza 
de l’etterno valor, poscia che tanti 
speculi fatti s’ha in che si spezza, 

uno manendo in sé come davanti».                             145

arcangeli

Tre Arcangeli con Tobia, Francesco Botticini, 1470

 

PARAFRASI CANTO XXIX

Quando entrambi i figli di Latona (il Sole e la Luna), sotto le due costellazioni di Ariete e Bilancia, fanno entrambi cintura dell'orizzonte, quant'è il tempo che passa dal momento in cui lo zenit li tiene in equilibrio fino a quello in cui si liberano dalla cintura cambiando emisfero, altrettanto tempo Beatrice restò in silenzio e sorridente, guardando fisso nel punto luminoso che aveva sopraffatto la mia vista.

Poi iniziò: «Io dico e non ti chiedo quello che vuoi sentire, perché io l'ho letto là (nella mente di Dio) dove ogni tempo e ogni luogo si concentrano.

Non al fine di accrescere il proprio bene, cosa impossibile, ma affinché il suo splendore fosse riflesso in altri esseri che dicessero "Io esisto", l'amore eterno di Dio si moltiplicò in altri amori (negli angeli), come gli piacque, nella sua eternità fuori del tempo e dello spazio.

Questo non significa che prima giacesse inoperoso, dal momento che nella creazione divina di questi Cieli non ci fu un prima né un dopo (il tempo non esisteva al di fuori della creazione).

La forma e la materia, unite fra loro e pure, crearono degli esseri che non avevano imperfezioni, come tre saette vengono scoccate da un arco con tre corde.

E come il raggio luminoso risplende attraverso un corpo trasparente, in modo tale che tra il suo giungere e il brillare non c'è intervallo di tempo, così il triforme atto creativo di Dio si irradiò insieme nel suo essere, senza successione di tempo.

L'ordine e la struttura del cosmo furono concreate insieme; e gli angeli, prodotti dall'atto puro, occuparono la parte più elevata dell'Universo;

la potenza pura occupò la parte più bassa (il mondo sensibile); nel mezzo, atto e potenza furono stretti insieme (nei Cieli) da un legame tanto saldo, che non può mai essere sciolto.

San Girolamo scrisse che gli angeli furono creati molti secoli prima della creazione del mondo sensibile;

a la verità che io ho esposto è scritta in più luoghi delle Sacre Scritture, e tu lo capirai se le leggi con attenzione;

e anche la ragione lo può capire, dal momento che non è possibile che i motori dei Cieli (le intelligenze angeliche) esistessero per tanto tempo senza giungere a perfezione, inoperose.

Ora sai dove, quando e come furono creati questi amori (gli angeli): cosicché già tre tuoi desideri sono stati appagati.

Non si arriverebbe, contando, al venti, così rapidamente come una parte degli angeli turbò il soggetto dei vostri elementi (la Terra, con la propria ribellione).

L'altra rimase fedele, e iniziò l'opera di fissare nella mente di Dio che tu vedi qui, con tale gioia che non smette mai di ruotare attorno al punto luminoso (Dio stesso).

La causa della caduta fu la maledetta superbia di colui (Lucifero) che tu hai visto schiacciato da tutti i pesi del mondo, confitto al centro della Terra.

Quegli angeli che vedi qui, invece, ebbero la modestia di riconoscere di essere stati creati dalla bontà divina, dotati di una tale intelligenza:

perciò la loro visione di Dio fu accresciuta dalla grazia illuminante e dal loro merito, dal momento che sono dotati di volontà ferma e piena;

e non voglio che tu abbia dubbi, ma devi essere certo che il ricevere la grazia è un merito, commisurato alla volontà di ottenerla.

Ormai puoi capire da solo molte cose intorno a questa assemblea (degli angeli), senz'altro aiuto, se hai compreso bene le mie parole.

Ma poiché sulla Terra nelle vostre scuole filosofiche si insegna che la natura angelica è tale che possiede intelletto, volontà e memoria, parlerò ancora, perché tu veda la verità schietta che nel mondo viene confusa per gli equivoci di siffatti insegnamenti.

Queste intelligenze angeliche, non appena furono felici contemplando Dio, non distolsero lo sguardo dalla sua mente, da cui nulla può essere celato:

perciò la loro visione non è interrotta da alcun nuovo oggetto, e dunque non hanno bisogno di ricordare concetti acquisiti in diversi momenti;

allora sulla Terra si sogna ad occhi aperti, dicendo cose inesatte in buona e cattiva fede; tuttavia chi è in malafede suscita più vergogna ed è più colpevole.

Voi, filosofando sulla Terra, non percorrete un'unica strada: a tal punto siete trasportati dall'amore e dal desiderio di apparire!

E questo, tuttavia, quassù è tollerato con minore disdegno, rispetto a quando la Sacra Scrittura è trascurata oppure deformata.

Voi non pensate al sangue versato per diffondere nel mondo la parola di Dio, e quanto piace (a Dio) chi si unisce ad essa con tutta umiltà.

Ciascuno, per fare sfoggio di sapienza, si ingegna e produce delle invenzioni; e quelle sono trattate ampiamente dai predicatori, che trascurano il Vangelo.

Qualcuno afferma che, nella passione di Cristo, la Luna tornò indietro e si interpose al Sole in un'eclissi, causandone così l'oscuramento;

e dice il falso, poiché la luce del Sole si oscurò da sola: infatti tale eclissi fu vista dagli Spagnoli e dagli Indiani, come dagli abitanti di Gerusalemme.

Firenze non ha tanti Lapi e Bindi quante sono le favole che ogni anno si gridano dal pulpito in ogni luogo;

cosicché le pecorelle (i fedeli) ignoranti tornano dal pascolo dopo essersi cibate di vento, e non è una scusante il fatto di non vedere il proprio danno.

Cristo non disse ai suoi primi Apostoli: 'Andate e predicate ciance ai fedeli', ma diede loro un fondamento di verità;

e nelle guance degli Apostoli risuonò soltanto quello, sicché usarono il Vangelo come scudo e lance per combattere e diffondere la fede.

Ora i predicatori si esibiscono in motti e lazzi, e purché abbiano suscitato il riso si gonfiano di orgoglio e non chiedono altro.

Ma nel cappuccio si annida un tale uccello (il demonio), che se fosse visto dal popolo questo capirebbe quanto valgono le indulgenze in cui sperano;

perciò in Terra è cresciuta una tale stupidità che, senza prova di alcuna testimonianza, si corre dietro ad ogni promessa.

Con questo sant'Antonio Abate (l'Ordine antoniano) ingrassa il maiale e molti altri che sono ancora più porci (concubine, figli...), pagando monete senza conio (vendendo false indulgenze).

Ma dal momento che ci siamo allontanati molto con questa digressione, riporta lo sguardo verso la strada dritta (l'argomento angelologico), cosicché la via sia percorsa in breve tempo.

La natura degli angeli cresce di numero da un ordine all'altro, al punto che nessun discorso o intelletto umano può concepirlo;

e se tu consideri ciò che è rivelato da Daniele, vedrai che nelle migliaia di angeli di cui parla il numero determinato resta celato.

La luce di Dio, che irraggia tutti gli angeli, viene da essi recepita in modo diverso, per quanti sono gli splendori a cui si unisce.

Dunque, poiché all'atto della visione di Dio segue l'amore, la dolcezza di questo amore è ardente e tiepida negli angeli in maniera lievemente diversa.

Vedi ormai l'altezza e la generosità dell'eterna potenza di Dio, dal momento che si riflette in così tanti specchi (gli angeli), pur restando uguale a se stessa e unica come prima».

girolamo 2

San Girolamo di Caravaggio

SAN GIROLAMO

Sofronio Eusebio Girolamo, (Stridone in Istria, 347 – Betlemme, 30 settembre 420) è stato un biblista, traduttore, teologo e monaco cristiano. Padre e Dottore della Chiesa, tradusse in latino parte dell'Antico Testamento greco (ci sono giunti, integri o frammentari, Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste e Cantico, dalla versione dei Settanta) e, successivamente, l'intera Scrittura ebraica.
Nato a Stridone in Illiria, "al confine fra Pannonia e Dalmatia", come risultava nel IV secolo d. C. (oggi in Croazia), studiò a Roma e fu allievo di Mario Vittorino e di Elio Donato. Si dedicò anche agli studi di retorica, terminati i quali si trasferì a Treviri, dove era ben nota l'anacoresi egiziana, insegnata per qualche anno da Sant'Atanasio durante il suo esilio. Si trasferì poi ad Aquileia, dove entrò a far parte di una cerchia di asceti riunitisi in comunità sotto il patronato dell'arcivescovo Valeriano, ma, deluso dalle inimicizie che erano sorte fra gli asceti, partì per l'Oriente. Ritiratosi nel deserto della Calcide, vi rimase un paio di anni (375 - 376) vivendo una dura vita di anacoreta. Fu questo periodo ad ispirare i numerosi pittori che lo rappresenteranno come San Girolamo penitente ed è a questo periodo che risale l'episodio leggendario del leone che, afflitto da una spina penetratagli in una zampa, gli sarebbe poi stato accanto, grato poiché Girolamo gliel'avrebbe tolta; così come la tradizione secondo la quale Girolamo era uso far penitenza colpendosi ripetutamente con un sasso.
Deluso anche qui dalle diatribe fra gli eremiti, divisi dalla dottrina ariana, tornò ad Antiochia, da dove era passato prima di venire in Calcide, e vi rimase fino al 378, frequentando le lezioni di Apollinare di Laodicea e divenendo presbitero, ordinato dal vescovo Paolino di Antiochia. Si recò quindi a Costantinopoli, dove poté perfezionare lo studio del greco sotto la guida di Gregorio Nazianzeno (uno dei Padri Cappadoci). Risalgono a questo periodo le letture dei testi di Origene e di Eusebio. Allorché Gregorio Nazianzeno lasciò Costantinopoli, Girolamo tornò a Roma, nel 382, dove fu segretario di papa Damaso I, divenendone il più probabile successore. Qui si formò un gruppo di vergini e di vedove, capeggiate da una certa nobile Marcella e dalla ricca vedova Paola, cui si accompagnavano le figlie Eustochio e Blesilla, che vollero dedicarsi a una vita ascetica fatta di preghiera, meditazione, astinenza e penitenza e delle quali Girolamo divenne padre spirituale. Il rigore morale di Girolamo, però, che era decisamente favorevole all'introduzione del celibato ecclesiastico e all'eradicazione del fenomeno delle cosiddette agapete, non era ben visto da buona parte del clero, fortemente schierato su posizioni giovinianiste. In una lettera ad Eustochio, Girolamo si esprime contro le agapete nei seguenti termini:
«Oh vergogna, oh infamia! Cosa orrida, ma vera!
Donde viene alla Chiesa questa peste delle agapete?
Donde queste mogli senza marito?
E donde in fine questa nuova specie di puttaneggio?»

(dalla Lettera a Eustochio, Sofronio Eusebio Girolamo)
Alla morte di papa Damaso I, la curia romana contrastò con grande determinazione ed efficacia l'elezione di Girolamo, anche attribuendogli una forte responsabilità nella morte della sua discepola Blesilla. Questa era una nobile ventenne romana, appartenente alla gens Cornelia, che era rimasta vedova ancor fanciulla e che aveva seguito la madre Paola e la sorella Eustochio nel gruppo di dame che avevano deciso di seguire la vita monastica con le rigide regole di Girolamo, morendo ben presto, probabilmente a causa dei troppi digiuni. Data la singolarità dell'evento e la grande popolarità della famiglia di Blesilla, il caso sollevò un grande clamore. Gli avversari di Girolamo affermarono che le mortificazioni corporali teorizzate erano semplicemente degli atti di fanatismo, i cui perniciosi effetti avevano portato alla prematura morte di Blesilla. Caduta la sua candidatura, sul finire del 384, fu eletto papa il diacono Siricio.
Girolamo, seguito dal fratello Paoliniano, dal prete Vincenzo e da alcuni monaci a lui fedeli, s'imbarcò da Ostia nell'agosto del 385, seguito poco dopo anche dalle discepole Paola, Eustochio ed altre appartenenti alla comunità delle ascete romane, e tornò in Oriente, dove continuò la sua battaglia in favore del celibato clericale. Grazie anche ai fondi della ricca vedova Paola, Girolamo fondò a Betlemme un monastero maschile, dove andò a vivere, e uno femminile. Nel 386 Girolamo si trasferì nel monastero da lui fondato, dove rimase fino alla morte. Qui visse dedicandosi alla traduzione biblica, alla redazione di alcune opere e all'insegnamento ai giovani. Anche questo periodo ha ispirato numerosi pittori, che lo ritrarranno come scrittore nella sua cella monastica, ispirato dallo Spirito Santo ed accompagnato dal fido leone. Nel 404 morì la sua discepola Paola, che verrà poi venerata come santa, ed alla quale egli dedicò post mortem l'Epitaphium sanctae Paulae. Morì nel 420, proprio nell'anno in cui il celibato, dopo essere stato lungamente disatteso, venne imposto al clero da una legge dell'imperatore Onorio.
Vulgata
La Vulgata, prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia, rappresenta lo sforzo più impegnativo affrontato da Girolamo. Nel 382, su incarico di papa Damaso I, affrontò il compito di rivedere la traduzione dei Vangeli e successivamente, nel 390, passò all'antico testamento in ebraico, concludendo l'opera dopo ben 23 anni. Nelle Quaestiones hebraicae in Genesim, composte a sostegno della sua attività pluridecennale, anzi, si confronta il testo della Genesi nella traduzione Vetus latina con il testo ebraico a lui accessibile e con la LXX a giustificazione delle scelte operate nella Vulgata. Il testo di Girolamo è stato la base per molte delle successive traduzioni della Bibbia, fino al XX secolo, quando per l'antico testamento si è cominciato ad utilizzare direttamente il testo masoretico ebraico e la Septuaginta, mentre per il Nuovo Testamento si sono utilizzati direttamente i testi greci. Dalla Vulgata sono tratte le pericopi per l'epistola e il Vangelo della Messa tridentina.
Girolamo fu un celebre studioso del latino in un'epoca in cui questo implicava una perfetta conoscenza del greco. Fu battezzato all'età di venticinque anni e divenne sacerdote a trentotto anni. Quando cominciò la sua opera di traduzione non aveva grandi conoscenze dell'ebraico, perciò si trasferì a Betlemme per perfezionarne lo studio. Girolamo utilizzò un concetto moderno di traduzione che attirò le accuse da parte dei suoi contemporanei; in una lettera indirizzata a Pammachio, genero della nobildonna romana Paola, scrisse:
«Io, infatti, non solo ammetto, ma proclamo liberamente che nel tradurre i testi greci, a parte le Sacre Scritture, dove anche l'ordine delle parole è un mistero, non rendo la parola con la parola, ma il senso con il senso. Ho come maestro di questo procedimento Cicerone, che tradusse il Protagora di Platone, l'Economico di Senofonte e le due bellissime orazioni che Eschine e Demostene scrissero l'uno contro l'altro […]. Anche Orazio poi, uomo acuto e dotto, nell'Ars poetica dà questi stessi precetti al traduttore colto: "Non ti curerai di rendere parola per parola, come un traduttore fedele"»
(Epistulae 57, 5, trad. R. Palla)
Il De Viris Illustribus, scritto nel 392, intendeva emulare le "Vite" svetoniane dimostrando come la nuova letteratura cristiana fosse in grado di porsi sullo stesso piano delle opere classiche. In esso sono presentate le biografie di 135 autori in prevalenza cristiani (ortodossi ed eterodossi), ma anche ebrei e pagani, che però hanno avuto a che fare con il cristianesimo, con uno scopo dichiaratamente apologetico:
«Sappiano Celso, Porfirio, Giuliano, questi cani arrabbiati contro Cristo, così come i loro seguaci che pensano che la Chiesa non ha mai avuto oratori, filosofi e colti dottori, sappiano quali uomini di valore l'hanno fondata, edificata, illustrata, e cessino le loro accuse sommarie di semplicità rozza rivolte alla nostra fede, e riconoscano piuttosto la loro ignoranza»
(Prologo, 14)
Le biografie hanno inizio da Pietro apostolo e terminano allo stesso Girolamo ma, mentre nelle successive Girolamo elabora conoscenze personali, le prime 78 sono frutto di conoscenze di seconda mano, desunte da varie fonti, tra cui Eusebio di Cesarea. Il Chronicon è, invece, una traduzione-rielaborazione latina del Chronicon di Eusebio di Cesarea, composto nel IV secolo e perduto nella sua originale versione greca. Ultimato nel 381, il Chronicon tratta dei periodi storici e mitici della Storia universale a partire dalla nascita di Abramo fino all'anno 325. Nell'impalcatura cronologica, estesa dal 325 al 378, rientrano sia figure mitologiche come Minosse, il re Edipo e Priamo, che personaggi storici, mentre Girolamo, per completezza, inserisce anche dati preziosi di letteratura latina, desunti dal De viris illustribus svetoniano.
Opere storiche e agiografiche: Vita di san Paolo, eremita di Tebe; Vita di Ilarione;Vita di Malco, l'eremita prigioniero; Prefazione alla traduzione delle Cronache di Eusebio di Cesarea; Continuazione delle Cronache di Eusebio di Cesarea; Gli uomini illustri; Prefazione alla traduzione della Regola di Pacomio, in Opere di Girolamo, XV, Roma, Città Nuova, 2014.
La Altercatio Luciferiani et Orthodoxi, composta nel 378 circa, rappresenta un dialogo tra Lucifero da Cagliari, un antiariano, e un ortodosso anonimo. Cinque anni dopo, nello Adversus Helvidium, scritto nel 383, Girolamo polemizza contro Elvidio, che dichiarava che la Vergine Maria dopo aver generato Gesù avesse partorito altri figli. Nella seconda parte del testo Gerolamo esalta con lodi la verginità della Madonna.
Ancora di polemica teologico-liturgica trattano Adversus Vigilantium, in cui si attacca spietatamente Vigilanzio e il suo pensiero, secondo cui la vita dedita al culto dei martiri e del rispetto delle regole di Dio fosse sbagliata e noiosa; Contra Ioannem Hierosolymitanum, una polemica contro i sostenitori di Origene, in cui Girolamo sostiene che il dotto di Cesarea, sebbene buon traduttore della Bibbia, avesse posizioni eretiche e che quindi non poteva far parte del mondo di Dio. Di conseguenza Girolamo accusa anche un vescovo chiamato Giovanni, che appoggiava le teorie origeniane. Di simile stampo è il Contra Rufinum, in cui si attacca l'origeniano Rufino. Facendo, anzi, appello ad un'operetta comica chiamata "Testamento di Grugno Corocotta Porcello", Gerolamo usa un ampio lessico dispregiativo contro Rufino, denigrandolo nella sua cerchia di amici intimi.
Notevolissimo, tra le opere polemiche, è il trattato Adversus Jovinianum, scritto nel 393 in due libri, in cui l'autore esalta la verginità e l'ascetismo, spesso derivando le sue argomentazioni da autori classici come Teofrasto, Seneca, Porfirio. Tra gli altri argomenti, in esso Girolamo difende strenuamente l'astinenza dalla carne:
«Proprio come il divorzio secondo la parola del Salvatore non fu permesso fin dal principio, ma a causa della durezza del nostro cuore fu una concessione di Mosè alla razza umana, così anche il mangiar carne fu sconosciuto fino al diluvio. Ma dopo il diluvio, alla maniera delle quaglie date nel deserto al popolo che mormorava, il veleno della carne animale fu offerto ai nostri denti. […] Agli albori della razza umana non mangiavamo carne, né facevamo pratiche di divorzio, né pativamo il rito della circoncisione. Così abbiamo raggiunto il diluvio. Ma dopo il diluvio [...] ci è stata data la carne come cibo, e il divorzio è stato permesso agli uomini duri di cuore, ed è stato applicato il taglio della circoncisione, come se la mano di Dio avesse plasmato in noi qualcosa di superfluo. Ma una volta che Cristo è venuto alla fine dei tempi, e l'Omega è passata in Alfa e la fine è stata mutata in principio, non ci è più permesso il divorzio, né siamo circoncisi, né mangiamo carne»
(Adversus Iovinianum, I, 18)
Nello specifico, all'interno del trattato, la parte relativa all'alimentazione corrisponde alla terza sezione [PL 23,303-326]. In essa Gerolamo per controbattere alla tesi di Gioviniano, secondo la quale "l'astinenza non è migliore dell'assunzione riconoscente del cibo", ribadisce l'importanza del digiuno non solo nella tradizione della Chiesa ma anche nella storia della filosofia.
Nel trattato Adversus Pelagianos, infine, si confuta Pelagio e le dottrine sulla libertà fisica e della mente.
Per la sua attività di traduttore della Bibbia viene considerato santo protettore dei traduttori e per i suoi studi legati all'antichità è considerato il patrono degli archeologi. Numerose chiese storiche sono state dedicate a san Girolamo. Vari ordini religiosi e congregazioni si sono ispirati esplicitamente al santo. Tra questi:
- Gesuati, sorti a metà del XIV secolo come fraternità di laici ispirata alla spiritualità del santo (Frati Gesuati di san Girolamo): trasformatisi in congregazione religiosa nel 1606 (Chierici apostolici di san Girolamo) e soppressi da papa Clemente IX nel 1668.
- Eremiti di San Girolamo, congregazione religiosa attiva tra il 1405 e il 1668.
- Congregazione dei Gerolimini, fondata da Pietro Gambacorta e Nicola da Forca Palena agli inizi del XV secolo e soppressa da Pio XI nel 1933.
- Ordine di San Girolamo (Geronimiti o Gerolamini), ordine monastico tuttora esistente.
La leggenda del leone
La Legenda Aurea, di Jacopo da Varazze, narra, nel capitolo dedicato a San Girolamo, la leggenda del leone.
Un giorno un leone ferito si sarebbe presentato zoppicando nel monastero ove risiedeva San Girolamo. I confratelli fuggirono spaventati ma San Girolamo gli si avvicinò accogliendo l'animale ferito. Egli ordinò ai confratelli di lavare le zampe al leone e curarle. Essi scoprirono che i rovi gli avevano dilaniato le piante delle zampe. Quando il leone fu guarito, rimase nel monastero. Su di esso i monaci confidarono per garantirsi la custodia dell'asino del convento. Un giorno, mentre l'asino stava pascolando, il leone si addormentò. Alcuni mercanti, visto il quadrupede da soma privo di custodi, se ne appropriarono. Tornato solo al monastero, il leone venne accusato dai monaci di aver divorato l'asino, cosicché gli vennero affidati tutti i lavori che normalmente venivano svolti da quest'ultimo. Un giorno egli incrociò sul suo cammino la carovana dei mercanti che avevano portato via l'asino affidatogli in custodia dai monaci e riconobbe nella carovana il medesimo asino. Egli si precipitò verso di loro ruggendo terribilmente e mettendoli in fuga. Dopo di che condusse l'asino e i cammelli, carichi di mercanzia, al convento. Quando i mercanti tornarono, si recarono al convento a chiedere a San Girolamo il perdono e la restituzione delle loro mercanzie, cosa che San Girolamo fece, raccomandando loro di non rubare più le proprietà altrui.
Esistono due iconografie principali di Girolamo: una con l'abito cardinalizio e con il libro della Vulgata in mano, oppure intento nello studio della Scrittura. Un'altra nel deserto, o nella grotta di Betlemme, dove si era ritirato sia per vivere la sua vocazione da eremita sia per attendere alla traduzione della Bibbia, in questo secondo caso viene mostrato senza l'abito e con il galero (cappello) cardinalizio gettato in terra a simbolo della sua rinuncia agli onori. Spesso si vedono il leone cui tolse la spina dal piede, un crocifisso a cui rivolgere l'adorazione, un teschio come simbolo di penitenza o la pietra con cui era solito battersi il petto. A Firenze è presente un'iconografia di San Girolamo penitente in piedi, in logora veste bianca, che si batte il petto con un sasso. Di quest'iconografia - si veda anche l'affresco di Andrea del Castagno presso la basilica della Santissima Annunziata - è assai significativa la scultura in terracotta di un anonimo plastificatore fiorentino (circa 1454) presso l'Oratorio di San Girolamo e San Francesco Poverino (Antonio del Pollaiolo? Andrea del Castagno?) di cui è da sottolineare il nervosismo degli arti e la tragicità del volto.
Sebbene l'abito rosso da cardinale sia stato molto usato nelle rappresentazioni pittoriche del santo, non è storicamente possibile che egli sia stato cardinale, poiché l'istituzione è altomedievale.

AUDIO

Eugenio Caruso - 09 - 12- 2021

LOGO


Tratto da

1

www.impresaoggi.com