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Omero, Odissea, Libro IV. Protagonisti Menelao ed Elena.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

INTRODUZIONE

""Egli è usanza di molti, che pubblicano le lor fatiche, il dar conto della strada, che credettero dover tenere; e massimamente, ove trattisi di traduzioni, rispetto alle quali son varie non poco le strade, che tenere si possono. Avendo io parlato di quella, ch’io prender credetti, nella Prefazione ai due primi libri dell’Odissea di Omero da me già pubblicati, parmi superfluo il ripetere ora le stesse cose, ponendo in luce tradotto l’intero Poema. Sarebbe più presto da considerarsi, se con fiducia d’esser letto con piacere da molti presentar si possa oggidì un Poema antichissimo, le cui bellezze son diverse oltremodo da quelle, che oggidì piacciono comunemente; in cui frequenti son que’ racconti, che or sembrano inutili, frequenti quelle ripetizioni, che or pajono soprabbondanti; ed ove si discende spesso alle particolarità più [p. iv]minute della domestica vita, nelle quali è assai difficile non riuscir triviale ai nostri dì, e in lingua nostra: lingua certo bellissima tra le moderne, ma che non toglie, che di lei eziandio si dica, avere i Greci innalzate le lor fabbriche in marmo, e i traduttori copiarle in mattoni; comechè usciti fossero questi dalla migliore, per dir così, delle fornaci d’Europa. È vero, che, oltre la maestà, e l’armonia della Greca favella, l’antichità sua medesima conferisce non poco alla elevatezza, e nobiltà della narrazione, atteso che ogni cosa, quanto è più fuori dell’uso, tanto più dalla volgarità s’allontana; e però, supponendo ancora, che le parole del nostro idioma fossero egualmente rotonde, e sonore in sè, apparirebbero meno illustri, e poetiche per questa ragione soltanto, che si trovano continuamente sopra ogni bocca. Comunque sia, la difficoltà, sotto cui affaticasi un moderno volgarizzatore, rimane la stessa; e ch’io non l’esagero ad arte, ne chiamo in testimonio tutti coloro, che leggono il Greco, e quelli [p. v]tra loro principalmente, che, facendo Italiano l’un passo, o l’altro dell’Odissea, assaggiato avessero le lor forze in sì fatto arringo, e tentato anch’essi di tendere quest’arco d’Ulisse. Ma perchè dunque tradur l’Odissea, domanderanno alcuni, e perchè, soggiungeranno, stamparla? Quanto al tradurla, traslatati da me, come per una certa prova, i due primi libri, piacquemi far lo stesso di alcuni altri, traducendo a salti or questo, ed or quello, e non sapendo bene, se volgarizzati tutti gli avrei, finchè mi trovai averli quasi tutti a poco a poco volgarizzati. Non era egli cosa naturale, ch’io compiessi l’opera totalmente? Si levò intanto, ed or vengo alla ragione dello stamparla, una espettazion favorevolissima, per cui non mi fu più lecito di lasciar nelle tenebre il mio lavoro; espettazione nel resto, di cui altri forse compiacerebbesi, e che in me produce una confusione grandissima, veggendo io chiaro, non potersi da me corrispondere a quella, e non bastandomi l’indulgenza, con cui furono ricevuti i due [p. vi]primi libri, perchè io debba sperare, che tutti i ventiquattro con pari indulgenza sien ricevuti. Potrei anche aggiungere, essermi andato per la mente questo pensiero, che opportuno fosse il richiamare in qualche maniera l’attenzione sovra un Poema, nel qual s’imita sì scrupolosamente, e con tanto di maestria la natura, in un tempo, che alcuni dipingono, e con grande applauso, ne’ versi, non già l’uomo di lei, ma quello bensì, che lor piace più, della fantasia loro: sì che par quasi, che dove i poeti si contentavano di rappresentar la più nobile delle creature, come la natura sin qui formolla, questi volessero, che la natura formassela da ora innanzi, com’ eglino la rappresentano. È probabile, che la prima non cangerà stile; e che non anderà dietro ai secondi chiunque brama ottenere un seggio stabile sul Parnaso. "".
Ippolito Pindemonte

ulisse 5

Testa di Ulisse rinvenuta nella Villa di Tiberio


RIASSUNTO LIBRO IV

Continua quella parte del poema che è stata denominata "Telemachia". Telemaco, e Pisistrato giungono a Sparta nell’atto, che Menelao celebrava le nozze del figlio Megapente, e della figliuola Ermione. Menelao, ed Elena il riconoscono agevolmente per figlio d’Ulisse. Encomj di questo, e commozione in Telemaco, e negli altri ancora, sino alle lagrime; e artifizio d’Elena per raffrenarle. Tutti vanno a dormire. Comparsa l’Aurora, Menelao ode da Telemaco con isdegno la insolenza de’ Proci; e a lui narra il suo viaggio in Egitto, e ciò, ch’ivi intese da Proteo intorno ad Agamennone, ad Ajace d’Oiléo, ed anche ad Ulisse. I Proci intanto risolvono d’insidiare Telemaco al suo ritorno, e d’ucciderlo. Angoscia di Penelope, che n’è informata, e cui Pallade poi con un sogno piacevole riconforta..

elena 76

Elena trasportata da Teseo, anfora attica a figure rosse, circa 510 a.C

TESTO LIBRO IV

 Giunsero all’ampia, che tra i monti giace,
Nobile Sparta, e le regali case
Del glorïoso Menelao trovaro.
Questi del figlio, e della figlia insieme
Festeggiava quel dì le doppie nozze, 5
E molti amici banchettava. L’una
Spedia d’Achille al bellicoso figlio,
Cui promessa l’avea sott’Ilio un giorno,
Ed or compieano il maritaggio i Numi:
Quindi cavalli e cocchi alla famosa 10
Cittade de’ Mirmidoni condurla
Doveano, e a Pirro, che su lor regnava.
E alla figlia d’Alettore Spartano
L’altro, il gagliardo Megapente, unia,
Che d’una schiava sua tardi gli nacque: 15
Poichè ad Eléna gl’immortali Dei
Prole non concedean dopo la sola
D’amor degna Ermióne, a cui dell’aurea
Venere la beltà splendea nel volto.
     Così per l’alto spazïoso albergo 20
Rallegravansi assisi a lauta mensa
Di Menelao gli amici, ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava,
L’argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo 25
Contempravano al canto i dotti salti.
     Nell’atrio intanto s’arrestaro i figli
Di Nestore, e d’Ulisse. Eteonéo,
Un vigil servo del secondo Atride,
Primo adocchiolli, e con l’annunzio corse 30
De’ popoli al pastore, ed all’orecchio
Gli susurrò così: Due forestieri
Nell’atrio, o Menelao di Giove alunno,
Coppia d’eroi, che del Saturnio prole
Sembrano in vista. Or di’: sciorre i cavalli 35
Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse
Mandar de’ Greci, che gli accolga e onori?
     D’ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo
Menelao gli rispose: O di Boéte
Figliuolo, Eteonéo, tu non sentivi 40
Già dello scemo negli andati tempi,
E or sembri a me bamboleggiar co’ detti.
Non ti sovvien, quante ospitali mense
Spogliammo di vivande anzi che posa
Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove 45
Privilegiar dopo cotante pene
La nostra ultima età? Sciogli i cavalli,
E al mio convito i forestier conduci.
     Ratto fuor della stanza Eteonéo
Lanciossi; e tutti a sè gli altri chiamava 50
Fidi conservi. Distaccaro i forti
Di sotto il giogo corridor sudanti,
E al presepe gli avvinsero, spargendo
Vena soave di bianc’orzo mista,
E alla parete lucida il vergato 55
Cocchio appoggiaro. Indi per l’ampie stanze
Guidaro i novelli ospiti, che in giro
D’inusitata maraviglia carche
Le pupille movean: però che grande
Gettava luce, qual di Sole, o Luna, 60
Del glorïoso Menelao la reggia.
Del piacer sazj, che per gli occhi entrava,
Nelle terse calâr tepide conche;
E come fur dalle pudiche ancelle
Lavati, di biond’ olio unti, e di molli 65
Tuniche cinti, e di vellosi manti,
Si collocaro appo l’Atride. Quivi
Solerte ancella da bell’auro vaso
Nell’argenteo bacile un’onda pura
Versava, e stendea loro un liscio desco, 70
Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne ad impor bianchissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E d’ogni sorta carni in larghi piatti
Recò l’abile scalco, e tazze d’oro. 75
Il Re, stringendo ad ambidue la mano,
Pasteggiate, lor disse, ed alla gioja
Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo.
De’ vostri padri non s’estinse il nome,
E da scettrati Re voi discendete. 80
Piante cotali di radice vile,
Sia loco al vero, germogliar non ponno.
     Detto così, l’abbrustolato tergo
Di pingue bue, che ad onor grande innanzi
Messo gli avean, d’in su la mensa tolse, 85
E innanzi il mise agli ospiti, che pronte
Steser le mani all’imbandita fera.
Ma de’ cibi il desir pago, e de’ vini,
Telemaco, piegando in ver l’amico
Sì, che altri udirlo non potesse, il capo, 90
Tale a lui favellò: Mira, o diletto
Dell’alma mia, figlio di Nestor, come
Di rame, argento, avorio, elettro, ed oro
L’echeggiante magion risplende intorno!
Sì fatta, io credo, è dell’Olimpio Giove 95
L’aula di dentro. Oh gl’infiniti oggetti!
Io maraviglio più, quanto più guardo.
     L’intese il Re di Sparta, e ad ambo disse:
Figliuoli miei, chi gareggiar mai puote
De’ mortali con Giove? Il suo palagio, 100
Ciò, ch’ei dentro vi serba, eterno è tutto.
Quanto all’umana stirpe, altri mi vinca
Di beni, o ceda, io so, che molti affanni
Durati, e molto navigato mare,
Queste ricchezze l’ottavo anno addussi. 105
Cipri, vagando, e la Fenicia io vidi,
E ai Sidonj, agli Egizj, e agli Etiópi
Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle
Figlìan tre volte nel girar d’un anno,
E spuntan ratto gli agnellin le corna; 110
Nè signore, o pastor giammai difetto
Di carne pate, o di rappreso latte,
Ridondando di latte ognora i vasi.
Mentr’io vagava qua e là, tesori
Raccogliendo, il fratello altri m’uccise 115
Di furto, all’improvvista, e per inganno
Della consorte maladetta: quindi
Non lieto io vivo a questi beni in grembo.
Voi, quai sieno, ed ovunque, i padri vostri,
Tanto dalla lor bocca udir doveste. 120
Che non soffersi? Ruinai dal fondo
Casa di ricchi arredi, e d’agi colma,
Onde piacesse ai Dei, che sol rimasta
Mi fosse in man delle tre parti l’una,
E spirasser le vive aure que’ prodi 125
Che lungi dalla verde Argo ferace
Ne’ lati campi d’Iliòn periro!
Tutti io li piango, e li sospiro tutti,
Standomi spesso ne’ miei tetti assiso,
E or mi pasco di cure, or nuovamente 130
Piglio conforto: chè non puote a lungo
Viver l’uom di tristezza, e al fin molesto
Torna quel pianto, che fu in pria sì dolce.
Pure io di tutti in un così non m’ango,
E m’ango assai, come d’un sol, che ingrato 135
Mi rende, ove a lui penso, il cibo, e il sonno:
Poichè Greco nessuno in tutta l’oste,
O il bene oprando, o sostenendo il male,
Pareggiò Ulisse. Ma dispose il fato,
Ch’ei tormentasse d’ogni tempo, e ch’io 140
Mesti per sua cagion traessi i giorni,
Io, che nol veggio da tanti anni, e ignoro,
Se viva, o morto giaccia. Il piange intanto
Laerte d’età pieno, e la prudente
Penelope, e Telemaco, che il padre 145
Lasciò lattante ne’ suoi dolci alberghi.
   Disse; e di pianto subitana voglia
Risvegliossi in Telemaco, che a terra
Mandò lagrime giù dalle palpébre,
Del padre udendo, ed il purpureo manto 150
Con le mani s’alzò dinanzi al volto.
Menelao ben comprese; e se a lui stesso
Lasciar nomare il padre, o interrogarlo
Dovesse pria, nè serbar nulla in petto,
Sì, e no tenzonavangli nel capo. 155
     Mentre così fra due stava l’Atríde,
Elena dall’eccelsa, e profumata
Sua stanza venne con le fide ancelle,
Che Diana parea dall’arco d’oro.
Bel seggio Adrasta avvicinolle, Alcippe 160
Tappeto in man di molle lana, e Filo
Panier recava di forbito argento,
Don già d’Alcandra, della moglie illustre
Del fortunato Polibo, che i giorni
Nella ricca menava Egizia Tebe. 165
A Menelao due conche argentee, due
Tripodi, e dieci aurei talenti ei diede.
Ma la consorte ornar d’eletti doni
Elena volle a parte: una leggiadra
Conocchia d’òr le porse, ed il paniere 170
Ritondo sotto, e di forbito argento,
Se non quanto le labbra oro guernia.
Questo ricolmo di sudato stame
L’ancella Filo le recava, e sopra
Vi riposava la conocchia, a cui 175
Fini si ravvolgean purpurei velli.
     Ella raccolta nel suo seggio, e posti
Sul polito sgabello i molli piedi,
Con questi accenti a Menelao si volse:
Sappiam noi, Menelao di Giove alunno, 180
Chi sieno i due, che ai nostri tetti entraro?
Parlar m’è forza, il vero, o il falso io dica:
Però ch’io mai non vidi, e grande tiemmi
Nel veder maraviglia, uomo, nè donna
Così altrui somigliar, come d’Ulisse 185
somigliar dee questo garzone al figlio,
Ch’era bambino ancor, quando per colpa
Ahi! di me svergognata, o Greci, a Troja
Giste, accendendo una sì orrenda guerra.
     Tosto l’Atride dalla bionda chioma: 190
Ciò, che a te, donna, a me pur sembra. Quelle
Son d’Ulisse le mani, i piè son quelli,
E il lanciar degli sguardi, e il capo, e il crine.
Io, l’Itacese rammentando, i molti
Dicea disagi, ch’ei per me sostenne; 195
E il giovane piovea lagrime amare
Giù per le guance, e col purpureo manto,
Che alzò ad ambe le man, gli occhi celava.
     E Pisistrato allor: Nato d’Atréo,
Di Giove alunno, condottier d’armati, 200
Eccoti appunto di quel Grande il figlio.
Ma verecondo per natura, e giunto
Novellamente, gli parrebbe indegno
Te delle voci tue fermar nel corso,
Te, di cui, qual d’un Dio, ci beano i detti. 205
Nestore, il vecchio genitor, compagno
Mi fece a lui, che rimirarti in faccia
Bramava forte, onde poter dell’opra
Giovarsi, o almen del tuo consiglio. Tutti
Que’ guai, che un figliuol soffre, a cui lontano 210
Dimora il padre, nè d’altronde giunge
Sussidio alcun, Telemaco li prova.
Il genitor gli falla, e non gli resta
Chi dal suo fianco la sciagura scacci.
     Numi! riprese il Re dai biondi crini, 215
Tra le mie stesse mura il figlio adunque
D’uomo io veggio amicissimo, che sempre
Per me s’espose ad ogni rischio? Ulisse
Ricettare io pensava entro i miei regni,
Io carezzarlo sovra tutti i Greci, 220
Se ad ambo ritornar su i cavi legni
L’Olimpio dava onniveggente Giove.
Una io cedere a lui delle vicine
Volea cittade Argive, ov’io comando,
E lui chiamar, che dai nativi sassi 225
D’Itaca in quella mia, ch’io prima avrei
D’uomini vôta, e di novelli ornata
Muri, e palagi, ad abitar venisse
Col figlio, le sostanze, e il popol tutto.
Così, vivendo sotto un cielo, e spesso 230
L’un l’altro visitando, avremmo i dolci
Frutti raccolti d’amistà sì fida:
Nè l’un dall’altro si saria disgiunto
Che steso non si fosse il negro velo
Di Morte sovra noi. Ma un tanto bene 235
Giove c’invidïò, cui del ritorno
Piacque fraudar quell’infelice solo.
     Sorse in ciascuno a tai parole un vivo
Di lagrime desio. Piangea la figlia
Di Giove, l’Argiva Elena, piangea 240
D’Ulisse il figlio, ed il secondo Atride;
Nè asciutte avea Pisistrato le guance,
Che il fratello incolpabile, cui morte
Diè dell’Aurora la famosa prole,
Tra sè membrava, e che tai detti sciolse: 245
Atride, il vecchio Nestore mio padre
Te di prudenza singolar lodava,
Sempre che in mezzo al ragionare alterno
Il tuo nome venia. Fa, se di tanto
Pregarti io posso, oggi a mio senno. Poco 250
Me dilettan le lagrime tra i nappi.
Ma del mattin la figlia il nuovo giorno
Ricondurrà; nè mi fia grave allora
Pianger chiunque al suo destin soggiacque:
Chè solo un tale onore agl’infelici 255
Defunti avanza, che altri il crin si tronchi,
E alle lagrime giuste allarghi il freno.
Anco a me tolse la rea Parca un frate,
Che l’ultimo non fu dell’oste Greca.
Tu il sai, che il conoscesti. Io nè vederlo 260
Potei, nè a lui parlar: ma udii, che Antiloco
Su tutti si mostrò gli emuli suoi
Veloce al corso, e di sua man gagliardo.
     E Menelao dai capei biondi: Amico,
L’uom più assennato, e in più matura etade, 265
Che non è questa tua, nè pensamenti
Diversi avria, nè detti; e ben si pare
Agli uni e agli altri da chi tu nascesti.
Ratto la prole d’un eroe si scorge,
Cui del natale al giorno, e delle nozze 270
Destinò Giove un fortunato corso,
Come al Nelíde, che invecchiare ottenne
Nel suo palagio mollemente, e saggi
Figli mirar, non che dell’asta dotti.
Dunque, sbandito dalle ciglia il pianto, 275
Si ripensi alla cena, e un’altra volta
La pura su le mani onda si sparga.
Sermoni alterni anche al novello Sole
Fra Telemaco, e me correr potranno.
     Disse; ed Asfalïone, un servo attento, 280
Spargea su le man l’onda, e i convitati
Nuovamente cibavansi. Ma in altro
Pensiero allora Elena entrò. Nel dolce
Vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto, e all’ira, e che l’obblio 285
Seco inducea d’ogni travaglio e cura.
Chiunque misto col vermiglio umore
Nel seno il ricevè, tutto quel giorno
Lagrime non gli scorrono dal volto,
Non, se la madre, o il genitor perduto, 290
Non, se visto con gli occhi a sè davante
Figlio avesse, o fratel di spada ucciso.
Cotai la figlia dell’Olimpio Giove
Farmachi insigni possedea, che in dono
Ebbe da Polidamna, dalla moglie 295
Di Tone nell’Egitto, ove possenti
Succhi diversi la feconda terra
Produce, quai salubri, e quai mortali,
Ed ove più, che i medicanti altrove,
Tutti san del guarir l’arte divina, 300
Siccome gente da Peòn discesa.
Il Nepente già infuso, e a servi imposto
Versar dall’urne nelle tazze il vino,
Ella così parlò: Figlio d’Atréo,
E voi, d’eroi progenie, i beni, e i mali 305
Manda dall’alto alternamente a ognuno
L’onnipossente Giove. Or pasteggiate
Nella magione assisi, e de’ sermoni
Piacer prendete in pasteggiando, mentre
Cose io racconto, che saranno a tempo. 310
Non già ch’io tutte le fatiche illustri
Ricordar sol del pazïente Ulisse
Possa, non che narrarle: una io ne scelgo,
Che a Troja, onde gran duol venne agli Argivi,
L’uom forte imprese, e a fin condusse. Il corpo 315
Di sconce piaghe afflisse, in rozzi panni
S’avvolse, e penetrò nella nemica
Cittade occulto, e di mendico, e schiavo
Le sembianze portando, ei, che de’ Greci
Sì diverso apparia lungo le navi. 320
Tal si gittò nella Trojana terra,
Nè conoscealo alcuno. Io fui la sola,
Che il ravvisai sotto l’estranie forme,
E tentando l’andava; ed ei pur sempre
Da me schermiasi con l’usato ingegno. 325
Ma come asperso d’onda, unto d’oliva
L’ebbi, e di veste cinto, ed affidato
Con giuramento, che ai Trojani primo
Nol manifesterei, che alle veloci
Navi non fosse, ed alle tende giunto, 330
Tutta ei m’aperse degli Achei la mente.
Quindi, passati con acuta spada
Molti petti nemici, all’oste Argiva
Col vanto si rendè d’alta scaltrezza.
Stridi mettean le donne Iliache, ed urli: 335
Ma io gioía tra me; chè gli occhi a Sparta
Già rivolgeansi, e il core, e da me il fallo
Si piagneva, in cui Venere mi spinse,
Quando staccommi dalla mia contrada,
Dalla dolce figliuola, e dal pudico 340
Talamo, e da un consorte, a cui, saggezza
Si domandi, o beltà, nulla mancava.
     Tutto, l’Atride dalla crocea chioma,
Dicesti, o donna, giustamente. Io terra
Molta trascorsi, e penetrai col guardo 345
Di molti eroi nel sen: ma pari a quella
Del pazïente Ulisse alma io non vidi.
Quel, che oprò, basti, e che sostenne in grembo
Del cavallo intagliato, ove sedea,
Strage portando ad Ilio, il fior de’ Greci. 350
Sospinta, io credo, da un avverso Nume,
Cui la gloria de’ Teucri a core stava,
Là tu giungesti, e uguale a un Dio nel volto
Su l’orme tue Deifobo venia.
Ben tre fïate al cavo agguato intorno 355
T’aggirasti; e il palpavi, e a nome i primi
Chiamavi degli Achei, contraffacendo
Delle lor donne le diverse voci.
Nel mezzo assisi io, Dïomede, e Ulisse
Chiamar ci udimmo; e il buon Tidíde, ed io 360
Ci alzammo, e di scoppiar fuor del cavallo,
O dar risposta dal profondo ventre,
Ambo presti eravam: ma nol permise,
E, benchè ardenti, ci contenne Ulisse.
Taceasi ogni altro, fuorchè il solo Antíclo, 365
Che risponder voleati; e Ulisse tosto
La bocca gli calcò con le robuste
Mani inchiodate, nè cessò, che altrove
Te rimenato non avesse Palla.
Sì di tutta la Grecia ei fu salute. 370
     E ciò la doglia, o Menelao, m’accresce,
Ripigliava il garzone. A che gli valse
Tanta virtù, se non potea da Morte
Difenderlo, non che altro, un cor di ferro?
Ma deh! piacciavi omai, che ritroviamo 375
Dove posarci, acciò su noi del sonno
La dolcezza ineffabile discenda.
Sì disse; e l’Argiva Elena all’ancelle
I letti apparecchiar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri, 380
E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre, ingiunse.
Quelle, tenendo in man lucide faci,
Usciro, e i letti apparecchiaro: innanzi
Movea l’araldo, e gli ospiti guidava. 385
Così nell’atrio s’adagiaro entrambi:
Nel più interno corcavasi l’Atríde,
E la divina tra le donne Eléna
Il sinuoso peplo, ond’era cinta,
Depose, e giacque del consorte a lato. 390
     Ma come del mattin la bella figlia
Rabbellì il ciel con le rosate dita,
Menelao sorse, rivestissi, appese
Per lo pendaglio all’omero la spada,
E i bei calzar sotto i piè molli avvinse: 395
Poi, somigliante nell’aspetto a un Nume,
Lasciò la stanza rapido, e s’assise
Di Telemaco al fianco; e, Qual, gli disse,
Cagione a Sparta su l’immenso tergo
Del negro mar, Telemaco, t’addusse? 400
Pubblico affare, o tuo? Schietto favella.
     E in risposta il garzon: Nato d’Atréo,
Per risaper del genitore io venni.
In dileguo ne van tutti i miei beni,
Colpa una gente nequitosa, e audace, 405
Che gli armenti divorami, e le gregge,
E ingombra sempre il mio palagio, e anela
Della madre alle nozze. Io quindi abbraccio
Le tue ginocchia, e da te udir m’aspetto,
O visto, o su le labbra inteso l’abbi 410
D’un qualche vïandante, il tristo fine
Del padre mio, che sventurato assai
Della sua genitrice uscì dal grembo.
Nè timore, o pietà così t’assalga,
Che del ver parte ti rimanga in core. 415
Venne mai dal mio padre in opra, o in detto,
Bene, o commodo a te là ne’ Trojani
Campi del sangue della Grecia tinti?
Ecco di rimembrarlo, Atride, il tempo.
     Trasse il Monarca dai capei di croco 420
Un profondo sospiro, e, Ohimè, rispose,
Volean d’un eroe dunque uomini imbelli
Giacer nel letto? Qual se incauta cerva,
I cerbiatti suoi teneri e lattanti
Deposti in tana di leon feroce, 425
Cerca, pascendo, i gioghi erti, e l’erbose
Valli profonde; e quel feroce intanto
Riede alla sua caverna, e morte ai figli
Porta, e alla madre ancor: non altrimenti
Porterà morte ai concorrenti Ulisse. 430
E oh piacesse a Giove, a Febo, e a Palla,
Che qual si levò un dì contra il superbo
Filomelíde nella forte Lesbo,
E tra le lodi degli Achivi a terra
Con mano invitta, lotteggiando, il pose, 435
Tal costoro affrontasse! Amare nozze
Foran le loro, e la lor vita un punto.
Quanto a ciò, che mi chiedi, io tutte intendo
Schiettamente narrarti, e senza inganno,
Le arcane cose, ch’io da Proteo appresi, 440
Dal marino vecchion, che mai non mente.
     Me, che alla patria ritornar bramava,
Presso l’Egitto ritenean gli Dei,
Perchè onorati io non gli avea di sacre
Ecatombi legittime: chè sempre 445
L’obblio de’ lor precetti i Numi offese.
Giace contra l’Egitto, e all’onde in mezzo,
Un’isoletta, che s’appella Faro,
Tanto lontana, quanto correr puote
Per un intero dì concavo legno, 450
Cui stridulo da poppa il vento spiri.
Porto acconcio vi s’apre, onde il nocchiero,
Poscia che l’acqua non salata attinse,
Facilmente nel mar vara la nave.
Là venti dì mi ritenean gli Dei: 455
Nè delle navi i condottieri amici
Comparver mai su per l’azzurro piano,
Le immobili acque ad increspar col fiato.
E già con le vivande anco gli spirti
Per fermo ci fallian, se una Dea, fatta 460
Di me pietosa, non m’apria lo scampo,
Idotéa, del marin vecchio la figlia,
Cui fieramente in sen l’alma io commossi.
Occorse a me, che solitario errava,
Mentre i compagni dalla fame stretti 465
Giravan l’isoletta, ed i ricurvi
Ami gettavan qua e là nell’onde.
Forestier, disse, come fu vicina,
Sei tu del senno, e del giudicio in bando
O degli affanni tuoi prendi diletto, 470
Che così, a un ozio volontario in preda,
Nell’isola t’indugi, e via non trovi
D’uscirne mai? Langue frattanto il core
De’ tuoi compagni, e si consuma indarno.
     O qual tu sii delle immortali Dive, 475
Credi, io le rispondea, che da me venga
Così lungo indugiar? Vien dai beati
Del vasto cielo abitatori eterni,
Ch’io temo aver non leggiermente offesi.
Deh, poichè nulla si nasconde ai Numi, 480
Dimmi, qual è di lor, che qui m’arresta,
E il mar pescoso mi rinserra intorno.
     E repente la Dea: Forestier, nulla
Celarti io ti prometto. Il non bugiardo
Soggiorna in queste parti Egizio veglio, 485
L’immortal Proteo, mio creduto padre,
Che i fondi tutti del gran mar conosce,
E obbedisce a Nettuno. Ei del viaggio
Ti mostrerà le strade, e del ritorno,
Dove, stando in agguato, insignorirti 490
Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami,
Saprai da lui, che di felice, o avverso
Nella casa t’entrò, finchè lontano
Per vie ne andavi perigliose e lunghe.
     Ma tu gli agguati, io replicai, m’insegna, 495
Ond’io così improvviso a Proteo arrivi,
Ch’ei non mi sfugga delle mani. Un nume
Difficilmente da un mortal si doma.
     Questo avrai pur da me, la Dea riprese.
Come salito a mezzo cielo è il Sole, 500
S’alza il vecchio divin dal cupo fondo,
E uscito dalla bruna onda, che il vento
Occidentale increspagli sul capo,
S’adagia entro i suoi cavi antri, e s’addorme.
E spesse a lui dormon le foche intorno, 505
Deforme razza di Alosidna bella,
Già pria dell’onda uscite, e il grave odore
Lunge spiranti del profondo mare.
Io te là guiderò, te acconciamente
Collocherò, ratto che il dì s’inalbi :510
Ma di quanti compagni appo la nave
Ti sono, eleggi i tre, che tu più lodi.
Ecco le usanze del vegliardo, e l’arti:
Pria noverar le foche a cinque a cinque,
Visitandole tutte; indi nel mezzo 515
Corcarsi anch’ei, quasi pastor tra il gregge.
Vistogli appena nelle ciglia il sonno,
Ricordatevi allor sol della forza,
E lui, che molto si dibatte, e tenta
Guizzarvi delle man, fermo tenete. 520
Ei d’ogni belva, che la terra pasce,
Vestirà le sembianze, e in acqua, e in foco
Si cangerà di portentoso ardore;
E voi gli fate delle braccia nodi
Sempre più indissolubili e tenaci. 525
Ma quando interrogarti al fin l’udrai,
Tal mostrandosi a te, quale sdrajossi,
Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio
Sciogli, e sappi da lui, chi è tra i Numi,
Che ti contende la natia contrada. 530
Disse, e nelle fiottanti onde s’immerse.
     Io combattuto da pensier diversi
Colà n’andai, dove giacean del mare
Su la sabbia le navi, a cui da presso
La cena in fretta s’apprestò. Sorvenne 535
La prezïosa notte, e noi sul lido
Ci addormentammo al mormorio dell’acque.
Ma poichè del mattin la bella figlia
Consperse il ciel d’Orïentali rose,
Lungo il lido io movea, molto ai celesti 540
Pregando, e i tre, nel cui valor per tutte
Le men facili imprese io più fidava,
Conducea meco. La Deessa intanto
Dal seno ampio del mare, in ch’era entrata,
Quattro pelli recò del corpo tratte 545
Novellamente di altrettante foche;
E tramava con esse inganno al padre.
Scavò quattro covili entro l’arena:
Quindi s’assise, e ci attendea. Noi presso
Ci femmo a lei, che subito levossi, 550
E noi dispose ne’ scavati letti,
E i cuoi recenti ne addossò. Moleste
Le insidie ivi tornavano: chè troppo
Nojava delle foche in mar nutrite
L’orrendo puzzo. E chi a marina belva 555
Può giacersi vicin? Se non che al nostro
Stato provvide la cortese Diva,
Che ambrosia, onde spirava alma fragranza,
Venneci a por sotto le afflitte nari,
Cui del mar più non giunse il grave odore. 560
     Tutto il mattino aspettavam con alma
Forte, e costante. Le deformi foche
Dell’onde usciro in frotta, e a mano a mano
Tutte si distendevano sul lido.
Uscío sul mezzogiorno il gran vegliardo 565
E trovò foche corpulente e grasse,
Che attento annoverò. Contò noi prima,
Nè di frode parea nutrir sospetto.
Ciò fatto, ei pur nella sua grotta giacque.
Ci avventammo con grida, e le robuste 570
Braccia al vecchio divin gittammo intorno,
Che l’arti sue non obbliò in quel punto.
Leone apparve di gran giubba, e in drago
Voltossi, ed in pantera, e in verro enorme,
E corse in onda liquida, e in sublime 575
Pianta chiomata verdeggiò. Ma noi
Il tenevam fermo più sempre. Allora
L’astuto veglio, che nel petto stanco
Troppo sentiasi omai stringer lo spirto,
Con queste voci interrogommi: Atride, 580
Qual fu de’ Numi, che d’insidïarmi
Ti diè il consiglio, e di pigliarmi a forza?
Di che mestieri hai tu? Proteo, io risposi,
Tu il sai. Perchè il dimandi, e ancor t’infingi?
Sai, che gran tempo l’isoletta tiemmi, 585
Che scampo quinci io non ritrovo, e sento
Distruggermisi il core. Ah dimmi, quando
Nulla celasi ai Dei, chi degli Eterni
M’inceppa, e mi rinchiude il mare intorno.
     Non dovevi salpar, riprese il Dio, 590
Che onorato pria Giove, e gli altri Numi
Di sagrifici non avessi opimi,
Se in breve al natio suol giungere ardevi.
Or la tua patria, degli amici il volto,
E la magion ben fabbricata il fato 595
Riveder non ti dà, dove tu prima
Del fiume Egitto, che da Giove scende,
Non risaluti la corrente, e porgi
Ecatombe perfette ai Dii beati,
Che il bramato da te mar t’apriranno. 600
     A tai parole mi s’infranse il core,
Udendo, che d’Egitto in su le rive
Ricondurmi io dovea per gli atri flutti,
Lunga, e difficil via. Pur dissi: Vecchio,
Ciò tutto io compierò. Ma or rispondi, 605
Ti priego, a questo, e schiettamente parla:
Salvi tornaro co’ veloci legni
Tutti gli Achivi, che lasciammo addietro,
Partendo d’Iliòn, Nestore, ed io?
O perì alcun d’inopinata morte 610
Nella sua nave, o ai cari amici in grembo,
Posate l’armi, per cui Troja cadde?
     Atride, ei replicò, perchè tal cosa
Mi cerchi tu? Quel, ch’io nell’alma chiudo,
Saper non fa per te, cui senza pianto, 615
Tosto che a te palese il tutto fia,
Non rimarrà lunga stagione il ciglio.
Molti colpì l’inesorabil Parca,
E molti non toccò. Due soli Duci
De’ vestiti di rame Achei guerrieri 620
Moriro nel ritorno; e ritenuto
Del vasto mar nel seno un terzo vive.
Ajace ai legni suoi dai lunghi remi
Perì vicino. Dilivrato in prima
Dall’onde grosse, e su gli enormi assiso 625
Giréi macigni, a cui Nettun lo spinse,
Potea scampar, benchè a Minerva in ira,
Se non gli uscia di bocca un orgoglioso
Motto, che assai gli nocque. Osò vantarsi,
Che in dispetto agli Dei vincer del mare 630
Le tempeste varria. Nettuno udillo
Borïante in tal guisa, e col tridente,
Che in man di botto si piantò, percosse
La Giréa pietra, e in due spezzolla: l’una
Colà restava, e l’altra, ove sedea 635
Della percossa travagliato il Duce,
Si rovesciò nel pelago, e il portava
Pel burrascoso mare, in cui, bevuta
Molta salsa onda, egli perdeo la vita.
Il tuo fratello col favor di Giuno 640
Morte sfuggì nella cavata nave.
Ma come avvicinossi all’arduo capo
Della Maléa, fiera tempesta il colse,
E tra profondi gemiti portollo
Sino al confin della campagna, dove 645
Tieste un giorno, e allora Egisto, il figlio
Di Tieste, abitava. E quinci ancora
Parea sicuro il ritornar: chè i Numi
Voltâr subito il vento, e in porto entraro
Gli stanchi legni. Agamennón di gioja 650
Colmo gittossi nella patria terra,
E toccò appena la sua dolce terra,
Che a baciarla chinossi, e per la guancia
Molte gli discorrean lagrime calde,
Perchè la terra sua con gioja vide. 655
Ma il discoprì da una scoscesa cima
L’esplorator, che il fraudolento Egisto
Con promessa di due talenti d’oro
Piantato aveavi. Ei, che spiando stava
Dall’eccelsa veletta un anno intero, 660
Non trapassasse ignoto, e forse a guerra
Intalentato il tuo fratello, corse
Con l’annunzio al Signor, che un’empia frode
Repente ordì. Venti, e i più forti, elesse,
E in agguato li mise, e imbandir feo 665
Mensa festiva: indi a invitar con pompa
Di cavalli e di cocchi andò l’Atride,
Cose orrende pensando, e il ricondusse;
E accolto a mensa lo scannò, qual toro,
Cui scende su la testa innanzi al pieno 670
Presepe suo l’inaspettata scure.
Non visse d’Agamennone, o d’Egisto
Solo un compagno: ma di tutti corse
Confuso, e misto nel palagio il sangue.
     E a me schiantossi il core a queste voci. 675
Pianto io versava su l’arena steso,
Nè più mirar del Sol volea la luce.
Ma come di plorar, di voltolarmi
Sovra il nudo terren sazio gli parvi,
Tal seguitava il non mendace vecchio: 680
Resta, o figlio d’Atréo, dall’infinite
Lagrime per un mal, che omai compenso
Non pate alcuno, e t’argomenta in vece
Più veloce, che puoi, riedere in Argo.
Troverai vivo ne’ suoi tetti Egisto, 685
O l’avrà poco dianzi Oreste ucciso,
E tu al funébre assisterai banchetto.
     Disse; e di gioja un improvviso raggio
Nel mio cor balenava. Io già d’Ajace,
Risposi, e del fratello, assai compresi. 690
Chi è quel terzo, che il suo reo destino
Vivo nel sen del mare, o estinto forse,
Ritiene? Io d’udir temo, e bramo a un tempo.
     E nuovamente il non bugiardo veglio:
D’Itaca il Re, che di Laerte nacque. 695
Costui dirotto dalle ciglia il pianto
Spargere io vidi in solitario scoglio,
Soggiorno di Calipso, inclita Ninfa,
Che rimandarlo niega; ond’ei, cui solo
Non avanza un naviglio, e non compagni, 700
Che il trasportin del mar su l’ampio dorso,
Star gli convien dalla sua patria in bando.
Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno,
Chiuder gli occhi non dei nella nutrice
Di cavalli Argo: chè non vuole il fato. 705
Te nell’Elisio campo, ed ai confini
Manderan della terra i Numi eterni,
Là ’ve risiede Radamanto, e scorre
Senza cura, o pensiero, all’uom la vita.
Neve non mai, non lungo verno, o pioggia 710
Regna colà; ma di Favonio il dolce
Fiato, che sempre l’Oceáno invia,
Que’ fortunati abitator rinfresca.

elena 4

Elena e Paride di Jacques-Louis David (olio su tela, 1788, Louvre, Parigi)


Perchè ad Elena sposo, e a Giove stesso
Genero sei, tal sortirai ventura. 715
Tacque, e saltò nel mare, e il mar l’ascose.
     Io, da varj pensier l’alma turbato
Movea co’ prodi amici in ver le navi.
La cena s’apprestò. Cadde la notte
Dell’uom ristoratrice, e noi del mare 720
Ci addormentammo sul tranquillo lido.
Ma del mattin la figlia ebbe consperso
Di rose Orïentali appena il cielo,
Che nel divino mar varammo i legni
D’uguali sponde armati, e con le vele 725
Gli alberi alzammo: entraro, e sovra i banchi
I compagni sedettero, ed assisi
Co’ remi percotean l’onde spumose.
Del fiume Egitto, che da Giove scende,
Un’altra volta all’abborrita foce 730
Io fermai le mie navi, e giuste ai Numi
Vittime offersi, e ne placai lo sdegno.
Eressi anco al german tomba, che vivo
In quelle parti ne serbasse il nome.
Dopo ciò, rimbarcaimi, e con un vento, 735
Che mi feria dirittamente in poppa,
Pervenni folgorando ai porti miei.
Or, Telemaco, via, tanto ti piaccia
Rimaner, che l’undecima riluca
Nell’Orïente, o la duodecim’Alba. 740
Io ti prometto congedarti allora
Con doni eletti: tre destrieri, e un vago
Cocchio, ed in oltre una leggiadra tazza
Da libare ai Celesti, acciò non sorga
Giorno, che il tuo pensiero a me non torni. 745
     Il prudente Telemaco rispose:
Gran tempo qui non ritenermi, Atride.
Non che a me non giovasse un anno intero,
La patria, e i miei quasi obbliando, teco
Queste case abitar: chè alla tua voce 750
L’alma di gioja ricercarmi io sento.
Ma già muojon di tedio i miei compagni
Nell’alta Pilo; e tu m’arresti troppo.
Qual siasi il don, di che mi vuoi far lieto,
Un picciol sia tuo prezïoso arnese. 755
Ad Itaca i destrieri addur non penso,
Penso lasciarli a te, bello de’ tuoi
Regni ornamento: perocchè signore
Tu sei d’ampie campagne, ove fiorisce
Loto, e cipéro, ove frumenti, e spelde, 760
Ove il bianc’orzo d’ogni parte alligna.
Ma non larghe carriere, e non aperti
Prati in Itaca vedi: è di caprette
Buona nutrice, e a me di ver più grata,
Che se cavalli nobili allevasse. 765
Nulla del nostro mare isola in verdi
Piani si stende, onde allevar destrieri,
E men dell’altre ancora Itaca mia.
     Sorrise il forte ne’ conflitti Atride,
E, la mano a Telemaco stringendo, 770
Sei, disse, o figlio, di buon sangue, e a questa
Tua favella il dimostri. E bene, i doni
Ti cambierò: farlo poss’io. Di quanto
La mia reggia contien, ciò darti io voglio,
Che più mi sembra prezïoso e raro: 775
Grande urna effigïata, argento tutta,
Dai labbri in fuor, sovra cui l’oro splende,
Di Vulcano fattura. Io dall’egregio
Fedimo, Re di Sidone, un dì l’ebbi,
Quando il palagio suo me, che di Troja 780
Venía, raccolse; e tu n’andrai con questa.
     Così tra lor si ragionava. Intanto
Dell’Atride i ministri al suo palagio
Conducean pingui pecorelle, e vino
Di coraggio dator: mentre le loro7 85
Consorti il capo di bei veli adorne
Candido pan recavano. In tal guisa
Si mettea qui l’alto convivio in punto.
     Ma in altra parte, e alla magion davante
Del magnanimo Ulisse, i Proci alteri 790
Dischi lanciavan per diletto, e dardi
Sul pavimento lavorato e terso,
Della baldanza lor solito campo.
Solo i due Capi, che di forza, e ardire
Tutti vinceano, il pari in volto ai Numi 795
Eurimaco, ed Antinoo, erano assisi.
S’accostò loro, ed al secondo volse
Di Fronio il figlio, Noemòn, tai detti:
Antinoo, il dì lice saper, che rieda
Telemaco da Pilo? Ei dipartissi 800
Con la mia nave, che or verriami ad uopo,
Per tragittar nell’Elide, ove sei
Pasconmi, e sei cavalle, ed altrettanti
Muli non domi, che lor dietro vanno,
E di cui, razza faticante, alcuno 805
Rimenar bramo, e accostumarlo al giogo.
     Stupiano i Prenci, che ne’ suoi poderi
De’ montoni al custode, o a quel de’ verri
Trapassato il credeano, e non al saggio
Figliuol di Neleo nell’eccelsa Pilo. 810
     Quando si dipartì? rispose il figlio
D’Eupite, Antinoo. E chi seguillo? Scelti
Giovani forse d’Itaca, o gli stessi
Suoi mercenarj, e schiavi? E osava tanto?
Schietto favella. Saper voglio ancora, 815
Se a mal cuor ti lasciasti il legno torre,
O a lui, che tel chiedea, di grado il desti.
     Il diedi a lui, che mel chiedea, di grado,
Noemòn ripigliò. Chi potea mai
Con sì nobil garzone, e sì infelice 820
Stare in sul niego? Gioventù seguillo
Della miglior tra il popolo Itacese,
E condottier salia la negra nave
Mentore, o un Dio, che ne vestia l’aspetto.
E maraviglio io ben, ch’ieri su l’Alba 825
Mentore io scorsi. Or come allor la negra
Nave salì, che veleggiava a Pilo?
Disse, e del padre alla magion si rese.
     Atterriti rimasero. Cessaro
Gli altri da’ giochi, e s’adagiaro anch’essi, 830
E a tutti favellò d’Eupite il figlio:
Se gli gonfiava della furia il core
Di caligine cinto, e le pupille
Nella fronte gli ardean, come duo fiamme.
Grande per fermo, e audace impresa è questo, 835
Cui già nessun di noi fede prestava,
Viaggio di Telemaco! Un garzone,
Un fanciullo gittar nave nel mare,
Di tanti uomini ad onta, e aprire al vento
Con la più scelta gioventù le vele? 840
Nè il male qui s’arresterà: ma Giove
A Telemaco pria franga ogni possa,
Che una tal piaga dilatarsi io veggia.
Su via, rapida nave, e venti remi
A me, sì ch’io lo apposti, e al suo ritorno 845
Nel golfo, che divide Itaca, e Same,
Colgalo; e il folle con suo danno impari
L’onde a stancar del genitore in traccia.
Così Antinoo parlò. Lodi, e conforti
Gli davan tutti: indi sorgeano, e il piede 850
Nell’alte stanze riponean d’Ulisse.
     Ma de’ consigli, che nutriano in mente,
Penelope non fu gran tempo ignara.
Ne la feo dotta il banditor Medonte,
Che udia di fuori la consulta iniqua, 855
E agli orecchi di lei pronto recolla.
Ella nol vide oltrepassar la soglia,
Che sì gli disse: Araldo, onde tal fretta?
Ed a che i Proci ti mandaro? Forse
Perchè d’Ulisse le solerti ancelle 860
Dai lavori si levino, e l’usato
Convito apprestin loro? Oh fosse questo
De’ conviti l’estremo, e a me travaglio
Più non desser, nè altrui! Tristi! che, tutto
Del prudente Telemaco il retaggio 865
Per disertar, vi radunate in folla.
E non udiste voi da’ vostri padri,
Mentr’eravate piccioletti e imberbi,
I modi, che tenea con loro Ulisse,
Nessuno in opre molestando, o in detti, 870
Costume pur degli uomini scettrati,
Che odio portano agli uni, e agli altri amore?
Non offese alcun mai: quindi l’indegno
Vostro adoprar meglio si pare, e il merto,
Che di tanti favor voi gli rendete. 875
     Ed il saggio Medonte: Ai Dei piacesse,
Che questo il peggior mal, Reina, fosse!
Altro dai Proci se ne cova in petto
Più grave assai, che Giove sperda: il caro
Figlio, che a Pilo sacra, e alla divina 880
Sparta si volse, per ritrar del padre,
Ucciderti di spada al suo ritorno.
     Penelope infelice a tali accenti
Scioglier sentissi le ginocchia, e il core.
Per lungo spazio la voce mancolle, 885
Gli occhi di pianto le s’empièr, distinta
Non poteale dai labbri uscir parola.
Rispose al fine: Araldo, e perchè il figlio
Da me staccossi? Qual cagion, qual forza
Sospingealo a salir le ratte navi, 890
Che destrieri del mar sono, e l’immensa
Varcano umidità? Brama egli dunque,
Che nè resti di sè nel Mondo il nome?
     Qual de’ due spinto, il banditor riprese,
L’abbia sul mare, a domandar del padre, 895
Se la propria sua voglia, o un qualche Nume,
Reina, ignoro. E sovra l’orme sue
Ritornò, così detto, il fido araldo.
     Fiera del petto roditrice doglia
Penelope ingombrò; nè, perchè molti 900
Fossero i seggi, le bastava il core
Di posare in alcun: sedea sul nudo
Limitar della stanza, acuti lai
Mettendo; e quante la serviano ancelle,
Sì da canuta età, come di bionda, 905
Ululavano a lei d’intorno tutte.
Ed ella, forte lagrimando, Amiche,
Uditemi, dicea. Tra quante donne
Nacquero, e crebber meco, ambasce tali
Chi giammai tollerò? Prima un egregio 910
Sposo io perdei, d’invitto cor, fregiato
D’ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome
Per l’Ellada risuona, e tutta l’ Argo.
Poi le tempeste m’involaro il dolce
Mio parto in fama non ancor salito, 915
E del viaggio suo nulla io conobbi.
Sciaurate! eravi pur l’istante noto,
Ch’ei nella cava entrò rapida nave:
Nè di voi fu, cui suggerisse il core
Di scuotermi dal sonno? Ov’io la fuga 920
Potuto avessi presentirne, certo
Da me, benchè a fatica, ei non partia,
O me lasciava nel palagio estinta.
Ma de’ serventi alcun tosto mi chiami
L’antico Dolio, schiavo mio, che dato 925
Fummi dal genitor, quand’io qua venni,
Ed or le piante del giardin m’ha in cura.
Vo’, che a Laerte corra, e il tutto narri,
Sedendosi appo lui, se mai Laerte
Di pianto aspersa la senil sua guancia 930
Mostrar credesse al popolo, e lagnarsi
Di color, che schiantar l’unico ramo
Di lui vorriano, e del divino Ulisse.
     E la diletta qui balia Euricléa,
Sposa cara, rispose, o tu m’uccida, 935
O nelle stanze tue viva mi serbi,
Parlerò aperto. Il tutto io seppi, e al figlio
Le candide farine, e il rosso vino
Consegnai: ma giurar col giuramento
Più sacro io gli dovei, che ove agli orecchi 940
Non ti giugnesse della sua partenza
Aura d’altronde, e tu men richiedessi,
Io tacerei, finchè spuntasse in cielo
La dodicesm’Aurora, onde col pianto
Da te non s’oltraggiasse il tuo bel corpo. 945
Su via, ti bagna, e bianca veste prendi,
E, con le ancelle tue nell’alto ascesa,
Priega Minerva, che il figliuol ti guardi:
Nè affligger più con imbasciate il veglio
Già per sè afflitto assai. No, tanto ai Numi 950
Non è d’Arcesio la progenie in ira,
Che un germe viver non ne debba, a cui
Queste muraglie sorgano, e i remoti
Si ricuopran di messe allegri campi.
     Con queste voci le sopì nel petto 955
La doglia, e il pianto le arrestò sul ciglio.
Ella bagnossi, bianca veste prese,
E, con le ancelle sue nell’alto ascesa,
Pose il sacr’orzo nel canestro, e il sale,
E a Palla supplicò. M’ascolta, disse, 960
O dell’Egïoco Giove inclita figlia.
Se il mio consorte ne’ paterni tetti
Pingui d’agna, o di bue cosce mai t’arse,
Oggi per me ten risovvenga: il figlio
Guardami, e sgombra dal palagio i Proci, 965
Di cui più ciascun dì monta l’orgoglio.
Scoppiò in un grido dopo tai parole,
E l’Atenéa Minerva il priego accolse.
     Tumulto fean sotto le oscure volte
Coloro intanto, e alcun dicea: La molto 970
Vagheggiata Reina omai le nozze
Ci appresta, e ignora, che al suo figlio morte
S’apparecchia da noi. Tanto dal vero
Quelle superbe menti ivan lontane.
     Ed Antinoo: Sciaurati, il dire incauto, 9 75
Che potria dentro penetrar, frenate.
Ma che più badiam noi? Tacitamente
Quel, che tutti approvâr, mettiamo in opra.
     Ciò detto, venti scelse uomini egregi,
Ed al mare avviossi. Il negro legno 980
Vararo, alzaro l’albero, assettaro
Gli abili remi in volgitoi di cuojo,
E le candide vele ai venti apriro.
Poi, recate arme dagli arditi servi,
Nell’alta onda fermâr la negra nave. 985
Quivi cenaro; e stavansi aspettando,
Che più crescesse della notte il bujo.
     Ma la grama Penelope nell’alto
Giacea digiuna, non gustando cibo,
Bevanda non gustando; e a lei nel petto 990
Sul destin dubbio di sì cara prole
Fra la speme, e il timor l’alma ondeggiava.
Qual de’ lattanti leoncin la madre,
Cui fan corona insidïosa intorno
I cacciatori, che a temere impara, 995
E in diversi pensier l’alma divide:
Tal fra sè rivolvea cose diverse,
Finchè la invase un dolce sonno. Stesa
Sul letto, e tutte le giunture sciolta,
La donna inconsolabile dormia. 1000
     Allor la Dea dall’azzurrino sguardo
Nuova cosa pensò. Compose un lieve
Fantasma, che sembrava in tutto Iftíma,
D’Icario un’altra figlia, a cui legato
S’era con nodi maritali Eumélo, 1005
Che in Fere di Tessaglia avea soggiorno.
Questa Iftíma inviò d’Ulisse al tetto,
Che alla Reina tranquillasse il core,
E i sospiri da lei sbandisse, e il pianto.
Pel varco angusto del fedel serrame 1010
Entrò il fantasma, e, standole sul capo,
Riposi tu, Penelope, dicea,
Nel tuo cordoglio? Gl’immortali Dei
Lagrimosa non voglionti, nè trista.
Riederà il figliuol tuo, perchè de’ Numi 1015
L’ira col suo fallir mai non incorse.
     E la Reina, che dormia de’ sogni
Soavissimamente in su le porte:
Sorella, a che venistu? Io mai da prima
Non ti vedea, così da lunge alberghi; 1020
E or vuoi, ch’io vinca quel martir, che in cento
Guise mi stringe l’alma, io, che un consorte
Perdei sì buon, di sì gran core, ornato
D’ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome
Per l’Ellada risuona, e l’Argo tutta. 1025
S’arroge a questo, che il diletto figlio
Partì su ratta nave, un giovinetto
Delle fatiche, e dell’usanze ignaro.
Più ancor per lui, che per Ulisse, io piango,
E temo, nol sorprenda o tra le genti 1030
Straniere, o in mare, alcun sinistro: tanti
Nemici ha, che l’insidiano, e di vita
Prima il desian levar, ch’egli a me torni.
     Ratto riprese il simulacro oscuro:
Scaccia da te questi ribrezzi, e spera. 1035
Compagna il siegue di cotanta possa,
Che ognun per sè la brameria: Minerva,
Cui pietà di te punse, e di cui fida
Per tuo conforto ambasciatrice io venni.
     E la saggia Penelope a rincontro: 1040
Poichè una Dea sei dunque, o almeno udisti
La voce d’una Dea, parlarmi ancora
Di quell’altro infelice or non potrai?
Vive? rimira in qualche parte il Sole?
O ne’ bassi calò regni di Pluto? 1045
     Ratto riprese il simulacro oscuro:
S’ei viva, o no, non t’aspettar, ch’io narri.
Spender non piace a me gli accenti indarno.
Disse; e pel varco, ond’era entrata, uscendo,
Si mescolò co’ venti, e dileguossi. 1050
Ma la Reina si destò in quel punto,
Ed il cor si sentì d’un’improvvisa
Brillar letizia, che lasciolle il sogno,
Che sì chiaro le apparve innanzi l’Alba.
     I Proci l’onde già fendeano, estrema 1055
Macchinando a Telemaco ruina.
Siede tra la pietrosa Itaca, e Same
Un’isola in quel mar, che Asteri è detta,
Pur dirupata, nè già troppo grande,
Ma con sicuri porti, in cui le navi 1060
D’ambo i lati entrar ponno. Ivi in agguato
Telemaco attendean gl’iniqui Achei.

ELENA

elena 6

Elena di Troia, opera di Evelyn De Morgan, 1898

Elena di Troia (conosciuta anche come Elena di Sparta) è una figura della mitologia greca assurta, nell'immaginario europeo, a icona dell'eterno femminino. Proprio questa sua caratteristica fa sì che, nell'immensa letteratura nata attorno alla sua figura, Elena venga raramente considerata responsabile dei danni e lutti provocati dalle contese nate per appropriarsi della sua bellezza. Secondo alcune versioni del mito, la madre di Elena, Leda, era moglie di Tindaro, re di Sparta. Leda partorì quattro bambini, di cui due, Polluce ed Elena, sarebbero stati figli di Zeus, che si era congiunto a Leda sotto forma di cigno mentre gli altri due nati Castore e Clitennestra, erano invece stati concepiti da Tindaro. La versione più suggestiva della sua nascita racconta invece che essa fosse venuta al mondo uscendo da un uovo, frutto dell'unione tra la dea Nemesi e Zeus, il quale la inseguì per quasi tutto il globo per ottenerla, sotto forma di diversi animali.
Elena fu allevata in casa di Tindaro e ancora giovinetta fu al centro di numerosi miti di seduzione: Teseo la rapì che era ancora fanciulla. Elena infatti era ritenuta la donna più bella del mondo, e poiché i pretendenti erano numerosi, Tindaro, sotto consiglio di Ulisse, lasciò che ogni decisione fosse della ragazza, onde evitare che una sua interferenza potesse causare una guerra. La scelta cadde su Menelao, principe di Micene, che sposandola divenne re di Sparta. Dalla loro unione nacque Ermione. La sorella Clitennestra sposò invece Agamennone, fratello di Menelao.

I pretendenti e il «giuramento di Tindaro»
«E molte vite sono morte per me sullo Scamandro,
e io, che pure tanto ho sofferto, sono maledetta,
ritenuta da tutti traditrice di mio marito
e rea d'aver acceso una guerra tremenda per la Grecia.»
(Commento di Elena. Euripide, Elena, versi 502-505.)

Quando fu in età da marito, tutti i capi e i re Greci pretesero la sua mano. Siccome la loro rivalità rischiava di generare un conflitto, su suggerimento di Ulisse, Tindaro sacrificò un cavallo sulla cui pelle fece salire i pretendenti per farli giurare che chiunque fosse stato il fortunato sposo, tutti avrebbero dovuto accorrere in suo aiuto nel caso qualcuno avesse tentato di rapirgli la sposa. Quando era ormai moglie di Menelao, Elena venne rapita dal principe troiano Paride e il patto di solidarietà stipulato tra i pretendenti alla sua mano spinse gli stessi, con a capo Agamennone, a dichiarare guerra a Troia.

Lista comparata dei pretendenti di Elena negli scritti antichi
Apollodoro
(Bib., III, 10, 8)
Esiodo
(Cat., frg. 68)
Gaio Giulio Igino
(Fab., LXXXI, XCVII)
Agapenore Agapenore
Aiace Oileo Aiace Oileo
Aiace Telamonio Aiace Telamonio Aiace Telamonio
Alcmeone
Anfiloco Anfiloco
Anfimaco Anfimaco
Anceo
Antiloco Antiloco
Ascalafo Ascalafo
Blaniro
Clizio figlio di Eurito
Diomede Diomede
Elefenore Elefenore Elefenore
Epistrofo figlio di Ifito
Eumelo di Fere Eumelo di Fere
Euripilo Euripilo
Femio
Fidippo
Filottete Filottete Filottete
Ialmeno
Idomeneo Idomeneo
Leito
Leonteo Leonteo
Licomede
Macaone Macaone
Megete Megete
Menelao Menelao Menelao
Menesteo Menesteo Menesteo
Merione
Nireo
Patroclo Patroclo
Peneleo Peneleo
Podalirio Podalirio
Polipete Polipete
Polisseno Polisseno
Protesilao Protesilao Protesilao
Schedio
Stenelo Stenelo
Talfio Talfio
Teucro
Tlepolemo
Toante
Ulisse Ulisse Ulisse



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per vendicare il rapimento di Elena da parte del principe troiano Paride (al quale Afrodite aveva promesso la più bella delle donne), Menelao e suo fratello Agamennone organizzarono una spedizione contro Troia chiedendo aiuto a tutti i partecipanti al patto di Tindaro. Nell'Iliade, Elena è un personaggio tragico, obbligata ad essere la moglie di Paride dalla dea Afrodite. Nessuna colpa le può essere rinfacciata, data la sua incolpevole bellezza, anche se le si dà la colpa della guerra che insanguina Troia e se lei stessa si rimprovera continuamente di essere la causa di tanti mali, sebbene sia consapevole che, in definitiva, quanto accaduto è dovuto al Fato. Non è una donna felice, disprezza Paride ed è invisa a molti troiani: solo Priamo ed Ettore si mostrano gentili con lei, e in occasione della morte di quest'ultimo, Elena proverà un sincero dolore. Alla morte di Paride, Elena è costretta a sposare il fratello Deifobo. I greci fanno irruzione nella camera da letto trovando Deifobo addormentato e ubriaco. Le versioni a questo punto divergono: sia per quanto riguarda l'identità dell'uccisore di Deifobo (Menelao, Ulisse o entrambi) sia sul fatto se il troiano si fosse risvegliato o no.
Nel secondo libro dell'Eneide, durante l'incendio di Troia, Enea vede da lontano Elena ed è preso dall'impulso di ucciderla, ma ne viene dissuaso dalla madre Venere, che lo esorta a fuggire dalla città coi familiari. Controversa fu la sua fine. Nell'Odissea Elena appare riconciliata col marito e tornata a Sparta per regnarvi al suo fianco, anche se malvista dai sudditi. Si narra anche che Oreste avesse cercato di ucciderla. Secondo altre versioni ebbe una fine misera. Altre ancora la divinizzano insieme ai fratelli Castore e Polluce. Un'altra versione vuole che, dopo la morte di Menelao, due figli naturali di costui cacciassero Elena e la costringessero a rifugiarsi presso Rodi, dove Polisso la fece impiccare per aver causato la morte di tanti eroi sotto le mura di Troia, fra cui suo marito Tlepolemo.
Il mito di Elena è descritto nell'Iliade e nell'Odissea, ma molti poeti successivi ad Omero modificarono il personaggio e la sua mitologia. Alcune leggende la indicano figlia di Nemesi, la dea della vendetta e della giustizia. Euripide, nella tragicommedia Elena, segue quel filone mitico secondo cui Elena non fu mai rapita da Paride né visse a Troia né fu ripresa da Menelao, ma sempre visse nascosta in Egitto, costretta da Era che mise al posto suo, a Sparta, un'immagine d'aria, un simulacro vivente, per ingannare Paride e vendicarsi di non essere stata scelta al posto di Afrodite. Così sono esistite due Elena, una in Egitto e una a Troia. Inoltre, secondo altri miti, le anime di Elena e Achille, dopo la morte e la discesa nel Tartaro, furono assunte nell'Isola dei Beati (o Campi Elisi) per i loro meriti, e lì ebbero un figlio, Euforione. Secondo una variante del mito, fu Elena, divenuta dea dopo la morte, a discendere negli Inferi attratta dall'ombra di Achille per giacere con lui generando il semi-dio Euforione. I personaggi di Elena ed Euforione, seppure con molte varianti, sono ripresi da Goethe nel suo Faust.

Eugenio Caruso - 28 - 01 - 2022

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www.impresaoggi.com