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Omero, Odissea, Libro IX. Ulisse si palesa e inizia il racconto del suo viaggio.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

INTRODUZIONE

""Egli è usanza di molti, che pubblicano le lor fatiche, il dar conto della strada, che credettero dover tenere; e massimamente, ove trattisi di traduzioni, rispetto alle quali son varie non poco le strade, che tenere si possono. Avendo io parlato di quella, ch’io prender credetti, nella Prefazione ai due primi libri dell’Odissea di Omero da me già pubblicati, parmi superfluo il ripetere ora le stesse cose, ponendo in luce tradotto l’intero Poema. Sarebbe più presto da considerarsi, se con fiducia d’esser letto con piacere da molti presentar si possa oggidì un Poema antichissimo, le cui bellezze son diverse oltremodo da quelle, che oggidì piacciono comunemente; in cui frequenti son que’ racconti, che or sembrano inutili, frequenti quelle ripetizioni, che or pajono soprabbondanti; ed ove si discende spesso alle particolarità più [p. iv]minute della domestica vita, nelle quali è assai difficile non riuscir triviale ai nostri dì, e in lingua nostra: lingua certo bellissima tra le moderne, ma che non toglie, che di lei eziandio si dica, avere i Greci innalzate le lor fabbriche in marmo, e i traduttori copiarle in mattoni; comechè usciti fossero questi dalla migliore, per dir così, delle fornaci d’Europa. È vero, che, oltre la maestà, e l’armonia della Greca favella, l’antichità sua medesima conferisce non poco alla elevatezza, e nobiltà della narrazione, atteso che ogni cosa, quanto è più fuori dell’uso, tanto più dalla volgarità s’allontana; e però, supponendo ancora, che le parole del nostro idioma fossero egualmente rotonde, e sonore in sè, apparirebbero meno illustri, e poetiche per questa ragione soltanto, che si trovano continuamente sopra ogni bocca. Comunque sia, la difficoltà, sotto cui affaticasi un moderno volgarizzatore, rimane la stessa; e ch’io non l’esagero ad arte, ne chiamo in testimonio tutti coloro, che leggono il Greco, e quelli tra loro principalmente, che, facendo Italiano l’un passo, o l’altro dell’Odissea, assaggiato avessero le lor forze in sì fatto arringo, e tentato anch’essi di tendere quest’arco d’Ulisse. Ma perchè dunque tradur l’Odissea, domanderanno alcuni, e perchè, soggiungeranno, stamparla? Quanto al tradurla, traslatati da me, come per una certa prova, i due primi libri, piacquemi far lo stesso di alcuni altri, traducendo a salti or questo, ed or quello, e non sapendo bene, se volgarizzati tutti gli avrei, finchè mi trovai averli quasi tutti a poco a poco volgarizzati. Non era egli cosa naturale, ch’io compiessi l’opera totalmente? Si levò intanto, ed or vengo alla ragione dello stamparla, una espettazion favorevolissima, per cui non mi fu più lecito di lasciar nelle tenebre il mio lavoro; espettazione nel resto, di cui altri forse compiacerebbesi, e che in me produce una confusione grandissima, veggendo io chiaro, non potersi da me corrispondere a quella, e non bastandomi l’indulgenza, con cui furono ricevuti i due [p. vi]primi libri, perchè io debba sperare, che tutti i ventiquattro con pari indulgenza sien ricevuti. Potrei anche aggiungere, essermi andato per la mente questo pensiero, che opportuno fosse il richiamare in qualche maniera l’attenzione sovra un Poema, nel qual s’imita sì scrupolosamente, e con tanto di maestria la natura, in un tempo, che alcuni dipingono, e con grande applauso, ne’ versi, non già l’uomo di lei, ma quello bensì, che lor piace più, della fantasia loro: sì che par quasi, che dove i poeti si contentavano di rappresentar la più nobile delle creature, come la natura sin qui formolla, questi volessero, che la natura formassela da ora innanzi, com’ eglino la rappresentano. È probabile, che la prima non cangerà stile; e che non anderà dietro ai secondi chiunque brama ottenere un seggio stabile sul Parnaso. "".
Ippolito Pindemonte

ulisse 5

Testa di Ulisse rinvenuta nella Villa di Tiberio


RIASSUNTO LIBRO IX
Sollecitato dalle domande di Alcinoo, Odisseo alla fine rivela il suo nome, la sua patria e inizia a narrare le vicende del suo lunghissimo e tormentato ritorno.
Partito da Ilio con i suoi compagni, assale la città di Ismaro in Tracia e la conquista; ma i compagni, nonostante le sue esortazioni, non vogliono ripartire e danno tempo ai Ciconi di riorganizzarsi e di reagire; gli Achei, sconfitti, ripartono precipitosamente e poi incappano in una tempesta presso Capo Malea (a sud-est del Peloponneso) che dura ben nove giorni e che fa perdere ai naviganti l’orientamento.
Alla fine approdano nella terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto, una pianta il cui fiore dà l’oblio, fa dimenticare il passato. Alcuni compagni di Odisseo, inviati a esplorare il luogo, mangiano il loto e scordano il ritorno; perciò Odisseo è costretto a farli reimbarcare con la forza.

lotofagi

Odisseo fra i Lotofagi in un disegno del XVIII secolo


Ripartiti di lì, Odisseo e i suoi compagni approdano a un’isola davanti alla terra dei Ciclopi. Odisseo, lasciato il grosso degli Achei sulle navi, decide di recarsi, con alcuni compagni, a vedere la terra dei Ciclopi, i giganti con un occhio solo, pastori di pecore e barbari antropofagi. È però intrappolato nella grotta del mostruoso Polifemo; qui il gigante afferra i compagni di Odisseo, a due a due, e se ne ciba. Quando il Ciclope lascia la grotta per pascolare le sue greggi, Odisseo escogita uno stratagemma per salvare sé e i compagni; ritornato Polifemo, che sbrana altri due uomini, lo ubriaca con un vino fortissimo, puro, e quando il Ciclope gli chiede il suo nome, dice di chiamarsi Nessuno. Allorché il gigante, rimpinzato di carne ed ebbro di vino, cade in un sonno profondo, Odisseo e i sopravvissuti acciecano il Ciclope con un palo reso incandescente. Polifemo, che urla disperatamente tutto il suo dolore e la sua rabbia, non può contare sull’aiuto dei Ciclopi accorsi: alla loro domanda su chi gli faccia del male, risponde: Nessuno.
Odisseo riesce ad architettare un modo molto astuto per evadere dalla grotta, all’apertura della quale, all’alba, Polifemo cerca di bloccare chiunque tenti di uscire mescolandosi alle pecore: ogni uomo è nascosto sotto il ventre dei montoni, lo stesso Odisseo sceglie per la sua fuga quello più amato dal Ciclope.
Scampati a morte certa, raggiungono gli altri che li hanno aspettati sull’isola. Odisseo, ormai lontano, deride il Ciclope, il quale riconosce nell’accaduto il verificarsi di un antico oracolo. Cerca di vendicarsi scagliando massi sulle navi in fuga e poi implorando il padre Posidone di punire i colpevoli di tale oltraggio. Odisseo e i compagni giungono all’isola di Eolo, re dei venti.

TESTO LIBRO IX

     Alcinoo Rege, che ai mortali tutti
Di grandezza, e di gloria innanzi vai,
Bello è l’udir, gli replicava Ulisse,
Cantor, come Demodoco, di cui
Pari a quella d’un Dio suona la voce: 5
Nè spettacol più grato havvi, che quando
Tutta una gente si dissolve in gioja,
Quando alla mensa, che il cantor rallegra,
Molti siedono in ordine, e le lanci
Colme di cibo son, di vino l’urne,10
Donde coppier nell’auree tazze il versi,
E ai convitati assisi il porga in giro.
Ma tu la storia de’ miei guai domandi,
Perch’io rinnovi, ed inacerbi il duolo.
Qual pria dirò, qual poi, qual nell’estremo15
Racconto serberò delle sventure,
Che gravi, e molte m’inviaro i Numi?
Prima il mio nome; acciò, se vita un giorno
Mi si concede riposata e ferma,
Dell’ospitalità ci unisca il nodo,20
Benchè quinci lontan sorga il mio tetto.
Ulisse, il figlio di Laerte, io sono,
Per tutti accorgimenti al Mondo in pregio,
E già noto per fama in sino agli astri.
Abito la serena Itaca, dove25
Lo scuotifronde Nerito si leva
Superbo in vista, ed a cui giaccion molte
Non lontane tra loro isole intorno,
Dulichio, Same, e la di selve bruna
Zacinto. All’orto, e al mezzogiorno queste,30
Itaca al polo si rivolge, e meno
Dal continente fugge: aspra di scogli,
Ma di gagliarda gioventù nutrice.
Deh qual giammai l’uom può della natia
Sua contrada veder cosa più dolce?35
Calipso, inclita Diva, in cave grotte
Mi ritenea, mi ritenea con arte
Nelle sue case la Dedalea Circe,
Desiando d’avermi entrambe a sposo.
Ma nè Calipso a me, nè Circe il core40
Piegava mai: chè di dolcezza tutto
La patria avanza, e nulla giova un ricco
Splendido albergo a chi da’ suoi disgiunto
Vive in estrania terra. Or tu mi chiedi
Quel, che da Troja prescriveami Giove45
Lacrimabil ritorno; ed io tel narro.
     Ad Ismaro, de’ Ciconi alla sede,
Me, che lasciava Troja, il vento spinse.
Saccheggiai la città, strage menai
Degli abitanti; e sì le molte robe50
Dividemmo, e le donne, che alla preda
Ciascuno ebbe ugual parte. Io gli esortava
Partir subito, e in fretta; e i forsennati,
Dispregiando il mio dir, pecore pingui,
Pingui a scannar tortocornuti tori,55
E larghi nappi ad asciugar sul lido.
S’allontanaro in questo mezzo, e voce
Diero i Ciconi ai Ciconi vicini,
Che più addentro abitavano. Costoro,
Che in numero vincean gli altri, ed in forza,60
E battagliare a piè, come dal carro;
Sapean del pari, mattutini, e tanti,
Quante son fronde a primavera e fiori,
Vennero; e allor di cielo a noi meschini
Riversò addosso un gran sinistro Giove.65
Stabile accanto alle veloci navi
Pugna si commettea: d’ambo le parti
Volavan le pungenti aste omicide.
Finchè il mattin durava, e il sacro Sole
Acquistava del ciel, benchè più scarsi,70
Sostenevam della battaglia il nembo.
Ma come il Sol, calandosi all’Occaso,
L’ora menò, che dal pesante giogo
Si disciolgono i buoi, l’Achiva forza
Fu dall’aste de’ Ciconi respinta.75
Sei de’ compagni agli schinieri egregi
Perdè ogni nave: io mi salvai col resto.
     Lieti nel cor della schivata morte,
E de’ compagni nella pugna uccisi
Dolenti in un, ci allargavam dal lido:80
Ma le ondivaghe navi il lor cammino
Non proseguian, che tre fïate in prima
Non si fosse da noi chiamato a nome
Ciascun di quei, che giacean freddi addietro.
L’adunator de’ nembi Olimpio Giove85
Contro ci svegliò intanto una feroce
Tempesta Boreal, che d’atre nubi
La terra a un tempo ricoverse, e il mare,
E la notte di cielo a piombo scese.
Le vele ai legni, che moveansi obbliqui,90
Squarciò in tre, e quattro parti il forte turbo.
Noi del timore ammainammo, e ratto
I navigli affrettammo in ver la spiaggia,
Ove due giorni interi, e tante notti,
Posavam lassi, e addolorati, e muti.95
     Ma come l’Alba dai capelli d’oro
Il dì terzo recò, gli alberi alzati,
E dispiegate le candide vele,
Entro i navigli sedevam, la cura
Al timonier lasciandone, ed al vento.100
Tempo era quello da toccar le amate
Sponde natie: se non che Borea, e un’aspra
Corrente me, che la Maléa girava,
Respinse indietro, ed a Citera svolse.
Per nove infausti dì sul mar pescoso105
I venti rei mi trasportaro. Al fine
Nel decimo sbarcammo in su le rive
De’ Lotofági, un popolo, a cui cibo
È d’una pianta il florido germoglio.
Entrammo nella terra, acqua attignemmo,110
E pasteggiammo appo le navi. Estinti
Della fame i desiri, e della sete,
Io due scelgo de’ nostri, a cui per terzo
Giungo un araldo, e a investigar li mando,
Quai mortali il paese alberghi, e nutra.115
Partiro e s’affrontaro a quella gente,
Che, lunge dal voler la vita loro,
Il dolce loto a savorar lor porse.
Chiunque l’esca dilettosa, e nuova
Gustato avea, con le novelle indietro120
Non bramava tornar: colà bramava
Starsi, e, mangiando del soave loto,
La contrada natia sbandir dal petto.
È ver, ch’io lagrimosi al mar per forza
Li ricondussi, entro i cavati legni125
Li cacciai, gli annodai di sotto ai banchi:
E agli altri risalir con gran prestezza
Le negre navi comandai, non forse
Ponesse alcun nel dolce loto il dente,
E la patria cadessegli dal core.130
Quei le navi saliano, e sovra i banchi
Sedean l’un dopo l’altro, e gïan battendo
Co’ pareggiati remi il mar canuto.
     Ci portammo oltre, e de’ Ciclopi altieri,
Che vivon senza leggi, a vista fummo.135
Questi, lasciando ai Numi ogni pensiero,
Nè ramo, o seme por, nè soglion gleba
Col vomere spezzar: ma il tutto viene
Non seminato, non piantato, o arato,
L’orzo, il frumento, e la gioconda vite,140
Che si carca di grosse uve, e cui Giove
Con pioggia tempestiva educa, e cresce.
Leggi non han, non radunanze, in cui
Si consulti tra lor: de’ monti eccelsi
Dimoran per le cime, o in antri cavi,145
Su la moglie ciascun regna, e su i figli,
Nè l’uno all’altro tanto o quanto guarda.
Ai Ciclopi di contra, e nè vicino
Troppo, nè lunge, un’isoletta siede
Di foreste ombreggiata, ed abitata150
Da un’infinita nazïon di capre
Silvestri, onde la pace alcun non turba:
Chè il cacciator, che per burroni e boschi
Si consuma la vita, ivi non entra,
Non aratore, o mandrïan, v’alberga.155
Manca d’umani totalmente, e solo
Le belanti caprette, inculta, pasce.
Però che navi dalle rosse guance
Tu cerchi indarno tra i Ciclopi, indarno
Cerchi fabbro di nave a saldi banchi,160
Su cui passare i golfi, e le straniere
Città trovar, qual delle genti è usanza,
Che spesso van l’una dall’altra ai lidi,
E all’isola deserta addur coloni.
Malvagia non è certo, e in sua stagione165
Tutto darebbe. Molli, e irrigui prati
Spiegansi in riva del canuto mare.
Si vestirian di grappi ognor le viti,
E così un pingue suolo il vomer curvo
Riceveria, che altissima troncarvi170
Potriasi al tempo la bramata messe.
Che del porto dirò? Non v’ha di fune,
Nè d’àncora mestieri; e chi già entrovvi,
Tanto vi può indugiar, che de’ nocchieri
Le voglie si raccendano, e secondi175
Spirino i venti. Ma del porto in cima
S’apre una grotta, sotto cui zampilla
L’argentina onda d’una fonte, e a cui
Fan verdissimi pioppi ombra e corona.
Là smontavamo, e per l’oscura notte,180
Noi, spenta ogni veduta, un Dio scorgea:
Chè una densa caligine alle navi
Stava d’intorno, nè splendea di cielo
La Luna, che d’un nembo era coverta.
Quindi nessun l’isola vide, e i vasti185
Flutti al lido volventisi, che prima
Approdati non fossimo. Approdati,
Tutte le vele raccogliemmo, uscimmo
Sul lido, e l’Alba dalle rosee dita,
Nel sonno disciogliendoci, aspettammo.190
     Sorta la figlia del mattino appena,
L’isoletta, che in noi gran maraviglia
Destò, passeggiavamo. Allor le Ninfe,
Prole cortese dell’Egïoco Giove,
Per fornir di convito i miei compagni,195
Quelle capre levaro. E noi repente,
Presi i curvi archi, e le asticciuole acute,
E tre schiere di noi fatte, in tal guisa
Il monte fulminammo, e il bosco tutto,
Ch’io non so, se dai Numi in sì brev’ora200
Fu concessa giammai caccia sì ricca.
Dodici navi mi seguiano, e nove
Capre ottenne ciascuna: io dieci n’ebbi.
Tutto quel giorno sedevamo a mensa
Tra carni immense, e prezïoso vino:205
Poichè restava su le navi ancora
Del licore, onde molte anfore e molte
Riempiuto avevam, quando la sacra
Dispogliammo de’ Ciconi cittade.
E de’ Ciclopi nel vicin paese210
Levate intanto tenevam le ciglia,
E salir vedevamo il fumo, e miste
Col belo dell’agnelle e delle capre
Raccoglievam le voci. Il Sole ascoso,
Ed apparse le tenebre, le membra215
Sul marin lido a riposar gettammo.
     Ma come del mattin la figlia sorse,
Tutti chiamati a parlamento, Amici,
Dissi, vi piaccia rimaner, mentr’io
Della gente a spiar vo’ col mio legno,220
Se ingiusta, soperchievole, selvaggia,
O di core ospital siasi, ed a cui
Timor de’ Numi si racchiuda in petto.
Detto, io montai la nave, e ai remiganti
Montarla ingiunsi, e liberar la fune.225
E quei ratto ubbidiro; e già su i banchi
Sedean l’un dopo l’altro, e gïan battendo
Co’ pareggiati remi il mar canuto.
     Giunti alla terra, che sorgeaci a fronte,
Spelonca eccelsa nell’estremo fianco230
Di lauri opaca, e al mar vicina, io vidi.
Entro giaceavi innumerabil greggia,
Pecore, e capre, e di recise pietre
Composto, e di gran pini, e querce ombrose,
Alto recinto vi correa d’intorno.235
Uom gigantesco abita qui, che lunge
Pasturava le pecore solingo.
In disparte costui vivea da tutti,
E cose inique nella mente cruda
Covava: orrendo mostro, nè sembiante240
Punto alla stirpe, che di pan si nutre,
Ma più presto al cucuzzolo selvoso
D’una montagna smisurata, dove
Non gli s’alzi da presso altro cacume.
Lascio i compagni della nave a guardia,245
E con dodici sol, che i più robusti
Mi pareano, e più arditi, in via mi pongo,
Meco in otre caprin recando un negro
Licor nettareo, che ci diè Marone
D’Evantéo figlio, e sacerdote a Febo,250
Cui d’Ismaro le torri erano in cura.
Soggiornava del Dio nel verde bosco,
E noi di santa riverenza tocchi
Con la moglie il salvammo, e con la prole.
Quindi ei mi porse incliti doni: sette255
Talenti d’òr ben lavorato, un’urna
D’argento tutta, e dodici d’un vino
Soave, incorruttibile, celeste,
Anfore colme, un vin, ch’egli, la casta
Moglie, e la fida dispensiera solo,260
Non donzelli sapeanlo, e non ancelle.
Quandunque ne bevean, chi empiea la tazza,
Venti metri infondea d’acqua di fonte,
E tal dall’urna scoverchiata odore
Spirava, e sì divin, che somma noja265
Stato saria non confortarne il petto.
Io dell’alma bevanda un otre adunque
Tenea, tenea vivande a un zaino in grembo:
Chè ben diceami il cor, quale di strana
Forza dotato le gran membra, e insieme270
Debil conoscitor di leggi, e dritti,
Salvatic’uom mi si farebbe incontra.
     Alla spelonca divenuti in breve,
Lui non trovammo, che per l’erte cime
Le pecore lanigere aderbava.275
Entrati, gli occhi stupefatti in giro
Noi portavam: le aggraticciate corbe
Cedeano al peso de’ formaggi, e piene
D’agnelli, e di capretti eran le stalle;
E i più grandi, i mezzani, i nati appena,280
Tutti, come l’etade, avean del pari
Lor propria stanza; e i pastorali vasi,
Secchie, conche, catini, ov’ei le poppe
Premer solea delle feconde madri,
Entro il siere notavano. Qui forte285
I compagni pregavanmi, che, tolto
Pria di quel cacio, si tornasse addietro,
Capretti s’adducessero, ed agnelli
Alla nave di fretta, e in mar s’entrasse.
Ma io non volli, benchè il meglio fosse:290
Quando io bramava pur vederlo in faccia,
E trar doni da lui, che riuscirci
Ospite sì inamabile dovea.
Racceso il foco, un sagrifizio ai Numi
Femmo, e assaggiammo del rappreso latte:295
Indi l’attendevam nell’antro assisi.
     Venne, pascendo la sua greggia, e in collo
Pondo non lieve di risecca selva,
Che la cena cocessegli, portando.
Davanti all’antro gittò il carco, e tale300
Levossene un romor, che sbigottiti
Nel più interno di quel ci ritraemmo.
Ei dentro mise le feconde madri,
E gl’irchi a cielo aperto, ed i montoni
Nella corte lasciò. Poscia una vasta305
Sollevò in alto ponderosa pietra,
Che ventiduo da quattro ruote, e forti
Carri di loco non avriano smossa,
E l’ingresso acciecò della spelonca.
Fatto, le agnelle assiso, e le belanti310
Capre mugnea, tutto serbando il rito,
E a questa i parti mettea sotto, e a quella.
Mezzo il candido latte insieme strinse,
E su i canestri d’intrecciato vinco
Collocollo ammontato; e l’altro mezzo,315
Che dovea della cena esser bevanda,
Il ricevero i pastorecci vasi.
     Di queste sciolto cotidiane cure,
Mentre il foco accendea, ci scorse, e disse:
Forestieri, chi siete? E da quai lidi320
Prendeste a frequentar l’umide strade?
Siete voi trafficanti? O errando andate,
Come corsali, che la vita in forse,
Per danno altrui recar, metton su i flutti?
Della voce al rimbombo, ed all’orrenda325
Faccia del mostro, ci s’infranse il core.
Pure io così gli rispondea: Siam Greci,
Che di Troja partiti, e trabalzati
Su pel cerulo mar da molti venti,
Cercando il suol natio, per altre vie,330
E con viaggi non pensati, a queste,
Così piacque agli Dei, sponde afferrammo.
Seguimmo, e cen vantiam, per nostro Capo
Quell’Atride Agamennone, che il Mondo
Empieo della sua fama, ei, che distrusse335
Città sì grande, e tante genti ancise.
Ed or, prostesi alle ginocchia tue,
Averci ti preghiam d’ospiti in grado,
E d’un tuo dono rimandarci lieti.
Ah! temi, o potentissimo, gli Dei:340
Che tuoi supplici siam, pensa, e che Giove
Il supplicante vendica, e l’estrano,
Giove ospital, che l’accompagna, e il rende
Venerabile altrui. Ciò detto, io tacqui.
     Ed ei con atroce alma: O ti fallisce,345
Straniero, il senno, o tu di lunge vieni,
Che vuoi, che i Numi io riverisca, e tema.
L'Egidarmato di Saturno figlio
Non temono i Ciclopi, o gli altri Iddj:
Chè di loro siam noi molto più forti.350
Nè, perchè Giove inimicarmi io debba,
A te concederò perdono, e a questi
Compagni tuoi, se a me il mio cor nol detta.
Ma dimmi: ove approdasti? All’orlo estremo
Di questa terra, o a più propinquo lido?355
     Così egli tastommi, ed io, che molto
D’esperïenza ricettai nel petto,
Ravvistomi del tratto, incontanente
Arte in tal modo gli rendei per arte:
Nettuno là, ’ve termina, e s’avanza360
La vostra terra con gran punta in mare,
Spinse la nave mia contra uno scoglio,
E le spezzate tavole per l’onda
Sen portò il vento. Dall’estremo danno
Con questi pochi io mi sottrassi appena.365
Nulla il barbaro a ciò: ma, dando un lancio,
La man ponea sovra i compagni, e due
Brancavane ad un tempo; e, quai cagnuoli,
Percoteali alla terra, e ne spargea
Le cervella, ed il sangue. A brano a brano370
Dilacerolli, e s’imbandì la cena.
Qual digiuno leon, che in monte alberga,
Carni, ed interïora, ossa, e midolle,
Tutto vorò, consumò tutto. E noi
A Giove ambo le man tra il pianto alzammo,375
Spettacol miserabile scorgendo
Con gli occhi nostri, e disperando scampo.
     Poichè la gran ventraja empiuto s’ebbe,
Pasteggiando dell’uomo, e puro latte
Tracannandovi sopra, in fra le agnelle380
Tutto quant’era ei si distese, e giacque.
Io, di me ricordandomi, pensai
Farmigli presso, e la pungente spada
Tirar nuda dal fianco, e al petto, dove
La corata dal fegato si cinge,385
Ferirlo. Se non ch’io vidi, che certa
Morte noi pure incontreremmo, e acerba:
Chè non era da noi tor dall’immenso
Vano dell’antro la sformata pietra,
Che il Ciclope fortissimo v’impose.390
Però, gemendo, attendevam l’Aurora.
     Sorta l’Aurora, e tinto in roseo il cielo,
Il foco ei raccendea, mugnea le grasse
Pecore belle, acconciamente il tutto,
E i parti a questa mettea sotto, e a quella.395
Nè appena fu delle sue cure uscito,
Che altri due mi ghermì de’ cari amici,
E carne umana desinò. Satollo,
Cacciava il gregge fuor dell’antro, tolto
Senza fatica il disonesto sasso,400
Che dell’antro alla bocca indi ripose,
Qual chi a faretra il suo coverchio assesta.
Poi su pel monte si mandava il pingue
Gregge davanti, alto per via fischiando.
     Ed io tutti a raccolta i miei pensieri405
Chiamai, per iscoprir, come di lui
Vendicarmi io potessi, e un’immortale
Gloria comprarmi col favor di Palla.
Ciò al fin mi parve il meglio. Un verde, enorme
Tronco d’oliva, che il Ciclope svelse410
Di terra, onde fermar con quello i passi,
Entro la stalla a inaridir giacea.
Albero scorger credevam di nave
Larga, mercanteggiante, e l’onde brune
Con venti remi a valicare usata:415
Sì lungo era, e sì grosso. Io ne recisi
Quanto è sei piedi, e la recisa parte
Diedi ai compagni da polirla.
ComePolita fu, da un lato io l’affilai,
L’abbrustolai nel foco, e sotto il fimo,420
Ch’ivi in gran copia s’accogliea, l’ascosi.
Quindi a sorte tirar coloro io feci,
Che alzar meco dovessero, e al Ciclope
L’adusto palo conficcar nell’occhio,
Tosto che i sensi gli togliesse il sonno.425
Fortuna i quattro, ch’io bramava, appunto
Donommi, e il quinto io fui. Cadea la sera,
E dai campi tornava il fier pastore,
Che la sua greggia di lucenti lane
Tutta introdusse nel capace speco:430
O di noi sospettasse, o prescrivesse
Così il Saturnio. Nuovamente imposto
Quel, che rimosso avea, disconcio masso,
Pecore, e capre alla tremola voce
Mungea sedendo, a maraviglia il tutto,435
E a questa mettea sotto, e a quella i parti.
Fornita ogni opra, m’abbrancò di nuovo
Due de’ compagni, e cenò d’essi il mostro.
Allora io trassi avanti, e, in man tenendo
D’edra una coppa, Te’, Ciclope, io dissi:440
Poichè cibasti umana carne, vino
Bevi ora, e impara, qual su l’onde salse
Bevanda carreggiava il nostro legno.
Questa, con cui libar, recarti io volli,
Se mai, compunto di nuova pietade,445
Mi rimandassi alle paterne case.
Ma il tuo furor passa ogni segno. Iniquo!
Chi più tra gl’infiniti uomini in terra
Fia, che s’accosti a te? Male adoprasti.
     La coppa ei tolse, e bebbe, ed un supremo450
Del soave licor prese diletto,
E un’altra volta men chiedea: Straniero,
Darmene ancor ti piaccia, e mi palesa
Subito il nome tuo, perch’io ti porga
L’ospital dono, che ti metta in festa.455
Vino ai Ciclopi la feconda terra
Produce col favor di tempestiva
Pioggia, onde Giove le nostre uve ingrossa:
Ma questo è ambrosia, e nettare celeste.
     Un’altra volta io gli stendea la coppa.460
Tre volte io la gli stesi; ed ei ne vide
Nella stoltezza sua tre volte il fondo.
Quando m’accorsi, che saliti al capo
Del possente licor gli erano i fumi,
Voci blande io drizzavagli: Il mio nome,465
Ciclope, vuoi? L’avrai: ma non frodarmi
Tu del promesso a me dono ospitale.
Nessuno è il nome: me la madre, e il padre
Chiaman Nessuno, e tutti gli altri amici.
Ed ei con fiero cor: L’ultimo, ch’io470
Divorerò, sarà Nessuno. Questo
Riceverai da me dono ospitale.
     Disse, e diè indietro, e rovescion cascò.
Giacea nell’antro con la gran cervice
Ripiegata su l’omero; e dal sonno,475
Che tutti doma, vinto, e dalla molta
Crapula oppresso, per la gola fuori
Il negro vino, e della carne i pezzi,
Con sonanti mandava orrendi rutti.
Immantinente dell’ulivo il palo480
Tra la cenere io spinsi; e in questo gli altri
Rincorava, non forse alcun per tema
M’abbandonasse nel miglior dell’opra.
Come, verde quantunque, a prender fiamma
Vicin mi parve, rosseggiante il trassi485
Dalle ceneri ardenti, e al mostro andai
Con intorno i compagni: un Dio per fermo
D’insolito ardimento il cor ci armava.
Quelli afferrâr l’acuto palo, e in mezzo
Dell’occhio il conficcaro; ed io di sopra,490
Levandomi su i piè, movealo in giro.
E come allor che tavola di nave
Il trapano appuntato investe, e fora,
Che altri il regge con mano, altri tirando
Va d’ambo i lati le corregge, e attorno495
L’instancabile trapano si volve:
Sì nell’ampia lucerna il trave acceso
Noi giravamo. Scaturiva il sangue,
La pupilla bruciava, ed un focoso
Vapor, che tutta la palpebra, e il ciglio500
Struggeva, uscia della pupilla, e l’ime
Crepitarne io sentia rotte radici.
Qual se fabbro talor nell’onda fredda
Attuffò un’ascia, o una stridente scure,
E temprò il ferro, e gli diè forza; tale505
L’occhio intorno al troncon cigola e frigge.

polifemo 1

Polifemo viene trafitto nel suo unico occhio da Odisseo e compagni


     Urlo il Ciclope sì tremendo mise,
E tanto l’antro rimbombò, che noi
Qua e là ci spargemmo impauriti.
Ei fuor cavossi dell’occhiaja il trave,510
E da sè lo scagliò di sangue lordo,
Furïando per doglia: indi i Ciclopi,
Che non lontani le ventose cime
Abitavan de’ monti in cave grotte,
Con voce alta chiamava. Ed i Ciclopi,515
Quinci, e quindi accorrean, la voce udita,
E, soffermando alla spelonca il passo,
Della cagione il richiedean del duolo.
Per quale offesa, o Polifemo, tanto
Gridastu mai? Perchè così ci turbi520
La balsamica notte, e i dolci sonni?
Fúrati alcun la greggia? o uccider forse
Con inganno ti vuole, o a forza aperta?
E Polifemo dal profondo speco:
Nessuno, amici, uccidemi, e ad inganno,525
Non già con la virtude. Or se nessuno
Ti nuoce, rispondeano, e solo alberghi,
Da Giove è il morbo, e non v’ha scampo. Al padre
Puoi bene, a Re Nettun, drizzare i prieghi.
Dopo ciò, ritornâr su i lor vestigi;530
Ed a me il cor ridea, che sol d’un nome
Tutta si fosse la mia frode ordita.
     Polifemo da duoli aspri crucciato,
Sospirando altamente, e brancolando
Con le mani, il pietron di loco tolse.535
Poi, dove l’antro vaneggiava, assiso
Stavasi con le braccia aperte, e stese,
Se alcun di noi, che tra le agnelle uscisse,
Giungesse ad aggrappar: tanta ei credeo
Semplicitade in me. Ma io gli amici,540
E me studiava riscattar, correndo
Per molte strade con la mente astuta:
Chè la vita ne andava, e già pendea
Su le teste il disastro. Al fine in questa
Dopo molto girar fraude io m’arresto.545
Montoni di gran mole, e pingui, e belli,
Di folta carchi porporina lana,
Rinchiudea la caverna. Io tre per volta
Prendeane, e in un gli unia tacitamente
Co’ vinchi attorti, sovra cui solea550
Polifemo dormir: quel, ch’era in mezzo,
Portava sotto il ventre un de’ compagni,
Cui fean riparo i due, ch’ivan da lato,
E così un uomo conducean tre bruti.
Indi afferrai pel tergo un arïete555
Maggior di tutti, e della greggia il fiore,
Mi rivoltai sotto il lanoso ventre,
E, le mani avvolgendo entro ai gran velli,
Con fermo cor mi v’attenea sospeso.
Così, gemendo, aspettavam l’Aurora.560
     Sorta l’Aurora, e tinto in roseo il cielo,
Fuor della grotta i maschi alla pastura
Gittavansi; e le femmine non munte,
Che gravi molto si sentian le poppe,
Riempiean di belati i lor serragli.565
Il padron, cui ferian continue doglie,
D’ogni montone, che diritto stava,
Palpava il tergo; e non s’avvide il folle,
Che dalle pance del velluto gregge
Pendean gli uomini avvinti. Ultimo uscia570
De’ suoi velli bellissimi gravato
L’arïete, e di me, cui molte cose
S’aggiravan per l’alma. Polifemo
Tai detti, brancicandolo, gli volse:
Arïete dappoco, e perchè fuori575
Così da sezzo per la grotta m’esci?
Già non solevi dell’agnelle addietro
Restarti: primo, e di gran lunga, i molli
Fiori del prato a lacerar correvi
Con lunghi passi; degli argentei fiumi580
Primo giungevi alle correnti; primo
Ritornavi da sera al tuo presepe:
Ed oggi ultimo sei. Sospiri forse
L’occhio del tuo signor? l’occhio, che un tristo
Mortal mi svelse co’ suoi rei compagni,585
Poichè doma col vin m’ebbe la mente,
Nessuno, ch’io non credo in salvo ancora.
Oh! se a parte venir de’ miei pensieri
Potessi, e, voci articolando, dirmi,
Dove dalla mia forza ei si ricovra,590
Ti giuro, che il cervel dalla percossa
Testa schizzato scorreria per l’antro,
Ed io qualche riposo avrei da’ mali,
Che Nessuno recommi, un uom da nulla.
Disse; e da sè lo spingea fuori al pasco.595

polifemo 3

Jacob Jordaens, Ulisse e Polifemo, 1635


     Tosto che dietro a noi l’infame speco
Lasciato avemmo, ed il cortile ingiusto,
Tardo a sciormi io non fui dall’arïete,
E poi gli altri a slegar, che, ragunate
Molte in gran fretta piedilunghe agnelle,600
Cacciavansele avanti in sino al mare.
Desiati apparimmo, e come usciti
Dalle fauci di Morte, a quei, che in guardia
Rimaser della nave, e che i compagni,
Che non vedeano, a lagrimar si diero.605
Ma io non consentialo, e con le ciglia
Cenno lor fea di ritenere il pianto,
E comandava lor, che, messe in nave
Le molte in pria vellosplendenti agnelle,
Si fendessero i flutti. E già il naviglio610
Salian, sedean su i banchi, e percotendo
Gïan co’ remi concordi il bianco mare.
Ma come fummo un gridar d’uom lontani,
Così il Ciclope io motteggiai: Ciclope,
Color, che nel tuo cavo antro, le grandi615
Forze abusando, divorasti, amici
Non eran dunque d’un mortal da nulla,
E il mal te pur coglier dovea. Malvagio!
Che la carne cenar nelle tue case
Non temevi degli ospiti. Vendetta620
Però Giove ne prese, e gli altri Numi.
     A queste voci Polifemo in rabbia
Montò più alta, e con istrana possa
Scagliò d’un monte la divelta cima,
Che davanti alla prua caddemi: al tonfo625
L’acqua levossi, ed innondò la nave,
Che alla terra crudel, dai rifluenti
Flutti portata, quasi a romper venne.
Ma io, dato di piglio a un lungo palo,
Ne la staccai, pontando; ed i compagni630
D’incurvarsi sul remo, e in salvo addursi,
Più de’ cenni pregai, che della voce.
E quelli tutte ad inarcar le terga.
Scorso di mar due volte tanto, i detti
A Polifemo io rivolgea di nuovo,635
Benchè gli amici con parole blande
D’ambo i lati tenessermi: Infelice!
Perchè la fera irritar vuoi più ancora?
Così poc’anzi a saettar si mise,
Che tre dita mancò, che risospinto640
Non percotesse al continente il legno.
Fa, che gridare, o favellar ci senta,
E volerà per l’aere un’altra rupe,
Che le nostre cervella, e in un la nave
Sfracellerà: tanto colui dardeggia.645
L’alto mio cor non si piegava. Quindi,
Ciclope, io dissi con lo sdegno in petto,
Se della notte, in che or tu giaci, alcuno
Ti chiederà, gli narrerai, che Ulisse
D’Itaca abitator, figlio a Laerte,650
Struggitor di cittadi, il dì ti tolse.
     Egli allora, ululando, Ohimè! rispose,
Da’ prischi vaticinj eccomi côlto.
Indovino era qui, prode uomo e illustre,
Telemo, figliuol d’Eurimo, che avea655
Dell’arte il pregio, ed ai Ciclopi in mezzo
Profetando invecchiava. Ei queste cose
Mi presagì: mi presagì, che il caro
Lume dell’occhio spegneriami Ulisse.
Se non ch’io sempre uom gigantesco, e bello,660
E di forze invincibili dotato,
Rimirar m’aspettava; ed ecco in vece
La pupilla smorzarmi un piccoletto
Greco, ed imbelle, che col vin mi vinse.
Ma qua, su via, vientene, Ulisse, ch’io665
Ti porga l’ospital dono, e Nettuno
Di fortunare il tuo ritorno prieghi.
Io di lui nacqui, ed ei sen vanta, e solo,
Voglial, mi sanerà, non altri, io credo,
Tra i mortali nel Mondo, o in ciel tra i Numi.670
     Oh! così potess’io, ratto ripresi,
Te spogliar della vita, e negli oscuri
Precipitar regni di Pluto, come
Nè da Nettuno ti verrà salute.
     Ed ei, le palme alla stellata volta675
Levando, il supplicava: O Chiomazzurro,
Che la terra circondi, odi un mio voto.
Se tuo pur son, se padre mio ti chiami,
Di tanto mi contenta: in patria Ulisse
D’Itaca abitator, figlio a Laerte,680
Struggitor di cittadi, unqua non rieda.
E dove il natio suolo, e le paterne
Case il destin non gli negasse, almeno
Vi giunga tardi, e a stento, e in nave altrui,
Perduti in pria tutti i compagni, e nuove685
Nell’avita magion trovi sciagure.
     Fatte le preci, e da Nettuno accolte,
Sollevò un masso di più vasta mole,
E, rotandol nell’aria, e una più grande
Forza immensa imprimendovi, lanciollo.690
Cadde dopo la poppa, e del timone
La punta rasentò: levossi al tonfo
L’onda, e il legno coprì, che all’isoletta,
Spinto dal mar, subitamente giunse.
Quivi eran l’altre navi in su l’arena,695
E i compagni, che assisi ad esse intorno
Ci attendean sempre con agli occhi il pianto.
Noi tosto in secco la veloce nave
Tirammo, e fuor n’uscimmo, e, del Ciclope
Trattone il gregge, il dividemmo in guisa,700
Che parte ugual n’ebbe ciascuno. È vero,
Che voller, che a me sol, partite l’agne,
Il superbo arïete anco toccasse.
Io di mia mano al Saturníde, al cinto
D’oscure nubi Correttor del Mondo,705
L’uccisi, e n’arsi le fiorite cosce.
Ma non curava i sagrifizi Giove,
Che anzi tra sè volgea, com’io le navi
Tutte, e tutti i compagni al fin perdessi.
L’intero dì sino al calar del Sole710
Sedevam banchettando: il Sole ascoso,
Ed apparse le tenebre, le membra
Sul marin lido a riposar gettammo.
     Ma come del mattin la figlia, l’Alba
Ditirosata in Orïente sorse,715
I compagni esortai, comandai loro
Di rimbarcarsi, e liberar le funi.
E quei si rimbarcavano, e su i banchi
Sedean l’un dopo l’altro, e percotendo
Gïan co’ remi concordi il bianco mare.720
Così noi lieti per lo scampo nostro,
E per l’altrui sventura in un dolenti,
Del mar di nuovo solcavam le spume.

Analisi temi e personaggi
I temi

Il tema centrale dell’episodio è quello dell’ospitalità stravolta, che rivela un mondo estraneo alle norme della società aristocratica — una sorta di anti-mondo rispetto a quello dei Feaci, ove Odisseo è ancora ospite — e una prefigurazione, sia pure esagerata della situazione di Itaca, dove i pretendenti trasgrediscono le tradizionali norme della convivenza. In questo libro, per la prima volta Odisseo stesso viene coinvolto in un’avventura a causa della sua curiosità e per la prima volta si trova ad affrontare il nemico con un’arma inconsueta: mentre infatti la lotta contro i Cìconi è ancora tradizionale, contro Polifemo trionfa l’astuzia, la metis, che Odisseo piega alle sue necessità trasformando in arma vincente un semplice palo. Nel combattimento straordinario tra il Ciclope e Odisseo il primo passo è la negazione della propria identità: contrariamente agli eroi dell’Iliade, che si presentano prima del duello e rivelano la loro stirpe d’origine, Odisseo nasconde la sua identità a Polifemo. Inoltre, mentre il duello eroico era l’unico mezzo grazie al quale l’eroe conquistava la gloria e quindi l’immortalità, questo duello singolare mira solo alla salvezza: per salvarsi l’eroe ricorre all’inganno, non allo scontro frontale, con cui gli eroi tradizionali affrontavano la morte.
Il narratore
Nel nono libro la narrazione è affidata a Odisseo che racconta, ricordando, le sue avventure: il meccanismo per cui il protagonista diventa a sua volta narratore delle sue vicende (narratore interno di secondo grado) in una prospettiva pienamente autobiografica, segna una svolta fondamentale, che rivela la maturità del poeta. Nell’Odissea, che ospita numerosissimi racconti all’interno del racconto “portante”, l’espediente di far assumere al protagonista la narrazione delle sue avventure comporta una forte drammatizzazione, perché egli filtra il racconto attraverso i propri sentimenti, quelli che provò nel momento in cui si trovava a vivere ogni avventura e quelli che ora, nell’atto di ricordare, nuovamente prova: così, nella narrazione della vicenda, alla paura, allo sgomento, all’attesa inquietante si alternano la consapevolezza di essere scampato, il rimpianto per i compagni perduti, il compiacimento della propria astuzia. Inoltre il racconto risulta molto unitario, perché legato alla stessa personalità del protagonista-narratore, che traccia nel contempo un profilo intenso di sé.
Lo spazio
Dopo la tempesta di Capo Malea, Odisseo entra in un mondo straordinario, popolato di personaggi fiabeschi e terribili: i Lotofagi, mangiatori del loto che dà l’oblio, i Ciclopi, la maga Circe, che trasforma i suoi uomini in porci ecc.: da questo mondo egli uscirà solo attraverso il passaggio da Scheria, che lo riporta ai luoghi umani. Nei libri che narrano il ritorno di Odisseo emerge la caratteristica fondamentale dell’Odissea riguardo allo spazio: il policentrismo. cioè, la compresenza di molti luoghi d’azione, in netta contrapposizione con gli spazi fissi e limitati dell’Iliade: ciò è naturalmente dovuto al fatto che quest’opera è innanzitutto la storia di un viaggio, con parecchi elementi e scenari fantastici. In particolare il paese dei Ciclopi riveste un significato simbolico, perché allude a uno stadio di civiltà particolarmente arretrato.
Il tempo
Il racconto di Odisseo è sintetico e orchestrato in modo da alludere ad alcuni episodi (la lotta con i Ciconi, l’episodio dei Lotofagi) per dare maggior risalto ad altri; da questa impostazione emerge l’abilità di concentrare il nucleo delle avventure all’interno di una cornice temporale abbastanza ristretta (40 giorni, per l’esattezza), dal concilio degli dèi nel primo libro alla vendetta contro i pretendenti nel ventiduesimo: obiettivo che si poteva raggiungere solo tramite un racconto interno.
L’ordine della narrazione
Dal libro nono al tredicesimo il racconto di Odisseo è un’analessi completa, che si salda perfettamente alla narrazione precedente: Odisseo fornisce tutti i precedenti narrativi fino al suo approdo all’isola dei Feaci; d’altra parte, proprio l’approdo presso i Feaci dispone il lettore (o il pubblico di Odisseo) a uno stato d’animo positivo: se colui che racconta le avventure è il protagonista, significa che la vicenda è a lieto fine e questo comporta un’accettazione più serena delle sventure.
I personaggi
Nel nono libro Odisseo racconta in prima persona le sue avventure e risulta quasi sdoppiato fra il suo ruolo di narratore al palazzo di Alcinoo e di protagonista delle vicende narrate: in quanto narratore egli diventa poeta di se stesso, rivelando la capacità costante nel corso dell’opera, di parlare di sé ottenendo ascolto e sollecitando interesse, compassione e complicità. In quanto protagonista delle vicende narrate si presenta come un uomo che ha sofferto e soffre senza mai perdere la capacità di reagire la lucidità che lo guida nelle scelte, lo trattiene dagli impulsi e, all’estremo della disperazione, gli consente di trovare la via d’uscita. I compagni diventano, nel corso delle peregrinazioni, sempre meno utili al loro capo, e anche a se stessi: nell’episodio dei Cìconi la loro disobbedienza è rovinosa, presso i Lotofagi non sanno trattenersi dal mangiare il loto, in seguito (libro dodicesimo) sgozzeranno le vacche di Helios scatenando l’ira del dio. Nell’episodio di Polifemo, invece, essi sono vittime della curiosità di Odisseo che per la prima volta perde alcuni suoi compagni; altri ne salverà, ad esempio presso la maga Circe (libro decimo). Potremmo dire che i compagni di Odisseo si trasformano da adiutori in oppositori .
Gli dei
Atena resta estranea agli eventi narrati in questo libro: abbandonato nella grotta del Ciclope, Odisseo deve far ricorso alle sue capacità, alla sua metis; d’altra parte, a ben guardare, se non si verificasse in questo episodio l’accecamento di Polifemo che scatena l’ira di Posidone, le peregrinazioni di Odisseo sarebbero immotivate e tutta la trama dell’opera verrebbe seriamente ridimensionata. Al contrario, Posidone, invocato da Polifemo, diventa il motore delle vicende di Odisseo.

 

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Eugenio Caruso - 06- 03- 2022

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www.impresaoggi.com