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Giulio Cesare, tra mito e realtà.


Estrema giustizia, estrema ingiustizia.
Cicerone - Dei doveri


Busto di Cesare

Busto di Cesare

INDICE
Premessa
1. La vita di Cesare

2. Impresa e imprenditorialità
2.1 Il rapporto con i collaboratori
2.2 Le responsabilità della leadership
2.2.1 La vision
2.2.2 La mission
2.2.3 Le competenze distintive
2.2.4 L'organizzazione
2.2.5 Gli stakeholder
2.2.6 Il vantaggio competitivo
2.2.7 La strategia
2.2.8 L'immagine e l'identità
2.2.9 La creatività

Premessa
In questo sito ho frequentemente illustrato la vita di grandi personaggi del passato, come Alessandro Magno, Marco Aurelio, Sun Tzu, San Benedetto allo scopo di tratteggiare le caratteristiche e i valori che hanno portato questi uomini al successo. Da ciascuna sfumatura dei comportamenti di questi uomini ciascuno di noi può trarre insegnamenti, stimoli, coraggio, intuizioni, entusiasmo per intraprendere un percorso che possa condurre al successo personale o della propria impresa.
In questo articolo analizzo la vita di Gaio Giulio Cesare e confronto le sue qualità con quelle che dovrebbe distinguere un leader di successo.

1. La vita di Cesare
«Cesare chi sei?» si chiedeva Cicerone, che per tutta la vita aveva oscillato tra i sentimenti di ammirazione e di odio e che in definitiva aveva sospeso il giudizio sostenendo che solo i posteri avrebbero potuto dare la risposta più appropriata, una volta decantati l’amore o l’odio per la persona. Nulla di più sbagliato i posteri, politici, pensatori, storici, letterati, sociologi hanno continuato a ripetersi le stesse domande. Cesare aveva in mente il progetto del superamento della moribonda Repubblica verso l’Impero? Cesare fu un conquistatore o il fondatore di un nuovo ordine dello stato basato su una maggiore giustizia sociale? Cesare fu un bene o un male per Roma? Sicuramente siamo tutti affascinati dal suo genio, dalle conquiste, dagli scritti, dall’eleganza, dalla temerarietà, dalla clemenza che gli sarebbe costata la vita, dalla capacità di riprendersi dopo cocenti sconfitte grazie a straordinari successi, come ad Alesia dopo Gergovia, o a Farsalo dopo Durazzo. Svetonio scrive "Si può essere del parere che Cesare abbia abusato del suo potere e che sia stato assassinato a buon diritto. Ma questo parere perde di peso se gli si contrappongono i motivi egoistici della maggior parte degli attentatori guidati da odio e invidia." Goethe, che pure fu un detrattore di Cesare definì il suo assassinio "l'azione più insulsa che sia stata mai compiuta". I pareri discordi sul cesaricidio ci rendono consapevoli di quanto sia difficile esprimere dei giudizi su Cesare. Cicerone, Seneca, Plutarco sottolineavano gli aspetti connessi con l'ambizione e la smania di potere, l'imperatore Settimio Severo nel 197 D.C. dichiarerà "Cesare aveva fallito per la sua clemenza, mentre gli esempi di Mario, Silla e, poi, di Augusto testimoniavano i vantaggi della crudeltà". La clemenza gliela riconosceva perfino Cicerone, il che avviene con l'orazione Pro Marcello e con la Philippica secunda. Cicerone si dice entusiasta degli atti di clemenza da lui compiti avendoli coniugati ad atti di umanità, di equità, di misura, di saggezza, tutto ciò vincendo il rancore che oscura la ragione. Cicerone ammirava " le straordinarie qualità di Cesare, la sua genialità nell'agire, la sua magnitudo animi, la sua moderatio;" ma Cicerone non poteva rassegnarsi alla morte della res publica. Eppure solo due mesi dopo l'omicidio scriveva "La gioia per le idi di marzo è svanita". Le contraddizioni degli storici antichi esprimevano, indubbiamente, il disorientamento provocato in loro dalla potente personalità di Cesare.
Cesare nasce nel misero quartiere della Suburra, il 13 luglio del 100 a.C., in una casa modesta; la famiglia, la gens Iulia, per quanto patrizia, era decaduta da tempo né il padre rivestiva incarichi importanti, pur essendo senatore. La gens Iulia, che annoverava tra gli antenati Romolo e discendeva da Iulo, figlio di Enea, secondo il mito figlio a sua volta di Venere, non poteva competere con le grandi famiglie dell’epoca, i Metelli, i Domizi, i Pompei e il loro nome non aveva alcun valore politico. Giova osservare che la discendenza della gens Iulia da Iulo è controversa perché sembra più probabile la discendenza da Silvio, figlio di Enea e Lavinia. La famiglia godeva, però, della presenza di un personaggio importante, quel Caio Mario, terzo fondatore di Roma, che aveva sposato Giulia, zia di Cesare. Inoltre, Aurelia, della famiglia dei Cotta, la madre di Cesare, era riuscita a fornire al figlio un’educazione di pari livello di quella dei figli del patriziato romano; ancora imberbe Cesare parlava correntemente il greco. Cesare era affabile con tutti, percorreva sempre a piedi le strade di Roma, mescolandosi alla gente comune per mostrarsi vicino al partito dei populares che si opponevano agli optiomates, rappresentanti dell’oligarchia senatoria. Non si fa mancare nulla, i soldi e le donne. Il suo approccio alla politica, pur tardivo, è originale e sicuro (d'altronde era come un lavoro che si ereditava): senza perdere il più indecifrabile dei sorrisi, come se fosse indifferente e semmai superiore. E, in un certo senso, ciò che vedeva nel Senato romano non lo interessava: lentezza, vecchie beghe, elefantismo burocratico. Sembrava solo un provocatore troppo sicuro di sé, un giovane nobile diviso tra filantropia e libertinismo. Invece Cesare segue l'onda del destino: quando può la sottomette, altrimenti si lascia guidare senza darlo a vedere, pronto a cavalcarla di nuovo. Per tenere in caldo grandi sorprese, che cambiarono la Storia di Roma.
Giovanissimo sposa Cossuzia, attratto dalla cospicua eredità della fanciulla, dalla quale divorzia per impalmare Cornelia la figlia di Cinna che aveva preso il posto di Mario alla guida dei populares. Cesare amò sinceramente, anche se non devotamente, Cornelia e da lei ebbe la figlia Giulia. Mario gli aveva fatto avere la nomina a Flamen Dialis, sacerdote di Giove che aveva l’incarico di assistere il pontefice massimo nelle funzioni sacre. Cesare, come nipote di Mario e genero di Cinna subisce la vendetta di Silla che gli ordina di divorziare da Cornelia. Cesare si rifiuta di obbedire al dittatore, e, pertanto, gli viene revocata la designazione a sacerdote di Giove, sequestrato il patrimonio; è inserito nelle liste di proscrizione e costretto alla fuga da Roma. La madre Aurelia muove le pedine giuste per far sì che Silla lo cancellasse dalle liste di proscrizione; l’accanimento di Silla che sosteneva «Nam Caesari multos Marios inesse» ci informa che Cesare non era tanto nell’ombra e che, in qualche modo, si era già fatto notare. Ma l’atmosfera di Roma è molto pesante per chi appoggia i populares, i generali Pompeo e Crasso si erano sottomessi alle imposizioni di Silla e così Cesare chiede e ottiene di diventare ufficiale sotto il propretore dell’Asia, Marco Minuccio Termo, che, pur essendo un fedele sillano, lo accoglie nella cerchia dei collaboratori più stretti.( Il propretore era un ex-pretore che, esercitata per un anno questa carica, era destinato al comando di un esercito o di una provincia). In Asia Cesare, allora ventenne, dà prova di grande intelligenza tattica nell’assedio di Mitilene e diplomatica quando convince Nicomede IV di Bitinia (regione dell’Asia Minore affacciata sul Mar Nero e sul Mar di Marmara) ad inviare la sua flotta in appoggio ai romani. Gli viene conferita la corona civica con fronde di quercia, una delle più ambite ricompense militari. Pur di non tornare a Roma si sposta in Bitinia agli ordini del proconsole Pubblio Servilio Isaurico. (Proconsole era un magistrato romano, a volte ex console, incaricato di governare una provincia). Qui giunge la notizia della morte di Silla e Cesare rientra a Roma. Saggiamente, non partecipa al colpo di stato antioligarchico di Marco Emilio Lepido, che invano lo vuole dalla sua parte, ribellione militare che si spegne in Maremma con la vittoria dei generali Pompeo e Catulo. Per un certo periodo Cesare si dedica all’attività forense accusando di concussione il console sillano Cneo Cornelio Dolabella e di saccheggi un comandante di cavalleria, il sillano Caio Antonio Ibrida; perde entrambe le volte, ma ottiene una vasta fama di oratore abile, serrato ed elegante. Molti saranno gli scontri con un altro grande oratore, quel Cicerone che negli scritti loda le qualità oratorie di Cesare, pur denunciandone l’ambizione. D’altra parte con queste esperienze forensi si rende conto che l’oligarchia senatoria difende anche chi si rende indegno degli incarichi pubblici. Con l'esordio nel mondo forense si accredita come importante rappresentante dei populares, anche se l'esito negativo dei processi lo convince a lasciare Roma una seconda volta per evitare la vendetta della nobilitas sillana.
Cesare si trova a Rodi per frequentare le lezioni del retore greco Apollonio di Molone, quando ha notizia che Mitridate, re del Ponto (l’attuale Anatolia nord-orientale) aveva fatto strage di legionari. Di sua iniziativa Cesare lascia Rodi, raggiunge l’Asia, vi raccoglie a sue spese alcune milizie e scaccia Mitridate dalla Bitinia che aveva occupato. In questa prima battaglia da comandante Cesare dà prova di un’abilità militare che poggia, prevalentemente su rapidità e sorpresa. Come ricompensa per l’impresa e grazie all’appoggio degli amici populares gli viene conferita la dignità pontificale, in sostituzione dello zio Caio Aurelio Cotta. Ai quindici pontefici spettava la promulgazione delle leggi sacre, la giurisdizione sui sacerdoti e l’amministrazione dei riti sacri. Tornato a Roma, viene eletto tribuno militare per l’anno 73 a.C., risultando il primo degli eletti. Da tribunus militum ha il comando di dieci centurioni e mille uomini, si dedica quindi all’addestramento dei legionari e in questo periodo approfondisce la struttura della legione. Si impegna nelle battaglie politiche sostenute dai populares, ovvero l'approvazione della Lex Plotia (che avrebbe permesso il rientro in patria di coloro che erano stati esiliati dopo aver partecipato all'insurrezione di Lepido) e il ripristino dei poteri dei tribuni della plebe, il cui diritto di veto era stato ridimensionato da Silla. Il ripristino della tribunicia potestas fu però ottenuto soltanto nel 70 a.C., l'anno del consolato di Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, che, abbandonato il partito degli optimates si erano avvicinati ai populares. Entrambi avevano acquisito un grande prestigio portando a termine rispettivamente la guerra contro l’antisillano Quinto Sertorio in Spagna, e quella contro gli schiavi guidati da Spartaco. Crasso era in stretti rapporti con Cesare (lo aiutò infatti più volte finanziandone le campagne elettorali) ma, per quanto incredibilmente ricco, era dovuto ricorrere, durante la campagna elettorale, al carisma del nascente leader popolare. Durante le guerre contro Sertorio, al quale si sentiva legato idealmente, e Spartaco, Cesare si era tenuto in disparte perché, come nel caso di Marco Emilio Lepido, non si fidava delle attestazioni di democrazia e di vicinanza ai populares di Pompeo e Crasso.
Cesare viene eletto questore per il 69 a.C., l'elezione a questore attribuiva automaticamente lo status di senatore. I questori, in numero di venti, seguivano i consoli e i pretori, i proconsoli e i propretori nelle spedizioni e nelle province, per curarne l'amministrazione (quaestores militares, quaestores provinciales). I quaestores urbani risiedevano in sedi differenti; quello che stava ad Ostia (quaestor ostiensis) sorvegliava le importazioni, in particolare quelle di grano.
Dopo il consolato di Pompeo e Crasso, il clima politico romano si stava avviando al cambiamento, grazie al quasi totale smantellamento della costituzione sillana che i due consoli avevano operato. Nel 69 a.C. Cesare pronuncia dai Rostri del Foro, secondo l'antico costume, gli elogi funebri per la zia Giulia, vedova di Gaio Mario, e per la moglie Cornelia. Nel farlo, mostra, per la prima volta in pubblico dal periodo sillano, le immagini di Gaio Mario e del figlio Gaio Mario il giovane, e il popolo le accoglie con grande entusiasmo. Nell'elogio per Giulia, Cesare esalta la discendenza della zia per parte di madre da Anco Marzio, evidenziando come negli esponenti della gens Iulia scorresse anche il sangue regale accanto a quello divino.
« Da parte di madre mia zia Giulia discende dai re; da parte di padre si ricollega con gli dei immortali. Infatti i Marzii Re, alla cui famiglia apparteneva sua madre, discendono da Anco Marzio, ma i Giuli discendono da Venere, e la mia famiglia è un ramo di quella gente. Confluiscono, quindi, nella nostra stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santità degli dei, da cui gli stessi re dipendono. » (Svetonio, Cesare).
L'elogio di Cornelia parve invece piuttosto insolito, perché non era uso pronunciare discorsi in memoria di donne morte giovani, ma fu fortemente apprezzato dal popolo, in quanto celebrava una figura femminile ben lontana da quella della classica matrona romana. Con questo elogio di Giulia, e indirettamente di Mario, per la prima volta Cesare si espone con una forte caratterizzazione politica verso i populares e si candida alla successione dello zio.
Sempre nel corso del 69 a.C., Cesare, come questore, si reca nella Spagna Ulteriore, governata dal propretore Antistio Vetere. Lì si dedica a un'intensa attività giudiziaria e grazie al suo grande impegno riesce ad accattivarsi le simpatie della popolazione, che libera dai pesi fiscali che Metello aveva imposto. Prima della fine dell'anno, Cesare torna a Roma, a seguito di due episodi probabilmente leggendari ma particolarmente significativi: durante la notte sogna di avere un rapporto incestuoso con la madre. Il sogno indicava infatti la necessità di ritornare in patria ed era allo stesso tempo un presagio di dominio del mondo. Mentre osservava poi la statua di Alessandro Magno a Cadice (Gades), Cesare fu folgorato e scoppiò in lacrime, commentando: "Non vi sembra che ci sia motivo di addolorarsi se alla mia età Alessandro regnava già su tante persone, mentre io non ho fatto ancora nulla di notevole?"
Cesare, dopo aver votato per l'approvazione della Lex Gabinia e della Lex Manilia è eletto edile curule (aedilis curulis) nel 65 a.C.; gli edili curuli potevano essere solo patrizi ed erano i soli edili con caratteristiche di magistrati civici, l'edilità era una tappa politica obbligata per coloro che aspiravano al consolato. La Lex Gabinia concesse a Pompeo Magno i più ampi poteri per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste: massima libertà operativa, un'armata di 500 navi, 5.000 cavalieri e un totale di 120.000 armati. La legge passò grazie al fondamentale appoggio politico di Cesare e Cicerone, che, pur dichiarandosi consapevole della sua illegalità, la riteneva necessaria. Questa legge segnò una tappa fondamentale nel collasso del potere senatorio e della Roma repubblicana e Cicerone, che non farà che incolpare Cesare per il crollo della Repubblica, fu almeno corresponsabile quando appoggiò le due leggi che umiliavano Senato e senatori. La Lex Manilia diede, infatti, a Pompeo Magno il potere supremo per condurre la terza fase della guerra contro Mitridate VI del Ponto. Questa nuova legge fece inferocire molti aristocratici, umiliati per la seconda volta dai populares. Alla fine però, le vicende diedero ragione a chi aveva votato la legge. Nel 63 a.C., ormai sconfitto, Mitridate si suicidò e Roma si liberò così definitivamente di un acerrimo nemico, che per decenni le aveva creato problemi in Asia Minore. Cesare approva decisamente le due leggi anche perché esse terranno Pompeo lontano da Roma dove Cesare assume un ruolo sempre maggiore nell’ambito dei populares. Cesare riesce, infatti, a consacrarsi definitivamente come nuovo leader del movimento popolare, conquistandosi le simpatie di tutta la popolazione romana. Egli fa esporre le sue personali collezioni d'arte nel Foro e sul Campidoglio, e organizza giochi di gladiatori in memoria del padre. Per la loro magnificenza (vi presero parte oltre trecentoventi coppie di gladiatori), i giochi suscitarono le preoccupazioni degli optimates, che non vedevano di buon occhio l'affermazione di Cesare; essi promulgarono una legge che prevedeva che non si potesse avere alle proprie dipendenze più di un certo numero di gladiatori. Cesare si propone come continuatore della politica antisillana: fa infatti rimettere in piedi i trofei ottenuti da Mario per le vittorie contro Cimbri e Teutoni; in quella occasione Cesare può verificare che il popolo romano adora ancora Caio Mario.
Mentre Pompeo parte per combattere i pirati, prima, e Mitridate, dopo, Cesare, nel 68 a.C., si sposa, per la terza volta, con la bellissima Pompea, figlia del consolare Pompeo Rufo e nipote di Silla; la parentela con il dittatore non lo preoccupa perché l’immensa dote che gli porta la moglie risolve tutti i suoi problemi finanziari. Cesare ripudierà Pompea dopo cinque anni a seguito di un piccante episodio che farà tramandare ai posteri la frase «La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto». Un enorme successo è per Cesare l'elezione nel 63 a.C. a pontefice massimo, dopo la morte di Quinto Cecilio Metello Pio, che era stato nominato da Silla. Cesare si era battuto perché il pontificato tornasse ad essere, dopo la riforma sillana, una carica elettiva, e comprendeva perfettamente quale aspetto avrebbe avuto la sua figura se insignita della carica di tutore del diritto e del culto romano. A sfidarlo c'erano però rappresentanti della fazione degli optimates molto più anziani e già da tempo giunti al culmine del cursus honorum, quali Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Vatia Isaurico. Cesare allora, aiutato da Marco Licinio Crasso, si procura grandi somme di denaro per ingraziarsi l'elettorato, come era oramai d’uso a Roma. La nettissima vittoria di Cesare getta nel panico gli optimates, mentre costituisce per il neoeletto pontefice una nuova acquisizione di prestigio, in grado di assicurargli la nomina a pretore per l'anno seguente. Il pretore grazie al potere di imperium e al potere di iurisdictio, svolge una funzione propulsiva dell'ordinamento giuridico, correggendo e colmando le lacune dello ius civilis. La pretura era in origine una specie di consolato, e le funzioni dei pretori erano una parte di quelle dei consoli che, secondo Cicerone, venivano chiamati anche iudices a iudicando. I pretori a volte comandavano l'esercito dello stato; e mentre i consoli erano assenti con le loro armate, esercitavano le funzioni di questi ultimi all'interno della città. La pretura era il passo immediatamente precedente al consolato. Cesare, per evidenziare l'importanza della carica di pontefice massimo, lascia la casa natale nella Suburra per trasferirsi sulla via Sacra, nella casa che spettava al pontefice massimo. L’alleanza tra Cesare e Crasso è strana e labile; i due capeggiano il partito dei populares, ma sono molto diversi tra loro Cesare generoso e umano, Crasso avaro e spietato, tuttavia devono intendersi per ostacolare Pompeo il cui ritorno trionfale a Roma essi temono.
Nel 63 a.C. irrompe sulla scena politica Lucio Sergio Catilina; in tanta tamque corrupta civitate non poteva non nascere un Catilina. Nobile decaduto, egli tenterà più volte di impadronirsi del potere: organizza una prima congiura nel 65 a.C., a cui Cesare potrebbe aver preso parte. Secondo informazioni mai suffragate la congiura avrebbe portato all'elezione di Crasso come dittatore e di Cesare come suo magister equitum, e sarebbe fallita per la defezione o di Crasso o di Cesare; gli storici ritengono improbabile una partecipazione di Cesare. Quando nel 63 la seconda congiura di Catilina fu scoperta da Marco Tullio Cicerone, Lucio Vezio, amico di Catilina, fece i nomi di alcuni congiurati, includendo tra essi anche Cesare. Questi fu scagionato dalle accuse grazie all’intervento di Cicerone, ma resta assai probabile che avesse partecipato, almeno inizialmente, a questa seconda congiura. Ad avvalorare l'ipotesi è il discorso che lo stesso Cesare pronuncia in senato in difesa dei congiurati Lentulo e Cetego. Dopo la sua fuga, Catilina aveva lasciato a loro le redini della congiura, ma i due erano stati scoperti. Discutendo sulla pena cui condannare Lentulo e Cetego, molti senatori avevano proposto la condanna a morte; Cesare, invitando tutti a non prendere decisioni avventate e dettate dalla paura, propone invece di confinare i congiurati e di confiscare loro i beni. Il discorso di Cesare, che aveva convinto molti senatori, fu però seguito da un altro, molto acceso, pronunciato da Marco Porcio Catone Uticense, che riuscì a reindirizzare il senato verso la condanna a morte dei congiurati. Lentulo e Cetego furono quindi condannati a morte senza che fosse concessa la provocatio ad populum. Il discorso di Cesare, grazie al quale egli si presenta come un uomo saggio e poco vendicativo, fu molto gradito al popolo, che sperava nei benefici che Catilina aveva promesso; è però probabile che con le sue parole il futuro dittatore tentasse anche di salvare dalla morte degli amici e compagni politici. Catilina fu definitivamente sconfitto in campo presso Pistoia.
Al termine del 62 a.C. Pompeo tornò a Roma carico di gloria e gli optimates si precipitarono tra le braccia del generale vittorioso; non è chiaro perché Pompeo abbia congedato la sua armata e non abbia occupato Roma come aveva fatto Silla. Gli storici concordano sul fatto che Pompeo non aveva l’intelligenza politica per lanciarsi in un progetto così ambizioso.
Cesare nel 61 a.C. è propretore della Spagna ulteriore, dove conduce operazioni vittoriose contro i lusitani e le popolazioni della Galizia; i legionari gli conferiscono il titolo di imperator che il Senato ratifica. Una volta tornato a Roma Cesare reclama il trionfo, ma, è tuttavia costretto a rinunciarvi, in quanto per celebrare il trionfo avrebbe dovuto mantenere le sue vesti di militare e restare fuori dalla città di Roma. Il propretore chiede dunque al senato il permesso di candidarsi al consolato in absentia, attraverso i suoi legati, ma Catone l'Uticense si oppone con ogni metodo. Cesare, posto di fronte ad una scelta particolarmente importante per la sua carriera futura, preferisce puntare al gradino più alto del cursus honorum e, candidatosi nel 60 a.C., viene eletto console per l'anno 59. Nel 60 a.C., Cesare stipula un'alleanza strategica con due tra i maggiori capi politici dell'epoca: Crasso e Pompeo. Questo accordo privato fu successivamente chiamato dagli storici Primo Triumvirato; si trattava di un accordo tra privati che, data l'influenza dei firmatari, ebbe poi notevolissime ripercussioni sulla vita politica, dettandone gli sviluppi per quasi dieci anni. Crasso era l'uomo più ricco di Roma ed era un esponente di spicco della classe degli equites (i cavalieri). Pompeo, dopo aver brillantemente risolto le guerre in Oriente, era il generale con più successi alle spalle. Il rapporto tra Crasso e Pompeo non era idilliaco, ma Cesare con la sua fine abilità diplomatica riesce a riappacificarli, vedendo in un'alleanza tra i due l'unico modo con cui egli stesso avrebbe potuto raggiungere i vertici del potere. In base a questo accordo Pompeo avrebbe dovuto sostenere la candidatura al consolato di Cesare, mentre Crasso l'avrebbe dovuta finanziare. In cambio di quest'appoggio, Cesare avrebbe fatto in modo che ai veterani di Pompeo venissero distribuite delle terre, e che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente; al contempo, com'era desiderio di Crasso e degli equites, fu ridotto di un terzo il canone d'appalto delle imposte della provincia d'Asia. A rinsaldare ulteriormente quanto previsto dal triumvirato, Pompeo sposò Giulia, la figlia di Cesare. “Nello Stato - scrive Svetonio – non doveva succedere nulla che fosse sgradito a uno di loro”. Nel 59 a.C., l'anno del suo consolato, Cesare porta al servizio dell'alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio, e si adopera per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri. Nonostante la forte opposizione del collega Marco Calpurnio Bibulo, che tenta in ogni modo di ostacolare le sue iniziative, Cesare roga, per la plebe, una prima Lex Iulia agraria che ordina l'assegnazione ai cittadini poveri dell'agro demaniale, eccetto l'agro campano, e di altri terreni da acquistarsi dallo stato, e una seconda che ordina l'assegnazione anche dell'agro campano (perciò Lex campana) ai padri di più di tre figli; nulla può l’ostracismo di Bibulo e Catone contro la decisione dei triunviri. In favore dei cavalieri, roga una Lex Iulia de publicanis, che rimette agli appaltatori delle imposte dell'Asia un terzo della somma da essi dovuta; una Lex Iulia repetundarum, che regola con nuove norme l'amministrazione provinciale e rende più rigorosa la procedura e le sanzioni contro i governatori rei di concussione. Una Lex Iulia de actis Gn. Pompei confirmandis ratifica l'ordinamento dato da Pompeo all'Asia e una Lex Iulia derege alexandrino riconosce e dichiara amico del popolo romano il re d'Egitto Tolomeo Aulete, che la pagò a Cesare e Pompeo 6000 talenti. Bibulo, una volta accortosi del fallimento della sua sterile politica volta esclusivamente alla conservazione dei privilegi da parte della nobilitas senatoriale, si ritira dalla vita politica: in questo modo pensa di frenare l'attività del collega, che invece può attuare in tutta tranquillità il suo rivoluzionario programma. Cesare fa infine promulgare una legge che impone al senato di stilare le relazioni di ogni seduta (gli acta senatus) e di dare pubblicità ai dibattiti popolari con (gli Acta diurna), dando prova di una straordinaria capacità di innovare i riti dello stato. Gli Acta contenevano oltre agli atti ufficiali le più svariate notizie della vita di Roma. La sua frenetica attività riformista, appoggiata da Pompeo e Crasso, permette di realizzare quello che non era riuscito ai Gracchi e a Caio Mario. Sempre nel 59 a.C. Cesare, in vista di una probabile espansione transalpina e considerando il territorio comense strategicamente importante per la difesa della penisola, aveva fatto varare la Lex Vatinia con la quale era autorizzato a fondare una colonia cui diede il nome di Novum Comum. Cesare fece bonificare l'area prospiciente il lago deviando alcuni torrenti e vi insediò 5.000 coloni. Questa iniziativa fu appoggiata con entusiasmo da Cneo Pompeo, anche in onore del padre Pompeo Strabone che, per primo, aveva ripopolato l’antica città.

Il mondo romano prima di cesare

Il mondo romano prima delle conquiste di Cesare


Cesare aveva quarantuno anni ed era al culmine della carriera politica e all’inizio dell’ascesa al potere assoluto.
Durante il consolato, grazie all'appoggio dei triumviri, Cesare ottiene con la citata Lex Vatinia il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico per cinque anni, con un esercito composto da tre legioni (VII, VIII e IX). Poco dopo un senatoconsulto gli affida anche la vicina provincia Narbonense e la X Legio. Il fatto che Cesare avesse chiesto la provincia dell'Illirico nel suo imperium, con la dislocazione all'inizio del 58 a.C. di ben tre legioni ad Aquileia, potrebbe significare che egli intendeva già recarvisi in cerca di gloria e ricchezze. Il senato sperava di allontanare il più possibile Cesare da Roma, proprio mentre egli stava acquisendo una sempre maggiore popolarità. Cesare aveva ben chiare le potenzialità che l'incarico affidatogli presentava. In Gallia avrebbe potuto conquistare immensi bottini di guerra (con i quali saldare i debiti contratti nelle campagne elettorali), e avrebbe acquisito il prestigio necessario per attuare la sua riforma della res publica. Prima di lasciare Roma, nel marzo del 58 a.C., Cesare incarica il suo alleato politico Publio Clodio Pulcro, tribuno della plebe, di fare in modo che Cicerone sia costretto a lasciare Roma. Clodio fa allora approvare una legge con valore retroattivo che puniva tutti coloro che avevano condannato a morte dei cittadini romani senza concedere loro la provocatio ad populum: Cicerone è quindi condannato per il suo comportamento in occasione della congiura di Catilina, è esiliato e deve lasciare Roma e la vita politica. In questo modo Cesare cerca di assicurarsi che, in sua assenza, il senato non prenda decisioni che possano compromettere la realizzazione dei suoi piani. Allo stesso scopo, Cesare si libera anche di Marco Porcio Catone, che viene allontanato da Roma e inviato come propretore a Cipro. Per evitare inoltre di divenire oggetto delle accuse legali dei suoi avversari, si appella alla Lex Memmia, secondo la quale nessun uomo che si trovi fuori dall'Italia a servizio della res publica possa subire un processo. Infine, affida la gestione dei suoi affari a Lucio Cornelio Balbo, un eques di origine spagnola, costruisce una fidata rete di agenti segreti che lo informano di tutto e, per evitare che i suoi messaggi possano cadere nelle mani dei suoi avversari, inventa un codice cifrato, che prese il nome di cifrario di Cesare. Dopo un anno passato alle porte di Roma cum magno esercitu Cesare viene informato che gli elvezi, stanziati tra il lago di Costanza, il Rodano, il Giura, il Reno e le Alpi retiche, si accingevano ad attraversare il territorio della Gallia Narbonense. C'era dunque il pericolo che essi, al loro passaggio sul territorio romano, compissero razzie e incitassero alla rivolta il popolo che vi risiedeva, gli allobrogi; i territori che gli elvezi avrebbero lasciato, potevano poi divenire meta delle migrazioni di popoli germanici, che si sarebbero insediati al confine con lo stato romano, dando origine a un pericolo da non sottovalutare. Il 28 marzo Cesare, avuta notizia che gli elvezi, bruciate le loro città, erano giunti sulle rive del Rodano, si precipita in Gallia, dove giunge il 2 aprile. Disponendo solo della decima legione, insufficiente a contrastare un popolo di 368 000 individui (tra cui 92 000 uomini in armi), fa distruggere il ponte sul Rodano per impedirne il passaggio e inizia a reclutare in tutta la provincia forze ausiliarie, disponendo, inoltre, la creazione di due nuove legioni nella Gallia Cisalpina e ordinando a quelle stanziate ad Aquileia di raggiungerlo. Gli elvezi inviano a Cesare dei messaggeri che chiedono l'autorizzazione ad attraversare pacificamente la Gallia Narbonense; Cesare, però, temendo che una volta in territorio romano gli elvezi possano abbandonarsi a razzie, gliela rifiuta, dopo aver fatto fortificare la riva del Rodano. Gli elvezi, allora, decidono di attraversare il territorio dei sequani; Cesare tuttavia, adducendo a pretesto le devastazioni compiute dagli elvezi ai danni degli edui, alleati dei Romani, li affronta e li sconfigge a Bibracte (Autun). Una volta sconfitti, agli elvezi fu consentito di tornare nel loro territorio d'origine, in modo da evitare che questo venisse occupato da popoli germanici proveniente dalle zone del Reno e del Danubio. I galli in un’assemblea chiedono a Cesare di aiutarli a ricacciare i germani che avevano oltrepassato il Reno; i germani sono comandati da Ariovisto che aveva ottenuto il titolo di rex atque amicus populi Romani. Cesare cerca di convincere Ariovisto a ritornare oltre il Reno e, avendone ricevuto un rifiuto, lo affronta presso l'odierna Mulhouse, ai piedi dei Vosgi. I Germani vengono duramente sconfitti e massacrati dalla cavalleria romana mentre tentano di salvarsi attraversando il fiume. Con la vittoria su Ariovisto, Cesare, fermate le invasioni germaniche e posto il Reno come confine tra la Gallia e la Germania stessa, mette in sicurezza le popolazioni galliche dal pericolo dell'invasione, stabilendo però una propria egemonia sul territorio. Giova segnalare che Cesare deve impiegare tutto il suo valore oratorio per convincere i legionari al combattimento contro i germani che erano molto temuti. Napoleone nelle sue memorie dovrà ammettere che la vittoria di Cesare “fu la salvezza dei galli”.
A Nord della Gallia sottomessa ai romani c’è una Gallia ancora indipendente che Cesare sintetizza con la famosa frase “Gallia est omnis divisa in partes tres” abitata dai celti, dai belgi e dagli acquitani.
Dopo aver svernato nella Gallia Cisalpina, provincia che Cesare amava e che gli consentiva di seguire ciò che accadeva a Roma, nel 57, avvalendosi dell'aiuto degli edui (stanziati tra i fiumi Saona e Loira) e delle due nuove legioni che aveva fatto arruolare, Cesare decide di portare la guerra nel nord della Gallia. Qui i belgi erano da tempo pronti a combattere consci del fatto che se Cesare si fosse impossessato della Gallia essi avrebbero perso la propria autonomia; i belgi avevano organizzato un’assemblea pangallica e portato dalla propria parte diverse popolazioni. Anche la bellicosa popolazione dei nervi (stanziati sempre nella Gallia belgica) si era unita ai belgi. Il generale, radunate le forze, marcia verso il nord, dove i belgi si erano radunati in un unico esercito di oltre 300.000 uomini al comando di Galba, valoroso re dei suessioni (Soissins). Cesare non disdegna l’azione diplomatica per staccare da Galba alcune tribù galliche timorose delle eventuali ritorsioni dei romani. Raggiunta l’armata nemica Cesare la sconfigge in più battaglie; all'arrivo dell'inverno torna nuovamente nella Gallia Cisalpina. A Roma, su proposta di Cicerone, riammesso a Roma grazie a Cesare, decretano una supplicatio agli dei di quindici giorni.
Nel 56 a.C. a insorgere sono i popoli della costa atlantica, dopo che Cesare aveva mandato il giovane Publio Crasso (figlio del triunviro) a esplorare le coste della Britannia, lasciando così intuire il suo progetto di espansione verso nord-ovest. Per contrastare gli insorti, Cesare fa allestire una flotta di navi da guerra sulla Loira e dopo aver inviato i propri uomini nei punti nevralgici della Gallia per evitare ulteriori ribellioni si dirige verso la Bretagna, per combattere i veneti (popolazione della Gallia celtica abitante sulle coste della Bretagna). Con l’arrivo della flotta, al comando di Decimo Giunio Bruto Albino, riesce ad avere la meglio sui veneti presso Quiberon, e, dopo averli sconfitti, li fa uccidere o ridurre in schiavitù, per punire la condotta avuta nei riguardi degli ambasciatori romani.
Nel 55 a.C. i popoli germanici degli usipeti e dei tencteri, che costituiscono una massa di 430 000 uomini, oltrepassano il Reno, che i romani consideravano un confine invalicabile. Cesare, temendo un'avanzata germanica, si affretta a raggiungere la Gallia belgica, e impone ai germani di tornare oltre il Reno. Quando questi si ribellano, Cesare ne fa imprigionare gli ambasciatori e ne assalta a sorpresa gli accampamenti, uccidendo 200mila, forse 400mila a sentire Cesare tra uomini, donne e bambini. L'azione, particolarmente cruenta, suscita la sdegnata reazione di Catone, che propone al senato di consegnare Cesare ai germani, in quanto colpevole di aver violato i diritti degli ambasciatori. Cesare, costruito in tempi brevissimi un ponte di legno sul Reno, guida una breve spedizione in Germania per intimidire gli abitanti del luogo e scoraggiare altri eventuali tentativi di invasione.
Nell'estate del 55 a.C., Cesare decide di invadere la Britannia i cui abitanti avevano fatto svariate incursioni contro i romani. Dopo alcune operazioni preventive, salpa con ottanta navi e due legioni per sbarcare nei pressi di Dover, poco lontano da dove lo attende l'esercito nemico. I britanni sono sconfitti e decidono di sottomettersi a Cesare, ma tornano quasi subito alla ribellione, non appena apprendono che parte della flotta romana era stata danneggiata dalle tempeste, che impedivano l'arrivo di rinforzi. I britanni sono, però, ancora sconfitti e costretti a chiedere la pace e a consegnare numerosi ostaggi. Cesare torna allora in Gallia, dove disloca le legioni negli accampamenti invernali; intanto, però, molti dei Britanni si rifiutano di inviare gli ostaggi promessi, e Cesare comincia a programmare una nuova campagna. L’audace spedizione in Britannia entusiasma il popolo romano e lo stesso Catullo che aveva sempre punzecchiato Cesare con versi scurrili è colpito dalla temerarietà dell’azione compiuta contro gli horribilesque ultimosque britannos.
Nel 54 a.C., assicuratosi la fedeltà della Gallia, il generale salpa nuovamente verso la Britannia con ottocento navi e cinque legioni. Sbarca senza incontrare resistenza, ma, non appena si accampa, viene attaccato dai britanni guidati da Cassivellauno, che Cesare sconfigge, Decidendo, poi, di portare la guerra nelle terre dello stesso Cassivellauno, oltre il Tamigi, attacca fulmineamente il nemico che non se lo aspetta e lo sconfigge. Cassivellauno è costretto ad avviare le trattative di pace, che stabiliscono che egli avrebbe offerto ogni anno un tributo e degli ostaggi a Roma. Cesare dopo due mesi si ritira dalla Britannia stabilendo numerosi rapporti di clientela che pongono la base per la conquista dell'isola nel 43 d.C..
Il proconsole disloca le sue legioni negli hiberna, quando già in più zone si respira aria di rivolta. Il capo degli eburoni (stanziati nella belgica, ma di origine germanica), il formidabile Ambiorige, in particolare, decide di prendere d'assedio un accampamento e, convinti con l'inganno i soldati ad uscire allo scoperto, li aggredisce, massacrando quindici coorti. Spinto dal successo, attacca un altro accampamento, retto da Quinto Cicerone; questi è più prudente, e attende l'arrivo di Cesare, che mette in fuga l'esercito nemico forte di 60 000 uomini. Contemporaneamente, anche il luogotenente di Cesare, Tito Labieno, è attaccato dai treviri (galli della belgica), guidati da Induziomaro ma, sebbene in svantaggio numerico, li sconfigge, uccidendo anche Induziomaro.
All'inizio del 53 a.C., Cesare porta il numero delle sue legioni a dieci, arruolandone una ex novo e ricevendone un'altra da Pompeo. Marcia contro treviri e menapi (celti della belgica) ed eburoni, affidando parte delle truppe al luogotenente Tito Labieno. Cesare sottopone a crudeli razzie le terre dei menapi, che sono costretti a sottometterglisi, mentre Labieno sconfigge i treviri. Cesare decide di passare di nuovo il Reno, costruendovi un nuovo ponte, per punire i Germani che avevano appoggiato la rivolta della Gallia belgica. Dopo una breve incursione decide di tornare indietro per evitare i rischi di un territorio sconosciuto. Decide di condurre l'intero esercito contro gli eburoni che sono sconfitti e massacrati, così che alla fine dell'estate Cesare può ritenere vendicate le sue quindici coorti.
Ultimo atto della guerra di Gallia è la rivolta guidata da Vercingetorige (corpore, armis spirituque terribilis), capo degli arverni (della gallia centrale), attorno al quale si stringono tutti i popoli celti, inclusi gli "storici" alleati dei Romani, gli edui. La Gallia intera si rivolta,sospinta da un fervore di indipendenza. La rivolta ha inizio, in pieno inverno, dalle azioni dei carnuti (stanziati tra la Senna e la Loira), ma ben presto a prenderne il comando è Vercingetorige che, eletto re degli arverni, si guadagna l'alleanza di tutti i popoli limitrofi. Cesare torna in Gallia, lasciando la Cisalpina dove si trovava a svernare; i sentieri sono cancellati, i fiumi ghiacciati, ma Cesare con rapidità impressionante, confermando le sue eccezionali capacità di movimento piomba in Gallia, attraverso le gole delle Cevenne portando con sé nuove legioni appena arruolate in Cisalpina. Vercingetorige decide di marciargli contro, ma il proconsole in risposta cinge d'assedio la città di Avarico, riesce ad espugnarla dopo quasi un mese con l'ausilio di imponenti opere di ingegneria militare, mentre il re degli arverni, benché potesse contare su di un esercito più numeroso di quello di Cesare, si sottrae allo scontro e assiste al massacro di tutta la popolazione della città (oltre 40 000 persone). Vercingetorige riesce, peraltro a convincere gran parte delle popolazioni galliche, adotta la tecnica della guerriglia e fa terra bruciata attorno all’esercito romano. Affidato ai luogotenenti l'incarico di occuparsi del resto della Gallia, Cesare punta su Gergovia, capitale degli arverni, dove Vercingetorige si è asserragliato. Sconfitto, anche se di misura, in uno scontro, Cesare è costretto a togliere l'assedio. Intanto Vercingetorige, che si vede confermare il comando della guerra dall'assemblea gallica, evita nuovamente una vera battaglia in campo aperto, e decide di rinchiudersi nella città di Alesia, pensando di bissare il successo di Gergovia. Cesare lo raggiunge e fa costruire una doppia linea di fortificazioni che si estendono per oltre 17 chilometri; una linea verso la città e una a protezione delle spalle. Egli, infatti, si aspetta l'arrivo di un esercito di rinforzo a Vercingetorige, e teme che i suoi 75 000 legionari (tra cui quasi diecimila cavalieri) possano rimanere schiacciati tra le forze nemiche. Difatti, dopo oltre un mese, a sostegno dei 60 000 assediati giungono altri 240 000 armati, che attaccano le undici legioni di Cesare: egli, guidando l'esercito in prima persona assieme a Labieno, ottiene una decisiva vittoria e costringe Vercingetorige a consegnarsi prigioniero. Afferma Plutarco un’armata immensa svanì rapidamente come un fantasma.

Cesare si sofferma a lungo nel racconto della battaglia di Alesia che ripercorro anch'io.

Alesia

Le fortificazioni costruite da Cesare ad Alesia, nell'ipotesi della locazione della battaglia presso Alise-sainte-Reine (52 a.C.).


Alesia era su una posizione fortificata in cima a una collina con spiccate caratteristiche difensive, circondata a valle da tre fiumi (l'Ose a nord, l'Oserain a sud ed il Brenne ad ovest). Per tali ragioni Cesare ritiene che un attacco frontale non avrebbe potuto avere buon esito ed opta per un assedio, nella speranza di costringere i Galli alla resa per inedia. Considerato che circa ottantamila soldati si erano barricati nella città, oltre alla popolazione civile locale dei Mandubi, sarebbe stata solo questione di tempo. Per garantire un perfetto blocco, Cesare ordina la costruzione di una serie di fortificazioni, chiamate "controvallazione" (interna) e "circonvallazione" (esterna), attorno ad Alesia. I dettagli di quest'opera ingegneristica sono descritti da Cesare nei Commentari e confermati dagli scavi archeologici nel sito. Per prima cosa Cesare fa scavare una fossa (ad occidente della città di Alesia, tra i due fiumi Ose e Oserain) profonda circa sei metri, con le pareti dritte in modo che il fondo fosse tanto largo quanto distavano i margini superiori. A questo punto, fa costruire, nel tempo record di tre settimane, la prima "circonvallazione" di quindici chilometri tutto intorno all'oppidum nemico e, all'esterno di questo, per altri quasi ventun chilometri, la "controvallazione". Le opere comprendevano: due valli (uno esterno ed uno interno) sormontati da una palizzata, la cui altezza complessiva era di tre metri e mezzo; due fosse larghe quattro metri e mezzo e profonde circa uno e mezzo lungo il lato interno, dove la fossa più vicina alla fortificazione fu riempita con l'acqua dei fiumi circostanti; oltre i fossati si trovavano inoltre trappole e profonde buche per limitare le continue sortite dei Galli, che spesso attaccavano i cantieri dei Romani con grande violenza da più porte della città di Alesia; quasi un migliaio di torri di guardia equidistanti a tre piani (a venticinque metri circa, l'una dall'altra), presidiate dall'artiglieria romana; ben ventitré fortini ("castella"), nei quali di giorno erano posti dei corpi di guardia affinché i nemici non facessero improvvise sortite (probabilmente occupati ciascuno da una coorte), di notte erano tenuti da sentinelle e da solidi presidi; quattro grandi campi per le legioni (due per ciascun castrum) e quattro campi per la cavalleria, legionaria, ausiliaria e germanica. Erano necessarie considerevoli capacità ingegneristiche per realizzare una tale opera, ma non nuove per uomini come gli edili, gli ufficiali di Roma, che solo pochi anni prima, in dieci giorni, avevano costruito il ponte attraverso il Reno con somma meraviglia dei Germani. E infine, per non trovarsi poi costretto ad uscire dal campo con pericolo per l'incolumità delle sue armate, Cesare ordina di avere un deposito di foraggio e di frumento per trenta giorni. Appena i Romani ebbero terminato le prime fortificazioni nella piana di Laumes, ad occidente di Alesia (che si estende per tre miglia romane tra quei colli), la cavalleria di Vercingetorige attaccò nel tentativo di evitare il completo accerchiamento. La cavalleria romana, appoggiata dalle legioni schierate di fronte alle fortificazioni, e quella degli alleati Germani non solo riuscirono a respingere quella gallica, ma la rincorsero fino al loro campo, sterminandone la retroguardia e generando grande paura negli assediati. Prima che i Romani terminassero la linea fortificata, Vercingetorige decise di lasciar partire, in piena notte, l'intera cavalleria, affinché ciascun cavaliere si recasse presso la propria nazione d'origine e chiedesse aiuto a chiunque fosse in età di portare le armi. Saputo di avere provviste sufficienti per un solo mese, decise gli fossero consegnate interamente, stabilendo che chiunque non avesse ubbidito ai suoi ordini sarebbe stato messo a morte. Distribuì per ogni uomo il bestiame che i Mandubi avevano raccolto prima dell'inizio dell'assedio e, infine, ritirò l'intero esercito dentro le mura della città, preparandosi ad attendere gli aiuti esterni della Gallia per l'attacco finale. Anticipando il rischio che potesse giungere un esercito di soccorso ai Galli assediati, Cesare, come già detto, aveva fatto costruire seconda linea di fortificazioni, la "controvallazione", rivolta verso l'esterno. Lungo questa linea esterna erano posti quattro accampamenti di cavalleria ed altrettanti per la fanteria legionaria. Questa serie di fortificazioni aveva lo scopo di difendere l'esercito romano quando fossero giunte le imponenti forze di soccorso dei Galli. I Romani si sarebbero così trovati nella condizione di essere assedianti ed assediati contemporaneamente. Mentre Cesare provvedeva alla costruzione di questa seconda linea di fortificazioni, le condizioni di vita dentro Alesia cominciarono a farsi insostenibili per gli assediati. Si racconta che, passato il giorno nel quale gli assediati aspettavano gli aiuti dai loro alleati, consumato tutto il frumento, si riunirono in consiglio per valutare la situazione ed il da farsi: « ...parlò Critognato, il cui discorso merita di non essere trascurato per la singolare e aberrante crudeltà: "...Nel prendere una decisione dobbiamo considerare tutta la Gallia che abbiamo chiamato in nostro aiuto. Quale coraggio pensate che avranno i nostri amici e parenti dopo l'uccisione in un solo luogo di ottantamila uomini? ...Dunque qual è il mio consiglio? Di fare come fecero i nostri antenati nella guerra contro i Cimbri ed i Teutoni... quando, respinti nelle città e costretti da simile carestia, si cibarono dei corpi di coloro che per età non erano più adatti alla guerra e non si arresero ai nemici..." ». Al termine di questa riunione, Vercingetorige e l'intero Consiglio stabilirono che tutti quelli che per età o salute non erano adatti alla guerra, uscissero dalla città. Non potevano considerare di accogliere l'opinione di Critognato. Decisero, pertanto, di costringere le donne, i bambini e i vecchi del popolo dei Mandubi ad uscire dalla cittadella nella speranza non solo di risparmiare cibo per i soldati, ma che Cesare potesse accoglierli nelle fortificazioni, per poi lasciarli andare liberi. Ma ciò non avvenne poiché, come racconta Dione, morirono tutti di fame tra le mura della città di Alesia e le linee fortificate romane, nella "terra di nessuno". Cesare, infatti, dispose numerose guardie sul bastione e vietò che fossero accolti malgrado le loro preghiere ed i pianti. Il crudele destino di quei civili peggiorò il già compromesso morale all'interno delle mura. La fortuna volle però che di lì a poco, in quelle ore disperate, giunse finalmente l'esercito gallico di soccorso, dando loro nuove energie a resistere all'assedio e combattere per la possibile vittoria finale. L'esercito di soccorso gallico sembra non sia arrivato prima dell'inizio di ottobre del calendario giuliano. Occupato un colle esterno alla linea romana, si accamparono a non più di un miglio romano dalle fortificazioni di Cesare. Gli attacchi dei Galli, che si susseguirono per più giorni successivi, furono condotti contemporaneamente lungo le fortificazioni interne ed esterne romane, per spezzarne definitivamente l'assedio, ma non sortirono alcun successo. Al contrario provocarono ingenti perdite di vite umane soprattutto tra le schiere dell'esercito di soccorso dei Galli. Il giorno successivo all'arrivo dell'esercito di soccorso, i capi dei Galli disposero la cavalleria in modo da riempire tutta la piana ad occidente delle fortificazioni romane (per circa tre miglia), mentre collocarono le fanterie in luoghi più elevati, in posizione un poco arretrata (ai piedi della collina di Mussy-la-Fosse). Dall'alto della città di Alesia si potevano vedere chiaramente le manovre operate dall'esercito di soccorso, tanto che gli assediati si precipitarono all'esterno, prendendo posizione davanti alla città, coprendo con graticci e riempiendo con terra la fossa più vicina (distante dalle fortificazioni romane seicento metri), pronti ad intervenire lungo il fronte interno. Cesare, avendo disposto per ogni unità di fanteria uno specifico settore lungo le due linee di fortificazione (sia interna, sia esterna), ordinò che la cavalleria fosse condotta fuori dagli accampamenti ed attaccasse battaglia. Dall'alto delle colline le fanterie legionarie e le falangi galliche potevano così godersi l'intera vista della piana di Laumes, e seguire l'evolversi di questa battaglia equestre tra i due schieramenti. Il combattimento cominciò attorno a mezzogiorno e durò fino al tramonto con esito incerto. I Galli, pur in superiorità numerica, non riuscirono ad avere la meglio sulla cavalleria romana, che si batté con onore di fronte alle legioni schierate, quasi queste assistessero ad uno spettacolo gladiatorio: « ...quelli che stavano nelle fortificazioni ... facevano coraggio ai loro compagni con clamori ed urla... poiché si combatteva di fronte a tutti, nessuna azione coraggiosa o vile poteva essere nascosta, entrambi gli schieramenti erano incoraggiati ad avere comportamenti eroici, per il desiderio di gloria e per il timore dell'ignominia... » E quando sembrò che le sorti della battaglia fossero ormai decise, in una sorta di pareggio tra le parti, Cesare, a sorpresa, inviò lungo un fianco dello schieramento gallico la cavalleria germanica, la quale riuscì non solo a respingere il nemico, ma a far strage degli arcieri che si erano mischiati alla cavalleria, inseguendone le retroguardie fino al campo dei Galli. L'esercito di Vercingetorige che si era precipitato fuori dalle mura di Alesia, fu costretto a tornare all'interno della città, quasi senza colpo ferire. I Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale prepararono un gran numero di graticci, scale e arpioni. Usciti dal loro campo in silenzio a mezzanotte, si accostarono alle fortificazioni della piana di Laumes e, levato un grido per segnalare il loro attacco agli assediati di Alesia, cominciarono a gettare i graticci, a respingere i difensori che accorrevano lungo le fortificazioni con fionde, frecce e pietre, ed a scalare il vallo romano. I Romani, preparati a questo genere di attacchi, prese le posizioni assegnate in precedenza, riuscirono a tener lontani i Galli, con fionde che lanciavano proiettili da una libbra, con pali, proiettili di piombo e macchine da getto (catapulte, baliste ed onagri). I legati Marco Antonio e Gaio Trebonio, cui era toccato il compito di difendere quella parte, mandavano truppe tolte ai fortini più lontani in soccorso di quelle posizioni sotto l'attacco delle truppe galliche. Nel corso di questa prima fase vi furono numerosi feriti da entrambe le parti a causa dell'oscurità. Con l'approssimarsi del giorno, i Romani presero il sopravvento, bersagliando il nemico con lanci sempre più precisi dall'alto delle torri di avvistamento o da dietro la palizzata merlata, tanto da costringere i Galli a ritirarsi anche per il timore di essere presi alle spalle dalle cavallerie provenienti dagli accampamenti superiori. Ancora una volta, gli assediati di Alesia, essendosi attardati troppo nell'eseguire i preparativi per attaccare la linea interna delle fortificazioni romane e visto ormai che l'esercito di soccorso si stava ritirando, desistettero anch'essi e, senza aver concluso nulla, tornarono all'interno della città. Respinti due volte con grandi perdite di vite umane, l'esercito di soccorso dei Galli decise, dopo aver eseguito una meticolosa ricognizione delle posizioni difensive romane, di attaccare il campo superiore, che sorgeva in una posizione quasi sfavorevole in leggero declivio, ai piedi di un colle (Monte Réa, 386 m), che a causa della sua ampiezza non era stato inglobato nella linea fortificata romana. Questo campo era stato affidato ai legati legionari Gaio Antistio Regino (legione XI) e Gaio Caninio Rebilo (legione I). Il consiglio di guerra gallico deliberò di selezionare sessantamila armati tra i più valorosi e di sferrare un attacco a sorpresa nel punto più debole dello schieramento romano, affidandone il comando all'arverno Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige e uno dei quattro comandanti supremi. Vercassivellauno, uscito dal campo in piena notte e terminata la marcia prima che sorgesse l'alba, si nascose dietro al monte Réa, dove fece riposare i soldati in attesa di lanciare l'attacco finale. Attorno a mezzogiorno, come stabilito, mosse la sua armata verso il campo superiore di Regino e Caninio, mentre contemporaneamente dal grande campo gallico dell'esercito di soccorso veniva inviata l'intera cavalleria ed altri reparti di truppe nella piana di Laumes, di fronte alle fortificazioni romane. Vercingetorige, visti i movimenti dell'esercito di soccorso dalla rocca di Alesia, uscì dalla città, portando avanti graticci, pertiche, falci e tutto quanto possedeva per provare a spezzare l'assedio romano. L'attacco avvenne in contemporanea su almeno tre fronti. «Le forze romane si dividevano per tutta l'ampiezza della linea fortificata e non facilmente riuscivano a fronteggiare il nemico in più luoghi contemporaneamente. I Romani erano altresì terrorizzati dal grido che si alzava alle loro spalle mentre combattevano, poiché capivano che il pericolo dipendeva dal valore di coloro che proteggevano le loro spalle: ciò che non si vede infatti turba maggiormente le menti degli uomini.» Entrambi i contendenti sapevano che in questa battaglia si giocavano i loro destini. I Galli, se non fossero riusciti a sfondare la linea fortificata romana, avrebbero dovuto abbandonare ogni speranza di libertà; i Romani, se avessero vinto, avrebbero posto fine a tutte le sofferenze della guerra. La situazione era particolarmente grave per i Romani lungo il tratto superiore: qui la pendenza del colle favoriva i continui attacchi dei Galli, i quali - oltre a scagliare una grande quantità di dardi contro le fortificazioni romane provocandone numerose vittime - sostituivano con continuità le prime linee con truppe fresche (grazie alla loro elevata superiorità numerica) ed erano riusciti a colmare in alcuni tratti i fossati, dando la scalata alla prospiciente palizzata. Cesare, informato di questa difficile situazione, decide per prima cosa di inviare il suo più valido collaboratore, Labieno, con sei coorti a soccorrere il campo superiore, poi il giovane Decimo Bruto con altre coorti ed ancora Gaio Fabio con altre ancora. Il generale mosse nella stessa direzione dell'accampamento superiore, ma nel percorrere buona parte delle linee fortificate romane esortava i suoi legionari a non farsi vincere dalla fatica e prestava loro soccorso con truppe fresche. «In quel giorno e in quell'ora, i legionari, avrebbero raccolto il frutto di tutte le battaglie combattute in passato.» Vercingetorige, disperando frattanto di poter sfondare la palizzata nella zona della piana di Laumes, diede l'assalto in salita alle fortificazioni meridionali, quelle più scoscese. Qui i Galli tentarono di colmare dove potevano i fossati con terra e graticci, mentre con le falci erano riusciti in alcuni punti a spezzare la palizzata dello schieramento romano. Il proconsole romano, venuto a conoscenza che malgrado avesse inviato numerose coorti in soccorso la situazione al campo settentrionale continuava ad essere assai grave, decide di recarsi personalmente con nuovi reparti legionari raccolti durante il percorso di avvicinamento. Qui non solo riesce a ristabilire la situazione a favore dei Romani, ma con mossa inaspettata e repentina ordina a quattro coorti e a parte della cavalleria di seguirlo: aveva in mente di aggirare le fortificazioni ed attaccare il nemico alle spalle. Frattanto Labieno, radunate dai vicini fortilizi in tutto trentanove coorti, si apprestò a muovere anch'egli contro il nemico. «Riconosciuto Cesare per il colore del suo mantello, che portava come un'insegna durante i combattimenti... i Romani, lasciati i pilum, combattono con la spada. Velocemente appare alle spalle dei Galli la cavalleria romana, mentre altre coorti si avvicinano. I Galli volgono in fuga. La cavalleria romana rincorre i fuggiaschi e ne fa grande strage. Viene ucciso Sedullo, comandante dei Lemovici; l'arverno Vercassivellauno viene catturato durante la fuga; vengono portate a Cesare settantaquattro insegne militari. Di così grande moltitudine pochi riuscirono a raggiungere il campo e salvarsi... Dalla città, avendo visto la strage e la fuga dei compagni e disperando della salvezza, ritirano l'esercito in Alesia. Giunta questa notizia, i Galli del campo esterno si danno alla fuga... Se i legionari non fossero stati sfiniti... tutte le truppe nemiche avrebbero potuto essere distrutte. Verso mezzanotte la cavalleria, mandata all'inseguimento, raggiunse la retroguardia nemica. Un grande numero di Galli fu preso ed ucciso, gli altri si disperdono in fuga verso i loro villaggi.» Cesare aveva vinto nuovamente. Questa volta aveva, però, sconfitto l'intera coalizione della Gallia. La sua era stata una vittoria totale contro l'impero dei Celti. Il giorno dopo il comandante gallico con fierezza convocò il consiglio e dichiarò di aver intrapreso questa guerra non per utilità propria, ma per la libertà della Gallia. Egli rimetteva la sua vita nelle mani dell'assemblea: era disponibile sia a morire per dare soddisfazione ai Romani, sia ad essere consegnato quale preda di guerra a Cesare. Furono, pertanto, inviati ambasciatori al proconsole romano per trattare le condizioni della resa. La risposta non si fece attendere: dovevano consegnare tutte le armi e presentare i capi della rivolta. Il proconsole romano, che aveva fatto porre il proprio seggio davanti alle fortificazioni («Ipse in munitione pro castris consedit»), accolse la resa dei capi galli e la consegna del comandante sconfitto. «Vercingetorige, indossata l'armatura più bella, bardò il cavallo, uscì in sella dalla porta della città di Alesia e, fatto un giro attorno a Cesare seduto, scese da cavallo, si spogliò delle armi che indossava e chinatosi ai piedi di Cesare, se ne stette immobile, fino a quando non fu consegnato alle guardie per essere custodito fino al Trionfo. »
Termina così la ribellione gallica, e Roma è ormai padrona di un nuovo immenso territorio; mentre Pompeo aveva ampliato i confini di Roma a Oriente, Cesare li amplia a Nord delle Alpi. Tra il 51 e il 50 a.C., Cesare non ha infatti che da sedare alcune rivolte locali, e riconciliarsi con le tribù che ha combattuto: nel 50, infine, dichiara la Gallia, ormai totalmente in suo possesso, provincia romana, e nel 49 a.C. le sue legioni possono finalmente tornare nella Cisalpina. Mi piace ricordare che Cesare, al termine di ogni battaglia e compiute atroci ritorsioni tanto più violente quanto maggiori erano state le perdite di legionari, mutava stato d’animo tanto da amministrare con spirito sereno le popolazioni domate e rafforzare ovunque il partito dei filo romani. Giova sottolineare, inoltre, che la Francia deve a Cesare non solo il suo ingresso nell’orbita della civiltà mediterranea, ma anche la salvezza e la conservazione di quegli elementi celtici che sono rimasti a far parte della sua cultura romanizzata.
Nel 50 a.C., Cesare, facendo politica dalla Gallia Cisalpina, richiede al senato la possibilità di candidarsi al consolato in absentia, ma se la vede nuovamente negare, come già era successo nel 61 a.C. Avendo compreso le intenzioni a lui ostili del senato Cesare fa avanzare ai tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione una proposta che prevedeva che tanto lui quanto Pompeo avrebbero sciolto le loro legioni entro la fine dell'anno. Il senato, invece, ingiunge a entrambi i generali di inviare una legione per la progettata spedizione contro i Parti, mentre elegge a consoli per il 49 a.C. Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, feroci avversari di Cesare. Questi è costretto a lasciare andare una delle sue legioni, che si unisce con quella offerta da Pompeo nel sud dell'Italia. Cesare, intanto, ordina ad Antonio e Curione di avanzare una nuova proposta (lenissima postulata) in senato, chiedendo di poter restare proconsole delle Gallie conservando solo due legioni e candidandosi in absentia al consolato. Plutarco che non è mai tenero con Cesare deve ammettere che il proconsole era nel giusto. Sebbene Cicerone fosse favorevole alla ricerca di un compromesso, il senato, spinto da Catone, rifiuta la proposta di Cesare, ordina che sciolga le legioni entro la fine del 50 a.C. e torni a Roma da privato cittadino per evitare di divenire hostis publicus. I tribuni della plebe osteggiano, tramite il diritto di veto, il senato, ma sono costretti, al principio del 49 a.C., a scappare da Roma per salvare la vita. Il Senato vota un senatus consultum ultimum de republica defendenda e conferiscono, in pratica, a Pompeo tutti i poteri. Cesare allora decide di varcare con le sue legioni il confine politico della penisola italiana, il fiume Rubicone. Il 9 gennaio ordina a cinque coorti di marciare fino alla riva del fiume, ed il giorno successivo lo attraversa, pronunciando la storica frase "alea iacta est", o forse il più militaresco “alea tracta est”.
Con quest'atto Cesare dichiara ufficialmente guerra al senato ed alla res publica, divenendo nemico dello stato romano. Si dirige verso sud spostandosi lungo la costa adriatica, nella speranza di poter raggiungere Pompeo prima che lasci l'Italia, per tentare di riconciliarsi con lui; Pompeo, al contrario, allarmato anche dalla caduta di numerose città filo pompeiane si rifugia in Puglia, con l'obbiettivo di raggiungere assieme alla sua flotta la penisola balcanica. L'inseguimento da parte di Cesare è vano perché Pompeo riesce a scappare assieme ai consoli in carica e a gran parte dei senatori a lui fedeli, e a mettersi in salvo a Durazzo. Cesare allora, rientrato a Roma dopo anni di assenza, si impossessa delle ricchezze dell'erario e decide poi di marciare contro la Spagna (che gli ultimi accordi tra i triumviri avevano assegnato a Pompeo). Tutti si aspettano che Cesare insegua Pompeo, ma, da grande stratega Cesare preferisce coprirsi le spalle. Giunto in Provenza, lascia tre legioni al comando di Decimo Bruto e Gaio Trebonio con l'incarico di assediare Marsiglia, che cade in mano ai cesariani solo dopo mesi di assedio. Egli prosegue verso la penisola iberica, dove combatte contro i tre legati di Pompeo che amministravano la regione: dopo mesi di scontri riesce ad avere la meglio e può tornare in Italia. Assunta per pochi giorni la dittatura e ottenuta l'elezione al consolato per il 48 a.C., Cesare decide di attaccare Pompeo nella penisola balcanica, salpando da Brindisi nel gennaio del 48 a.C. assieme al suo luogotenente Marco Antonio. Il primo scontro contro i pompeiani si ha a Durazzo, dove Cesare subisce una pericolosa sconfitta di cui Pompeo non sa approfittare. Si arriva a un secondo scontro, solo il 9 agosto, presso Farsalo. Cesare dispone di 22.000 legionari e 1.000 cavalieri, Pompeo di 45.000 legionari, 2.000 veterani e 7.000 cavalieri comandati da Tito Labieno passato, per orgoglio e gelosia, da Cesare a Pompeo. E’ proprio la ritirata della cavalleria a segnare la dura sconfitta di Pompeo che lascia al suolo 15.000 legionari contro i 200 di Cesare. I pompeiani sono costretti o a consegnarsi a Cesare, sperando nella sua clemenza, o a fuggire; i prigionieri furono 24.000 e verso di loro Cesare usò clemenza: anche a quel Marco Giunio Bruto che sarà uno dei promotori del cesaricidio. Con Farsalo il dubbio su chi tra i due grandi generali fosse il migliore viene sciolto; l’analisi della battaglia mostra ancora una volta le grandi capacità strategiche di Cesare, anche se non è stato mai chiarito come avesse potuto Cesare sconfiggere un esercito romano (non di galli o britanni o germani) molto più numeroso del suo. Pompeo cerca rifugio in Egitto, presso Tolomeo XIII, suo vassallo, ma il 28 settembre, per ordine dello stesso faraone, è ucciso. Cesare, che si era lanciato all'inseguimento del rivale, se ne vede presentare pochi giorni dopo la testa imbalsamata. E' difficile dire quali fossero i suoi reali sentimenti, ma certamente tutti videro con quanta commozione egli rendesse gli onori ai miseri resti di Pompeo e come ne seppellisse la testa in un tempio alle porte di Alessandria. Ciò non gli impedì di inviare a Roma il sigillo dello scomparso perchè il popolo avesse un segno tangibile della sua vittoria.
Cesare, in Egitto, è coinvolto nella contesa dinastica scoppiata tra Cleopatra VII ed il fratello Tolomeo XIII. Risolta la situazione, riprende la guerra, e sconfigge il re del Ponto Farnace II a Zela (47 a.C.); il senato è informato con il famoso veni, vidi, vici. Parte dunque per l'Africa, dove i pompeiani si erano riorganizzati sotto il comando di Catone, e li sconfigge a Tapso (46 a.C.). I superstiti trovano rifugio in Spagna, dove Cesare li raggiunge e li sconfigge, questa volta definitivamente, a Munda (45 a.C.).
Alla fine della prima campagna di Spagna, nel 49 a.C., Cesare prende il potere a Roma come dictator, titolo che mantiene fino alla morte nel 44 a.C., e ottiene il consolato per l'anno successivo. Dopo esser stato nominato dictator con carica decennale nel 47 a.C., e detenendo anche il titolo di imperator, è ripetutamente eletto console nel 46, nel 45 e nel 44 a.C., quando, il 14 febbraio, ottiene anche la carica di dittatore a vita, che sancìsce definitivamente il suo totale controllo su Roma.
Assunta la dittatura, Cesare prosegue l'attuazione di alcune di quelle riforme che erano state avviate da Mario e da Silla. Decide di estendere la cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpina, e porta a novecento il numero dei senatori, inserendo nell'assemblea uomini a lui fedeli. Rafforza le assemblee popolari a detrimento del senato stesso, che avrebbe dovuto gradualmente perdere la propria autonomia decisionale. Tenta di adattare la burocrazia della res publica alle nuove esigenze: dopo la conquista della Gallia e l'espansione ad Oriente c'era bisogno di una migliore gestione del potere e di un apparato statale più efficiente. Egli, perciò, con il duplice obiettivo di risolvere i neonati problemi e di offrire cariche ai suoi sostenitori politici:
• aumenta il numero dei magistrati: i questori passano da venti a quaranta, i pretori da otto a sedici, gli edili a sei. I consoli restano due, con l'aggiunta di altri due magistrati che, seppure privi di qualsiasi imperium consolare, potevano poi svolgere le funzioni dei proconsoli;
• si fa attribuire il diritto di nominare metà dei magistrati;
• mette mano alla composizione del senato: per supplire alle numerose perdite dovute alla guerra civile, immette nel senato molti nuovi membri a lui fedeli, portando fino a novecento il numero dei membri dell'assemblea, fissato in precedenza da Silla a seicento, e ammettendovi anche uomini originari delle province spagnole e galliche.
Rinnova l'organizzazione dei municipi italiani e, per quanto riguarda l'amministrazione provinciale, decide di limitare la durata degli incarichi dei governatori (che, per i proconsoli, poteva raggiungere i cinque anni) a un anno per i propretori e due anni per i proconsoli. Tutti questi provvedimenti rimasero in vigore anche dopo la morte di Cesare grazie ad un accordo tra il leader del senato Cicerone e quello cesariano Antonio che, in cambio, dovette accettare la concessione di un'amnistia ai cesaricidi.
Cesare nomina consoli per il 44 a.C. se stesso e il fidato Marco Antonio, e attribuisce la pretura a Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino. Quest'ultimo, spinto dalla delusione causatagli dal non aver ottenuto il consolato, si fa interprete dell'insofferenza di ampia parte della nobilitas, e incomincia a organizzare una congiura anticesariana. Trova l'appoggio di molti uomini, tra cui molti dei pompeiani passati dalla parte di Cesare, e anche alcuni tra coloro che erano sempre stati al fianco dello stesso Cesare a partire dalla guerra di Gallia, come Gaio Trebonio, Decimo Giunio Bruto Albino, Lucio Minucio Basilo e Servio Sulpicio Galba. I congiurati, e primo tra loro lo stesso Cassio, decidono di cercare l'appoggio di Marco Bruto: egli era infatti un lontanissimo discendente di quel Lucio Giunio Bruto che nel 509 a.C. aveva scacciato il re Tarquinio il Superbo e istituito la repubblica, e poteva rappresentare il capo ideale per una congiura che si proponeva di uccidere un nuovo tiranno. Bruto era inoltre nipote e grande ammiratore di Catone Uticense, e poteva infine trovare nella propria filosofia, a metà tra lo stoicismo e la dottrina accademica, le convinzioni per combattere Cesare, al quale era comunque legato. Il più influente tra i personaggi romani a non aderire alla congiura fu Cicerone, che, pur essendo amico di Bruto e sperando nell'eliminazione di Cesare, decise di tenersi fuori dal complotto; egli tuttavia, auspicò che assieme a Cesare fosse ucciso anche Marco Antonio che, non a torto, vedeva come un possibile successore del dittatore.
Con Cesare muore un comandante geniale, un fine letterato, un valido riformista, un uomo clemente e geniale. Dopo 13 anni di guerre civile violente e crudeli sale al potere Ottaviano, che passerà alla storia con il nome di Augusto. Un comandante pavido, un rozzo letterato, un megalomane spietato, un uomo crudele e vendicativo. Di lui scriverà Voltaire "Il mondo fu sconvolto dall'Eufrate alla Spagna da un uomo senza pudore, senza fede, senza onore, senza onestà. Un uomo subdolo, ingrato, avaro, sanguinario, placato soltanto nel delitto". E' questa la vera eredità lasciata dai congiurati delle idi di marzo. Eppure nei nostri licei programmi di storia che non si sono ancora ripresi dall'ubbriacatura del fascismo ce lo descrivono come l'uomo che ha fatto di Roma la capitale del mondo.

il mondo romano dopo cesare

Il mondo romano dopo le conquiste di Cesare

Analizzo ora quelle che sono le caratteristiche salienti di un eccellente leader di impresa e i relativi comportamenti di Cesare per mettere in evidenza possibili punti di contatto.

2. Impresa e imprenditorialità

2.1 Il rapporto con i collaboratori
Alla base di una leadership eccellente sta la creazione e la formazione di un team di collaboratori da responsabilizzare e con i quali creare un clima di affiatamento e trasparenza.
La cosiddetta "sindrome del cavaliere solitario", dell'imprenditore "faccio tutto io" tende a scomparire, salvo rischiare la scomparsa delle imprese, specie per i problemi generazionali connessi con la successione.
L'imprenditore dovrebbe essere in grado di dare sempre una risposta alle seguenti domande, a proposito dei suoi collaboratori.
• Qual è il suo punto di vista sugli obiettivi che vogliamo raggiungere.
• Qual è il suo obiettivo personale.
• In quali esperienze positive lo ho aiutato.
• Che tipo di sostegno vorrebbe da me.
• Quali sono i suoi desideri in termini di miglioramento professionale.
• Quali sono le sue idee sul concetto di valore per l'impresa.
• I suoi valori sono compatibili con i valori dell'impresa.
• Come posso aiutarlo a livello personale.
Creare un clima di collaborazione vuol dire trasmettere fiducia e sicurezza, la fiducia di avere una leadership che sa dove sta andando, la sicurezza di poter disporre del vantaggio competitivo, di una leadership che sa guardare nel futuro meglio dei concorrenti e che saprà dare sempre maggior valore all'impresa.
Cesare
Giulio Cesare è considerato, tanto dagli autori moderni quanto dai suoi contemporanei, il più grande genio militare della storia romana. Egli seppe stabilire con i suoi soldati un rapporto tale di stima e devozione appassionata, da poter mantenere la disciplina evitando sempre il ricorso alla violenza. Nel corso della campagna di Gallia, Cesare non vietò mai ai suoi soldati di fare bottino, ma il legionario doveva aver sempre ben chiaro l'obiettivo finale, e le sue azioni non dovevano in nessun modo condizionare i piani operativi della campagna del comandante. Conscio della situazione disagiata dei soldati, che venivano di solito ricompensati al congedo con una concessione di ager publicus, ma che fino a quel momento erano costretti a vivere con poco, di sua iniziativa, tra il 51 e il 50 a.C. decide di raddoppiarne la paga, che passò da 5 a 10 assi al giorno (pari a 225 denari annui). La riforma fu così ben accolta che la paga del legionario rimase invariata fino a quando l'imperatore Domiziano (81-96) prese nuovi provvedimenti. Cesare creò un cursus honorum per il centurionato, che si basava sui meriti del singolo individuo, tanto che a seguito di gesti particolari di eroismo, alcuni soldati potevano essere promossi ai primi ordines, dove al vertice si trovava il primus pilus o primipilare di legione. Inoltre, poteva anche avvenire che un primus pilus venisse promosso a tribunus militum. Si andava indebolendo, pertanto, la discriminazione tra ufficiali e sottufficiali, e si rafforzava lo spirito di gruppo e la professionalità delle unità. Cesare, contrariamente a quanto avevano fatto molti dei suoi predecessori, che fornivano alle truppe donativi occasionali, reputò fosse necessario dare continuità al servizio che i soldati prestavano, e istituì il diritto a un premio per il congedo: era da tempo in uso la consuetudine di donare appezzamenti di terreno ai veterani, ma si trattava di qualcosa che, almeno fino ad allora, era sempre avvenuto a discrezione dei generali e del senato.
A proposito del rapporto personale di Cesare con i suoi legionari, Svetonio scrive: « Non giudicava i soldati dai costumi o dall'aspetto, ma solo dalle loro forze e lealtà; li trattava con pari severità e indulgenza. Non li costringeva, infatti, all'ordine sempre e ovunque, ma solo di fronte al nemico: soprattutto allora esigeva una disciplina inflessibile, non preannunciando mai il momento di mettersi in marcia né quello di combattere, ma voleva che i suoi uomini fossero sempre vigili e pronti a seguirlo in qualsiasi momento ovunque li avesse condotti. Si comportava così anche senza un motivo, e specialmente nei giorni piovosi o festivi. Talvolta, dopo aver ordinato ai soldati che non lo perdessero di vista, si metteva in marcia all'improvviso, di giorno come di notte, e forzava il passo per stancare chi avesse tardato a seguirlo. Quando i suoi erano atterriti dalle voci sulle forze dei nemici, non li incoraggiava negandole o sminuendole, ma anzi le esagerava e raccontava anche frottole. Così, quando tutti erano terrorizzati nell'attesa dell'esercito di Giuba, riuniti i soldati in assemblea disse: "Sappiate che tra pochissimi giorni arriverà il re con dieci legioni, trentamila cavalieri, centomila armati alla leggera e trecento elefanti. Quindi, la smettano certuni di chiedere e fare congetture, e diano retta a me, che sono ben informato. Altrimenti li farò imbarcare sulla più vecchia delle navi e li farò abbandonare senza meta in balìa dei venti. Non teneva conto di tutte le mancanze, e non le puniva tutte con la stessa severità. Mentre si accaniva nel perseguitare disertori e sediziosi, era molto indulgente con gli altri. Dopo grandi vittorie, a volte dispensava le truppe da tutti i loro doveri, e permetteva che si abbandonassero a una sfrenata licenza. Era solito, infatti, vantarsi dicendo: "I miei soldati sanno combattere bene anche se si profumano". Nei suoi discorsi, inoltre, non li chiamava soldati ma commilitoni, termine ben più lusinghiero. Voleva anche che fossero ben equipaggiati, e dava loro delle armi decorate con oro e argento tanto per aumentare il loro prestigio quanto perché in combattimento fossero ancora più tenaci, spinti dal timore di perdere armi tanto preziose. Era tanto affezionato ai suoi soldati che, venuto a sapere della disfatta di Titurio, si lasciò crescere la barba e i capelli senza tagliarli se non dopo aver compiuto la sua vendetta.»
Un episodio importante per comprendere il legame esistente tra Cesare e i suoi uomini risale al 46. Cesare era in Egitto alla “corte” di Cleopatra e quattro delle sue legioni veterane erano accampate fuori Roma al comando di Marco Antonio. Le legioni erano in attesa del congedo e della paga straordinaria che Cesare aveva promesso prima della battaglia di Farsalo. A causa della lunga assenza di Cesare la situazione si era deteriorata. Marco Antonio aveva perso il controllo delle truppe che iniziarono a saccheggiare le proprietà a sud della capitale. Diverse delegazioni vennero inviate per cercare di sedare l'ammutinamento. Niente ebbe effetto e gli ammutinati continuarono a richiedere congedo e paga. Dopo diversi mesi, Cesare giunse finalmente per rivolgersi alle truppe di persona. Sapeva di aver bisogno di loro per occuparsi dei sostenitori di Pompeo, che avevano radunato 14 legioni in Nordafrica. Cesare sapeva anche che non aveva i fondi per pagarli. Freddamente Cesare chiese alle truppe ciò che volevano da lui. Vergognandosi di chiedere i soldi, i soldati domandarono il congedo. Cesare li chiamò cittadini invece di soldati, sottolineando che stava trattando con dei civili, quindi già congedati. Ma non con l'honesta missio che significava una pensione più ricca e li informò che il pagamento sarebbe arrivato quando sarebbe stato sconfitto l'esercito pompeiano in Africa. E che egli lo avrebbe sconfitto con altre legioni. Gli ammutinati rimasero colpiti da questo comportamento; dopo quindici anni di fedeltà mai avrebbero pensato che Cesare avrebbe potuto fare a meno di loro in occasione di un’ultima battaglia. Cesare fu pregato di tenerli con sé e di portarli in Africa. Cesare acconsentì. La sua conoscenza della psicologia delle masse, il suo carisma e l’affetto dei suoi legionari gli permisero di riunire quattro legioni di veterani senza spendere un solo sesterzio.
Cesare non si tirava mai indietro, in qualunque circostanza, era, costantemente, un esempio di autodisciplina per i suoi uomini.. Quando era in guerra, stando a cavallo dettava contemporaneamente cinque o sei lettere a più scribi che lo seguivano in lettighe colme di carte e documenti. Dormiva sempre meno e sempre in viaggio, su un carro o su una lettiga. La grande mole di lavoro che egli riusciva a svolgere con rapidità impressionante e la molteplicità degli interessi politici, militari, storici, letterari cui dedicava quotidianamente l’attenzione, erano le più evidenti caratteristiche che rivelavano la forza del genio. Aveva anche tempo di competere con Cicerone su sottili questioni grammaticali, un lavoro da linguista tra il fragore delle armi. Questi atteggiamenti gli consentivano di tenere legati gli alti ufficiali, tra i quali molti provenienti dall’aristocrazia, che trattava sempre da pari e coi quali soleva discutere di filosofia, oratoria, grammatica, o poesia.

2.2 Le responsabilità della leadership
Vi sono alcuni "compiti" che l'imprenditore non può delegare e che se svolti in modo adeguato dànno all'imprenditore il carisma del leader.

2.2.1 La vision
Compito del leader è possedere la vision che gli consenta di indicare la direzione verso la quale sviluppare l'impresa e dare ai collaboratori un senso reale e fondato delle azioni di ciascuno. La vision si estrinseca quindi più in indicazioni di percorso che nella creazione di confini, più in ciò che apre che in ciò che chiude, più in ciò che prospetta che in ciò che preclude, in sostanza nei nuovi orizzonti che schiude. Giova sottolineare che la realizzazione di visioni particolarmente ambiziose infonde energia nei collaboratori, non solo perché li spinge nella direzione giusta, ma anche perché soddisfa alcuni bisogni primari dell'uomo: appagamento, appartenenza, riconoscimento, autostima. In sintesi la vision rappresenta l'immagine aziendale desiderata nel lungo termine, e viene, normalmente, esplicitata dalla leadership attraverso frasi chiare e concise che ne definiscono l'essenza nei confronti di tutti gli stakeholder (ad esempio «Nei prossimi tre anni vogliamo diventare azienda leader in Europa nella nostra nicchia di mercato», «Entro cinque anni dobbiamo essere riconosciuti internazionalmente come azienda di riferimento nel nostro settore per la qualità dei prodotti».
Cesare
Una vexata quaestio è costituita dall'interpretazione delle volontà e delle aspirazioni politiche di Cesare: non è chiaro se la dittatura perpetua dovesse essere nelle sue intenzioni la "fase suprema" del suo potere o se invece fossero nutrite anche ambizioni monarchiche. A partire dalla tesi classica di Eduard Meyer, il quale intravedeva nelle mire cesariane la volontà di istituire una monarchia di tipo ellenistico, gli studiosi si sono divisi tra i sostenitori di questa teoria, coloro che invece pensano a un modello monarchico di tipo vetero-romano e quelli che, infine, negano qualsiasi progetto monarchico. La questione è difficilmente risolvibile, anche se alcuni elementi fanno pensare a un Cesare affascinato dai modelli monarchici orientali; si pensi al prolungato soggiorno alessandrino e al rapporto con Cleopatra, o alla politica edilizia di chiaro stampo dinastico o, infine, al progetto di matrice alessandrina di apertura di una biblioteca pubblica a Roma. Va anche considerato che al centro del foro di Cesare troneggiava una statua equestre di Alessandro Magno con il volto del dittatore romano e che prima della spedizione contro i Parti nel Mediterraneo orientale, venne fatta circolare una predizione secondo la quale quel popolo poteva essere sconfitto solo da un re. Quello che è certo e assodato è che Cesare ebbe sempre una vision che prevedeva il superamento di una repubblica gestita da un senato incapace e corrotto e che doveva riuscire nell’impresa che era fallita a Mario e Silla. Da giovane Cesare tenne un profilo abbastanza basso conscio che sarebbe stato difficile competere con i rampolli del patriziato romano; ma quando a Cadice, davanti alla statua di Alessandro, si rese conto che, alla sua stessa età, il macedone due secoli e mezzo prima aveva illuminato il mondo, agli amici che lo circondavano disse, piangendo «Non vi pare causa degna di dolore che alla mia età Alessandro già regnasse su tanti popoli, mentre io non abbia ancora compiuto nulla di glorioso?». Da quel momento la vision di Cesare, la capacità di guardare oltre l’orizzonte, divenne più chiara.
Giova osservare che la libertas così sognata da Cicerone per la quale Catone aveva rinunciato alla vita era, in realtà, una patente di immunità riservata a poche centinaia di uomini per poter depredare il mondo controllato da Roma. Questa res pubblica corrotta fin nei suoi vertici, gelosa dei propri privilegi, ormai da lungo tempo non era più in grado nè di vivere nè di sopravvivere.

2.2.2 La mission
La mission può essere definita la ragion d'essere di un'impresa e può essere formulata rispondendo alle seguenti domande.
• Perché esistiamo.
• Qual è il nostro mercato.
• Quali sono i nostri principali prodotti/servizi.
• Quali sono i nostri valori.
Si tratta, quindi, della descrizione del business, della tipologia dei prodotti o dei servizi, dei mercati, delle tecnologie, dei valori fondamentali e delle priorità strategiche di medio termine di un'azienda.
La mission assolve, quindi, tre funzioni:
• La funzione di orientamento. Ogni stakeholder deve disporre di informazioni chiare per il conseguimento dell'obiettivo comune.
• La funzione di legittimazione. La prima legittimazione viene normalmente dall'imprenditore, ma, nell'impresa che eccelle è ancora più importante la legittimazione proveniente dagli stakeholder per ciascuno dei quali la mission deve prevedere un codice di comportamento e degli obiettivi.
• La funzione di motivazione. Fissando per ciascun collaboratore, in modo chiaro e semplice, obiettivi raggiungibili, si stimola il collaboratore ad offrire il massimo impegno nel raggiungimento del compito affidatogli, ma ancor più a sviluppare un'autoanalisi volta a riconoscere il proprio potenziale di crescita professionale. Il collaboratore, in base alle sue potenzialità, dovrà essere in grado di dare una risposta alla seguente domanda: «Che tipo di contributo posso offrire all'azienda per il soddisfacimento degli stakeholder, innanzitutto i clienti?».
Cesare
Il forte attaccamento dei legionari a Cesare dipendeva anche dal senso della mission che il generale sapeva comunicare alle sue truppe. In occasione di ogni battaglia Cesare informava i legionari del perché si era giunti a quella decisione. Ad Alesia, al Reno, al Rubicone, a Farsalo, egli illustra ai suoi tutte le iniziative messe in campo per evitare la guerra e lo spargimento di sangue. Sottolinea che la loro mission è difendere o ampliare i confini della Repubblica o salvaguardare l’onore e la dignità del comandante e dell’esercito; essi sono legittimati a compiere quello che viene loro chiesto di compiere. Un altro aspetto che va sottolineato per comprendere quale fosse la mission di Cesare è il suo legame con i populares, legame che non era solo di convenienza come era per Pompeo e Crasso, ma che racchiudeva l’obiettivo etico di Cesare di assicurare una vita migliore alla plebe e ai soldati. Un esempio di questo suo orientamento lo si trova quando Cesare si preoccupa degli interessi dei legionari del suo più grande rivale, Pompeo.
La legittimazione della sua mission Cesare non la comunica solo al suo esercito, ma anche ai cittadini romani e ai posteri. Questa operazione Cesare l’affida ai Commentari. Con il termine Commentarius veniva al tempo dell'antica Roma indicato un tipo di narrazione intermedio fra la raccolta dei materiali grezzi e la loro elaborazione in forma letteraria, arricchita con gli ornamenti stilistici e retorici tipici della vera e propria storiografia. Il commentario avrebbe dovuto fornire materiale agli storici. Cesare intendeva inserirsi in tale tradizione: Cicerone parla dei Commentarii di Cesare come di opere composte per offrire ad altri storici il materiale sul quale impiantare la propria narrazione, pur affermando che nessuno avrebbe potuto riscrivere quanto Cesare già aveva detto con ineguagliabile semplicità. In realtà, l'opera di Cesare sotto la veste dimessa del commentario, si avvicina all'historia. Lo dimostrano la drammatizzazione di certe scene e il ricorso ai discorsi diretti. Cesare usa un'ammirevole sobrietà nel conferire al proprio racconto efficacia drammatica, evitando gli effetti grossolani e plateali e soprattutto i pesanti fronzoli retorici: in questa direzione va anche l'uso della terza persona, che distacca il protagonista e lo pone come personaggio autonomo sul teatro della storia. Lo stile scarno dei Commentarii e il rifiuto degli abbellimenti retorici tipici dell'historia contribuiscono al tono apparentemente oggettivo e impassibile della narrazione cesariana, anche se è indubbia la connessione dei Commentarii con la lotta politica dell'ultima fase della Roma repubblicana. Questa correlazione è comunque più immediata nel De bello civili che non nel De bello Gallico. In ambedue le opere la presenza di procedimenti di deformazione è comunque innegabile, non si tratta però mai di falsificazioni, bensì di omissioni più o meno rilevanti: Cesare attenua, insinua, ricorre a lievi anticipazioni o posticipazioni e dispone le argomentazioni in modo da giustificare i propri insuccessi. Nel De bello Gallico, Cesare sottolinea le esigenze difensive che lo hanno spinto a intraprendere la guerra, senza esaltare la sottomissione della Gallia. Era del resto consuetudine consolidata presentare le guerre di conquista come necessarie a proteggere lo stato romano e i suoi alleati da pericoli provenienti da oltre confine. Oltre che ai romani, Cesare si rivolge all'aristocrazia gallica per assicurarle la propria protezione contro i facinorosi che, sotto gli sbandierati ideali d'indipendenza, celano l'aspirazione alla tirannia. Nel De bello civili Cesare sottolinea come la sua azione si sia sempre mossa nell'ambito della legalità e delle leggi di Roma, presentandosi quindi come un moderato, dal quale non ci si devono certo attendere eccessi rivoluzionari. In ambedue le opere, egli mette in luce le proprie capacità d'azione militare e politica. La "fortuna", intesa come sorte, serve a spiegare cambiamenti repentini di situazione, un fattore imponderabile che talora aiuta anche i nemici di Cesare e che quindi sfugge alle capacità di previsione e di controllo razionale dell'uomo. Cesare cerca infatti di spiegare gli avvenimenti secondo cause umane e naturali, di coglierne lucidamente la logica interna e non fa mai ricorso all'intervento delle divinità e fa apparire ogni sua azione come parte integrante della missione e del ruolo storico che competono a Roma.
Il momento nel quale Cesare deve dare una solida dimostrazione di quale sua la sua mission è il momento dell'attraversamento del Rubicone. Attraversare quel fiumicello che per legge era vietato a chiunque fosse in armi equivaleva a insorgere contro la patria. Al di là del Rubicone sarebbe diventato nemico di Roma. Ma da chi era dominata Roma? Da persone che non erano solo suoi nemici, ma nemici del popolo romano, persone che si facevano scudo di una repubblica che essi avevano ucciso. Lo storico Asinio Pollione, che lo seguiva, racconta di avergli sentito dire "Se rinuncio a passare questo fiume, la rovina sarà soltanto mia; se lo attraverso potrebbe essere di tutti". Il rapporto di forze gli era sfavorevole, Pompeo aveva dalla sua il Senato, l'Italia, la Spagna, l'Oriente e inoltre controllava i mari. Cesare disponeva solo della Cisalpina e della Gallia; in realtà dall'altra parte del Rubicone c'era un immenso esercito senza un generale, al di qua un grande generale con uno scarno esercito, ma una grande missione da compiere. La drammaticità del momento è evocata da Dante con la celebre terzina "Quel che fe' poi ch'elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo ,/ che nol seguiterìa lingua né penna". Giova ricordare che nei mesi succesivi all'assassinio di Cesare gli stessi uomini che ne avevano decretato la morte dichiararono legalmente validi e confermarono tutte le leggi e i provvedimenti di Cesare, includendo perfino i progetti non ancora in vigore; la sua persona fu subito divinizzata. Ucciso un uomo, nasceva un dio. Con ciò le azioni di Cesare furono a posteriori riconosciute buone e utili allo stato; la legalizzazione degli acta Caesaris testimoniavano l'ammissione da parte dei congiurati che la missione che Cesare si era posta era per il bene dello stato. Per non parlare del fatto che la politica imperiale dei successori di Cesare è una indiscutibile conferma della necessità della trasformazione della res publica messa in moto da Cesare. Per quanto sembri paradossale, in definitiva, l'ira dei congiurati non si rivolse contro i contenuti e gli scopi della trasformazione che Cesare aveva in mente di perseguire e che essi temevano, ma solo contro gli aspetti esteriori e ininfluenti.
2.2.3 Le competenze distintive i non si rivolse contro i contenuti

La leadership dovrà operare perché la propria impresa raggiunga l'eccellenza grazie a competenze che le consentano di essere diversa dalle altre. Esistono una miriade di Pmi che godono di questa realtà, ma non si può non far riferimento alle competenze distintive di alcuni grandi nomi: McDonalds per la forza del marketing orientato ai giovani, Swatch per il design ed il marketing, l'industria delle macchine fotografiche giapponesi per la meccanica di precisione e per la microelettronica, Sony per la miniaturizzazione, Benetton per la perfezione del suo management by process, dalla materia prima alla vendita nella boutique dell'isola nel Pacifico, Microsoft per il software ed il marketing, Toyota per la forza del suo total quality management, infine non si può dimenticare che la forza di un'impresa farmaceutica poggia essenzialmente sulla qualità dei proprio dipartimento di ReS.
Come già ampiamente descritto nei miei libri uno degli elementi del vantaggio competitivo di un'impresa è la differenziazione; questa caratteristica può essere acquisita grazie al costante sviluppo delle competenze distintive dell'impresa.
Le competenze distintive, generalmente:
• non sono tangibili,
• sono "incorporate" nell'organizzazione e nella cultura dell'azienda,
• si sviluppano tramite il learning by doing,
• sono un insieme di componenti che creano uno stato emozionale; ad esempio quando il marketing riesce ad associare quella competenza ad uno status symbol (le scarpe Timberland), ad un avvenimento sportivo (Luna Rossa di Prada), a un personaggio mitico nell'immaginario del cliente (il calciatore Ronaldo).
Cesare
Cesare si è sempre preoccupato di sviluppare tra i suoi ufficiali, tra i tribuni e tra i suoi amici le competenze emotive che consentono di trasmettere ai collaboratori cuore, entusiasmo senso di appartenenza, spirito di sacrificio e di evitare la caduta nel buco nero della routine, della de-responsabilizzazione, della burocratizzazione, del disimpegno emotivo, che, prima o poi, conducono al declino di qualunque iniziativa.
La forza di volontà non gli manca: grazie alla vita spartana riusciva a domare l'epilessia, il suo male segreto, che gli causava cefalee e periodi di depressione. Sa essere frugale, condividere con i legionari tutte le difficoltà della vita nel castrum, dormire per terra per lasciare l'unico posto agli amici, mangiare poco senza badare alla raffinatezza del piatto. Dice Shakespeare di Cesare “in lui si combinavano distacco nell'intimo dalla società senatoria e dall'ordine dominante insieme a una grande fantasia politica, ad audacia, a obiettivi ambiziosi e a una forte volontà. Sorprese sempre tutti perché, grazie al suo distacco, coglieva più possibilità di quelle che apparivano a chi era coinvolto più profondamente nel gioco. Non solo era ambizioso, ma era anche in grado di realizzare i suoi obiettivi. Il suo disprezzo giovanile per i capi del Senato, riveriti, deboli e tronfi, trovò conferme e si trasformò nella coscienza di una superiorità personale, che era ben controllata ma tentava sempre nuovi limiti, talvolta andava oltre quanto era ragionevolmente possibile, senza riguardi e preoccupazioni, anzi con spavalderia. Cesare si era abituato ad agire con un'efficacia totale, piena, esauriente, sempre coronata dal successo”. Questa capacità d’essere audace e clemente, generoso e vendicativo, coraggioso e prudente, duro come roccia e fluido come fiume è la profonda competenza distintiva che il generale sapeva trasmettere ai suoi uomini.
Una dote dell'uomo Cesare fu la clemenza che però pagò con la vita. Durante la campagna in Italia i pompeiani avevano diffuso la voce che le truppe di Cesare si comportavano in modo barbarico uccidendo e depredando le popolazioni; ben presto però questa calunnia fu smontata. Dal momento in cui aveva occupato Rimini, Cesare aveva dimostrato apertamente di voler trattare con spirito umanitario i prigionieri e coloro che deponevano le armi. Egli combatteva l'oligarchia ottusa e predatrice, non il popolo e nemmeno i soldati di Pompeo che anzi accoglieva di buon grado nelle sue file. Mostrandosi generoso con gli sconfitti e clemente anche con i loro comandanti, legava a sé intere città riconoscenti e le popolazioni delle campagne. Per conseguire la sua misione non era necessario schiacciare i cittadini, anzi li voleva suoi alleati contro gli ottimati. C'era il rischio che alcuni comandanti, riacquistata la libertà tornassero nel campo di Pompeo (alcuni furono addirittura esecutori dell'omicidio di Cesare), ma si trattava di un rischio calcolato perchè coloro che lo tradivano accrescevano la sua popolarità tra gli umili. Scrive Cicerone all'amico Attico " Quale mirabile cambiamento è in atto: ora temono l'uomo che credevano il loro difensore e amano quello che giudicavano nemico. Le città lo ricevono come una divinità e che onori gli riservano". Infatti Pompeo, avendo attuato un solido blocco navale, stava mettendo l'Italia alla fame e anche di questo Cicerone si lamenta con Attico. Plutarco sempre un po' astioso nei riguardi di Cesare deve anmmettere che il proconsole in sessanta giorni e quasi senza alcuno spargimento di sangue era diventato il padrone dell'Italia. Cesare si ferma a Roma per una settimana, prima di partire per la Spagna, per assegnare i nuovi incarichi: Marco Antonio ha il comando dell'esercito in Italia, a suo fratello Caio Antonio è affidata l'Illiria, a Marco Licinio Crasso la Gallia cisalpina, al pretore Marco Emilio Lepido la responsabilità di governare Roma. Nessuna vendetta, nessuna ritorsione.
Dopo la vittoria di Farsalo, Cesare si mostra ancora clemente; per non essere indotto a compiere odiose rappresaglie, non legge i documenti segreti scoperti negli archivi di Pompeo e che, il generale sconfitto aveva abbandonato nella fuga. Vi si trovavano attestazioni di fedeltà a Pompeo e lettere ingiuriose a Cesare. Tutti i documenti furono dati alle fiamme. Un altro grande personaggio che dovette pentirsi della propria clemenza e generosità fu Carlo V; egli perdonò a Francesco I di Francia e al papa Clemente VII i loro intrighi e fu ricambiato con il tradimento e ogni possibile azione vile e ostile.

2.2.4 L'organizzazione
L'organizzazione dell'impresa è il complesso delle strutture, delle risorse umane e materiali, dei processi, delle regole che consentono lo svolgimento ottimale dei ruoli a tutti gli stakeholder. La leadership è responsabile dell'organizzazione aziendale, organizzazione che essa deve saper mettere continuamente in discussione, specie per evitare le burocratizzazioni, gli autocompiacimenti, l'allentamento delle responsabilità.
Il principio che deve sottendere l'organizzazione dell'impresa è quello del management by processes; spesso i vari reparti di un'impresa operano come piccole repubbliche indipendenti alle quali non è chiesto di informarsi su cosa accade nelle altre repubbliche, ma solo di raggiungere gli obiettivi posti dal top management. Questo tipo di organizzazione, duro a morire, è figlio del principio del management by objectives delle strutture rigidamente funzionali che per anni hanno dominato la scena dell'organizzazione aziendale. La leadership dovrà abbattere le barriere tra le varie "repubbliche" e introdurre il principio che tutti i dipendenti lavorano per processi che attraversano orizzontalmente reparti e funzioni aziendali e che oltrepassano i confini della stessa impresa. Sarà opportuno iniziare con l'instaurare un rapporto, tra le varie "repubbliche" del tipo fornitore-cliente.
Cesare
Molte furono le iniziative realizzate da Cesare per riorganizzare la vita di Roma; quando non era in guerra uno dei suoi pallini era l’organizzazione. Ad esempio, per decongestionare la città di Roma, che con il continuo arrivo di nuovi abitanti che andavano ad ingrossare le file del sottoproletariato urbano era ormai decisamente sovrappopolata, Cesare decide di modificarne i confini amministrativi, allargando il perimetro del pomerium a un miglio romano (1480 metri) dalle antiche mura. Questa misura fu appena sufficiente, tanto che Augusto, pochi anni più tardi, dovette rimettere mano all'organizzazione dell'Urbe. Per migliorare la gestione cittadina, Cesare decide di censirne la popolazione, escogitando per questo un metodo innovativo, che soppiantasse il vecchio procedimento che prevedeva il passaggio dei cittadini, divisi per tribù, presso gli "uffici" di coloro che si occupavano del censimento. Cesare dispone che il censimento sia organizzato nei singoli quartieri, e che se ne dovessero occupare i proprietari degli immobili che ospitavano le case. Il metodo fu tanto efficace che anche Augusto lo adottò per censire la popolazione, una volta preso il potere. Svetonio, senza riferire il risultato di questo censimento, dice che esso permise di abbassare da 320 000 a 150 000 il numero di coloro che, in quanto nullatenenti, beneficiavano delle assegnazioni di grano da parte dello stato. Inoltre, per evitare che si creasse occasione di malcontento, Cesare decide che, anno per anno, i pretori avrebbero tirato a sorte i nomi di coloro che, morto un beneficiario delle assegnazioni, ne avrebbero preso il posto. Un altro progetto, che Cesare attuò con l'obiettivo di migliorare quanto più possibile la circolazione in una città dalle strade strette e spesso ingombre, fu quello di vietare durante il giorno la circolazione a tutti i veicoli a ruote, a eccezione dei carri per le processioni e di quelli adoperati per il trasporto di materiali da costruzione nei cantieri. Questa legge fu votata e approvata soltanto dopo la morte di Cesare, ma restò in vigore per molti secoli, dimostrando quindi che la necessità di migliorare la circolazione per le vie di Roma continuò a lungo a farsi sentire. A partire da Cesare, dunque, il trasporto delle merci avvenne durante la notte, e il rumore che esso causava, fonte di grande disturbo per tutti coloro che dormivano, fu oggetto delle recriminazioni di Marziale e Giovenale. In campo economico, oltre alle già citate leggi agrarie Cesare legiferò anche in ambito monetario. Le guerre civili avevano creato forti difficoltà economiche: c'era, per esempio, il bisogno di stipendiare tutti i legionari che seguivano il loro generale in giro per il mondo. A partire dal 49 a.C., allora, Cesare si dotò di una propria zecca personale, che lo seguiva sul teatro di ogni sua operazione e coniava le monete di cui c'era un bisogno. Non si trattava di una pratica nuova: il senato, infatti, l'aveva autorizzata già in precedenza per i grandi corpi di spedizione di Lucio Licinio Lucullo o di Pompeo Magno in Oriente, ma Cesare prende l'iniziativa senza esserne autorizzato. Egli apporta, comunque, due grandi innovazioni alla monetazione, che furono poi riprese da Ottaviano e Marco Antonio per divenire d'uso comune in tutta l'epoca imperiale. Cesare per primo, infatti:
• ordina la coniazione di monete in oro;
• fa imprimere il proprio ritratto sulle monete.
A Roma non erano mai state emesse monete in oro se non temporaneamente e in momenti di grandissimo pericolo (come le fasi cruciali della seconda guerra punica) dietro la decisione del senato. L'emissione dell'aureus, dunque, si ricollegava all'idea di attingere alle riserve d'oro per salvare la res publica in pericolo; inoltre, l'elevato valore della moneta (un aureus valeva 25 denari o 100 sesterzi) facilitava l'assegnazione di gratifiche ai soldati. I soggetti rappresentati sulle facce delle monete, infine, avevano un forte valore propagandistico: oltre al ritratto di Cesare accompagnato dal suo nome, apparivano principalmente le seguenti figure:
• Venere, rappresentata di profilo o in piedi, è il soggetto più frequente in quanto Cesare faceva risalire proprio a lei l'origine della gens Iulia;
• alcuni oggetti utilizzati nel culto, che ricordavano la pietas di Cesare e la sua dignità di augure e pontefice massimo;
• delle Vittorie, delle insegne militari e dei trofei delle vittorie ottenute sui i Galli.

2.2.5 Gli stakeholder
Un altro dei compiti della leadership è l'individuazione degli stakeholder, cioè di tutti coloro, che, in modo più o meno rilevante, o in modo attivo o passivo, possono influenzare o contribuire alla crescita del valore dell'impresa. Diversi autori dànno definizioni diverse sugli stakeholder, alcuni vi inglobano gli azionisti, altri non vi inseriscono i dipendenti, in questo articolo mi attengo alla definizione più comune e che sembra più razionale. Gli stakeholder possono essere quindi:
• gli imprenditori delle Pmi (sono esclusi gli azionisti delle grandi imprese),
• i dipendenti,
• i clienti,
• i fornitori,
• i sindacati,
• i collaboratori esterni,
• le società collegate,
• le banche,
• le autorità pubbliche,
• i partner di progetti comuni,
• le associazioni di categoria,
• le associazioni camerali.
Compito della leadership è avere in mente una sorta di check list per intervistare gli stakeholder più significativi al fine di ottimizzare la creazione di valore per l'impresa individuando eventuali ostacoli o problemi;. Alla leadership, oltre che la scelta degli stakeholder e la definizione delle relative modalità di relazionamento, compete stabilirne gli obiettivi, come abbiamo visto parlando della mission aziendale.
Cesare
Gli staheholder del mondo di Cesare sono infiniti, dai militari, ai senatori, dai generali nemici, alle popolazioni sconfitte, dalla plebe agli aristocratici, dai governatori ai letterati. Ma nelle ultime ore della sua vita furono persone umili che gli furono vicine, quasi a testimoniare che quello che aveva compiuto lo aveva fatto per loro. In poche ore di quelle idi di marzo si intrecciano vari avvenimenti riportati in maniera romanzesca, ma che sicuramente nascondono qualcosa. Plutarco si mostra abile scenografo e affabulatore. “"Dopo cena Cesare si coricò, come era solito, accanto alla moglie; ed ecco che contemporaneamente si spalancarono tutte le porte e le finestre della camera: sconvolto dal rumore e dalla luce della luna che brillava, Cesare s'accorse che Calpurnia dormiva profondamente, ma nel sonno emetteva voci confuse e lamenti inarticolati. Al mattino la moglie lo scongiura di non recarsi in Senato. Cesare pare essersi convinto, non si sente nemmeno tanto in forma, ed è rimasto impressionato perché la moglie, di solito molto scettica, è davvero spaventata. Lo stesso Cesare ha sognato di librarsi nell'etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Mentre si appresta a godersi una giornata di riposo, arriva Decimo Bruto Albino, che inizia a strepitare, dandogli dell'irrispettoso. Se ora qualcuno dovesse dire ai Senatori che stanno in seduta di sciogliere la riunione e ritrovarsi quando Calpurnia avesse fatto sogni migliori, quali sarebbero stati i discorsi degli invidiosi? .. Ma, aggiungeva Decimo Bruto, se proprio sembrava giusto considerare infausto quel giorno, meglio che si presentasse di persona a parlare in Senato e aggiornasse la seduta. Nel dire questo Bruto Albino prese per mano Cesare e lo condusse fuori. Si era di poco allontanato quando lo schiavo di un'altra famiglia desiderò parlargli, e siccome ne fu impedito da una gran calca si aprì a forza la strada verso la casa e si affidò a Calpurnia, pregando di tenerlo custodito fino al ritorno di Cesare in quanto aveva comunicazioni importanti da fargli. Artemidoro di Cnido, insegnante di lettere greche e per questo familiare di alcuni degli amici di Bruto, tanto che venne a sapere la maggior parte di quello che si tramava, venne con un libello contenente quanto intendeva denunciare. Cesare lo prese, ma non poté leggerlo per la massa che gli si faceva incontro, anche se spesso si accinse a farlo e così, tenendolo in mano entrò in Senato. All'ingresso del Senato incontra un simpatico indovino che già gli aveva predetto guai alle idi di marzo. Cesare entrando in Senato saluta l'indovino e prendendolo in giro dice: ”Le idi di marzo sono giunte” e quello tranquillamente: “Si, ma non sono ancora passate”. All'epoca il Senato si riuniva nel portico esterno del Teatro di Pompeo, costruzione grandissima che andava da Campo de' Fiori fino a Largo Argentina, Qui avviene l’agguato. Inizia Cimbro, poi Casca, poi tutti gli altri. Quando ognuno dei congiurati ebbe sguainato il pugnale, Cesare, circondato, ovunque volgesse lo sguardo incontrava solo colpi e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne irretito nelle mani di tutti; era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero il suo sangue … quando vide che Bruto aveva estratto il pugnale si tirò la toga sul capo e si lasciò andare, o per caso perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui stava la statua di Pompeo. Molto sangue bagnò quella statua, tanto che sembra che Pompeo presiedesse alla vendetta del nemico che giaceva finalmente ai suoi piedi e agonizzava per il gran numero delle ferite. Si dice ne abbia ricevute ventitré molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo”". Obiettivamente, letta riga per riga, questa scena è piuttosto impressionante. In greco vengono usate connotazioni sacrificali. Possibile che ad avvisare seriamente Cesare, il grande Cesare, siano state solo le persone più umili, che in politica non avevano peso? Un indovino cieco, una moglie fedele, uno schiavo, un insegnate greco….E infine, racconta Svetonio, tanto era lo stupore (i congiurati sbagliarono del tutto i loro conti: speravano di galvanizzare la collettività, ma l'effetto fu opposto), che solo tre schiavetti che erano in zona, ebbero il coraggio di raccogliere il corpo di Cesare e caricarlo su una lettiga, per portarlo fino a casa. Mentre tutto si svolgeva sull'onda di emozioni violente, probabilmente gli unici che avranno pianto un uomo e non un capo, saranno stati proprio gli umili, quelli su cui la Storia passa indifferente: un indovino cieco, una moglie fedele, l'amante Servilia, uno schiavo, un insegnante greco … e molti, molti plebei. Plutarco, sempre nella Vita di Cesare, racconta di un'apparizione minacciosa che si presenta a Bruto come il suo cattivo demone, e lo ammonisce che si rivedranno a Filippi. Probabilmente era solo la sua coscienza, il rimorso di un giovane uomo scrupoloso e idealista. La stessa immagine, o lo stesso ricordo, che Bruto ebbe la notte della battaglia di Filippi. La predizione di Cesare che dopo la sua morte lo stato non avrebbe più avuto pace si avverò; iniziò una guerra civile della durata di tredici anni molto più sanguinosa di quella precedente perchè condotta da uomini che alla clemenza anteponevano la crudeltà. Degli assassini di Cesare nessuno gli sopravvisse più di tre anni e nessuno morì di morte naturale. Tutti condannati, perirono chi in mare, chi in battaglia, altri si uccisero con lo stesso pugnale con il quale avevano trafitto Cesare.
Giova, infine, ricordare che quando Cesare prepara la spedizione navale per raggiungere Pompeo in Grecia dispone di sette legioni. Il generale ha con sé uomini di ogni provenienza, e quella formazione era un'anticipazione del suo disegno unitario, un primo passo verso l'unificazione di popolazioni così diverse tra loro. Lo seguivano le fanterie della Gallia belgica e dell'Arvernia, gli arcieri dell'Aquitania, i cavalieri erano galli, germani e ispani, e di ispani era formata la sua coorte pretoria. Numerosi gladiatori si erano uniti a lui riconoscenti di averli sottratti alla morte nelle arene. La clemenza, la generosità che Cesare aveva dispensato in tutte le aree di guerra gli permette ora di disporre di truppe straniere a lui legate da un forte patto di solidarietà.

2.2.6 Il vantaggio competitivo
Elemento centrale della strategia di un'impresa è il conseguimento di un posizionamento preminente all'interno di un settore di produzione o di servizi; tale posizionamento si realizza attraverso il vantaggio competitivo, cioè in una differenza positiva rispetto alla concorrenza. Secondo Porter un'impresa può godere di due tipi di vantaggio competitivo: costi bassi o differenziazione. Questi due tipi di vantaggio competitivo, combinati con l'ambito delle attività per le quali un'impresa cerca di ottenerli, porta a tre strategie di base: leadership di costo, differenziazione e focalizzazione. La focalizzazione ha due varianti: focalizzazione sui costi e sulla differenziazione. Le leadership di costo e di differenziazione tendono a conquistare il vantaggio competitivo in una vasta gamma di segmenti del settore industriale, mentre le strategie della focalizzazione mirano al vantaggio in un segmento ristretto. Giova notare che spesso le leadership di costo e di differenziazione sono insidiate proprio dalle aziende (in generale pmi) che attuano la strategia di focalizzazione; operando, infatti, su segmenti stretti è più facile ridurre i costi e differenziarsi. Compito del leader è la ricerca e la conquista del vantaggio competitivo.
Cesare
Il vantaggio competitivo di Cesare erano le sue legioni. Basta pensare che in età augustea le legioni create da Cesare o che avevano avuto Cesare come loro comandante erano ancora tredici: la Legio I, la II Gallica, la III Gallica, la IV Macedonica, la V Alaudae, la VI Ferrata, la VII Pia Fidelis, la VIII Gallica, la X Gemina (nella quale era confluita la gloriosa X Legio), la XI Legio, la XII Fulminata, la XIII Gemina, la XIV Gemina. La legione di Cesare è formata da 10 coorti, numerate da I a X, ciascuna di 480 uomini, a eccezione della I che fa storia a sé. Le coorti dalla II alla X sono suddivise in centurie, 6 di 80 uomini ciascuna; ogni centuria è suddivisa in 10 contubernia di 8 uomini. Il contubernium è la più piccola articolazione della legione e gli 8 contubernales vivono nella stessa tenda, dividono il sonno, i pasti la lotta, creando un legame di fratellanza militare. La prima coorte è composta da 5 centurie di 160 uomini ciascuna; i soldati della I coorte sono l’élite della legione, i veterani, e i loro centurioni occupano un posto di riguardo tra i sottufficiali. La legione si compone quindi di 5120 uomini, cui si aggiungono 120 cavalieri e le formazioni di ausiliari, organizzate tra i provinciali. Il comando della legione era affidato a turno a uno dei 6 tribuni che vi erano assegnati, ma Cesare avvertì la necessità di rendere il comando permanente nella figura del “Legatus Legionis Propretore” nominato dal potere centrale. Grazie ai successi militari di Cesare e, in seguito, dell'Impero, la legione viene considerata come il massimo modello antico di efficienza militare, sia sotto il profilo dell'addestramento, sia dal punto di vista tattico e organizzativo. Altra chiave del successo della legione era il morale dei soldati, consolidato dalla consapevolezza che ciascun uomo doveva contare sull'appoggio del compagno, prevedendo la legione l'integrazione dei soldati in un meccanismo complessivo di lavoro di squadra. Giova notare che Cesare rafforzò la cavalleria reclutando cavalieri tra gli edui, tra i remi e i germani e che questi si rivelarono un’arma vincente specie durante la battaglia di Alesia; accanto ai cavalieri Cesare reclutò arcieri cretesi, frombolieri delle Baleari, fanti leggeri della Numidia è avviò quel processo di lenta trasformazione dell’esercito di italici in un esercito i cui uomini erano forniti dalle varie provincie.

2.2.7 La strategia
La strategia è l'insieme dei piani, delle azioni e dei provvedimenti che consentono all'impresa di ottenere il soddisfacimento degli stakeholder; la strategia non è improvvisazione ma è l'evoluzione di un'idea guida originaria, che, a sua volta, nasce dalle competenze distintive che l'impresa ha saputo sfruttare con abilità e che vuole ulteriormente sviluppare. La strategia deve avere connotati di flessibilità, poiché potrebbe essere conveniente, in funzione dei "condizionamenti" del mercato, modificarla; importante è restare fedeli all'idea guida. La leadership dovrà avere il senso di ciò che è raggiungibile e la capacità di assegnare la giusta probabilità agli eventi, di individuare, tempestivamente, gli errori e porvi riparo, di avere fiducia nella propria vision, nelle proprie competenze distintive, nei propri valori, nel senso di responsabilità dei collaboratori. L'approccio alla formulazione delle strategie deve avere un taglio prevalentemente creativo. Il pensiero e la visione strategica dipendono dalla capacità di percepire e cogliere indicazioni utili all'impresa anche da segnali deboli, che agli occhi dei più possono passare inosservati. L'approccio alla formulazione delle strategie basato solo su numeri e dati è sempre stato di ostacolo alla formulazione di una visione strategica orientata al cambiamento e un grave limite della maggior parte dei manager.
Cesare
Balza agli occhi una ricca fantasia, un'enorme ingegnosità tecnico-tattica. Una sorprendente capacità di capire le situazioni in anticipo e fino in fondo, di cogliere la realtà apparente come apparenza e la realtà misconosciuta come realtà, di scorgere possibilità che normalmente non venivano percepite, e di essere avvedutamente pronto quasi a tutto. Conosceva, infatti, anche il potere del caso e non voleva essere in sua balìa. Famosa è la sua rapidità, la celeritas Caesaris. Degna di nota la capacità con la quale si adatta ad ogni novità, la capacità di imparare. Se questo tempo e il suo protagonista più significativo possono ancora affascinare, ciò dipende dal fatto che è un problema nostro quello che allora fu rappresentato. Accanto e nella dimensione storica c'è sempre quella antropologica. Sostiene Otto Seel che la grandezza di Cesare non è “Né nell'immacolatezza di un genio luminoso, né nella licenza di una libera amoralità (…) ma proprio nella sua umanità estremamente problematica, che unisce possibile splendore e ineludibile miseria, disgrazia e colpevolezza, e soprattutto (…) nella sua efficacia storica”, nella quale egli ha tanto costruito, ma anche tanto distrutto. Nella sua strategia Cesare adottava spesso lo stratagemma di fare marce forzate, anticipando così il nemico che rimaneva spiazzato dalla velocità di spostamento dell’esercito di Cesare. Ma sapeva adeguare la strategia alle condizioni, come quella meraviglia strategica adottata ad Alesia o quelle micidiali e taglienti falci montate su lunghe pertiche per tagliare vele, drizze, scotte, sartie della flotta dei veneti o quel maestoso ponte sul Reno.

2.2.8 L'immagine e l'identità
L'immagine aziendale è come l'impresa vuole essere vista e percepita da terzi. Ciò comporta, da parte della leadership, dare risposta a due domande.
• Come ci vede oggi il mondo esterno.
• Cosa dobbiamo fare perché il mondo esterno ci veda come vorremmo ci vedesse.
Le componenti che influenzano l'immagine esterna sono sostanzialmente tre:
• Il comportamento di ciascun collaboratore nei riguardi dell'esterno; le attività dei collaboratori siano esse attività di contatto con la clientela, o attività di ricerca, o di fatturazione, o di segreteria, tutte influiscono sull'immagine dell'impresa. L'abbigliamento dei venditori, la velocità e il garbo della centralinista, la facilità nell'essere messo in contatto con la persona cercata, la cura nella confezione dei pacchi, le modalità nello svolgimento dell'attività di recupero crediti, sono tanti piccoli tasselli che concorrono alla formazione dell'immagine di un'impresa. Nel collaborare alla creazione dell'immagine tutti dovrebbero ricordarsi che, in ultima analisi, non è l'imprenditore a pagare gli stipendi, ma il cliente.
• Il design. E' rappresentato dal logo dell'impresa, dalla piacevolezza e dalla facilità di lettura dei cataloghi, delle brochure, del sito web, dallo stile di progettazione del prodotto, dall'edificio dell'azienda, dall'ambiente di lavoro.
• La comunicazione. Sulla comunicazione, quale mezzo per manifestare l'immagine aziendale, esiste una vasta letteratura (Ivancic, 1998). Si può aggiungere, forse, che oggi la quantità di informazioni che si riversa sulla scrivania e sul computer di chi lavora è enorme, contestualmente, si dedica poco tempo alla lettura. Le comunicazioni agli stakeholder, pertanto, devono essere brevi, precise, curate nei particolari e stimolanti.
La leadership deve avere sempre presente questi tre principi.
• L'immagine è un fattore decisivo sul mercato.
• L'immagine di un'impresa cresce più per la qualità delle componenti intangibili che per il valore intrinseco dei prodotti.
• L'immagine di un'impresa fa parte del prodotto, migliore è l'immagine, migliore è il prodotto.
In sintesi l'immagine deve essere chiarissima, deve cioè mettere in rilievo che l'eccellenza dell'impresa si fonda su competenze distintive essenziali per il segmento di clientela scelto. La creazione dell'immagine si basa su prove che hanno suscitato testimonianze da parte dei clienti; si tratta quindi di gestire queste prove. Un'accorta gestione dell'immagine viene confermata, sia dalla fierezza dell'appartenenza che mostrerà il personale, sia dal compiacimento o dall'orgoglio dei clienti di essere serviti da quell'impresa.
L'immagine deve, infine, poter sfumare nell'identità aziendale e cioè nella sua anima e nel suo cuore, nell'allineamento di tutti agli obiettivi dell'impresa e nel conseguente impegno comune verso il perseguimento della vision, della mission e dei valori aziendali.
Cesare
Cesare aveva ben chiaro l’obiettivo di far sì che Roma diventasse caput mundi; pertanto l’immagine che avrebbe dovuto dare di sé doveva essere quella di una città che stupisse non solo per le sue conquiste ma anche per la sua grandiosità. Più volte nel corso della sua carriera politica Cesare favorisce la nascita di nuove opere architettoniche, sempre con l'obiettivo, sia di stupire il mondo, sia di acquisire così una popolarità sempre maggiore. Al termine della guerra di Gallia, nel 51 a.C., Cesare inizia una campagna elettorale con l'obiettivo di ottenere il consolato; poco tempo prima, Pompeo aveva donato a Roma il primo teatro stabile, costruito in pietra, ed aveva fatto edificare una nuova curia per il senato. A sua volta, dunque, Cesare lancia un vasto programma di opere pubbliche che prevede la costruzione di un nuovo foro. L'opera doveva essere finanziata con il bottino ricavato durante la guerra in Gallia, e solo l'acquisto dei terreni necessari comportò la spesa di oltre cento milioni di sesterzi. Questo foro Giulio era costituito da una lunga spianata di forma rettangolare chiusa sui lati da una serie di portici, alla cui fine si ergeva il tempio di Venere Genitrice. Secondo Appiano, questo tempio sarebbe stato una sorta di ringraziamento rivolto alla dea da parte di Cesare per avergli consentito di uscire vincitore dallo scontro di Farsalo. Davanti a questo tempio, Cesare stesso si fece rappresentare in una statua equestre. La costruzione del foro diede vita a una nuova ed originale tipologia architettonica, che univa lo schema greco ed ellenistico dell'agorà alla classica struttura romana del tempio su podium. È in questo stile che furono poi realizzati tutti i successivi fori imperiali. Con la dittatura, raggiunto il culmine del potere, Cesare potrà adoperare ogni mezzo per la costruzione di opere sempre più grandiose: con il pretesto della celebrazione dei giochi per il suo trionfo, fa ingrandire il circo costruendovi nuovi settori di scalinate, in modo che vi potessero prendere posto più persone; ordina la realizzazione di uno stadio per i lottatori nel Campo Marzio e fa scavare sulla riva del Tevere un bacino che ospitasse naumachie (battaglie navali). Cerca anche di rinnovare il vecchio foro, programmando la costruzione di una nuova curia, in quanto la Curia Hostilia era stata distrutta nel 52 a.C. da un incendio. Cesare dà il via alla costruzione di una nuova struttura, la Curia Iulia, la cui realizzazione si interruppe durante il lungo periodo delle guerre civili per essere poi ripresa da Augusto e completata nel 29 a.C. Quando viene portato a termine il grande bacino per le naumachie, Cesare progetta anche la costruzione di un tempio di Marte, che doveva essere più grande di qualsiasi altro, di una nuova basilica che doveva sorgere nell'area della vecchia basilica Sempronia, e di un nuovo immenso teatro stabile in pietra. Cesare non potrà vedere realizzati i suoi progetti a causa della sua prematura morte, ma essi furono portati a termine da Augusto, che costruì, infatti, il tempio di Marte Ultore, la basilica Giulia e il teatro di Marcello. Non fu invece mai realizzata la biblioteca che Cesare intendeva costruire per raccogliervi le opere in lingua latina e greca, per la cui realizzazione si stava già adoperando, prima della morte del dittatore, Marco Terenzio Varrone.
Una delle imprese di Cesare che maggiormente colpì i suoi contemporanei fu l’invasione della Britannia. L’audace spedizione depresse galli e germani ed entusiasmò il popolo romano, la gente apprendeva i particolari dell’impresa dalle lettere del proconsole, ex litteris Caesaris. Cicerone stesso affermava che “al cospetto di questa impresa impallidava anche la figura di Caio Mario”. Catullo, il poeta che aveva sempre punzecchiato Cesare con versi scurrili, questa volta è costretto a chiamarlo grande, colpito dalla temerarietà dell’azione contro i britanni così orribili e lontani, horribilesque ultimosque britannos. Il Senato, sempre più prono e avvilito decretò un rito di ringraziamento della durata di venti giorni. Al termine della battaglia di Alesia, Cesare mostrò al mondo la sua inflessibilità; fu pietoso solo con gli edui e con gli averni, cui ridiede la libertà, per preservarne l’amicizia. Tutti gli altri prigionieri furono ceduti come schiavi ai suoi soldati e non erano meno di 40 mila persone.

2.2.9 La creatività
In un sistema informativo passivo (cioè organizzato dall'esterno), è corretto affermare che ogni idea è logica a posteriori; non così in un sistema informativo attivo (cioè auto-organizzato) nel quale un'idea può essere perfettamente logica a posteriori ma inaccessibile alla logica a priori. Il pensiero creativo è una tecnica che sta sempre più prendendo piede, specie in Usa e in Giappone, con grandi risultati; la creatività è uno dei pilastri dell'impresa eccellente.
Qui ci si limita a constatare che una delle responsabilità della leadership è fare in modo che la creatività abbia le più ampie possibilità di svilupparsi in azienda.
Per il conseguimento di questo obiettivo il leader dovrà liberarsi da alcuni comuni stereotipi come:
• la creatività è frutto di un talento appannaggio di pochi eletti,
• la creatività va lasciata ai dipartimenti di ReS, nei quali alcuni individui sono liberi di gingillarsi sperando che, in qualche modo, emerga prima o poi un'idea,
• è sufficiente rimuovere inibizioni e ostacoli perché una persona diventi creativa,
• il brainstorming, dove ognuno può sparare alla cieca qualsiasi idea, è l'unico strumento per far lievitare la creatività aziendale,
• il pensiero creativo deve essere folle e assolutamente non convenzionale,
• l'idea creativa nasce dalla fortuna,
e studiare le più moderne tecniche che consentono di sfruttare nel modo migliore l'intelligenza dell'uomo e il potenziale del suo pensiero creativo.
Cesare
Di ritorno dall’Egitto Cesare si rende conto che il calendario in uso presso i romani non seguiva più l’alternarsi delle stagioni; decide quindi di modificarlo. Come in tutte le epoche anche Cesare incontra una fiera opposizione dall’establishment nell’introdurre quella novità cosi “rivoluzionaria”; fu più difficile convincere i romani di quella esigenza che sconfiggere gli avversari nella guerra civile. Il calendario giuliano è un calendario solare, basato sul ciclo delle stagioni. Fu elaborato dall'astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare, nella sua qualità di pontefice massimo, nell'anno 46 a.C.. Esso fu da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi domini; successivamente il suo uso si estese a tutti i Paesi d'Europa e d'America, man mano che venivano cristianizzati. Nel 1582 è stato sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII; diverse nazioni tuttavia hanno continuato ad utilizzare il calendario giuliano, adeguandosi poi in tempi diversi tra il XVIII e il XX secolo. Alcune Chiese facenti parte della Chiesa ortodossa tuttora usano il calendario giuliano come proprio calendario liturgico. Il calendario giuliano è anche alla base del calendario berbero tradizionale del Nordafrica. Nel calendario giuliano si utilizzano gli anni bisestili per compensare il fatto che la durata dell'anno solare non è data da un numero intero di giorni. Il giorno in più si aggiunge dopo il 24 febbraio (sexto die ante Kalendas Martias). Va ricordato che i romani avevano l'abitudine di contare i giorni mensili sottraendoli a determinate festività, come le Idi e le Calende, contando anche il giorno di partenza; quindi tra il 24 febbraio ed il 1º marzo (che coincide con le Calende di marzo) ci sono appunto 6 giorni (24-25-26-27-28-1). Negli anni bisestili, con febbraio di 29 giorni, il giorno 24, che era "sexto die", sarebbe diventato "septimo die". Ma dato che "septimo die" era il giorno 23, non potendo chiamare il 24 "septimo die" lo chiamarono "bis sexto die". Di qui il nome di "anno bisestile". Cesare non passa alla storia solo per le sue conquiste e le sue capacità di condottiero, ma anche per le innovazioni introdotte: il calendario, la crittografia, la coniazione di monete d’oro, un sistema efficiente di intelligence, grandiose opere di ingegneria, il progetto del taglio dell’istmo di Corinto, le stazioni di posta per il cambio dei cavalli lungo le vie consolari.
resti del foro di cesare

Resti del Foro di Cesare

LOGO Eugenio Caruso - 5 luglio 2013


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