Houston, la nuova frontiera degli scienziati italiani


Oh se la nave di Argo non fosse mai volata attraverso le azzurre Simplègadi verso la terra dei Colchi, né il pino fosse mai caduto tagliato nelle valli selvose del Pèlio, né avesse armato di remi le mani di uomini valorosi, i quali cercarono per Pèlia il vello tutto d’oro! ".

Euripide, Medea

Bye Bye Italy. E' un saluto amaro ma senza rimpianti quel che arriva da Houston, al centro del deserto del Texas, dove vive uno spicchio d'Italia, declinato nel segno delle eccellenze. E’ la storia diversa del nostro Paese, tanto diversa che per raccontarla in profondità è stata realizzata anche una mini serie tv in cinque puntate: “The texas italian stories”. Ma oltre i documentari, in mezzo al deserto, in una delle città più multietniche degli States, quel piccolo grande gruppo di oltre 6000 italiani porta avanti – senza troppa nostalgia dell'Italia – il meglio di ciò che rappresenta il made in Italy, mietendo successi in tutti i campi, dalla medicina alla ricerca, dal management all’alta cucina, per arrivare sino all’arte e alla letteratura. Houston è diventata la nuova frontiera di chi parte in cerca di successo. In prima linea, con biglietto di sola andata, ci sono tanti medici e ricercatori che in Italia non hanno trovato terreno fertile per i propri studi e le proprie aspirazioni. La medicina texana è una sorta di avanguardia mondiale in termini di ricerca, sperimentazione e diagnosi. Così, tra gli oltre 4000 medici, 17.000 ricercatori e oltre 70 mila studenti, il Texas Medical center non è soltanto il distretto sanitario più grande del mondo, ma è anche diventato un business, grazie alla capacità degli ospedali di attrarre oltre sei milioni di pazienti. Così, grazie a quel fiume di denaro che arriva negli ospedali e nei laboratori, ogni anno il Texas Medical Center ha a disposizione un budget di sei miliardi di dollari per la ricerca. E’ la Mecca della sanità mondiale. E in quei cinquanta ospedali che ruotano attorno a Houston l’italiano è una delle lingue più usate. Uno dei precursori è stato sicuramente Mauro Ferrari, considerato il padre della “nanomedicina”, e oggi alla guida del Methodist Hospital di Houston. Così quel ponte immaginario che lega Italia e Texas è spesso una strada di sola andata, percorso delle occasioni perdute per la società italiana che vede ogni anno partire verso Houston decine e decine di scienziati. A fine agosto, 21 dei più importanti scienziati e medici italiani si sono dati appuntamento nella sede dell’Italian cultural e community center di Houston, vero e proprio “think tank” del pensiero italiano traslato in Texas. E quegli scienziati, premiati per aver contribuito a tenere alto il nome dell’Italia nella comunità scientifica, hanno raccontato le loro storie. Così, mentre in Italia si infiamma la discussione, in bilico tra scienza e fideismo, sul metodo Vannoni, gli esperti di staminali sono fuggiti via dal nostro paese. E’ il caso del biologo palermitano Fabio Triolo, che ora si occupa di medicina rigenerativa all’UtHealth di Houston. Triolo è uno specialista nel campo delle cellule staminali e del loro impiego per lenire i danni neurologici. A dire il vero, Triolo ci aveva provato anche in Italia, quando nel 2007 aveva fondato all’Ismett di Palermo l’Unità di Terapia cellulare. Esperienza conclusa nel 2010. “Sono andato via dall’Italia – racconta il biologo – perché non accettavo di lavorare in un ambiente dove le teste pensanti sono considerate pericolose e si preferiscono gli yes men. Sono andato via anche per dare ai miei figli un futuro in un paese dove prevale la meritocrazia”. E di meritocrazia è tessuta la storia dell’arrivo di Triolo in Texas: “Stavo leggendo una rivista di scienze – racconta il medico – e ho letto un annuncio per la ricerca di un profilo professionale che corrispondeva al mio. Era venerdì sera, ho inviato una mail. Il lunedì mattina ero già stato contattato dall’ufficio del personale dell’Università del Texas”. E’ un coro unanime: via dall’Italia alla ricerca del merito e delle competenze. La pensa così anche il chirurgo Luca Cicalese, in Texas dal 1998 ed oggi direttore del Centro Trapianti di quello Stato: “Sono andato via dall'Italia per cercare opportunità, non disponibili da noi, in un campo molto avanzato e costruire così un percorso professionale basato sul merito”. Poi aggiunge: “Non capiscono perché il nostro Paese non faccia nulla per far rientrare gli italiani che potrebbero contribuire a migliorare il sistema sanitario nazionale”. “Italo-texano” non è soltanto sinonimo di sanità. La nostra lingua è molto diffusa anche allo Space Center della Nasa, diventato un po’ la seconda casa di Paolo Nespoli, Roberto Vittori, Luca Parmitano e di Samantha Cristoforetti, la prima donna astronauta italiana, che proprio con il Texas ha un rapporto speciale. A Wichita Falls, sempre in Texas, la Cristoforetti si è specializzata alla Euro Nato Joint Jet pilot training. A novembre il pilota astronauta farà parte della missione “Futura” che punta dritto sulla Stazione spaziale internazionale. Tenere in alto la storia e la tradizione del nostro Paese è invece un compito affidato a Moira Di Mauro Jackson. Laureata in Italia, Di Mauro Jackson insegna Letteratura italiana e letteratura francese all’Università del Texas, al Dipartimento di Lingue moderne. Nel Texas hanno trovato la giusta dimensione professionale ricercatori come Matteo Pasquali, il mago delle nanotecnologie che ha lasciato a bocca aperta i dirigenti della Rice University, grazie alle sue scoperte sui nanotubi in fibra di carbonio. Pasquali lavora in Texas da oltre quattordici anni e guida uno staff internazionale con scienziati che arrivano da ogni parte del mondo e riceve ogni anno milioni di dollari di donazioni per portare avanti le sue ricerche. Insomma, come dire: “Qui Houston, non abbiamo problemi”.
Piero Messina
da espresso.repubblica.it


4 settembre 2014

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