Il Simposio di Platone.


Niente è bello o brutto per se stesso, ma diventa bello se compiuto bene e brutto se fatto male.
Platone, Simposio

Il Simposio è il più conosciuto dei dialoghi di Platone. In particolare, si differenzia dagli altri scritti del filosofo per la sua struttura, che si articola non tanto in un dialogo, quanto nelle varie parti di un agone oratorio, in cui ciascuno degli interlocutori, scelti tra il fior fiore degli intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria su Amore. Giova notare che a differenza della nostra cultura e della nostra morale in questo dialogo emerge che l'amore più bello è quello omosessuale tra maschi. Viene anche messo in rilevanza il poco credito che avevano le donne nel mondo greco.

Apollodoro agli amici
Apollodoro, sollecitato da alcuni amici a riferire quello che sa sul celebre simposio svoltosi tempo prima in casa del poeta tragico Agatone, si dice disposto a farlo.
Apollodoro a Glaucone
Egli ha da poco fatto un analogo racconto all'amico Glaucone, che, non bene informato, era convinto che Apollodoro stesso fosse stato presente al convito: ma questo, osserva Apollodoro, non è possibile per ragioni cronologiche, dal momento che sono ormai molti anni che Agatone non è più in città e sono soltanto tre anni che egli frequenta assiduamente Socrate. Infatti il simposio si è svolto molti anni prima, quando Apollodoro era ancora un ragazzo, ed egli ne è venuto a conoscenza da un certo Aristodemo, intimo amico di Socrate, egli sì presente in quella circostanza. Saranno dunque le parole di Aristodemo quelle che egli ora riferirà.
Il racconto di Aristodemo
Mentre sta passeggiando, una sera, Aristodemo s'imbatte in Socrate tutto lavato e ben calzato: egli si sta recando a casa del bell'Agatone, che ha dato un banchetto per festeggiare la sua vittoria nel concorso tragico. Benché Aristodemo non sia stato invitato, Socrate lo invita a seguirlo. Ma quando Aristodemo arriva a destinazione, si accorge che Socrate non è con lui: si è bloccato in mezzo alla strada, assorto in meditazione; Aristodemo impedisce che venga disturbato. A metà della cena, finalmente, Socrate entra, e Agatone lo invita a sedersi accanto a lui.
Terminato il banchetto, ha inizio il simposio, ossia il momento del convito destinato al bere: i convitati, su suggerimento del medico Erissìmaco, decidono di non ubriacarsi, in modo da poter sostenere una conversazione su un tema di un certo interesse. Fedro, per bocca di Erissimaco, propone il tema dell'amore. Si stabilisce che ciascuno degli invitati, a turno, esprima le sue opinioni in proposito, iniziando da Fedro che ha proposto l'argomento.
Discorso di Fedro
Egli afferma che Amore è il più antico fra tutti gli dèi ad essere onorato, come attestano Esiodo, nella Teogonia, e Acusilao, i quali all'origine del mondo pongono Caos e Terra e quindi anche Amore. Inoltre, Parmenide sostiene che la Giustizia «per primo, fra tutti gli dei, si prese cura di Amore». È amore a spingere amante e amato a gareggiare in coraggio, valore, nobiltà d'animo: gli eserciti, se costituiti tutti da amanti e amati, sono imbattibili: « Se vi fosse dunque qualche possibilità perché una città o un esercito fossero costituiti per intero da amatori e da amati, non vi è modo per cui potessero disporre meglio la propria esistenza tenendosi lontani da ogni bruttura e gareggiando tra di loro in desiderio di gloria, e combattendo insieme gli uni con gli altri, essi vincerebbero, anche se in pochi, per così dire, tutti gli uomini. Infatti l'uomo che ama sarebbe disposto ad essere visto da tutti gli altri mentre abbandona la posizione o getta via le armi ma non dal proprio amato e sceglierebbe di morire più volte invece. E quanto ad abbandonare l'amato o non portargli aiuto quando corre pericolo non c’è nessun vile a tal punto che amore stesso non lo renda pieno di ardore in valore, tanto da eguagliarlo anche a chi è valorosissimo in natura... » Fedro porta alcuni esempi, primo fra tutti quello di Alcesti che superò in amore i genitori di Admeto, suo sposo, tanto da farli apparire estranei alla sua vicenda e da suscitare l’ammirazione degli dei; cosa che non avvenne a Orfeo, che tornò indietro dall'Ade senza risultato, poiché era apparso vile. "Orfeo lo fecero tornare indietro dall'Ade senza risultato, mostrandogli soltanto un'immagine della sua donna, per la quale aveva compiuto il viaggio, ma non concedendogliela, perché, da suonatore di cetra quale era, era apparso piuttosto vile, e non aveva osato, in virtù del proprio amore, morire come Alcesti, ma aveva escogitato un espediente per penetrare vivo nell'Ade. Per queste ragioni gli fecero pagare lo scotto e disposero che la sua morte avvenisse ad opera di donne, non certo nella maniera con cui onorarono Achille che essi mandarono anche nelle isole dei beati poiché, pur sapendo dalla madre che sarebbe morto dopo aver ucciso Ettore, e che non facendo questo se ne sarebbe tornato a casa a morire da vecchio, osò scegliere di recare aiuto a Patroclo, suo amante, e non solo di morire cogliendo la propria vendetta, ma di fare seguito subito con la propria morte a lui che era appena morto. Per questo gli dèi, stracolmi di ammirazione, lo onorarono poiché aveva fatto così gran conto del proprio amante. Eschilo dice delle frottole quando sostiene che Achille era l'amante di Patroclo, poiché egli era più bello non solo di Patroclo, ma di tutti gli eroi, e ancora imberbe, poi anche molto più giovane come dice Omero. Ma in realtà gli dèi onorano particolarmente questa virtù che è insita in amore e ancor più ammirano e si compiacciono e fanno del bene quando è l'amato che rivela il suo amore all'amante, che non quando è l'amante a rivelarlo all'amato. L'amante infatti è un qualcosa di più divino dell'amato, perché è pieno di ardore da parte del dio. Proprio per questo essi hanno onorato Achille, mandandolo alle isole dei beati. Così io sostengo che Amore è il più antico fra gli dèi, il più meritevole di onore e quello che è più padrone di spingere gli uomini, da vivi e da morti, all'acquisto della virtù e della felicità.".
Discorso di Pausania
Occorre distinguere: due sono gli amori, come duplice è Venere. Bisogna perciò intendersi sul significato della parola amore. Esiste un amore "pandemio", cioè volgare, che induce ad amare i corpi piuttosto che le anime, e quindi porta a rapporti indifferentemente eterosessuali e omosessuali; ed esiste un amore "uranio", ovvero celeste, che, privilegiando le anime, orienta l'amante maschio esclusivamente verso altri maschi, di cui, rispetto alle donne, egli ammira la maggiore intelligenza e la superiore forza di carattere. Non bisogna confondere questo tipo di amore con la volgare pederastia: il pederasta, infatti, si invaghisce dei corpi dei bei ragazzi, che presto sfioriscono, e di conseguenza non è mai fedele a nessuno, mentre il vero amante ama l'anima, e a essa, in quanto incorruttibile, conserva eterna fedeltà. Mentre in altre zone della Grecia l'amore omosessuale è considerato del tutto positivo, in Atene e nella Ionia si continua a confonderlo con la pederastia, e di conseguenza non si ritiene onesto concedersi all'amante. E' un errore di prospettiva: in realtà tale rapporto di per sé non è né positivo né negativo, ma buono se volto al bene, cattivo se volto al male. Occorre perciò far coincidere l'amore per i ragazzi con l'amore per la virtù.
Aristofane, còlto dal singhiozzo salta il turno.
Discorso di Erissimaco
"A mio avviso, mi par necessario che cerchi di concludere il discorso che Pausania ha iniziato così bene ma che poi non ha portato a termine. Che Amore sia duplice, ci sembra distinzione esatta; ma che esso non alberga solo negli uomini attratti dalle belle creature, ma in tutti gli altri esseri, a loro volta presi per altre forme, negli animali, per esempio, nelle piante e comunque in tutte le creature viventi, io credo di averlo dedotto dalla medicina, la nostra arte e, altresì, come Amore sia grande e meraviglioso dio, presente ovunque in ogni cosa umana e divina. Comincerò, quindi, a trattar l'argomento da un punto di vista medico, anche in omaggio a questa arte. La natura dei corpi è tale che essi hanno in sé questo duplice Amore; infatti, per il corpo, malattia e salute sono, come tutti sanno, due condizioni diverse e contrarie e, come tali, perciò, non appetiscono e non desiderano mai le stesse cose. In poche parole, altro è il desiderio che prova la parte sana, altro quello che sente la parte malata. E come Pausania diceva poco fa che è bello concedersi a un amante virtuoso e vergognoso è, invece, darsi a un dissoluto, lo stesso è anche per i corpi per cui è cosa bella, anzi doverosa, favorire lo sviluppo delle parti sane di ciascun organismo (e, in fondo, proprio questo è il compito del medico) ed è male, invece, farlo per le parti malate per le quali occorre agire con intransigenza, se si è veramente capaci nell'arte medica. Infatti, la medicina, per dirla in breve, è la scienza che studia le tendenze affettive dell'organismo nel suo riempirsi e svuotarsi e chi sa distinguere in queste tendenze, le buone dalle cattive, costui è un gran medico; chi, poi, queste tendenze le sappia anche modificare o suscitarne una al posto dell'altra o stimolarne qualcuna laddove non ve ne siano e invece dovrebbero esservi o, addirittura, cancellare quelle che vi sono, costui, allora, sarà proprio un maestro eccellente. Bisogna, infatti, che le parti di un organismo che sono tra loro incompatibili si riconcilino e trovino una loro reciproca armonia." La scienza chiamata medicina, di cui Erissimaco è rappresentante, insegna che esiste un amore sano, volto al bene, e un amore malato, volto al male. Ogni qual volta un essere cade in quest'ultimo tipo di amore, si ammala; il bravo medico sa che il suo compito consiste appunto nel contrastare questa tendenza perversa innata in tutti gli esseri viventi, favorendo l'amore positivo. D'altronde non è diverso il ruolo della musica, dell'astronomia, della divinazione, discipline tutte che tendono a ristabilire la giusta inclinazione verso l'amore sano.
Discorso di Aristofane
Il comico esordisce ironizzando sul discorso di Erissimaco: il singhiozzo è cessato non appena ha starnutito, il che significa che i sistemi con cui si ristabiliscono le giuste inclinazioni del corpo umano sono per lo meno curiosi. Comunque egli ha intenzione di spiegare la potenza dell'amore rivelandone le più remote radici, e per far ciò gli sarà necessario descrivere la natura umana quale era alle origini.
Il mito dell'andrògino
Un tempo gli uomini erano "tondi", con due volti, quattro braccia, quattro gambe e così via, per cui erano velocissimi nel muoversi, molto potenti e tremendamente superbi. I loro sessi non erano due, ma tre: maschile (risultante dalla fusione di due maschi), femminile (risultante dall'unione di due femmine), andrògino (risultante dalla fusione di un maschio e una femmina). Infastidito dalla loro presunzione, Zeus decise un giorno di dividerli a metà, tagliandoli in due come uova sode, ed affidò ad Apollo il compito di ricucirli. Ma ecco che le due metà non riuscivano a rimanere separate: non facevano che cercarsi e, ritrovatesi, si avvinghiavano disperatamente e si lasciavano morire di fame. Allora Zeus, impietosito, girò loro i genitali sul davanti, e, permettendo in questo modo l'accoppiamento e la procreazione, alleviò il loro tormento. E' da allora che esiste l'amore, il quale non è altro che il desiderio irrefrenabile che ciascuna metà prova di riunirsi all'altra metà. E se in origine faceva parte di un essere interamente maschile, oppure interamente femminile, sarà omosessuale; se invece faceva parte di un essere andrògino, sarà eterosessuale. Aristofane conclude con un'esortazione alla moderazione, onde evitare che Zeus ci tagli di nuovo in due, riducendoci come mezzi dadi o figure da bassorilievo.
Piccolo battibecco semiserio tra Agatone e Socrate
Discorso di Agatone
C'è un errore di fondo in tutti i discorsi precedenti: nessuno dei parlanti ha definito l'oggetto del discorso. Agatone intende appunto farlo. Amore è il più bello, buono, giovane tra gli dèi; è eterno, temperante, valoroso e sapiente. Senza Amore non ci sarebbe procreazione, né poesia, né arte, né virtù. Inoltre Amore ha la prerogativa di infondere anche negli altri queste sue qualità. Secondo Agatone, quindi, Amore è bello e buono.
Discorso di Socrate
Prima parte (confutazione dei discorsi precedenti)
Il filosofo confessa tutto il suo imbarazzo: non solo gli è difficile prendere la parola per ultimo, dopo tanti bei discorsi, ma oltre tutto egli credeva che il compito di ogni singolo parlante fosse quello di dire la verità sull'amore, e non quello di fare esercizio di stile, attribuendogli anche qualità spudoratamente false. Se perciò lo scopo di questi discorsi è solo stupire, egli non intende partecipare alla discussione: ma se i presenti si accontentano di un discorso alla buona, teso però a ricercare la verità, allora è disposto a parlare. Poiché i commensali si dicono disposti ad ascoltarlo a queste condizioni, Socrate esordisce con qualche precisazione concettuale, rivolgendo una serie di domande ad Agatone. Prima di tutto, Amore ha un oggetto, e in base a questo si definisce: è infatti desiderio di qualcosa, e, siccome si desidera solo ciò che non si possiede, evidentemente Amore non possiede questo qualcosa. Stando alle parole di Agatone (per certi versi condivisibili), si direbbe che l'oggetto del desiderio amoroso sia il bello, che poi è anche il buono: ora, come può Amore essere bello e buono, se non possiede il bello e il buono? Perché, se li possedesse, non li desidererebbe.
Agatone, confuso, riconosce l'esattezza dell'obiezione posta da Socrate alla sua affermazione.
Seconda parte (il discorso di Diotima)
Socrate ripeterà ora ai presenti il discorso sull'amore udito molto tempo prima da una donna di Mantinea: Diotima.
Non necessariamente ciò che non è bello e buono è brutto e cattivo: l'amore si trova appunto in questa situazione intermedia. Esso non può certo essere un dio, dal momento che non è né bello né buono; e tuttavia non è neppure un mortale: anche in questo caso è qualcosa di intermedio. Egli è infatti un demone grande, un intermediario fra gli uomini e gli dèi.
Il mito della nascita di Amore
Amore è figlio della mortale Penìa (Povertà), che un giorno, recatasi come mendicante a un banchetto degli dèi, approfittando dell'ubriachezza del dio Pòros (Espediente), riuscì a rimanerne incinta. Così, per parte di madre, Amore è povero, squallido, miserabile, ed ecco perché desidera continuamente ciò che non ha; ma per parte di padre è audace, coraggioso, astuto, stregone e ciarlatano, disposto a tutto pur di ottenere ciò che desidera. Non è né mortale né immortale, e infatti di continuo muore e rinasce. Non è né povero né ricco, poiché ciò che acquista non gli basta mai e gli sfugge dalle mani. E, non essendo né dio né uomo, non è né sapiente né ignorante, ma una via di mezzo: infatti chi è del tutto sapiente non desidera la sapienza, appunto perché già la possiede; chi è completamente ignorante, in compenso, non sa neppure di esserlo, e quindi non aspira alla sapienza, e appunto per questo l'ignoranza è terribile. Dunque aspirano alla sapienza solo coloro che si trovano in una condizione intermedia fra la sapienza e l'ignoranza, cioè i filosofi. Ma Amore è amore del bello, che è anche il bene, e la sapienza anche: quindi Amore è filosofo.
Chi definisce l'amore bello e buono commette un errore piuttosto grossolano: confonde l'amante con l'amato. E' l'amato ad essere bello, non l'amante: ma Amore è nell'amante, non nell'amato. Non è vero, perciò, che l'amante è superiore all'amato, come affermava Fedro, ma è vero esattamente il contrario.
Di solito si intende la parola amore in un'accezione restrittiva, come se riguardasse solo l'amore per le belle persone; anche questo è un errore: in realtà tutti amano. Si è detto, infatti, di che cosa è desiderio l'amore: del bello. Ma non si è detto che cosa desidera l'amante rispetto al bello: egli desidera che diventi suo. E non si è detto perché lo desidera: lo desidera per essere felice, il che significa che è bene per lui. Ebbene, il desiderio di bene e di felicità è comune assolutamente a tutti gli uomini: dunque tutti amano. Semplicemente, è diverso l'oggetto del loro amore, ossia ciò in cui identificano il loro bene: alcuni, invece di orientarsi verso le persone, si orientano vero l'arte, la politica, il guadagno; ma, qualsiasi cosa ritengano bene, desiderano possederla per sempre.
In conclusione, la prima definizione dell'amore è questa: Amore è desiderio di possedere il bene per sempre.
Tale definizione può tuttavia essere ulteriormente precisata. L'azione mediante la quale si manifesta l'amore è la procreazione: chiunque ami, infatti, e qualsiasi cosa ami, è pregno, e come tale desidera procreare, com'è evidente nel rapporto tra uomo e donna. La procreazione è cosa immortale in un essere mortale, e come tale è di natura divina: proprio per questo è impossibile procreare nel brutto, perché ciò che è brutto e disarmonico ripugna alla natura divina. La bellezza è dunque indispensabile per la procreazione.
Ne consegue una seconda definizione dell'amore: Amore è desiderio di procreare nel bello. Ma poiché, come si è detto, la procreazione è una forma di immortalità, ecco una terza e più precisa definizione: Amore è desiderio di immortalità.
Se è vero che non esiste altro mezzo di immortalità, per un essere umano, che la procreazione, occorre però precisare che generazione non è solo quella del corpo: esiste infatti anche una generazione dell'anima. Vi sono persone che sono pregne non fisicamente, bensì spiritualmente: il loro amore le porta a generare arte, pensiero, politica. Ma per questo tipo di persona è necessaria una vera e propria iniziazione ai misteri di Amore, senza la quale egli non sarà in grado di chiarire a se stesso le proprie esigenze.
I gradi dell'eros platonico
Infatti, come tutti, questa persona è incapace di procreare nel brutto, e perciò il suo confuso anelito riproduttivo lo porta anzitutto ad attaccarsi a un bel corpo; se poi il bel corpo contiene una bella anima, egli se ne innamorerà, e improvvisamente i bei pensieri che stavano chiusi in lui scaturiranno con facilità dalla sua mente: ne metterà a parte la persona amata e ne deriveranno figli più belli di quelli umani, perché immortali.
In seguito, però, se l'amante subisce il giusto percorso evolutivo (ovvero se ha accanto a sé qualcuno che lo inizi correttamente a queste cose), si renderà conto che "la bellezza di un qualsiasi corpo è sorella di quella di ogni altro corpo": comprenderà cioè che non ama il corpo in sé, ma la bellezza della sua forma, che può ritrovare anche in altri corpi. Lo stesso discorso vale per le anime. Imparerà poi a considerare la bellezza dell'anima più importante di quella del corpo, così da non badare all'eventuale bruttezza fisica; e la frequentazione stessa di un'anima bella lo porterà a produrre pensieri che gli consentiranno di scorgere la bellezza nelle attività umane e nelle leggi. Di seguito, se egli continua a salire nel suo percorso, smetterà di comportarsi come un servo, attaccato al singolo essere amato e da esso dipendente: vedrà la bellezza delle scienze, e finalmente scorgerà la scienza di tutte le bellezze, che è sapienza suprema.
Infine, chi è giunto al culmine dell'iniziazione amorosa vede all'improvviso la Bellezza in sé, eterna, intatta e intangibile: quella di cui partecipano tutte le singole cose che chiamiamo belle. E' questo il momento della vita per cui vale la pena di vivere: finalmente, a questo punto, a contatto con la vera Bellezza, l'uomo può partorire non simulacri di virtù, ma virtù vera; e diventa davvero immortale.
L'ingresso di Alcibiade
Mentre tutti lodano Socrate ed Aristofane tenta di riprendere la parola, si ode all'improvviso un grande frastuono alla porta d'ingresso: irrompe nella sala Alcibiade, bellissimo come sempre e completamente ubriaco, tanto da dover essere sostenuto da una flautista e da alcuni compagni. Egli afferma di essere venuto per incoronare Agatone, a patto che gli altri siano disposti ad ubriacarsi con lui: tutti lo acclamano festosamente, invitandolo a prendere posto. La corona, che gli è scesa sugli occhi, gli impedisce di vedere Socrate, accanto al quale si siede senza accorgersene. Vistolo all'improvviso, lo rimprovera per essersi seduto accanto al più bello della compagnia, Agatone. Socrate, in tono semiserio, prega Agatone di difenderlo dalla gelosia di Alcibiade, che sta diventando per lui un vero problema. Alcibiade incorona anche Socrate. Erissimaco interviene per informare Alcibiade che il tema del simposio è l'amore: egli dovrà pronunciarne l'elogio, come hanno fatto tutti. Alcibiade si schermisce, dicendo che se, in presenza di Socrate, lodasse qualcun altro, il filosofo gli metterebbe le mani addosso. Allora Erissimaco gli propone di pronunciare l'elogio di Socrate, cosa che Alcibiade accetta volentieri.
Discorso di Alcibiade
Socrate è simile a quelle statuette di satiri o sileni che, brutte e sgraziate all'esterno, contengono all'interno l'immagine di un dio. Il fascino ammaliatore della sua parola è pari a quello della musica del mitico satiro Marsia: Alcibiade ammette di esserne completamente soggiogato, tanto da doversi fare violenza per sottrarvisi. Nessuno conosce il vero Socrate, né sa quanto sia grande il dio che alberga in lui; ma Alcibiade lo ha sperimentato personalmente, e adesso, disinibito dal vino bevuto, è disposto a raccontarlo a tutti.
Tutti sanno che Socrate è innamorato di lui, della sua straordinaria bellezza: ed egli, confidando nei propri mezzi fisici e convinto di avere il filosofo in pugno, aveva spesso cercato la sua intimità per impadronirsi degli splendidi segreti della sua anima e diventare così più sapiente. Ma siccome Socrate, pur evidentemente innamorato, non si decideva a farsi avanti, Alcibiade, con la consueta irruenza, aveva deciso di rompere gli indugi e di trascorrere una notte con lui. Aveva creato a bella posta l'occasione galeotta, tirando in lungo la conversazione fino a notte fonda e poi invitando Socrate a dormire con lui; gli aveva apertamente dichiarato di essere disponibile alle sue avances; infine lo aveva abbracciato. Ebbene, Socrate aveva completamente ignorato le sue profferte amorose e si era messo a dormire tranquillamente.
Questo schiaffo morale, per quanto bruciante, non aveva fatto che accrescere la stima di Alcibiade per Socrate: stima nata comunque già sui campi di battaglia di Potidea e di Delio, dove Socrate aveva dato prova di straordinario coraggio e altruismo e di eccezionale resistenza alla fame, al freddo e alle fatiche; inoltre non era mai stato possibile vederlo ubriaco, per quanto vino potesse bere. In conclusione, non c'è uomo che Alcibiade stimi più di Socrate, ora che ha imparato a guardare al di là delle apparenze, dell'ironia del personaggio, dei paradossi del suo modo di esprimersi: non gli resta che mettere in guardia Agatone perché eviti di cadere a sua volta nella trappola di Socrate.
Finale
Tutti acclamano Alcibiade, tranne Socrate che ironizza sugli scopi reconditi del suo discorso, accusandolo di voler mettere zizzania fra lui ed Agatone. Improvvisamente sopraggiunge un'allegra brigata, che si unisce al simposio e ne sconvolge tutte le regole. Si beve senza più ritegno, e quando Aristodemo, la mattina seguente, si desta, trova svegli solo Socrate, Agatone ed Aristofane, impegnati in una discussione molto seria, di cui Aristodemo ricorda solo un particolare: Socrate costringeva gli altri ad ammettere che un vero poeta deve saper comporre sia tragedie sia commedie. Infine s'erano addormentati anche Agatone e Aristofane, mentre Socrate, fresco come una rosa, se n'era andato con Aristodemo ed aveva trascorso la giornata come al solito.

Eugenio Caruso - 26 gennaio 2015

LOGO


www.impresaoggi.com