Il sovrano si rivolge al mercante e con atteggiamento benevolo e disponibile gli chiede: «Che cosa posso fare per voi?» Il mercante risponde:
«Maestà, dateci buona moneta e strade sicure, al resto pensiamo noi»
Kant

Con questo terzo articolo proseguo la pubblicazione di alcuni stralci del mio libro storico-economico L'estinzione dei dinosauri di stato. Il libro racconta i primi sessant'anni della Repubblica soffermandosi sulla nascita, maturità e morte delle grandi istituzioni (partiti, enti economici, sindacati) che hanno caratterizzato questo periodo della nostra storia. La bibliografia sarà riportata nell'ultimo articolo di questa serie. Il libro può essere acquistato in libreria oppure on line presso la casa editrice Mind.
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I governi centrisi (1953-1960)
Nel 1952 Mariano Rumor dà vita alla corrente Iniziativa Democratica, che si pone l’obiettivo della “rivitalizzazione della DC”. Il 29 marzo del 1953 il settimo Governo De Gasperi riesce a far passare quella legge elettorale, sensata e profetica, che aveva progettato dopo le amministrative del 1952, e che fu definita da Giancarlo Pajetta “legge truffa”. Essa introduce un premio di maggioranza per il raggruppamento che raccoglie più del 50% dei suffragi. Afferma Taviani: «C’era un obiettivo preciso: catalizzare la lotta fra il centro e la sinistra e sbarrare la strada alla destra che conteneva preoccupanti tracce di fascismo». Le cose non vanno come i democristiani sperano: alle elezioni del 7 giugno 1953 la DC e i suoi alleati (socialdemocratici, repubblicani e liberali), ottengono solo il 49,85% dei voti; la sconfitta viene principalmente da quella destra che la legge elettorale avrebbe voluto sterilizzare. Il Partito Nazionale Monarchico passa dal 2,8 al 6,9% e l’Msi dal 2 al 5,8%, confermando la capacità della destra reazionaria di raccogliere i voti della protesta generica e del conservatorismo cattolico. Con queste elezioni fallisce il tentativo di introdurre in Italia un sistema bipolare; in questa sconfitta del maggioritario, e con esso della possibilità di esprimere Esecutivi autorevoli e non in balia della rissosità e dei mercanteggiamenti delle Camere, va ricercata la radice dei processi degenerativi della Repubblica, che hanno condotto alla partitocrazia e al consociativismo prima e a Tangentopoli poi. Queste elezioni, inoltre, confermano la supremazia del Pci rispetto al Psi, che inizia a rendersi conto che l’alleato lo sta inesorabilmente assottigliando. Pietro Nenni avvia una consultazione separata con De Gasperi e afferma alla Camera che, a determinate condizioni, il Psi potrebbe appoggiare un Governo di “apertura a sinistra”; questa volta non se ne fa nulla, ma si sono creati i presupposti per lo sganciamento dal Pci.
Dopo il tentativo fallito dell’ottavo De Gasperi (16 luglio-22 agosto 1953), viene costituito il monocolore “d’affari”, guidato da Giuseppe Pella, che raccoglie il voto favorevole di Pri, Pli e monarchici, e l’astensione di Psdi e Msi (22 agosto 1953-10 febbraio 1954). È il primo “Governo del Presidente” della storia della Repubblica, poiché è voluto da Einaudi senza consultare i partiti, sotto l’incalzare della crisi con la Jugoslavia per la “questione di Trieste”. A seguito del gelo tra Mosca e Belgrado, gli Alleati mostrano di tergiversare davanti alle pretese della Jugoslavia su Trieste, e Pella compie due gesti che gli guadagnano l’appoggio della destra e la neutralità della sinistra: manda le truppe italiane alla frontiera con Trieste e minaccia di uscire dalla Nato (Zavoli, 1999). Pella però non si è mai preoccupato troppo delle beghe di partito e questo lo ricambia
trattandolo con ostilità, cosicché, il 5 gennaio 1954, insofferente per le pressioni provenienti dall’interno della DC, Pella dà le dimissioni.
Dopo il tentativo del primo Fanfani (12 gennaio-10 febbraio 1954), che cerca di ingraziarsi destra e sinistra, con un monocolore DC, e che non ottiene il voto né dagli uni né dagli altri, viene costituto il Governo Scelba (DC, Psdi, Pli e appoggio esterno del Pri; 10 febbraio 1954-06 luglio 1955) o del “centrismo di ferro”. Il Governo di Mario Scelba poteva sembrare un desiderio di continuità con il passato degasperiano. Ma esso è solo l’epilogo di una stagione politica; i “professorini” e una nuova generazione di democristiani insidia la “vecchia” classe dirigente. Intanto l’azione condotta dalla DC per rompere il blocco di destra ha successo; l’Msi viene emarginato e Achille Lauro, in cambio di agevolazioni per la sua flotta e mano libera per il “reame” di Napoli, provoca la scissione del Pnm e fonda il Partito Monarchico Popolare. Scelba diventa il motore della politica anticomunista, il “cacciatore di streghe” italiano, l’organizzatore delle forze di polizia. Di converso, per non ostacolare la crescita economica del Paese, attua una linea di leggera apertura a sinistra, includendo nel Governo Vanoni e affidando tre ministeri economici allo Psdi.
Dopo la sconfitta del gennaio 1954, Fanfani matura la convinzione che i tempi siano maturi per assumere il controllo della DC; le condizioni sono favorevoli. Nel settembre 1953 è stato nominato segretario De Gasperi, ma l’uomo è sfiduciato, stanco, malato e convinto che il tempo degli ex popolari sia finito e che sia necessario un ricambio generazionale. De Gasperi, politicamente al declino, lo è anche fisicamente, tanto che il 19 agosto 1954 muore nella sua casa di Selva Valsugana. Gli italiani sentono di aver perso un uomo dotato di qualità speciali, un uomo sempre libero dagli schemi del partito e della Chiesa, che ha preso l’Italia per mano e l’ha portata dalla rovina della guerra verso il miracolo della rinascita.
Si chiude l’era degli ex popolari
Con il quinto congresso DC, quello di Napoli del 16 luglio 1954, Iniziativa Democratica riesce a far nominare segretario Amintore Fanfani, che presenta la propria candidatura con un programma imperniato su modernità, efficienza, sviluppo e riorganizzazione del partito. Questa transizione rappresenta uno snodo importante nella storia del partito: per la DC si chiude, infatti, l’era degli ex popolari e si apre quella dei democristiani della “seconda generazione”, che rafforzano l’apparato interno e iniziano a cercare “più significative” linee di finanziamento. Queste vengono individuate nel settore pubblico, in quel cospicuo patrimonio di banche, industrie, servizi, che lo Stato fascista ha lasciato in eredità alla Repubblica. Il cerchio si chiude quando il ministro delle Partecipazioni statali, Giulio Pastore, fa uscire le aziende pubbliche dalla Confindustria e le riunisce in Intersind, creando un canale privilegiato tra aziende dello Stato, DC (in particolare sinistra DC) e sindacato. Fanfani riesce a farsi finanziare abbondantemente anche dall’Eni di Mattei e dagli Usa, sfruttando l’anticomunismo viscerale della signora Clare Boothe Luce. Ricorda Francesco Cossiga: «Fu Fanfani a cambiare il sistema di finanziamento economico della DC e questa fu considerata una grande conquista democratica […] In pratica si transitò dai finanziamenti elargiti dalla Fiat o dalla Confindustria, e in genere dalle industrie private, al finanziamento degli enti di Stato» (Cossiga, 2000). Si chiude il periodo della DC, partito “leggero”, guidato da segretari come Attilio Piccioni, Paolo Emilio Taviani, Guido Gonella, sempre in posizione subordinata al presidente del Consiglio e alla delegazione ministeriale, e si apre l’era del partito “pesante”, che si appresta a colonizzare ogni settore della vita del Paese.
Nell’aprile 1953 Clare Boothe Luce era stata nominata ambasciatrice a Roma dal presidente Dwight Eisenhower. Cattolicissima, amica di Luigi Gedda, irruente e arrogante, ma sprovveduta e maldestra, cerca di interferire in ogni modo nella politica italiana per ottenere la partecipazione della destra monarchica ai Governi. Di converso in quegli anni due personaggi si battono contro la politica americana: Enrico Mattei, presidente del neonato Ente nazionale idrocarburi (Eni) e Giovanni Gronchi, nominato il 29 aprile 1955 Presidente della Repubblica con il voto di Pci e Msi, e grazie all’indisciplina della DC, che non vota per il candidato ufficiale, Cesare Merzagora, perché troppo laico e troppo poco democristiano. Il primo sfida le multinazionali americane, cambiando le regole del gioco nelle trattative con i Paesi arabi; il secondo sviluppa una politica personale nazional-terzomondista e di equidistanza tra i blocchi. Nell’aprile 1954 Giovanni Malagodi – che ritiene di ritagliarsi uno spazio politico facendosi portavoce della borghesia preoccupata di una collaborazione tra DC e Psi – viene nominato segretario del Pli. La sinistra del partito, buona parte della Gioventù Liberale e gli intellettuali che si raccolgono attorno a Il Mondo di Mario Pannunzio escono dal Pli per fondare, poco dopo, il Partito Radicale.
Nel frattempo, la fondazione dell’Eni nel 1953, la riforma dello statuto dell’Iri nel 1954, la concessione della costruzione e gestione dell’autostrada del Sole all’Iri e la creazione del ministero delle Partecipazioni statali nel 1956, l’accordo dell’Eni con lo scià Reza Palhavi per lo sfruttamento del petrolio iraniano e la concessione all’Iri del sistema telefonico su tutto il territorio nazionale nel 1957, nonché la fondazione di Intersind, l’associazione imprenditoriale delle imprese pubbliche nel 1958, sono il segno di una volontà politica molto precisa: affidare allo Stato le grandi costruzioni e la grande industria. Confindustria reagisce duramente a queste iniziative, parla di economia di stampo comunista, minaccia di togliere l’appoggio alla DC e favorisce palesemente i liberali di Malagodi, che diventa il paladino degli interessi dei grandi gruppi.
Le intenzioni dei fautori di un’economia mista potevano essere anche buone – i vari Ugo La Malfa e Pasquale Saraceno ritenevano necessario rompere i monopoli privati e affidare allo Stato le grandi infrastrutture – ma gli aspetti negativi di questa politica non tarderanno a manifestarsi. Invece di rompere l’assetto monopolistico dei grandi gruppi privati, la politica delle partecipazioni pubbliche crea un assetto monopolistico pubblico; grazie ai fondi di dotazione e alla cooptazione partitica del management, le industrie di Stato si trasformano in terreno di battaglia tra le baronie politiche.
Nel biennio 1955-1956 si assiste a una sorda lotta di potere nella DC, tra la segreteria retta da Fanfani, la presidenza del Consiglio (Scelba, alleato con Pastore) e il gruppo Concentrazione ispirato da Gronchi. Dopo una strenua resistenza, il 2 luglio 1955 Scelba deve rassegnare le dimissioni, mentre la segreteria e Concentrazione raggiungono un compromesso sulla candidatura Antonio Segni, che presiede il quadripartito “d’attesa” dell’accordo con i socialisti (6 luglio 1955-19 maggio 1957). Il Governo “non respinge pregiudizialmente” il voto dei socialisti, potenzia l’intervento pubblico nell’economia, rafforza la posizione monopolistica dell’Eni (11 gennaio 1957), e crea il ministero delle Partecipazioni statali (22 dicembre 1956), la cui nascita consente il distacco delle aziende dell’Iri da Confindustria (emendamento Pastore). Il nuovo ministero viene affidato inizialmente a Giuseppe Togni, legato a Confindustria, ma la nomina è solo un’operazione “cosmetica”, fatta per gettare fumo negli occhi della borghesia imprenditoriale. Con il successivo Governo di Adone Zoli (19 maggio 1957-1° luglio 1958), l’incarico verrà affidato a Giorgio Bo, legato a Mattei e forte sostenitore dell’intervento pubblico. Mentre Segni avvia una politica di concessioni alla sinistra, Fanfani si dedica al potenziamento organizzativo della DC, che gli consente di arrivare, nell’ottobre 1956, al VI congresso di Trento su posizioni di forza e con un programma in favore dell’intervento del Governo nell’economia, allo scopo di correggere «l’ispirazione materialistica del capitalismo».
I vecchi leader non ci sono più: De Gasperi e Vanoni sono morti, Gronchi è al Quirinale, Scelba, Gonella e Pella sono oramai dei “notabili”. I nuovi leader sono raggruppati in Iniziativa Democratica (primo eletto per il consiglio nazionale, Fanfani), Forze Sociali (primo eletto, Giulio Pastore), Base (primo eletto, Fiorentino Sullo), Primavera (primo eletto, Andreotti).
Il congresso di Trento segna il punto di massimo potere di Fanfani; da quel momento inizia la sua fase discendente, che si concluderà con la nascita del doroteismo. La politica di Fanfani ha cercato di coniugare il progetto dossettiano con il capitalismo di casa nostra; nella realtà dei fatti il progetto di Dossetti si è trasformato nell’acquisizione di un potere economico da parte della DC, che la grande industria privata ha barattato in cambio di condizioni monopolistiche e di sussistenza. L’assenza di una libera concorrenza consente da un lato di avviare una stagione di soddisfacente tranquillità nelle grandi fabbriche, ma innesca dall’altro un processo di perdita di capacità imprenditoriali, che condurrà il Paese, nel nuovo millennio, nell’era delle grandi sfide globali, alla quasi totale assenza della grande industria. Nel 2011 saranno, infatti, solo due le società italiane tra le top hundred della classifica dei marchi: Telecom e Tim.
Il 1956 si apre con la denuncia, da parte di Nikita Chrušcëv, durante il XX congresso del Pcus, del culto della personalità e dei crimini commessi da Stalin. Togliatti, presente al congresso, cerca di incanalare “morbidamente” le notizie verso il Pci, ma il New York Times pubblica interamente il rapporto segreto delle denunce del leader sovietico. All’interno del Pci si fa viva una certa contestazione, specie quando Togliatti sostiene che la responsabilità delle denunce di Chrušcëv è da imputare al popolo russo che ha permesso a Stalin di diventare un “Dio”, o quando dichiara – mentendo – di essere all’oscuro dei crimini commessi in Unione Sovietica. La contestazione resta, però, limitata a pochi dirigenti e intellettuali. In giugno, gli operai polacchi, a Poznan, si sollevano contro il Poup (Partito Operaio Unificato Polacco) e il Pci archivia l’argomento come una provocazione degli anticomunisti. In ottobre insorgono gli ungheresi che, il 27 ottobre 1956, a furor di popolo, chiamano al Governo Imre Nagy. Togliatti parla di «complotti del capitalismo internazionale» e di «terrore bianco». Il 6 novembre 1956, a seguito dell’invasione sovietica dell’Ungheria e dell’impiccagione di Nagy, Nenni, dopo un accorato discorso alla Camera, restituisce il premio Stalin, rinnegando clamorosamente il patto d’azione con il Pci per il quale tanto si era battuto. La reazione degli intellettuali agli eventi in Ungheria è di sdegno e indignazione, tanto che il 29 ottobre viene firmato il Manifesto dei 101, che esplicita i sentimenti dei sottoscrittori. Ma tuttavia il congresso del Pci, qualche mese dopo, approva entusiasticamente la relazione del “migliore” (questo il soprannome dato dalla base comunista a Togliatti).
Nel dicembre 1956 Togliatti ordina l’espulsione dal Pci di Antonio Giolitti e di altri quattro dirigenti «revisionisti» che chiedevano l’autonomia dal Pcus e una maggiore democrazia interna. Con l’apertura degli archivi sovietici è emerso il ruolo di Togliatti nell’invasione dell’Ungheria: il leader del Pci, dopo la morte di Stalin, era diventato, infatti, nuovamente uno dei personaggi più influenti del comunismo internazionale: Togliatti, in una lettera del 30 ottobre 1956 al Pcus, sollecita in modo esplicito l’intervento sovietico nel Paese magiaro per impedire la vittoria delle forze reazionarie. Il segretario del Pci scrive questa lettera mentre l’inviato del Corriere della Sera, Montanelli, fortuitamente a Budapest nei giorni dell’insurrezione, affermava che non si trattava di controrivoluzione, ma che la rivolta nasceva dall’interno del mondo operaio.
Nel febbraio 1957 il XXXII congresso del Psi delibera: «In questa fase della vita del Paese, l’azione socialista è diretta a creare un’alternativa politica e di Governo, e non esclude, anzi ricerca e sollecita, l’intesa con le forze laiche e cattoliche che abbiano comuni obiettivi democratici». Sono i primi vagiti della futura alleanza con la DC, la quale, invece di tentare un incontro con chi le tende una mano, inizia a temporeggiare ed eccepire. Fanfani inventa la distinzione tra apertura «sociale» e «politica», consapevole che l’apertura al Psi, che lo vede favorevole, non è ancora accettata dalla maggioranza del partito. Il Governo monocolore di Adone Zoli appoggiato da Msi, monarchici e liberali è osteggiato vivacemente da Fanfani, che spinge per una cauta ma graduale apertura a sinistra come soluzione per cercare una maggiore stabilità di Governo. Durante il consiglio nazionale di Vallombrosa del luglio 1957 Fanfani sostiene la necessità di coinvolgere i socialisti nel Governo, ai fini di poter disporre di una più forte base politica per realizzare le riforme sociali, e isolare i comunisti. La destra democristiana guidata da Scelba, Azione Cattolica e gerarchie ecclesiastiche iniziano la fronda nei suoi riguardi.
Si apre l’era dei dorotei
Dopo le elezioni del 25 maggio 1958 (DC 42,3%, Pci 22,7%, Psi 14,2%), Gronchi affida l’incarico a Fanfani (DC, Psdi e astensione del Pri; 1° luglio 1958-15 febbraio 1959), che sperimenta sulla sua pelle la nascita dei “franchi tiratori” nelle votazioni a scrutinio segreto. Alla Pubblica istruzione va un intellettuale pugliese, Aldo Moro; pochi immaginano che la sua dialettica estenuante e le sue doti di mediatore lo porteranno presto a diventare un leader della DC. Il declino di Fanfani (Galli, 1993) comincia in Sicilia, il 23 ottobre del 1958, quando il candidato ufficiale della DC è battuto da Silvio Milazzo, che ottiene i voti della destra e della sinistra. Fanfani logorato in Parlamento dai frequenti voti contrari si arrende: il 26 gennaio 1959 presenta le dimissioni del Governo e il 31 lascia la segreteria.
Il secondo Esecutivo Segni è un Governo di centro-destra, un “monocolore di necessità”, il cui compito è quello di “attendere la decantazione dei problemi” (15 febbraio 1959-25 marzo 1960); socialdemocratici e repubblicani non sono disponibili a votare Governi che non siano appoggiati anche dai socialisti, cosicché il voto dei missini è determinante.
Dopo l’era De Gasperi, la DC ha sperimentato dunque l’era Fanfani, che sarebbe durata ancora a lungo, se nel 1958 l’ex professorino non avesse fatto l’errore di unificare nelle sue mani le cariche di segretario, di presidente del Consiglio e di ministro degli Esteri, inducendo paure di autoritarismo e provocando la reazione ostile del partito. La terza era è quella dei dorotei, il “correntone” che nasce nel marzo del 1959, nel convento di Santa Dorotea a Roma. I leader sono Mariano Rumor, Emilio Colombo, Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro, Antonio Segni, Luigi Gui, che giudicano intempestiva l’apertura a sinistra e sanzionano il cambiamento al vertice del partito e del Governo. Secondo la testimonianza di Cossiga, il vero doroteismo, quello che interpreta la Democrazia Cristiana come l’inviluppo delle diverse correnti di pensiero, è rappresentato da Moro, che vede in questa associazione di logiche e interessi diversi la possibilità dell’incontro con il Pci (Cossiga, 2000).
Il 14 marzo del 1959, al consiglio nazionale della DC, i dorotei chiedono e ottengono, grazie anche all’appoggio degli andreottiani, che alla segreteria del partito vada Moro. Scelgono lui, perché il suo approccio a un Governo di centro-sinistra è più cauto e perché Moro dà prova di un’abilità giolittiana nella negoziazione più che nella proposta di soluzioni; è l’uomo di cui hanno bisogno i democristiani in questo periodo storico. Il suo ragionamento è sempre volutamente nebbioso, in modo da adattarsi a ogni interpretazione. Dice Mack Smith su Moro e sul suo rapporto con i socialisti: «Eccellente tattico e mediatore, gli facevano però difetto le capacità di statista di De Gasperi, e in privato si diceva pessimista circa la possibilità di riformare quello che definiva un sistema profondamente corrotto. […] Su un punto era fortunato, gli alleati socialisti non erano alla sua altezza in fatto di abilità politica […] Il partito socialista si era alleato con Moro nella speranza di riuscire a scardinare il sistema, ma in realtà fu il sistema ad assorbirlo, ed esso finì con adottarne abitudini e comportamenti. Il cinismo soppiantò sempre più l’idealismo» (Mack Smith, 1997).
Durante quella che ho definito l’era Fanfani, la DC si dà un’organizzazione, ma questa poggia sulle “correnti”, che hanno strutture autonome, propri giornali, sedi, centri studio; i finanziamenti provengono dai centri di potere locale, sui quali i capi esercitano un controllo stretto. La base di calcolo del potere delle correnti è il numero di tessere di iscritti che si controllano; non ci sarà limite alla fantasia dei notabili: gli iscritti si inventano o si convincono in cambio di favori. Se a livello di partito i giochi si fanno truccando le tessere, nelle competizioni elettorali la nomina è ottenuta grazie ai voti di preferenza e questi vengono ottenuti grazie al voto di scambio, e cioè offrendo la pensione facile, la pensione di invalidità falsa, il posto di lavoro nell’ente pubblico, la raccomandazione per l’amico imprenditore, oppure facendo passare diritti dei cittadini come concessioni del politico.
Il settimo congresso della DC (Firenze, ottobre 1959) vede uno scontro durissimo tra Fanfani, appoggiato da tutta la sinistra, e la coalizione “moderata”, che vince di strettissima misura. Moro ottiene un successo personale più ampio del blocco di voti di cui dispone la coalizione, un’investitura che «lo consacra effettivo leader del partito». Il segretario DC, essendo oramai certo del controllo del partito, apre a Fanfani, per elaborare una strategia comune da seguire al fine di sostituire il Pli con il Psi nel sistema di potere della DC. I liberali, irritati, tolgono l’appoggio al Governo e Segni deve lasciare, dopo aver fallito un tentativo di accordo con i socialisti, intransigenti sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, progetto osteggiato da Confindustria, liberali e destra DC. Gronchi ne approfitta per affidare l’incarico a Fernando Tambroni, che imposta un monocolore “pendolare”, cioè disponibile ad accettare i voti sia a destra sia a sinistra (25 marzo-26 luglio 1960). Ma il voto dell’Msi risulta determinante, tre ministri (Giorgio Bo, Pastore e Sullo) escono dal Governo e l’11 aprile la DC invita Tambroni a dimettersi. Gronchi conferisce l’incarico a Fanfani, che viene ancora fermato dalle forti reazioni al centro-sinistra, specie della Curia vaticana. La partita scivola sul piano dello scontro tra Presidenza della Repubblica e DC; Gronchi respinge, infatti, le dimissioni di Tambroni e la DC si ricompatta, accettando solo a condizione che si tratti di un Governo provvisorio. Il presidente del Consiglio non si accontenta però di un ruolo puramente formale e inizia, con l’appoggio di Gronchi, una politica di consolidamento del potere. Sotto la pressione di violenti moti di piazza, il suo tentativo di spostare a destra l’asse della politica italiana viene però sconfitto. Nel frattempo la DC, diffidando degli atteggiamenti “gollisti” del Presidente Gronchi, si accorda con un ampio schieramento parlamentare e, nello stesso mese, viene varato un monocolore DC, grazie all’appoggio di Psdi, Pri e Pli e all’astensione di Psi e monarchici. Il Governo, che Moro definirà delle “convergenze parallele”, è il Fanfani terzo (26 luglio 1960-21 febbraio 1962).
Per il progetto di Governo con il Psi si dovranno attendere l’eliminazione del veto posto dalla Chiesa, con l’apertura di papa Giovanni, e la nuova strategia americana avviata con l’elezione di John F. Kennedy. L’epoca dei Governi centristi è oramai chiusa e va aprendosi quella del centro-sinistra. Alla base del successo che l’analisi storica attribuisce alla politica dei Governi centristi vanno annoverate anche le doti personali di uomini della media borghesia, che avevano come regola l’impegno, il senso della responsabilità, il volontariato e la vita semplice; nessuno dei vari De Gasperi, Scelba, Saragat, La Malfa, Taviani si arricchisce grazie alla politica o modifica il proprio tenore di vita. In quegli anni, inoltre, la DC riesce a sterilizzare un certo istinto di destra che l’Italia continua a coltivare, raccogliendo gran parte dei propri elettori tra conservatori ostili a qualunque cambiamento (il cosiddetto blocco d’ordine degli anni Cinquanta-Sessanta o la maggioranza silenziosa degli anni Ottanta).
Il “miracolo economico”
Gli anni Cinquanta, anche se sono stati caratterizzati da una grande instabilità politica, sono anche quelli del miracolo economico, con tassi di crescita del reddito vicini al 6% (secondi nel mondo solo al Giappone) e con tassi di crescita delle esportazioni superiori al 10%. Inizia a essere evidente un fenomeno che caratterizzerà la storia economica del Paese: imprese e imprenditori sono vaccinati contro le turbolenze e i corporativismi della classe politica. Vengono bruciate le tappe, secondo un modello di sviluppo centrato sulla produzione di beni di consumo durevoli (negli anni Sessanta l’Italia è al primo posto in Europa nella produzione di frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie), sulla costruzione delle infrastrutture di base, sull’edilizia, sull’industria petrolchimica e sulla produzione dell’acciaio. Anche la politica monetaria è premiata, infatti, nel gennaio del 1960, il Financial Times attribuisce l’Oscar della moneta più stabile alla lira italiana.
Questo modello di sviluppo, dovuto a una felice combinazione di fattori in “circolo virtuoso”, ha però in sé una crisi latente: esso infatti – a esclusione dei settori dell’energia nucleare, nel cui ambito viene progettato Cirene, un reattore tutto italiano, e della chimica, che, con il Premio Nobel Giulio Natta, ci vede all’avanguardia nella produzione del polipropilene e dei polimeri pregiati – non riesce a sviluppare una endogena capacità di innovazione. Cosicché, quasi compiuta la rincorsa ai Paesi più industrializzati, quando alla fine degli anni Sessanta si presenta una crisi economica mondiale, diversi settori industriali incontrano serie difficoltà a tenere il passo dei competitori esteri e cercano protezione tra le braccia dello Stato. Peraltro, l’unica banca d’affari italiana, Mediobanca, forse perché troppo coinvolta nei problemi della grande industria e forse per una certa dose di scetticismo verso gli “ingegneri”, sarà sempre restia alla concessione di crediti a favore dell’innovazione tecnologica.
Tra le voci plaudenti e apologetiche, di quegli anni, sembrano stonate e irritanti quella di Ernesto Rossi, che denuncia abusi e ingiustizie, e quella di Luigi Sturzo, sia quando propone di rifarsi al liberismo statunitense, sia quando mette in guardia il suo partito sul fatto che il peggior nemico dello Stato è lo statalismo e che un suo prodotto – la partitocrazia – potrebbe minare la democrazia. Ma la voce del fondatore del partito dei cattolici cade nel disinteresse di una DC orientata a seguire le orme dell’uomo più potente dell’Italia di quegli anni, Enrico Mattei. Il capostipite dei grand commis dell’industria pubblica, grazie agli ingenti utili derivanti dal monopolio del gas, finanzia partiti, correnti, giornali, uomini e corrompe tutto quanto può ostacolare la sua marcia. Il presidente dell’Eni, come osserva Piero Ottone, fu «più di tutti, il continuatore della filosofia mussoliniana, l’erede dell’impostazione mentale del Ventennio [...] Con Mattei l’operazione di finanziamento clandestino dei partiti assunse proporzioni ciclopiche, e fu il punto di partenza della gigantesca corruzione che ha condotto [...]» (Ottone, 1995). Da parte sua, Mattei ammetteva: «I partiti? Sono come i taxi. Li chiamo quando servono, perché mi portino dove voglio. Io pago la corsa!». Personalmente incorruttibile, fu uno dei maggiori corruttori nella storia della Repubblica. Proprio perché l’Eni si identifica con Mattei, alla morte del suo ideatore l’azienda perde slancio; i partiti si vendicano per essere stati considerati dei taxi e i democristiani, prima, e i socialisti, dopo, mettono il guinzaglio al cane a sei zampe.
L’azienda perde di vista il proprio core business e diventa, lentamente, una Corte dei miracoli, non per scelte industriali interne, ma per volontà dei partiti: un guazzabuglio di politica, intrighi e vecchi merletti (Roddolo, 2000).
Il miracolo economico degli anni Cinquanta (che proseguirà negli anni Sessanta) è anche frutto di una politica sindacale moderata sul fronte delle rivendicazioni salariali; questa moderazione è però bilanciata da un eccesso di attivismo sul piano politico. I sindacati sono “la cinghia di trasmissione” della volontà dei partiti. L’arma dello sciopero generale contro il Governo viene usata frequentemente e il Partito Comunista fa pesare, attraverso il sindacato, la sua presenza politica. Aris Accornero, in uno studio sul sindacalismo degli anni Cinquanta, mette in luce che il movimento operaio ha un atteggiamento che lo porta al «rifiuto del sistema», verso il quale «non lascia passare alcuna occasione di pronunciamento politico», e al «consenso di fabbrica [...] con un’accondiscendenza addirittura opportunistica verso la determinazione imprenditoriale sul lavoro» (Accornero, 2000).
Le grandi migrazioni
In questo periodo si assiste anche al fenomeno della migrazione interna, che vede le masse contadine del Sud, stanche di promesse e illusioni, fuggire dalla povertà delle loro terre e trasferirsi nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova, attrattevi dal grande sviluppo in corso e da quella sorta di tamtam sotterraneo che da sempre ha messo in movimento le masse diseredate di ogni Paese. La “transumanza”, alla fine degli anni Sessanta, vede un saldo di 845mila persone nella provincia di Milano, 642mila in quella di Torino e 132mila a Genova, città che assorbono il cosiddetto esodo manuale; Roma è investita invece dall’esodo intellettuale, attrattovi dal posto statale, con un saldo di 623mila persone.
Oltre che dal Sud, si assiste a una forte emigrazione anche dalle campagne del Veneto. A Milano l’immigrazione e la relativa pressione dal basso che ne consegue determinano una mobilità verticale, che vede la promozione sociale di operai e impiegati; questi soggetti “si mettono in proprio” e sviluppano una fitta rete di piccole e medie imprese o di imprese artigiane. A Torino la struttura oligopolistica legata alla specializzazione monoproduttiva dell’automobile crea, invece, una forte staticità del sistema produttivo, le cui fortune restano indissolubilmente legate ai successi della Fiat, così come quelle di Genova sono legate al destino dell’industria di Stato.
La chiesa post-conciliare
Il 28 ottobre 1958 Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, è eletto papa con il nome di Giovanni XXIII; i vaticanisti pronosticarono che sarebbe stato un papa di transizione, così bonario e anziano com’era. Inizialmente, il nuovo papa sembra proseguire sulla linea pacelliana, tanto che nel 1959 rinnova la scomunica nei riguardi dei comunisti. Successivamente si rende conto della necessità di ricostruire i collegamenti con gran parte del popolo italiano e inizia una cauta politica verso la gerarchia ecclesiastica per un’apertura ai socialisti.
Il pontificato di papa Roncalli sarà caratterizzato in primo luogo dalla rottura con la tradizione pacelliana; egli, infatti, sostiene il non intervento nelle faccende della politica italiana, e promuove il riconoscimento, anche per i non credenti, dell’appartenenza a Dio e a Cristo, mostrando tolleranza verso le altre religioni. La seconda componente che caratterizzerà questo pontificato sarà data dai contrasti con la Cei, che opera spesso per vanificare le riforme giovannee. Alla crociata di Pio XII contro il comunismo e i comunisti, Roncalli sostituisce la distinzione tra l’errore e l’errante, inescusabile il primo, scusabile il secondo. La Chiesa post-conciliare non è più un potere lontano e inavvicinabile, ma rappresenta il “popolo di Dio”. Essa esercita un grande fascino ma porta anche a forme di temporalizzazione della fede e a un prevalere dell’impegno politico e sociale sull’identità religiosa..

4 febbraio 2013
Eugenio Caruso
Tratto da