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Uso delle energie rinnovabili alternative alle fonti fossili, un diritto un dovere. Capitolo 8


Questo è l'ottavo di una serie di articoli mirati a illustrare i vantaggi per l’impresa e per il territorio  di un forte orientamento all’utilizzo delle energie rinnovabili e delle produzioni sostenibili.


A margine di ciascun articolo sono riportate le più recenti novità nel campo delle tecnologie energetiche.


Più valore al Brand da un produzione industriale eco-sostenibile.

Fin da quando sono stati espressi i primi statement sul progressivo cambiamento climatico, nel 1980, la pressione sull’orientamento al “go green” non ha  mai avuto periodi di decremento. Il bombardamento di messaggi sull’impatto delle emissioni nocive e/o responsabili dell’effetto serra è costante nei diversi canali di informazione. Imposizioni e incentivi diffusi dalle diverse Autorità, come evidenziato nei precedenti capitoli, sono temi proposti e dibattuti in tutto il mondo, per guidare il business verso l’adozione di politiche environmentally-friends. Il mercato e le regolazioni sono affollati di operatori che studiano, adeguano e attuano strategie competitive, per dimostrare la loro attenzione ai valori di sostenibilità e al risparmio energetico.
 In considerazione di tutti gli sforzi che si stanno concentrando verso la definitiva affermazione della Green Industry, come sta cambiando realmente il mercato?  Come stanno reagendo gli stakeholders?  Quali sono gli orientamenti della domanda in seguito alle nuove variabili dell’offerta?
Per ricavare un’informazione sulla profondità dell’interesse della gente a una produzione sostenibile, TANDEBERG, collaborando con una delle maggiori società di ricerca, la  IPSOS MORI, ha condotto, in 15 nazioni, un’analisi sulle reazioni delle persone  a queste domande.
L’analisi ha avuto lo scopo di scoprire come variano le abitudini d’acquisto di prodotti e servizi che possano influenzare i cambiamenti climatici, e, in particolar modo, di evidenziare come lo sforzo delle imprese per diventare più responsabili nei confronti dell’ambiente venga percepito dal mercato e dagli stessi dipendenti. Il progetto di ricerca, si è proposto di dare una risposta alle imprese ancora non definitivamente convinte della sensibilità del mercato rispetto a iniziative economiche sostenibili per l’ambiente, e si è concluso con una delle più grandi analisi, condotte su scala mondiale,  dell’effetto del cambiamento climatico sulle strategie di corporate branding.
La ricerca di TANDEBERG e IPSOS ha mostrato, infatti, una crescita proporzionale del brand equity e del vantaggio competitivo delle imprese all’aumentare dei comportamenti in linea con i valori ambientali.
 Più della metà dei consumatori intervistati ha risposto che preferirebbe acquistare prodotti e servizi da un’impresa con una buona reputazione ambientale, e quasi l’80% dei lavoratori mondiali ritiene che lavorare per  un’organizzazione etica da un punto di vista ambientale sia importante.
Le percentuali fanno riferimento a un miliardo di consumatori e 700 milioni di dipendenti intervistati in tutto il mondo. Contrariamente alle preferenze “green” espresse sul luogo di lavoro, e sui prodotti da acquistare, tuttavia un 32% degli intervistati ha ammesso di non aver mai effettuato azioni individuali volte a ridurre i cambiamenti climatici. Stanno aspettando che siano i produttori di beni servizi, o i datori di lavoro ad assumere atteggiamenti maggiormente rispettosi dell’ambiente? Ciò indicherebbe una sostanziale  identificazione di consumatori e dipendenti con le realtà produttive più vicine, e quindi una dipendenza da queste, che nel lungo termine, può generare una progressiva fidelizzazione degli stakeholders e quindi, un importante vantaggio competitivo.
Questo accadrebbe nell’ipotesi in cui il mercato assuma che le iniziative economiche private abbiamo il compito di gestire il cambiamento climatico, attraverso comportamenti orientati alla produzione sostenibile. Ma quasi la metà degli intervistati (47%) considera che tale compito spetti ai Governi e alle istituzione internazionali, giustificando tale convinzione con l’idea che le autorità hanno un’influenza maggiore sul mercato. Una percentuale non irrilevante del 20% degli intervistati, è comunque convinta che il compito di cambiare i comportamenti non ecocompatibili, spetti alle iniziative economiche, che dovrebbero adeguare la produzione e le policy interne, in modo tale da gestire gli effetti dei cambiamenti climatici.
La ricerca ha rivelato alcune informazioni fondamentali per le imprese che cercano di costruire una  cultura del proprio brand, in una specifica parte del mondo e verso un particolare target di mercato.
Lo studio ha evidenziato, che, mentre si possono osservare differenti percentuali tra le  nazioni in cui sono state condotte le interviste e i gruppi demografici all’interno degli stessi stati, tutti i potenziali clienti, i dipendenti, i partner e gli investitori di tutto il mondo sono consistentemente interessati al problema ambientale a diversi livelli.
A un primo sguardo, l' environmentally-friend branding impatta sulla produzione di beni e servizi.  Una percentuale di intervistati ha aderito allo statement “vorrei acquistare preferibilmente prodotti e servizi da un’impresa con una buona reputazione per la responsabilità ambientale”. Il trend è particolarmente evidente in Cina, con il 67% degli intervistati in accordo, e in Australia, dove la percentuale è stata del 52%. Percentuali più basse in Europa, con la Germania, il Regno Unito e la Francia, rispettivamente al 28%, 27% e 23%. Gli Stati Uniti, la Svezia e il Canada sono nel mezzo con il 42%, 46% e 34%. E’, quindi, chiaro che comprare prodotti da imprese responsabili sotto l’aspetto ambientale, è un fattore che condiziona al 50% circa il comportamento d’acquisto in tutto il mondo. In generale la metà degli intervistati comprerebbe preferibilmente prodotti environmentally-friends, e con l’aumentare dell’attenzione sull’ambiente, è facile immaginare come questa percentuale sia destinata a crescere.
Questo comporterà che, la maggior parte delle imprese non avrà la possibilità di ignorare il proprio ruolo nella  gestione del cambiamento climatico, e dovrà occuparsi inevitabilmente della sensibilizzazione della cultura aziendale ai temi ambientali.
Considerando il secondo tipo di stakeholders intervistati da IPSOS MORI, i dipendenti stessi delle imprese, questi hanno dovuto affermare se concordavano o meno con lo statement “vorrei lavorare preferibilmente in un'impresa con una buona reputazione per la responsabilità ambientale”. I favorevoli in totale e senza distinzioni geografiche hanno raggiunto una percentuale dell’80%. La Germania rappresenta l’anomalia con una percentuale che raggiunge il 55% dei convinti che lavorare in per una compagnia environmentally reputable sia importante.  Appare, quindi, che gli individui siano più concentrati sul lavorare in un contesto aziendale attento all’impatto sull’ambiente che sul comprare prodotti derivanti da questo atteggiamento. Questo vuol dire che i dipendenti percepiscono un significativo senso di responsabilità e una radicata associazione verso le attività realizzate dal loro datore di lavoro. Il dato che emerge dalla ricerca è che la capacità di mostrare qualità “green” e alta sensibilità ambientale può essere un fattore critico per attirare dipendenti ad alto potenziale.
La domanda successiva posta ai dipendenti intervistati, è stata “come credi che la tua azienda possa essere incentivata ad assumere comportamenti maggiormente orientati alla sostenibilità e alla responsabilità ambientale?”. Le soluzioni proposte si sono divise in due filoni: la necessità di politiche, sussidi e incentivi statali, e la disponibilità di tecnologie environmentally-friends. La distinzione delle risposte è dipesa sostanzialmente dalla location dell’intervistato, e probabilmente è connessa al contesto giuridico-tecnologico dell’area geografica, così come dalle necessità del mercato percepite dal dipendente. Il dato generale che emerge da quest’ultima domanda, è che i dipendenti hanno un forte interesse verso le soluzioni che rendono una realtà aziendale più sostenibile, e questo fa presupporre che le imprese dovranno preoccuparsi di garantire sempre più la soddisfazione del bisogno di “lavorare in un contesto green”.
I programmi di riciclaggio risultano essere la soluzione preferita dai dipendenti che si riconoscono meglio in una realtà aziendale green (65%),  altre soluzioni considerate importanti riguardano l’utilizzo di materiali da ufficio compatibili con il ciclo ambientale, a esempio, carta riciclata (60%) e la riduzione dei consumi d’acqua e di emissioni nocive (60%). Le soluzioni proposte sono dipese anche dal livello di applicazione con cui le  pratiche eco compatibili sono già adottate in azienda, o dalla visibilità di alcune pratiche filo-ambientali, come il riciclo della carta, in alcuni settori piuttosto che altri, in cui è maggiormente utilizzato il supporto tecnologico piuttosto che quello cartaceo.
In generale è stato osservato come il posizionamento competitivo e la paura di una pubblicità negativa arrivino a essere, rispettivamente al terzo e quinto posto, mostrando che “going green” è considerato avere un effetto visibile potenziale sul valore del brand di un’azienda  e sulla percezione  che l’audience di mercato ha delle entità economiche.
La Francia è il paese in cui questi fenomeni si verificano con la maggiore intensità, nel 17% dei casi intervistati si teme la paura di un pubblicità negativa non green, e nel 12% il posizionamento competitivo è considerato l’aspetto che può incoraggiare (o obbligare) maggiormente un’organizzazione a essere ecocompatibile e ad assumere comportamenti responsabili verso l’ambiente. Come risulta dai dati proposti, la Francia non è un caso isolato, anche in Gran Bretagna e in Giappone sono stati rilevati comportamenti green, condizionati dall’intenzione di creare una reputazione del brand e  ottenere un posizionamento competitivo vincente, così come negli Stati Uniti, Cina, Brasile, Germania, Russia e Norvegia. Il 10% del totale degli intervistati  da IPSOS e TANDEBERG ritiene che il valore aggiunto di un’impresa rispetto ai suoi competitors nel mercato, sia strettamente connesso alla pubblicità  della sua produzione/cultura aziendale eco-sostenibile.
La ricerca portata a termine nel 2009 ha mostrato come il “going green” sia un valore aziendale ormai consolidato nella pianificazione strategica, unitamente ai criteri “classici” di economicità e fattibilità di un business plan. L’ulteriore informazione ottenuta dalla ricerca, essendo fra le prime condotte su scala mondiale, consiste nella dimostrazione di come la cultura green sia strettamente connessa al fenomeno della globalizzazione. Mentre alcuni princìpi aziendali infatti, restano validi e vincenti nell’area geografica o istituzionale in cui vengono applicati, la sostanziale uniformità delle percentuali relative alla stessa intervista in più nazioni, dimostra come invece assumere un orientamento green sia un fattore critico per imprese che operano in diverse regioni e in diversi mercati, e come la coscienza di ciò, si sia diffusa molto velocemente in un’ottica sempre più competitiva.

Elsa Cariello
9 marzo 2010

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Capitolo 7


Ultime novità

La Cina ha firmato l'accordo sul clima raggiunto al vertice di Copenaghen del dicembre scorso. La Cina è l'ultima delle economie emergenti ad approvare il piano (9 marzo 2010).

Una lettera ufficiale firmata dal negoziatore cinese sul clima Su Wei ha reso noto al Segretariato dell'Onu sul cambio climatico che può «procedere a includere la Cina nella lista» dei paesi che sostengono l'accordo raggiunto al summit di dicembre. L'accordo di Copenaghen sul clima, raggiunto nel dicembre scorso, prevede il limite di due gradi all'aumento della temperatura media della Terra e la creazione di un fondo di 30 miliardi di dollari l'anno nel triennio 2010-2013 e di 100 miliardi di dollari l'anno dal 2012 al 2020. Il documento però non fissa nessun passo vincolante per raggiungere l'obiettivo della limitazione del riscaldamento globale. L'accordo, fortemente sostenuto dal presidente Usa Obama, era stato giudicato dagli ambientalisti come estremamente limitato rispetto ai propositi iniziali del summit. Tuttavia, un certo numero di paesi all'ultimo minuto avevano avanzato nuove obiezioni e si era convenuto che gli stati avrebbero potuto aderire all'accordo anche successivamente. Anche l'India ha firmato il documento oggi, seguendo Indonesia, Brasile, Sudafrica e Messico. Fra i paesi grandi produttori di anidride carbonica (CO2), manca solo l'adesione della Russia. Il Protocollo di Kyoto secondo l'accordo non viene abbandonato e nel 2015 è prevista una revisione del documento, con la possibilità di portare il limite dell'aumento di temperatura a 1,5 gradi. Entro il 31 gennaio inoltre i paesi industrializzati dovevano rendere noti i propri impegni di tagli delle emissioni. A Copenaghen la Cina si era impegnata a ridurre del 40% le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera entro il 2020.


Il boom del fotovoltaico nel 2009 (26 marzo 2010).

Nel 2009 la filiera del solare fotovoltaico ha raggiunto i 2,3 miliardi. La potenza installata di impianti fotovoltaici è aumentata di 580 Megawatt: +72% sul 2008. Sono i risultati delle rilevazioni del "Solar energy report" del Politecnico di Milano. Il Conto energia ha sostenuto la crescita ma i fondi sono in via di esaurimento. Il progetto del governo per ulteriori incentivi è pronto: il piano prevede un tetto di 3 mila Megawatt di potenza installata nei prossimi tre anni. «Il ministero dello Sviluppo economico ha trovato un accordo con il ministero dell'Ambiente e dei Beni Culturali per il nuovo Conto energia. Ora serve l'approvazione della conferenza unificata Stato Regioni», ha dichiarato Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico. Nel Mezzogiorno sono raddoppiate in media le installazioni di fotovoltaico. Tanto che la Puglia ha superato la Lombardia con una crescita del 110 per cento. Anche gli operatori del settore aumentano: sono 700, +12% sul 2008. «I produttori italiani di celle e moduli nel 2009 hanno tenuto. Anzi, sono aumentate le esportazioni», osserva Vittorio Chiesa, direttore Energy and strategy group del Politecnico. Le tecnologie di "prima generazione" (costruite con silicio policristallino o monocristallino) raggiungono l'85% della potenza installata. Previsioni positive per gli impianti a film sottile: arriveranno al 34% del mercato globale entro il 2012, supportati dagli investimenti di Cina e Stati Uniti. «Il costo è inferiore perché richiedono meno materiale attivo e sono applicabili con maggiore facilità», aggiunge Chiesa. Riflettori puntati anche sul solare termodinamico: tra dieci anni raggiungerà nel mondo i 18,6 Gigawatt. Per le imprese le opportunità crescono in: competenze ingegneristiche, costruzione di specchi, giunti ad alta tenuta e pompe fluidodinamiche. Le fonti pulite sono terreno fertile per le startup che si sfidano a Milano nella competizione TechGarage sui migliori progetti innovativi, in programma oggi (26 marzo 2010) al Politecnico dalle 9 alle 13.30. A organizzarla è l'associazione TechGarage con Dpixel, Università Luiss “Guido Carli”, Acceleratore d'Impresa del Politecnico di Milano e Fondazione Politecnico, sostenuta da Enel Green Power. Molte le proposte per la generazione sostenibile di energia. A partire dalle abitazioni. Gianluca Cecchetti è il fondatore di Enatek: ha scommesso su microgeneratori eoloci orizzontali, lunghi tre metri e simili a rulli: l'obiettivo è installarli sui tetti degli edifici senza danneggiare il panorama. Sfruttano l'"effetto parete": il vento si comprime lungo i palazzi e poi si espande oltre l'ultimo piano. Ha collaborato allo sviluppo della microturbina l'università di Pisa. La veronese Ici Caldaie punta su Sidera30: l'impianto trasforma il metano in idrogeno attraverso celle a combustibile. Migliora l'efficienza dei consumi rispetto alle tecnologie tradizionali e limita le emissioni inquinanti: fornisce alle abitazioni energia elettrica e calore. A Catanzaro un team di ricercatori guidati da Marco Castriota ha progettato una pellicola elettrocromica da applicare alle finestre. Incrementa l'isolamento termico delle abitazioni. È gestita attraverso un sistema wifi, attivato mediante un telecomando. Il nome della startup è Notredame: un omaggio alle vetrate della cattedrale di Parigi.


Cella fotovoltaica di nuova generazione (6 agosto 2010).
Una nuova barriera sta per essere abbattuta, nel campo della produzione di energia solare. Un gruppo di ricerca dell’Università di Stanford, in California, ha infatti sviluppato un metodo che permette di generare elettricità sfruttando simultaneamente la luce e il calore solare. La tecnica si chiama Pete (acronimo per Photon Enhanced Thermoionic Emission) e il suo obiettivo è molto ambizioso: aumentare l’efficienza dei pannelli e ridurre i costi di produzione di energia solare a tal punto da renderla ufficialmente competitiva nei confronti del petrolio. I risultati riscontrati dopo i primi test su Pete sono incoraggianti. Attualmente esistono due approcci per ottenere energia elettrica dal sole. I pannelli fotovoltaici (aproccio quantistico) producono una corrente elettrica sfruttando l'energia dei fotoni per eccitare gli elettroni di un semiconduttore (in genere, il silicio). I pannelli solari termici (approccio termodinamico) utilizzano la radiazione solare come sorgente di energia termica, che viene, a esempio, incamerata in speciali fluidi poi utilizzati per alimentare turbine a vapore. Il sistema Pete riesce a sfruttare entrambi i processi. Il che dovrebbe essere impossibile, dal momento che pannelli fotovoltaici e termici lavorano a intervalli di temperatura radicalmente diversi (sopra i 100 gradi C°, infatti, il silicio perde le sue proprietà di semiconduttore e le celle fotovoltaiche cessano di produrre energia.) Per sciogliere questo nodo, la squadra guidata da Nick Melosh ha sostituito il silicio con il nitruro di gallio - un semiconduttore capace di lavorare a energie più alte - poi, al fine di catturare anche quella importante porzione di energia solitamente persa sotto forma di calore, ha aggiunto un secondo strato metallico a base di Cesio, per aumentare ulteriormente la produzione di elettroni attraverso un meccanismo conosciuto come effetto termoionico. Se gli ordinari pannelli fotovoltaici lavorano solo al di sotto dei 100 gradi centigradi, il nuovo prototipo raggiunge una buona efficienza solo al di sopra dei 200 gradi. Questo significa che potrebbe essere accoppiato ai concentratori solari parabolici - che possono raggiungere temperature di oltre 800 gradi - per ottenere efficienze mai raggiunte finora. Parliamo di un’efficienza di conversione che, stando alle previsioni dello stesso Melosh, si aggira intorno al 60%. Una cifra importante considerando che, allo stato attuale, le celle fotovoltaiche arrivano intorno al 20% e che i prototipi più avanzati invece raggiungono un picco del 40%. Quest'ultimo è il caso delle celle multigiunzione che tuttavia, a causa degli elevati costi di produzione, vengono utilizzate solo nell'areonautica e nelle spedizioni spaziali. Nelle celle multigiunzione i semiconduttori vengono disposti su diversi strati al fine di catturare una gamma più ampia di lunghezze d'onda dalle radiazioni solari. Il prototipo Pete promette di raggiungere vette d'efficienza ancora maggiori, senza raggiungere costi così elevati. Certo, nei primi test le celle a base di nitruro di gallio e cesio hanno dimostrato di poter garantire un’efficienza ben al di sotto della percentuale teorica. Melosh e colleghi di dicono tuttavia sicuri di poter raggiungere quota 60 utilizzando un altro semiconduttore - l’arseniuro di Gallio, a esempio. Ma gli ipotetici vantaggi dell’approccio Pete non si fermano qui, esiste anche un aspetto economico. “Le alte concentrazioni solari rendono possibile ridurre il costo dei materiali riducendo le dimensioni del pannello” si legge nel paper pubblicato da Melosh e colleghi su Nature Materials “I dispositivi Pete sono naturalmente sinergici con le macchine termiche e potrebbero essere implementati collegandoli alle infrastrutture termico-solari esistenti. Anche un solo modulo Pete mediamente efficiente, in tandem con una macchina termica, potrebbe raggiungere un’efficienza totale superiore agli altri dispostivi oggi utilizzati”. La squadra guidata da Melosh ha sicuramente aperto un orizzonte di ricerca innovativo, ma non è l’unica. Mentre il Sole, come testimoniano i recenti rilevamenti del Dipartimento di Eliofisica della Nasa, sta entrando in nuova fase di attività, sulla Terra diversi centri di ricerca stanno studiando nuovi metodi per catturare, incamerare e riconvertire i 50 milioni di GigaWatt che ogni giorno la nostra stella riversa sulla crosta terrestre. Alla Eindhoven University of Technology si studiano celle solari che sfruttano nanostrutture filamentose per ottenere efficienze superiori al 60%; al Lawrence Berkeley National Laboratory invece stanno sperimentando l’aggiunta di selenio ai materiali fotovoltaici per catturare ancora più energia dalle radiazioni solari. In Italia, di recente, ha aperto a Milano il Centro Internazionale sulla Fotonica per l'Energia, che nei prossimi tre anni si occuperà di sviluppare un prodotto pre-industriale che aumenti l’efficienza di conversione a partire dalle nanotecnologie.


Fisco ed energie rinnovabili (7 settembre 2010).

Il Fisco agevola la produzione di energia verde destinata a usi domestici. Il chiarimento è arrivato direttamente dalle Entrate che ha spiegato come la tariffa fissa omnicomprensiva versata dal Gestore dei servizi energetici (Gse) alle persone fisiche e gli enti non commerciali che immettono in rete l'energia prodotta con impianti fino a 20 kW usati per alimentare l'abitazione privata o la sede dell'organizzazione non é imponibile ai fini Iva. Mentre, aggiungono, sul fronte delle imposte, va annoverata tra i redditi diversi. Il punto, spiegano dalle Entrate, è che l'immissione in rete dell'energia non autoconsumata costituisce sempre un'attività commerciale, a patto però di essere effettuata da persone fisiche o enti non commerciali titolari di impianti non destinati a soddisfare principalmente bisogni "personali" o con una potenza superiore ai 20 kw. Una regola valida anche quando i sistemi di produzione sono gestiti da contribuenti che svolgono attività commerciale o di lavoro autonomo. In tutti questi casi, quindi, ricorda il Fisco, la tariffa omnicomprensiva rappresenta un corrispettivo di vendita soggetto a Iva e, per quanto riguarda la tassazione diretta, un ricavo che concorre alla determinazione del reddito d'impresa. Discorso diverso invece quando la tariffa omnicomprensiva (che si chiama così perché il produttore che benenficia di tale tariffa non ha il diritto di vendere l'energia prodottta, quindi rinuncia a qualsiasi ulteriore corrispettivo economico) viene corrisposta nei confronti di soggetti titolari di impianti da fonte eolica o da altre fonti, posti a servizio dell'abitazione o della sede dell'ente oppure di impianti di potenza fino a 20 kw. Ciò perchè, spiegano dal Fisco, «l'immissione in rete di energia, effettuata alle suddette condizioni, non configura un'attività commerciale svolta abitualmente in quanto l'impianto è destinato a soddisfare principalmente bisogni personali». In ogni caso, concludono dalle Entrate, la tariffa omnicomprensiva non è mai soggetta a ritenuta alla fonte del 4% di cui all'articolo 28 del Dpr n. 600 del 1973, in quanto, spiegano, «costituisce un corrispettivo e non un contributo».

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