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EUROPA IN CRISI

Negli ultimi giorni si sta diffondendo un pensiero che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: Ursula von der Leyen E' DIVENTATA UNA MINACCIA PIU' GRAVE PER L'EUROPA DI QUELLA RAPPRESENTATA DALLA RUSSIA. Non perché guidi un esercito o controlli risorse energetiche, ma perché sta trasformando l’Unione Europea in qualcosa che non riconosciamo più: UN APPARATO TECNOCRATICO VOTATO ALLA GUERRA, ALL'IDEOLOGIA E AL CONTROLLO, DOVE LA DEMOCRAZIA E' UNA FORMALIITA' E IL DISSENSO UN SOSPETTO. LA RETORICA DELLA “RESISTENZA EUROPEA” E' DIVENTATA UN DOGMA. CHI NON SI ALLINEA ALLA LINEA DURA VIENE AUTOMATICAMENTE ETICHETTATO COME “FILORUSSO” O “PERICOLOSO”. Ma la verità è che l’Europa, sotto la guida di von der Leyen, HA SMARRITO LA CAPACITA' DI ESSERE UN SOGGETTO POLITICO AUTONOMO. Si muove per reazione, NON PER VISIONE. ALIMENTA SANZIONI, GUERRE ECONOMICHE E MORALISMO, MA NON OFFRE UNA PROSPETTIVA DI PACE NE'SICUREZZA. ALLA FINE I COSTI LI PAGANO I CITTADINI: il caro energia, l’inflazione, la disoccupazione industriale, l’instabilità dei mercati. Tutto in nome di una crociata che sembra servire più all’EGO DELLE ISTITUZIONI CHE AL BENESSERE DEI POPOLI. Quando l’Europa arriva a confiscare beni, imporre blocchi e ristrutturare la propria economia USANDO LA GUERRA COME LEVA PERMANENTE, smette di essere un’Unione di diritto e diventa un blocco ideologico. E quando una COMMISSIONE NON ELETTA SI ARROGA IL DIRITTO DI DECIDERE PER CENTINAIA DI MILIONI DI PERSONE, SENZA CONTROLLO POLITICO REALE, LA MINACCIA NON VIENE PIU' DALL'ESTERNO MA DAL CUORE DELLE ISTITUZIONI STESSE. Von der Leyen non rappresenta la stabilità ma la deriva: L'IDEA CHE OGNI CRISI GIUSTIFICHI PIU' POTERE, MENO TRASPARENZA, MENO LIBERTA'. Il suo linguaggio bellico, il suo disprezzo per il dissenso, la sua ossessione per il “fronte comune” stanno corrodendo l’identità stessa del continente. Perché UN ’EUROPA CHE VIVE DI GUERRA E PAURA SMETTE DI DIFENDERE SE' STESSA E COMINCIA AD ASSOMIGLIARE A CIO' CHE DICE DI COMBATTERE.

27/12/2025


nazi

Le responsabilità dell'Europa (Di Jeffrey Sachs)

L’Europa ha ripetutamente rifiutato la pace con la Russia nei momenti in cui era possibile raggiungere un accordo negoziato, e tali rifiuti si sono rivelati profondamente controproducenti. Dal XIX secolo a oggi, le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza sono state trattate non come interessi legittimi da negoziare all’interno di un più ampio ordine europeo, ma come trasgressioni morali da contrastare, contenere o superare. Questo schema si è mantenuto in regimi russi radicalmente diversi – zarista, sovietico e post-sovietico – suggerendo che il problema non risiede principalmente nell’ideologia russa, ma nel persistente rifiuto dell’Europa di riconoscere la Russia come un attore legittimo e paritario in materia di sicurezza. La mia tesi non è che la Russia si sia comportata in modo del tutto benigno o affidabile. Piuttosto, che l’Europa abbia costantemente applicato doppi standard nell’interpretazione della sicurezza. L’Europa considera normale e legittimo il proprio uso della forza, la costruzione di alleanze e l’influenza imperiale o post-imperiale, mentre interpreta un comportamento russo analogo – soprattutto in prossimità dei propri confini – come intrinsecamente destabilizzante e invalido. Questa asimmetria ha ristretto lo spazio diplomatico, delegittimato il compromesso e reso più probabile la guerra. Allo stesso modo, questo ciclo autolesionista rimane la caratteristica distintiva delle relazioni Europa-Russia nel XXI secolo. Un fallimento ricorrente nel corso della storia è stata l’incapacità – o il rifiuto – dell’Europa di distinguere tra aggressione russa e comportamento russo volto alla sicurezza. In diversi periodi, le azioni interpretate in Europa come prova dell’intrinseco espansionismo russo erano, dal punto di vista di Mosca, tentativi di ridurre la vulnerabilità in un ambiente percepito come sempre più ostile. Nel frattempo, l’Europa ha costantemente interpretato la propria costruzione di alleanze, i propri schieramenti militari e la propria espansione istituzionale come benigni e difensivi, anche quando queste misure hanno ridotto direttamente la profondità strategica russa. Questa asimmetria è al centro del dilemma di sicurezza che si è ripetutamente trasformato in conflitto: la difesa di una parte è trattata come legittima, mentre la paura dell’altra parte è liquidata come paranoia o malafede.

sachs


Editoriale di Elena Basile su Il Fatto Quotidiano (19.12.2025)

LE SANZIONI A BAUD SONO LA MORTE CIVILE DELLA UE

Le sanzioni europee a Jacques Baud, politologo e analista del conflitto russo-ucraino, ex colonnello dei servizi svizzeri in pensione, sono un atto di una gravità assoluta che indica la trasformazione dell’Ue in un regime in grado di abolire le libertà costituzionali create nel Secondo dopoguerra. Il silenzio sulla maggior parte dei media mainstream è inquietante. Il Consiglio di politica estera e di sicurezza, composto dai rappresentanti degli Stati membri e guidato dall’Alto Rappresentante, l’estone Kallas, ha congelato il 16 marzo i beni e i conti correnti di Baud al quale viene anche impedita la libera circolazione sul territorio europeo. Il potere esecutivo dell’Ue colpisce un cittadino svizzero, ex funzionario della Nato, per avere analizzato il conflitto russo-ucraino nei suoi numerosi libri in maniera non allineata alla narrativa occidentale, basata sulla negazione dei fatti accaduti. Non è un organo giudiziario che dopo avere accertato i fatti e ascoltato la difesa di Baud condanna l’imputato alle sanzioni. È un organo esecutivo che colpisce un cittadino inerme senza dargli alcuna possibilità di difesa. A chi dovrebbe ricorrere Baud? Alla Corte europea per vedere rispettati i suoi diritti individuali cancellati dalle istituzioni europee? La Corte era stata in effetti concepita per proteggere a nome dell’Europa i cittadini europei contro il potere nazionale. Siamo chiaramente in una situazione tragicomica. Jacques Baud insieme agli statunitensi Jeffrey Sachs e John Mersheimer era un punto di riferimento per coloro che cercavano fonti libere e attente sul conflitto russo ucraino. La Kallas intende mettere sotto sanzione anche Sachs e Merasheimer? Non vi è nulla di quanto affermato da Baud che non sia patrimonio comune di tanti altri analisti, inclusa la sottoscritta, autori di questa testata. L’accusa di essere un propagandista russo dovrebbe essere basata su accertati legami dell’analista con il Cremlino. Si è propagandisti quando si ricevono fondi e prebende dal potere. Situazione consona piuttosto a quella vissuta da accademici e giornalisti, che scrivono sui giornali più letti e dal loro allineamento alla propaganda europea e Nato, che ricevono oggettivi favori in termini di visibilità e carriera. Essere un propagandista significa affermare che la guerra in Ucraina è stata provocata dall’Occidente e ideata a partire dal 1997, anno in cui venne sostituita l’Osce con la Nato? Che lo affermi anche Putin (non ho idea se lo faccia o meno) non significa a priori che la ricostruzione non sia vera e comunque meritevole di attenzione. Jacques Baud è accusato di teorie cospiratrici in quanto ha riferito le dichiarazioni di Oleksij Arestovich, consigliere di Zelensky, il quale prima che scoppiasse la guerra aveva già affermato che l’ingresso nella Nato sarebbe avvenuto in virtù di una guerra con la Russia. Come sappiamo, gli stessi giornalisti del New York Times hanno scritto che a partire dal 2014 gli anglosassoni hanno addestrato, armato e reso compatibile con la Nato l’esercito ucraino. Povero paese ostaggio, poveri ragazzi ucraini costretti a combattere perché il loro paese non poteva essere come l’Austria o la Svizzera, un Paese neutrale! Si è quindi propagandisti russi se si affermano verità storiche e si ha la sfortuna che le stesse siano illustrate anche dal Cremlino? Ma se anche Baud avesse simpatie ideologiche per la Russia (cosa che non ha senso in quanto Mosca non è più il rivale ideologico, faro del comunismo internazionale) e fosse portato a scrivere libri critici verso la narrativa occidentale, non sarebbe nel suo pieno diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero? L’Ue considera quindi morte le libertà costituzionali. Siamo entrati in uno Stato di eccezione che abolisce i diritti individuali e le garanzie iscritte negli stessi trattati europei? Il presidente Mattarella dovrebbe spiegare agli italiani quando è stata dichiarata la guerra alla Russia e con quale coinvolgimento del Parlamento. Dovremmo tutti autodenunciarci come traditori della Patria per non pensarla come Parsi e Camporini? Come Mieli e Panebianco? Che vengano stabiliti campi di rieducazione per i liberi pensatori non omologati! Abbiamo almeno il diritto di capire cosa è possibile e cosa non lo è più? Saremo schedati se assistiamo a un concerto russo o se assistiamo a una conferenza all’ambasciata russa? Stefan Zweig nel Mondo di ieri ci racconta come alla vigilia della Prima guerra mondiale l’odio dei francesi verso i tedeschi e viceversa fosse arrivato a tal punto che non era più possibile leggere i libri del paese considerato nemico. Piccola feroce umanità che ripete gli stessi crimini. In "Approdo per noi naufraghi" analizzo il deficit di legittimità democratica dell’Ue, la mancanza di divisione dei poteri, la transizione delle oligarchie liberali verso l’autoritarismo. Siamo tutti in pericolo.

ElenaBasile

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