MONDO

Resistenza, Resilienza e Sovranità Imperativa...
La ferma posizione dell'Iran di fronte alle pressioni esterne è stata interpretata come una potente affermazione di sovranità, segnalando che le nazioni possono resistere al dominio attraverso la pura determinazione. I funzionari in Iran sono stati chiari nella loro sfida contro ciò che vedono come bullismo, sottolineando la complessità delle dinamiche di potere globali.
Per molti, questa posizione risuona come un faro di speranza in un mondo in cui spesso potrebbe fare la cosa giusta, riformando la resistenza come un atto di autoconservazione necessario. Il principio fondamentale in gioco è il potere della determinazione di plasmare il proprio destino, anche di fronte alle avversità schiaccianti. Mentre le specificità della situazione dell'Iran sono controverse, i temi più ampi di sovranità, dignità e autonomia colpiscono le nazioni e i popoli che hanno affrontato pressioni simili, evidenziando la necessità di discussioni piuttosto che di atteggiamenti semplicistici. Colonialismo, stati clienti della Guerra Fredda, condizionalità dell'FMI, regimi, sanzioni - molti paesi hanno un'esperienza vissuta di "comply o collasso". ” Così quando uno Stato rifiuta pubblicamente, diventa simbolico per altri che hanno provato una pressione simile. Nella diplomazia, la capitolazione può essere più costosa a livello nazionale della perdita materiale. Spesso i governi calcolano che apparire non piegato mantiene legittimità in casa, anche se si addossa costi all'estero. Se la forza/pressione funziona su uno stato, altri chiedono: "Siamo i prossimi? ” Se la resistenza funziona, gli altri chiedono: “Cosa possiamo farla franca? ” Ecco perché terzi guardano questi stalli così da vicino: stanno negoziando le norme per procura. La sovranità è un principio giuridico. Il potere è una realtà materiale. Il diritto internazionale dice che tutti gli stati sono uguali; la politica internazionale ricorda a tutti che non lo sono. Ogni stallo come questo impone la stessa domanda scomoda: quando un attore più forte chiede qualcosa e un attore più debole rifiuta, il risultato è deciso dai diritti o dalla resistenza?

17 aprile 2026

vari


Continua a girare questa favoletta per cui l'aggressione americana all'Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina. Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la "concorrenza sleale" cinese. Ok, giusto per intenderci. La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l'approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude. Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l'Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia...). Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l'attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito. Al contempo, chi parla di "concorrenza sleale" della Cina è rimasto all'epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell'intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto. Dunque, per capirci, la Cina sta scalzando l'Occidente (e l'Europa in particolare) come "officina del mondo", sta occupando fette di mercato industriale e tecnologico sempre più grande, sta al contempo aumentando il proprio potere d'acquisto interno, diventando essa stessa un grande mercato, e sta ottenendo petrolio a costi competitivi dai suoi vicini, Russia in testa. Lo sta facendo serenamente, anche perché l'unica vittima sacrificale della guerra di aggressione israelo-americana all'Iran è - chi se lo sarebbe mai aspettato? - proprio l'Europa. Quell'Europa che, dopo essersi ripetutamente sparata su entrambi i piedi, sanzionando l'Iran, lasciandosi distruggere il North Stream 2, rinunciando al petrolio russo, litigando con la Cina per la via della seta, sanzionando il mercato russo e delocalizzando le industrie in Asia (per poter abbassare i salari al proprio interno), ora, di fronte alla doppia chiusura ermetica del Golfo Persico si ritrova: senza approvvigionamenti energetici, con mercati di sbocco ristretti per le proprie merci, con costi di produzione fuori mercato, con un mercato interno impoverito dalla perdita di potere d'acquisto dei propri lavoratori, e con Lady Ursula che ti spiega, con il suo sorrisetto da garrota, che: 1) "l'energia meno costosa è quella non usata" (ricordate "Take that Putin!" rinunciando alla doccia calda? quella roba là) e che 2) il nostro errore è stato di non essere stati ancora più veloci nell'elettrificazione del sistema (mentre il 90% della produzione di impianti fotovoltaici è oramai cinese). In un'immagine. Ci siamo confezionati un nodo scorsoio facendo terra bruciata verso tutti i partner utili, ci siamo messi un cappio al collo indebolendo il nostro tessuto industriale e il mercato interno, abbiamo insaponato il cappio inventandoci un green deal per fare qualche favore a zii e cugini dei commissari europei, e infine, quando gli americani hanno dato un calcio alla sedia, abbiamo cercato con voce strozzata di ringraziarli per il GPL a prezzi esorbitanti. Orgoglio europeo.

Andrea Zhok

18 aprile 2026

zuk


Yonco Mermersky
La mia lettura in 3 parole è: "Gran Maestro Orban"
Gli scacchi ungheresi che hanno fatto piangere Bruxelles!
Viktor Orban gioca a sangue freddo - lancia il suo "traditore" fidato e l'UE va dritto in una trappola perfetta.
Bruxelles, Soros, Obama - derisi, vergognati e derisi In una mossa politica talmente acuta che sembra quasi satira, Orban l'ha visto da lontano: l'Unione Europea, George Soros, Obama - tutto il club globalista - erano schierati contro di lui. Il problema era che l'Ungheria non aveva più nemmeno una vera opposizione di sinistra. Nessuno avrebbe potuto superare la ridicola soglia del 5%. Quindi Orban ha fatto quello che fa Orban: gestisce il gioco. Prende il suo più stretto alleato, il suo più fidato insider - Peter Magjar - e lo manda via come "leader dell'opposizione" di prima classe. la preparazione? Pulito. Semplice. Brutale. L'ungherese - figura chiave nel governo di Orban fino al 2024 - esce, ribalta il copione, si reincarna ribelle. Riceve finanziamenti dagli stessi eurocrati che Orban non può permettersi. Si pone come il volto del "cambiamento". Bruxelles se l'è mangiata come una caramella. ‘Finalmente! ", gridavano - volavano gli assegni, i titoli rotolati, nessuno faceva domande. Siamo realisti - quasi nessuno parla ungherese comunque, e le narrazioni dei media occidentali erano troppo comode per contestare. E poi arriva il culmine: Il finto traditore sta vincendo. E nel momento in cui lui è al potere? La maschera è tolta. Improvvisamente il "traditore" dice che il confine non è abbastanza forte. Rifiuta il 90% delle richieste della von der Leyen. Mette gli ungheresi al primo posto. E adotta - sorpresa - esattamente la stessa tattica sovranista nazionalista che da anni fa impazzire Bruxelles. Ora l'UE, Soros, Obama e Co. siedono sbalorditi - guardando come si rivela la loro "grande speranza di cambiamento"... Orban 2.0 con un nome diverso. Questa non è politica. Questi sono scacchi di livello elite. Una classe assoluta. E la parte migliore? Tutto è legale. Tutto pulito. Fatto davanti ai loro occhi. E il futuro di Orban? Il copione è già scritto. La prossima mossa sta arrivando – e sarà esattamente come calcolata. A Bruxelles è il nemico pubblico numero uno: blocca le decisioni, uccide l'ordine del giorno con un veto. E adesso? Il presidente Trump vorrebbe che von der Leyen (Leinen) si dimetta - e che Orban entri come presidente della Commissione. Potrebbe essere vero? Chi l'avrebbe mai detto!!

orbanxxx


Due navi militari russe sono tornate nella base siriana di Tartus, mentre gli Stati Uniti hanno ora definitivamente lasciato ogni base militare in Siria compresa la irriducibile Al-Tanf. Al momento l'unica presenza militare ufficiale statunitense è il personale di guardia all'ambasciata di Damasco.
Mentre è di ieri la notizia ufficiale che il governo di Al Joulani (o come altro si farà chiamare stavolta) ha concesso una base militare alla Turchia, nei pressi della strategica Palmira, importante fra l'altro perché potrebbe influenzare o controllare il cosiddetto "corridoio sciita" con cui l'Iran può rifornire Hezbollah, dato che controlla buona parte delle rotte che attraversano il deserto e collegano l'ovest e l'est del Paese, verso l'Iraq. Tutto questo diventa davvero molto interessante, tanto più che l'Iraq ha quasi definitivamente rotto i legami superstiti con gli Stati Uniti e si sta saldando geopoliticamente ancora di più con l'Iran (anche grazie al rafforzamento interno degli sciiti iracheni). La prospettiva è che, in caso di scontro con Israele per l'influenza sulla Siria, la Turchia potrebbe addirittura trovare un'alleanza "tattica" con l'Asse della Resistenza e concedere agli iraniani un collegamento garantito verso il Libano, il tutto per indebolire Israele. In un altro scenario, Ankara potrebbe usare questa minaccia come merce di scambio per spingere Israele a più miti consigli nel Sud della Siria. Un'alleanza fra Turchia e Iran, ancora più possibile qualora gli Stati Uniti uscissero dalla NATO per dare semaforo verde a Israele contro Erdogan, sarebbe per la dirigenza israeliana uno scenario da incubo. Questo fa capire la complessità dello scacchiere siriano. E sconfessa la lettura semplicistica secondo cui il governo di Damasco sarebbe un mero asset dell'Occidente collettivo, o peggio ancora di Israele. Mentre è vero che la caduta di Assad ha creato un vuoto nelle maglie della Resistenza, di fatto creando per Israele un corridoio aereo libero per avvicinarsi a colpire l'Iran, gli scenari che emergono, d'altra parte. danno ragione a quanti esprimevano cautela nell'interpretare in modo unilaterale il collocamento del nuovo governo, e ricordavano che sarebbe servito del tempo per poterlo decifrare correttamente. Si deve anche tenere presente l'estrema fragilità del governo di Al Joulani, soprattutto economica, che deve aver imposto un certo pragmatismo nel cercare sponde immediate in chiunque fosse disponibile. Ma doveva essere nel medio periodo che si sarebbe visto in che direzione sarebbe andato veramente. Per ora il quadro non è ancora del tutto chiaro, e Al Joulani, che obiettivamente ha poca autonomia strategica, sta cercando di mantenere una politica multivettoriale per tenersi in piedi e ad avere più carte possibile da giocare.
di Matt Martini

siria


LA CINA SCHIERA NAVI DA GUERRA VICINO A HORMUZ DOPO L’INCIDENTE CHE HA COINVOLTO UNA NAVE IRANIANA
La leadership politico-militare cinese ha risposto al sequestro della nave iraniana Touska da parte delle forze statunitensi con una visibile dimostrazione di presenza navale vicino allo Stretto di Hormuz. Un gruppo navale composto da tre navi, tra cui il cacciatorpediniere Tangshan, la fregata Daqing e la nave da rifornimento Taihu, è stato schierato nell’area. Secondo il capitano di vascello della riserva Vasily Dandykin, questa mossa riflette un segnale geopolitico calcolato, volto a salvaguardare gli interessi economici della Cina. Egli osserva che unità navali cinesi hanno già operato nella regione, anche attraverso esercitazioni congiunte con la marina iraniana nel Golfo Persico, familiarizzando così con le acque. A suo avviso, l’obiettivo principale dello schieramento è garantire la sicurezza delle petroliere cinesi e prevenire incidenti simili al sequestro della nave iraniana. Dandykin suggerisce che qualsiasi attacco contro navi cinesi rappresenterebbe un limite che Washington difficilmente si spingerà oltre, nonostante la superiorità numerica delle forze navali statunitensi nella regione. Interpreta lo schieramento come una dimostrazione delle capacità navali della Cina, un elemento che, a suo dire, non può essere ignorato nemmeno dagli Stati Uniti. Pur riconoscendo la maggiore presenza americana, Dandykin dubita che le forze statunitensi rischierebbero uno scontro diretto con le navi cinesi. Sottolinea che le azioni di Pechino sono dettate da considerazioni pragmatiche. L’economia cinese dipende fortemente da forniture energetiche stabili provenienti dal Golfo Persico, incluso il petrolio iraniano. In questo contesto, il messaggio diplomatico viene rafforzato da una chiara dimostrazione di potenza militare.

26 aprile 2026

cinesi


Israele ha mandato la sua marina a 500 miglia nautiche dalle proprie coste, davanti a Creta, in acque internazionali europee, per circondare con droni e motovedette una flottiglia di barche civili che portava aiuti umanitari a Gaza. A bordo, tra gli altri, cittadini italiani, disarmati, costretti a inginocchiarsi sul ponte sotto la minaccia delle armi, mentre soldati armati salivano a bordo per portarli via. Questa si chiama pirateria. Lo dice il diritto internazionale: l'abbordaggio di una nave civile in acque internazionali, da parte di forze militari di un Paese terzo, è pirateria. Punto. E ora la domanda è una sola: cosa intende fare il governo italiano? Perché finora abbiamo visto questo: Tajani che "chiede informazioni" alle ambasciate a operazione già conclusa. Allora lo chiediamo chiaramente. Convocherà l'ambasciatore israeliano? Sospenderà la cooperazione militare? Sospenderà la fornitura di armi, come ha fatto la Spagna? Porterà la questione in Consiglio Europeo come violazione del diritto internazionale dentro acque europee? Esigerà il rilascio immediato dei cittadini italiani sequestrati? Oppure ci limiteremo, come sempre, a "chiedere informazioni"? Abbiate un sussulto di dignità e di decenza.

30 aprile 2026

ios ca


Il Parlamento rumeno ha approvato oggi la mozione di sfiducia contro il governo guidato da Ilie Bolojan. La mozione, sostenuta dal Partito Social Democratico (PSD) e dall'AUR - l'alleanza di George Simion, che ha sostenuto Georgescu nel contesto delle elezioni annullate nel 2024 - ha ottenuto 281 voti, superando nettamente la soglia necessaria. Nato appena dieci mesi fa con l’obiettivo di stabilizzare il Paese e mantenere saldo l’ancoraggio all’Unione Europea, l’esecutivo è crollato per le profonde divisioni interne sulla manovra di austerità. Il PSD, che aveva inizialmente sostenuto Bolojan, ha ritirato i suoi ministri dopo aver contestato i tagli alla spesa pubblica, gli aumenti fiscali e la riduzione del personale statale, ritenuti indispensabili per abbassare il deficit e sbloccare i fondi europei. Bolojan, esponente del PNL, ha difeso fino alla fine la necessità di riforme per garantire la stabilità finanziaria e l’arrivo di miliardi di euro dal PNRR. La sua uscita di scena rischia ora di aprire una fase di nuova incertezza. Il presidente Nicu?or Dan dovrà avviare le consultazioni per formare un nuovo esecutivo. Sul tavolo ci sono ipotesi di un governo tecnico o di una diversa maggioranza, mentre l’AUR festeggia il risultato e guadagna terreno nei sondaggi. Da RadioRadio.

NDR L'OCCIDENTE NAZISTA INIZIA A SGRETOLARSI


6 maggio 2026

f u


NON E' FACILE FALSIFICARE LA STORIA
Da giovani la nostra cultura era impregnata di ammirazione per gli americani; da piccolo ricordo i soldati americani che regalavano caramelle ai bambini e per qualche anno si comprava grazie alle AMLIRE. Per molti di noi Russia e Cina erano il comunismo, gli imperi del male, e con questa illusione ci inebriavamo e, nella vita sociale, ci comportavamo di conseguenza. La cinematografia Usa, gli sceneggiati, i media contribuivano a sostenere il mito dell'americano saggio, eroico e invincibile La caduta dell'Unione sovietica e l'apertura della Cina all'occidente, hanno iniziato a scalfire queste convinzioni, e, man mano la verità è venuta a galla. Un punto di svolta fondamentale è stato l'eccidio di Odessa, da parte dei nazisti ucraini e il silenzio di NATO e UE. Le finte rivoluzioni democratiche, le guerre e le distruzioni, che gli americani portavano in ogni parte del pianeta e la sudditanza dei media contribuirono a farmi riflettere. La conoscenza personale di veri "comunisti" mi permise di avviare contrapposizioni dialettiche importanti e costruttive per la ricerca della verità; restava, peraltro, invariata la mia intolleranza per molti comportamenti del Comunismo pilotato, come le foibe. Quando la Kallas dice che i russi non erano neanche presenti durante la seconda guerra mondiale comprendo che la stupidotta è ancora soggiogata dal mito americano, o per ignoranza o per sudditanza.
MORTI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
RUSSI 30/33.000.000
CINESI 28/30.000.000
AMERICANI 400.000
Foto di ufficiali USA in Europa.

9 maggio 2026

uff usa


MARIA ZAKHAROVA - SULL'AMNESIA DI MERZ
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha voluto rivolgere un messaggio di auguri ai cittadini in occasione dell'anniversario della liberazione dal regime nazista. Nel suo discorso, però, non ha fatto alcun accenno al ruolo decisivo dell'Armata Rossa, scatenando un'ondata di critiche sui social network. Merz ha scritto che l'8 maggio 1945 «portò la liberazione» a milioni di persone, alla Germania e all'Europa, invitando a «non dimenticare mai a cosa porta l'odio». Ma lui stesso se n'è dimenticato? E non solo: a Berlino è stata vietata l'esposizione della simbologia sovietica durante le cerimonie commemorative. Il commentatore di KP.RU Alexander Gamov ha chiesto un parere su questi fatti sconcertanti a Maria Zakharova, direttrice del Dipartimento per l'Informazione e la Stampa del Ministero degli Esteri russo e portavoce ufficiale della diplomazia di Mosca.

«Così come i vertici giapponesi, nel commemorare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, dimenticano chi sia stato a sganciare le bombe atomiche, allo stesso modo Merz rimuove dalla memoria chi ha aggredito chi e chi ha liberato chi. Tutto questo serve a indurre – per usare un'espressione chiara in russo – a "ingannare le menti" delle giovani generazioni. Ragazzi che sono cresciuti senza un contatto diretto con i veterani in famiglia e che oggi attingono informazioni solo da internet. È proprio a loro che vengono destinati questi pseudofatti spersonalizzati. Domani diranno che Hitler ha liberato il mondo...»

z t

11 maggio 2026


La sconfitta è orfana: Israele e Usa cominciano a beccarsi
La vittoria unisce, ma la sconfitta divide. E così adesso israeliani e americani cominciano vicendevolmente ad accusarsi di aver creduto che sarebbe stato facile abbattere il regime iraniano e così mettere fuori gioco una potenza regionale che dava fastidio, con la sua stessa esistenza, sia a Washington che a Tel Aviv. Joe Kent, ex direttore dell’antiterrorismo statunitense, dimessosi recentemente in polemica con Trump, sostiene che, ancor prima dell’inizio della guerra in Iran, la comunità dell’intelligence statunitense concordava sul fatto che la Repubblica Islamica non stesse sviluppando un’arma nucleare e che in caso di conflitto ci sarebbe stata la chiusura dello stretto di Hormuz. Non solo ma che l’attacco e l’uccisione della leadership iraniana non avrebbe portato a un cambio di regime, ma anzi a un suo rafforzamento.
Allora perché The Donald avrebbe ugualmente deciso di attaccare? La risposta più gettonata è perché Netanyahu lo ha convinto e anzi ricattato, spingendolo a un passo che il presidente in realtà non voleva fare. Ma in Israele questa risposta viene ormai apertamente contestata. Israel Hayom, che poi vorrebbe dire Israele Oggi, di proprietà della miliardaria, Miriam Adelson, naturalizzata americana, contesta questa tesi e del giornalista che ha scritto l’articolo sostiene che “le notizie pubblicate, tra gli altri, dal New York Times e dal Washington Post, secondo cui Netanyahu avrebbe trascinato Trump e gli Stati Uniti in guerra, in parte sostenendo che il regime potesse essere rovesciato, sono palesemente errate. Le conversazioni che ho avuto indicano che almeno alcuni alti funzionari dell’amministrazione Trump, e lo stesso Trump, erano coloro che ritenevano possibile il rovesciamento del regime, mentre il team israeliano presentava una valutazione molto più cauta sulla questione”. Dunque la tesi che viene da Tel Aviv, ma anche dall’interno degli Usa, vista la particolare collocazione dell’editrice del giornale che è quanto meno portavoce delle istanze della lobby sionista, è che l’idea di un colpo d’ariete che avrebbe fatto crollare la volontà iraniana di resistere, sia in qualche modo nata all’interno di quell’orribile misto di sionisti cristiani e militari dilettanti di cui The Donald si è circondato.
Insomma gli americani accusano Israele e Israele accusa gli americani e qui non è tanto importante capire chi abbia ragione, se pure si possa trovare un qualche ragione nella follia, ma che stia nascendo una polemica che di per sé denuncia il senso di sconfitta: se la vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana e i protagonisti vogliono ad ogni costo disconoscere il frutto della colpa. Il fatto che stia nascendo questa polemica è la prova provata che la densa e amara nuvola del fallimento si va addensando sulle teste dei protagonisti dell’aggressione del tutto ingiustificata all’Iran e tutti ora cercano di dare la colpa agli altri. D’altronde i due governi hanno combinato un disastro così clamoroso e si sono esposti a un fiasco di dimensioni così epocale che viene naturale cercare di non essere visti come i responsabili. La guerra in Iran segna in effetti il crollo dell’unipolarismo statunitense cui era strettamente collegato il delirante progetto della Grande Israele. Ora questi sogni si sono rivelati un incubo e demarcano la fine di un’era, senza tuttavia ancora lasciare spazio a un futuro. E per una ragione: che ormai il futuro è altrove.

11 maggio 2026

tq



“Netanyahu uscirà, ma lo Stato morirà con lui”: da Israele arriva l’accusa più devastante contro il progetto sionista.
Non è una denuncia proveniente dall’esterno né da ambienti ostili a Israele. È il quotidiano israeliano Haaretz a pubblicare una delle analisi più dure degli ultimi anni: secondo l’editorialista Carolina Landsmann, Benjamin Netanyahu ha spinto lo Stato verso un punto di non ritorno. A volte il crollo di un sistema non viene annunciato dai suoi nemici. Viene raccontato da chi ha vissuto dentro quel sistema, da chi ne ha condiviso il linguaggio, le paure, le promesse e persino le illusioni. Ed è proprio per questo che l’editoriale pubblicato da Haaretz il 1° maggio 2026 pesa come una frattura politica e storica.
Il titolo non lascia spazio a interpretazioni:
“Netanyahu uscirà, ma lo Stato morirà con lui”.
Non è una formula provocatoria costruita per attirare attenzione. È una diagnosi durissima scritta da Carolina Landsmann, una delle firme del più autorevole quotidiano progressista israeliano. E ciò che rende questo testo esplosivo non è soltanto il contenuto, ma il luogo da cui arriva: Israele stesso. Landsmann descrive un Paese che, secondo la sua analisi, ha superato il punto di ritorno. Non parla soltanto della guerra, né esclusivamente di Gaza. Parla di un collasso interno. Di uno Stato che avrebbe progressivamente consumato le proprie istituzioni fino a svuotarle dall’interno. La magistratura, i media, il Parlamento. Nulla, secondo l’editorialista, sarebbe rimasto davvero intatto dopo gli anni del potere di Benjamin Netanyahu. Le strutture che avrebbero dovuto garantire equilibrio e democrazia vengono descritte come indebolite, polarizzate, incapaci di svolgere la funzione originaria. Ed è qui che il discorso si fa ancora più radicale. Perché Landsmann sostiene che il problema non sia più la possibilità di perdere un’elezione o cambiare governo. Il problema, scrive, è che il danno sarebbe ormai irreversibile.
“Netanyahu uscirà, ma lo Stato morirà con lui”.
Dentro questa frase c’è l’idea che il premier israeliano non abbia semplicemente guidato Israele, ma lo abbia trasformato fino a renderlo inseparabile dalla propria figura politica. E quando un sistema si identifica completamente con un uomo, la caduta dell’uomo rischia di trascinare con sé tutto il resto. L’editoriale descrive una società israeliana lacerata, divisa, incapace di ritrovare un terreno comune. Anche l’esercito, tradizionalmente considerato uno dei pilastri identitari dello Stato, viene raccontato come stanco, logorato, svuotato dopo anni di guerra permanente e tensione continua. Ma il punto più pesante riguarda l’isolamento internazionale.
Per decenni Israele ha costruito la propria immagine come democrazia occidentale stabile, forte e circondata da minacce. Oggi, invece, cresce ovunque una percezione diversa: quella di uno Stato associato sempre più alle immagini di distruzione provenienti da Gaza, alle accuse internazionali, ai procedimenti davanti alla Corte Penale Internazionale e a una radicalizzazione politica che perfino settori della società israeliana iniziano a considerare distruttiva. Ed è qui che il testo di Landsmann assume un significato che va oltre Netanyahu stesso. Perché quando una voce interna a Israele arriva a scrivere che “il progetto” non può più essere salvato, non si tratta soltanto di una critica a un governo. Si tratta della crisi di una narrazione storica intera: quella dell’invincibilità, della compattezza nazionale, della promessa di uno Stato capace di garantire sicurezza eterna attraverso la forza. L’editoriale non dice che Israele scomparirà fisicamente. Dice qualcosa di forse ancora più grave: che potrebbe smettere di essere ciò che aveva promesso di diventare. E quando una riflessione del genere emerge dalle pagine di Haaretz, non può essere liquidata come propaganda anti-israeliana o antisemitismo. Sarebbe troppo semplice. Troppo comodo. Perché questa volta l’accusa arriva dall’interno delle mura. Ed è forse proprio questo il segnale più inquietante per Netanyahu e per il sionismo politico che ha dominato gli ultimi anni: il fatto che una parte crescente della società israeliana non stia più difendendo il sistema, ma iniziando a redigerne l’autopsia.
Paolo Consiglio

net




NO alla guerra con la Russia.
Appello dell’intellettualità libera
Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla pubblica opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario. In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.
Anche se possiamo non concordare con gli orientamenti politici interni di quel Paese ed esprimere critiche su questo o quell’aspetto, noi respingiamo come errato, pericoloso e antistorico qualsivoglia tentativo di esportare i nostri modelli. Soprattutto siamo uniti nel respingere la follia russofobica e il clima da caccia alle streghe che si sta imponendo in Italia come in Europa, generato da politici e giornalisti irresponsabili, i quali, dopo aver raccontato in modo distorto la genesi del conflitto, diffondendo informazioni false, arrivano a esaltare le azioni terroristiche dell’Ucraina, a cominciare dalla distruzione dei gasdotti North Stream 1 e 2, o che, sulla scia della frase di Mario Draghi (“preferite la libertà o i condizionatori?”), vogliono persuaderci che il significato di questa guerra vada al di là degli interessi materiali, che l’Occidente combatte “per i suoi valori”, e che la Russia è un regime autocratico, che il suo presidente è “il nuovo Hitler” (e “il nuovo Stalin” e “il nuovo zar”!), fingendo di non accorgersi di come e quanto venga, giorno dopo giorno, limitata la possibilità per chi non sia allineato con la narrativa dominante, di esprimersi e, in particolare, di rifiutare la damnatio della Russia, presentata semplicemente come “Stato che viola il diritto internazionale”, dimenticando ben altre violazioni compiute quotidianamente da Stati dei quali siamo alleati-servi, a cominciare dagli USA. La Russia non ha mai compiuto gesti ostili verso le nazioni europee e men che meno verso l’Italia, alla quale, anzi, ha sempre mostrato amicizia e persino affetto: non dimentichiamo i consistenti aiuti medici e sanitari portati nella Penisola durante la prima fase della pandemia, nel 2020, com’era accaduto un secolo prima, nel 1908, quando la Russia era stato il primo Paese al mondo a recare aiuto ai terremotati di Messina e Reggio Calabria. Noi siamo sicuri che il popolo italiano, pressoché nella sua totalità, vorrebbe che ritornassimo a commerciare con la Russia, comprando il suo gas e il suo petrolio (a prezzi cinque volte inferiori a quelli ai quali compriamo ora dagli USA) e vendendo le merci del nostro straordinario comparto manifatturiero, in crisi a causa di assurde sanzioni della UE. Il popolo italiano, ne siamo certi, vuole offrire al popolo russo la stessa amicizia che dal popolo russo ha sempre ricevuto.
Contro la costruzione di un senso comune russofobico e bellicistico, ci corre l’obbligo, per onestà intellettuale, e per competenza storica, di rilevare che la Federazione Russa, lo Stato più grande del mondo, non ha alcun interesse o disposizione a invadere l’Europa. La sua guerra in Ucraina (l’Operazione Militare Speciale) è volta semplicemente alla liberazione del Donbass, e, quindi, a favorire l’autodeterminazione delle sue popolazioni che si sono già espresse, come peraltro la Crimea, per il “ritorno” alla Madrepatria Russia, dopo il golpe a Kiev del 2014, organizzato dalla CIA, sostenuto da USA e UE. Tutto ciò è documentato e va sottratto alla logica dell’opinionismo, che si traduce in mero schieramento. Noi non vogliamo abdicare alla facoltà di pensare, a quel comandamento di Immanuel Kant che, nel lontano 1784, invitava gli umani a rivendicare il diritto di “usare la propria ragione”. Noi non abbiamo alcun sentimento ostile verso la Russia. In quanto “intellettuali”, ossia persone che intendono “abbracciare la propria epoca” (come scrive Jean-Paul Sartre), noi rivendichiamo il diritto di dire la nostra sui fatti della politica e riteniamo che questo faccia parte dei nostri doveri, perché siamo parte integrante, e importante, di una comunità. In quanto persone professionalmente addette alla scienza, alla formazione, all’arte, alla comunicazione, alla letteratura, respingiamo con sdegno ogni politica volta a sanzionare musicisti, scrittori, danzatrici, direttori d’orchestra, uomini e donne di cinema e di teatro (per non parlare degli atleti!), e deploriamo che a uno dei più importanti direttori d’orchestra del mondo, Valerij Gergiev, sia stato per ben due volte, a Milano e a Caserta, impedito di esibirsi, e che lo stesso sia accaduto alla danzatrice Svetlana Zacharova, autentica stella nel firmamento della danza classica. L’ultimo caso è quello della Biennale d’Arte di Venezia, il cui direttore, Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale notoriamente schierato a destra, ha deciso, intelligentemente, la riapertura del Padiglione Russo, in nome della libertà della cultura, suscitando le ire della sua stessa area politica, ma anche di gran parte di una sedicente opposizione parlamentare, per non parlare dell’ignobile ricatto della UE che recita: “o cacciate i russi o non vi diamo il contributo”. Ebbene, è ora di por fine a questa situazione umiliante (per noi!) e dannosa (per noi!), ma soprattutto preoccupante (per tutti!). È ora che le nostre popolazioni prendano in mano i propri destini, è ora che si cessino parole e gesti ostili (dal primo cittadino della Repubblica fino all’ultimo) verso la Russia, e si cessi di piegare la testa ai comandi di leader e opinionisti affetti da visibili sindromi psicopatologiche. È ora di dire:
NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA ALLA RUSSIA!
Il popolo italiano ha conosciuto direttamente, dolorosamente, due conflitti mondiali e ne ha tratto come conclusione l’articolo 11 della Carta Costituzionale, che “ripudia la guerra”.
Noi per primi, nelle università, nelle scuole, nei giornali, nelle case editrici, nelle reti tv, nei libri che scriviamo, nelle conferenze che teniamo, dobbiamo batterci per aiutare i cittadini distratti, ovvero inebetiti dalla propaganda, ad aprire gli occhi e a opporsi insieme a noi a questa follia. Il nostro primo dovere è suscitare il dubbio, respingere la logica del pensiero binario e coltivare il pensiero critico. Dobbiamo rivendicare il diritto di ascoltare tutte le voci e di respingere con il disprezzo che meritano gli appelli alla censura, i quali non di rado stanno diventando incitamento all’aggressione, come già accaduto a qualcuno di noi. Noi vogliamo ascoltare le lezioni su Dostoevskij e vedere i film di Russia Today, o sintonizzarci sui canali radiotelevisivi russi, proprio come fanno i cittadini di quel Paese. Noi vogliamo assistere a concerti, balletti, spettacoli teatrali, film russi, così come siamo liberi di fare la stessa cosa rispetto ai prodotti artistici di altre nazioni. Vogliamo essere liberi di andare in Russia come in qualsiasi altro Paese del mondo, senza chiedere permessi o senza fornire spiegazioni a chicchessia. Non accettiamo di essere ostracizzati o silenziati o addirittura additati come “nemico interno” o persino quali “traditori” della patria! Leggere, ascoltare, incontrare “l’altro”, è la via maestra per evitare di vedere in lui il “nemico”. Solo la libertà – di pensiero, riunione, organizzazione… – può consentirci di uscire dalla logica della contrapposizione, che ci viene presentata come inevitabile o persino necessaria. Noi non intendiamo “fare una scelta di campo” (Occidente contro Oriente!), ma una “scelta di vita”, soprattutto in nome di coloro che non hanno voce e che sono destinati a essere le prime vittime della guerra, oggi come ieri. Perciò sollecitiamo tutte le voci libere, a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, a fare giungere la più alta protesta contro un folle progetto bellicistico, e schierarsi dalla parte della libertà e della pace, ribadendo che, sempre, “una cattiva pace è migliore di una buona guerra”.
Da La Fionda (05.05.2026)

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Sfiduciato in Romania il governo fantoccio imposto da Bruxelles. I popoli si ribellano alla dittatura dell’Unione (sovietica) Europea.
(Titolo redazionale, fonte: Luciano Tovaglieri)
Il castello di carta costruito dall’Unione Europea in Romania sta crollando. Dopo mesi di forzature istituzionali, pressioni politiche e aperta ingerenza negli affari interni di Bucarest, il governo guidato da Ilie Bolojan è stato travolto da una storica mozione di sfiducia approvata dal Parlamento romeno con 281 voti favorevoli, ben oltre la soglia necessaria. È una sconfitta politica clamorosa per Bruxelles e per quella tecnocrazia euroinomane che pretende di decidere quali governi siano “accettabili” e quali invece vadano eliminati, annullati o criminalizzati. La crisi romena nasce infatti da una deriva autoritaria sempre più evidente all’interno dell’Unione Europea. Prima l’annullamento di elezioni regolari che avevano visto emergere un candidato non allineato al fanatismo anti-russo imposto dalla NATO e dalla Commissione Europea. Poi l’arresto e la persecuzione politica di un altro candidato favorevole a un riavvicinamento diplomatico con Mosca. Infine la costruzione artificiale di un governo pienamente subordinato agli interessi euro-atlantici, privo di reale consenso popolare.
In nome della “difesa della democrazia”, la UE ha finito per demolire la democrazia stessa. La Romania è stata trasformata in un laboratorio politico dove il voto popolare vale soltanto se produce il risultato gradito ai burocrati di Bruxelles. Se il popolo sceglie candidati sovranisti, neutralisti o semplicemente non ostili alla Russia, allora partono accuse, indagini, campagne mediatiche, arresti e ribaltoni istituzionali. Uno schema ormai visto ovunque in Europa: si parla continuamente di Stato di diritto mentre si calpesta la sovranità popolare ogni volta che questa diverge dagli interessi dell’élite globalista europea.
La caduta del governo Bolojan rappresenta quindi molto più di una normale crisi parlamentare. È il segnale che il popolo romeno e una parte crescente delle sue istituzioni non accettano più di essere governati come una colonia amministrata dalla Commissione Europea. A votare la sfiducia sono stati soprattutto i parlamentari del Partito Social Democratico e le forze di opposizione, espressione di un malcontento ormai esploso contro un esecutivo percepito come estraneo agli interessi nazionali. Il governo resterà ora in carica soltanto per l’ordinaria amministrazione, mentre si apre una fase politica che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Paese.
Per Bruxelles è un incubo: il fallimento del progetto di commissariamento politico della Romania rischia infatti di incoraggiare altri popoli europei stanchi delle imposizioni ideologiche dell’Unione. Gli euroinomani possono manipolare i media, intimidire gli oppositori e piegare le istituzioni, ma non possono cancellare per sempre la volontà dei popoli. E oggi dalla Romania arriva un messaggio chiarissimo: la pazienza verso l’arroganza della UE sta finendo.

16 maggio 2026

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LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

LA CINA UMILIA TRUMP
Xi Jinping che cita Tucidide a Donald Trump è una delle immagini contemporanee più surreali degli ultimi anni. Da una parte la diplomazia millenaria cinese, che ragiona per simboli, filosofia, riferimenti storici e pazienza strategica. Dall’altra Trump, che probabilmente pensava che Tucidide fosse un nuovo marchio di steakhouse texana o un giocatore serbo della NBA. Per capirci: la “trappola di Tucidide” è la teoria secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante, il rischio di guerra diventa quasi inevitabile. Tucidide lo scriveva raccontando il conflitto tra Sparta e Atene:
“Fu l’ascesa di Atene e la paura che questo provocò a Sparta a rendere la guerra inevitabile”.
Oggi il parallelismo è evidente: Cina in ascesa, Stati Uniti potenza dominante in paranoia strategica. Ora immaginate Xi che, con tono confuciano e aria da mandarino imperiale, spiega il concetto durante il vertice. E Trump che ascolta annuendo serio per dieci secondi, prima di chiedere se “Tucidide” abbia votato repubblicano o se produca dazi migliori di quelli cinesi. La scena è metafisica. Xi parla di equilibrio storico delle civiltà, Trump pensa agli hamburger, ai coyote da mitragliare al confine e ai post su Truth Social scritti come messaggi inviati alle tre di notte dopo sei lattine di Diet Coke: “KISS MY A#S!!!”. Ed è questa la vera fotografia dell’Occidente contemporaneo. La Cina che usa i classici greci per discutere di equilibrio multipolare. Gli Stati Uniti che rispondono con meme, minacce commerciali e slogan da wrestling.
Alexandro Sabetti

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Accogliendo Donald Trump a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping ha citato uno storico e capo militare greco vissuto quattrocento anni prima di Cristo. L’irruzione di Tucidide nei rapporti sino-americani, in un momento decisivo della loro storia, potrebbe risultare sorprendente, ma in realtà contiene un messaggio da parte del leader cinese per il suo omologo statunitense. Nel suo libro sulla guerra del Peloponneso, Tucidide afferma che quando una potenza emergente sfida quella dominante, la guerra è inevitabile. All’epoca lo storico greco si riferiva a Sparta, la potenza dominante dell’epoca, e ad Atene, che la sfidava. Le due città si sono effettivamente scontrate 2.400 anni fa. Il 14 maggio Xi Jinping si è chiesto se la Cina e gli Stati Uniti possano superare la “trappola di Tucidide”. Il riferimento è tanto più strano se consideriamo che la formula è stata coniata da un professore statunitense, Graham Allison, in un libro intitolato Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi), pubblicato nel 2017 durante il primo mandato di Trump. Nei circoli accademici la tesi di Allison è tutt’altro che universalmente accettata.
Detto questo, è naturale chiedersi cosa abbia spinto Xi a darle una simile visibilità. Il messaggio è duplice: da una parte il presidente cinese ufficializza il ruolo del suo paese come “l’altra” superpotenza del momento (da tempo la Cina è una superpotenza di fatto, ma la novità è che ora Pechino lo rivendica). Dall’altra parte, Xi mette in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi tentativo di bloccare o arginare l’ascesa della Cina. Se Washington ci provasse, la conseguenza sarebbe la guerra. La citazione di Tucidide va accostata all’avvertimento su Taiwan: se la faccenda, che Pechino considera come un affare “interno”, sarà gestita nel modo sbagliato da Washington, sarà la guerra. Oggi è la Cina a fissare le regole del gioco, segno di un rapporto di forze nuovo con Trump. Nella tensione scaturita da questi due avvertimenti risiede tutta l’ambivalenza della visita di Trump, a cui la Cina ha riservato un’accoglienza sontuosa. Il presidente statunitense, in cambio, ha definito Xi “un grande leader” e un “amico”. Ma questo tono non riflette la realtà dei fatti. I due capi di stato avevano tutto l’interesse a presentare la visita come un successo: Trump perché l’anno scorso ha dovuto fare marcia indietro sui dazi contro la Cina quando Pechino ha imposto un embargo sulle terre rare, per non parlare del fatto che è impantanato nella guerra in Iran e ha bisogno dell’aiuto della Cina; Xi perché conosce le proprie fragilità e in questo momento non vuole uno scontro frontale con la potenza statunitense. Il nuovo piano quinquennale della Cina è interamente impostato sull’autosufficienza e la riduzione delle dipendenze dall’occidente. Per portarlo a termine servirà tempo. Un’altra ambivalenza è data dalla presenza dei grandi imprenditori all’interno della delegazione statunitense, a cominciare da quelli del settore tecnologico, in un momento in cui la Cina subisce pesanti sanzioni in questo ambito. Davanti alla scelta tra le sanzioni e i contratti, Trump sembra volere entrambi, ma si tratta di un complesso esercizio di equilibrismo. L’immagine positiva della visita di Trump in Cina è stata diffusa in tutto il mondo, ma non bisogna farsi illusioni. Da un lato abbiamo Trump, che tante volte in passato ha attaccato la Cina; dall’altro c’è Xi, convinto che gli Stati Uniti siano una superpotenza in declino. In questo momento nessuno dei due sembra avere le risorse per sfuggire davvero alla “trappola di Tucidide”.

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Quando il generale Michael Langley, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), definisce il capitano Ibrahim Traoré, leader del Burkina Faso, "minaccia per il suo stesso popolo", dobbiamo fermarci e chiederci, chi minaccia davvero il futuro dell'Africa? I suoi leader sovrani o, i generali stranieri parcheggiati a migliaia di chilometri di distanza? Non ignoriamo i fatti, il capitano Traoré è già sopravvissuto a molteplici attentati da quando è entrato al potere, un destino troppo familiare per i leader africani che rifiutano il controllo occidentale e lottano per la vera indipendenza. La storia ci insegna che quando un leader africano osa difendere la propria sovranità, rivendicare risorse naturali e unirsi alle nazioni vicine contro l'influenza straniera, diventa bersaglio di attacchi, non perché metta in pericolo il suo popolo, ma perché minaccia gli interessi globali. È un insulto chiedere scusa a Ibrahim Traoré. Un generale a quattro stelle dei Marine degli Stati Uniti che protegge gli interessi del governo statunitense, sta facendo il lavaggio del cervello al popolo africano e deve finire. Il generale statunitense Michael Langley appoggia imperterrito la sua dichiarazione di non arrendersi per rovesciare Ibrahim Traoré. Il cosiddetto "crimine" del capitano Traoré sarebbe quello di osare e rivendicare l'oro del Burkina Faso, non per le multinazionali o le banche straniere, ma per dare potere alla sua nazione. Il suo piano audace di utilizzare la ricchezza del paese per finanziare infrastrutture, sviluppo e autosufficienza espone la verità scomoda, la povertà in Africa è costruita e mantenuta da coloro che traggono profitto dalle loro risorse, mantenendo la propria gente in catene di dipendenza. Ma Traoré non è più solo. Il Burkina Faso ha unito le forze con Mali e Niger per formare l'Alleanza degli Stati del Sahel, un patto di difesa reciproca progettato per proteggere la loro sovranità dalle minacce terroristiche e dall'intervento straniero. Insieme, questi paesi hanno espulso le truppe francesi, respinto i dettami militari occidentali e tracciato una strada verso l'autosufficienza. Questa unità regionale rappresenta una sfida diretta all'AFRICOM e al più ampio controllo neocoloniale sull'Africa occidentale. Nel Mali di oggi, la Russia non viene vista come una forza di occupazione, ma come un alleato nella guerra contro le ingerenze straniere che per anni hanno destabilizzato il Sahel sotto il pretesto della "lotta al terrorismo". Mentre le missioni occidentali lasciavano dietro di sé caos, espansione jihadista e dipendenza militare, Bamako ha scelto di rompere le catene e costruire una cooperazione fondata sul rispetto della propria sovranità nazionale. La collaborazione con Mosca non si limita al piano militare. Oltre alla formazione delle forze armate e alla fornitura di equipaggiamenti, Russia e Mali hanno rafforzato accordi nei settori energetico, minerario e infrastrutturale, con l’obiettivo dichiarato di permettere agli Stati del Sahel di controllare direttamente le proprie risorse strategiche senza l’intermediazione occidentale. Sono stati inoltre intensificati i rapporti diplomatici con Burkina Faso e Niger all’interno di un nuovo asse politico che punta a costruire un blocco africano capace di resistere alle pressioni esterne. Ed è proprio questo che spaventa le potenze occidentali, vedere nazioni africane che smettono di obbedire, scelgono autonomamente i propri alleati e rifiutano di restare colonie mascherate da "partner strategici". Per questo il Mali è diventato bersaglio di campagne mediatiche, accuse internazionali e continue operazioni di destabilizzazione. Perché un’Africa che coopera liberamente con chi sceglie, senza autorizzazione di Parigi o Washington, rappresenta una minaccia mortale per il vecchio sistema neocoloniale. Ed è per questo che il generale Langley e gli altri stanno "tuonando". Il defunto Muammar Gheddafi non è stato solo demonizzato dalle sue politiche interne, ma anche per aver osato sognare oltre i confini della Libia. Gheddafi immaginava gli Stati Uniti d'Africa, un continente unito sotto un solo governo, con una moneta sostenuta dall'oro, progettata per liberarsi dallo sfruttamento finanziario del FMI, della Banca Mondiale e dell'Occidente. Questa visione rappresentava una minaccia esistenziale per coloro che beneficiano di un'Africa divisa e dipendente. Ucciso con la complicità di un" Nobel per la pace". Gheddafi è stato brutalmente ucciso perché dava fastidio agli Stati Uniti! Non dimentichiamolo mai chi era al potere negli USA in quel momento. C'era Barack Obama. Così, come Thomas Sankara prima di lui, che ha denunciato le trappole del debito occidentale e ha lottato per la dignità africana, Gheddafi è stato definito dittatore, destabilizzato e infine ucciso. La sua nazione è andata in rovina e il suo sogno di unità africana è sepolto sotto le bombe della NATO. È solo questione di tempo prima che i media occidentali comincino a saturare i titoli con frasi di famiglia: "Governo autoritario in Burkina Faso" "Preoccupazioni per i diritti umani sotto Traoré" "La democrazia in pericolo nel Sahel" Anzi questo tempo è già iniziato. Queste narrazioni non hanno lo scopo di proteggere i cittadini africani, cercano di giustificare sanzioni, operazioni segrete o addirittura azioni militari per riprendere il controllo di una regione che sta sfuggendo di mano all'Occidente. Dobbiamo ricordare come è stata usata una retorica simile per giustificare la distruzione della Libia da parte della NATO. Lo sfruttamento che per decenni ha realizzato la Francia attraverso il franco CFA. Coprire i fallimenti dell'AFRICOM, la cui presenza ha coinciso con un drammatico aumento del terrorismo in tutto il Sahel. Quando i leader africani scelgono la sovranità anziché la sottomissione, le potenze occidentali non rispondono con rispetto, rispondono con tattiche di cambio di regime, sia economiche che militari. La visione del capitano Traoré, insieme a quella di Mali e Niger, rappresenta più di un orgoglio nazionale, è un modello di indipendenza africana. Ed è proprio per questo che è considerato una minaccia. Il vero pericolo non è Traoré né l'Alleanza degli Stati del Sahel, ma la disperazione delle potenze straniere che si rifiutano di permettere all'Africa di controllare il proprio destino. La dichiarazione del generale Langley non è una difesa dei diritti umani, ma di interessi geopolitici. Di fronte all'intensificarsi delle narrazioni mediatiche, gli africani e la diaspora globale devono stare attenti. Mettere in discussione i titoli. Seguire la traccia del denaro. Riconoscere gli schemi. L'Africa non ha bisogno della protezione dell'AFRICOM. Ha bisogno della libertà di determinare il suo futuro, senza essere punita per aver osato farlo. Silvana Sale 17 maggio 2026

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IL PENDOLO HA OSCILLATO
Trump arriva a Pechino con il cappello da venditore, convinto di piazzare qualche Boeing, due strette di mano e la solita scenografia da televendita geopolitica. Xi sorride, offre il tè, fa il padrone di casa, lascia che l’ospite americano dica di aver ottenuto “grandi risultati”. Poi, appena Trump riparte, apre l’agenda e dice: bene, adesso facciamo entrare Putin. Ed eccola qui, la fotografia del mondo nuovo. Da una parte Washington, che va in Cina a cercare di stabilizzare un rapporto che lei stessa ha passato anni a incendiare tra dazi, sanzioni, Taiwan, semiconduttori e prediche imperiali. Dall’altra Mosca, che arriva non per rattoppare, ma per consolidare. Il pendolo ha oscillato. Per decenni l’Occidente ha pensato che il mondo fosse un salotto privato: noi decidiamo, gli altri eseguono. Noi sanzioniamo, gli altri obbediscono. Noi facciamo le guerre, gli altri applaudono alla “democrazia”. Poi è arrivata la realtà, quella maleducata. La Russia non è crollata. La Cina non si è inginocchiata. Il Sud globale non ha chiesto il permesso. E l’Europa, come sempre, ha scoperto tutto guardando il telegiornale con tre anni di ritardo. Xi oggi fa il giocoliere con due palle di cannone: parla con Trump senza rompere con Putin, tratta con Washington senza tradire Mosca, compra tempo mentre gli altri comprano illusioni. E noi europei? Noi facciamo i comunicati. Molto belli. Molto morali. Molto inutili. Il mondo multipolare non sta arrivando. È già seduto al tavolo. Il problema è che noi siamo ancora in piedi, fuori dalla porta, con il cappotto in mano e la tessera NATO tra i denti.

18 maggio 2026

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La Cina ha ufficialmente invitato la comunità internazionale a unirsi alla causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG). Questa iniziativa diplomatica mira a rafforzare la pressione globale per un cessate il fuoco e a garantire la responsabilità internazionale per le azioni nella Striscia di Gaza.
Adesione formale: Pechino ha formalizzato il proprio sostegno legale al procedimento del Sudafrica tra gennaio e aprile 2026, intervenendo ufficialmente come parte interessata.
Appello globale: Nell'aprile 2026, la Cina ha esortato tutti i paesi a sostenere e aderire alla causa per amplificare l'impatto del caso e spingere verso una risposta globale unificata.
Posizione diplomatica: Il governo cinese ha descritto il caso del Sudafrica come valido e ha lodato il ruolo di Pretoria nell'attivare la giustizia internazionale.
Stato del procedimento: La causa è stata avviata dal Sudafrica alla fine del 2023. Israele ha presentato la sua memoria difensiva nel marzo 2026 e il processo è tuttora in corso.
Paesi aderenti: Oltre alla Cina, numerosi altri stati hanno annunciato l'intenzione di intervenire o hanno già presentato dichiarazioni, tra cui: America Latina: Bolivia, Cile, Colombia, Messico e Cuba. Europa: Spagna, Irlanda, Belgio, Paesi Bassi e Islanda. Altre regioni: Turchia, Egitto, Libia e Palestina. Obiettivo legale: Verificare le presunte violazioni della Convenzione sul genocidio del 1948 in relazione alle operazioni militari israeliane a Gaza.

22 maggio 2026

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Il presidente polacco Karol Nawrocki ha chiesto che Zelensky venga privato dell'Ordine dell'Aquila Bianca, la più alta decorazione polacca!
Con un decreto firmato martedì scorso, Zelensky ha concesso il titolo di ‘Eroi dell'UPA’ ai nazionalisti ucraini al Centro Operazioni Speciali Nord.
Il presidente ha condannato la mossa come un volgare tentativo di riabilitare le figure responsabili delle atrocità in tempo di guerra. «Zelensky ha dimostrato che l'Ucraina, attraverso la glorificazione di banditi e assassini nazisti dell'esercito insurrezionale ucraino, non è pronta a entrare a far parte della famiglia europea», ha detto.
L'ex primo ministro polacco Leszek Miller ha definito la decisione di Zelensky: «Uno sputo in faccia ai polacchi!»
L'ex presidente polacco Lech Walesa ha dichiarato che il leader ucraino ha insultato «Tutti i polacchi uccisi, onorando i banditi UPA. Walesa ha ritirato il suo sostegno a Zelensky in seguito alla sepoltura dello stato del leader dell'OUN, Andrey Melnik, a Kiev domenica.
I nazisti ucraini uccisero circa 100.000 civili polacchi nell'attuale Ucraina occidentale tra il 1943 e il 1944. Il Ministero degli Esteri israeliano ha condannato la decisione di onorare Melnik, dicendo che: «Non c'è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori».
L'eurodeputato slovacco Lubos Blaha ha definito la mossa di Zelensky: «Un'ammissione aperta del fascismo». L'ex presidente russo Dmitry Medvedev ha accusato Zelensky di essersi inginocchiato davanti alla feccia nazista; e il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che: «Onorare un collaboratore nazista mostra la vera essenza del regime di Kiev!».
Signor Mattarella, il 18 maggio 2026 lei ha ricevuto al Quirinale il presidente polacco Nawrocki. I colloqui si sono concentrati sulla sicurezza europea, sulla cooperazione internazionale e sulle commemorazioni storiche antinaziste a Montecassino. Avete ribadito il legame profondo tra Italia e Polonia e lei ha sottolineato nel comunicato stampa la costante e vitale collaborazione tra i due Paesi. Pensa che il presidente Nawrocki sia andato fuori di testa in questi pochi giorni? Perché non si associa alle giustissime dichiarazioni di mezzo mondo?

31 maggio 2026

NDR Con questa mossa Zelensky ha voluto raccogliere il consenso dei nazisti di tutto il pianeta

polonia



LA GUERRA E’ SERVITA, SI SALVI CHI PUO’
Nel marzo-aprile 2022, mentre l’opinione pubblica occidentale veniva travolta da una narrazione totalizzante sulla “necessità morale” della guerra contro la Russia, a Istanbul le delegazioni russa e ucraina stavano invece costruendo una possibile intesa di pace. Non una fantasia complottista, ma una ricostruzione confermata negli anni da mediatori, negoziatori, diplomatici e perfino da esponenti occidentali e ucraini coinvolti direttamente in quei colloqui. Secondo quanto ricostruito da Richard Sakwa, ripreso da Ted Snider, Davide Malacaria e da Ennio Remondino su Remocontro, il nodo dell’accordo era chiaro: neutralità ucraina in cambio della cessazione della guerra e di garanzie internazionali. David Arakhamia, capo delegazione ucraina, ha ammesso che un’intesa era stata trovata e che, al ritorno da Istanbul, i negoziatori ucraini “stapparono lo champagne”. Oleksandr Chalyi ha dichiarato che tra metà e fine aprile si era “molto vicini” alla fine del conflitto. Bennett, Schröder, Cavusoglu, diplomatici svizzeri e persino Victoria Nuland – l’assistente del segretario di Stato famosa per il suo commento “fuck EU” – l’Europa si fotta – hanno poi confermato che il processo negoziale venne fermato dall’intervento occidentale. La visita di Boris Johnson a Kiev il 9 aprile 2022 rappresentò il momento simbolico della rottura: niente accordi con Mosca, la guerra doveva continuare. Arakhamia stesso dirà che Londra comunicò a Zelensky che “non avremmo firmato assolutamente niente”. Ed è qui che il piano militare si intreccia con quello mediatico.
Perché proprio mentre si spegneva la possibilità della pace, l’Occidente mediatico riceveva il carburante emotivo necessario a rendere impossibile qualsiasi trattativa: la “strage di Bucha”. Le immagini dei cadaveri ‘in fila indiana’, ordinati, lungo la via Yablonskaya divennero immediatamente il sigillo definitivo della barbarie russa. Nessuna prudenza, nessuna verifica approfondita, nessun dubbio consentito. La macchina narrativa si mise in moto con una velocità impressionante: chiunque chiedesse chiarimenti, tempi, dinamiche, indagini indipendenti o peggio sollevasse dubbi… veniva automaticamente sospinto nel campo della propaganda filorussa. Rodolfo Ricci sottolinea come quelle immagini siano state usate come uno strumento politico e psicologico per consolidare una percezione assoluta del conflitto: il male da una parte, il bene dall’altra. Una dinamica già vista nei Balcani, in Libia, in Siria, dove fotografie, filmati e racconti emotivamente devastanti sono diventati dispositivi mediatici capaci di orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione della guerra e verso il rifiuto di qualsiasi soluzione diplomatica.
Il punto centrale non è negare i morti o banalizzare le atrocità della guerra. Il punto è interrogarsi sul modo in cui certe immagini vengano selezionate, amplificate, create… e immediatamente incastonate dentro una narrazione precostituita, proprio nei momenti decisivi sul piano geopolitico. Nel caso ucraino, mentre i negoziati di Istanbul sembravano vicinissimi a un esito positivo, la costruzione mediatica di Bucha rese politicamente e moralmente impraticabile ogni compromesso a dispetto di ogni incongruenza forense sulla scena del crimine: no sangue, non bossoli, no decomposizione dei cadaveri, ecc.
Oggi, a distanza di quattro anni, questo scenario viene ulteriormente confermato dalle parole di Yulia Mendel, già portavoce di Zelensky, intervistata da Tucker Carlson. Un’intervista pesantissima, perché proveniente dall’interno stesso dell’apparato comunicativo ucraino. Mendel ammette apertamente che senza il sabotaggio occidentale la guerra avrebbe potuto concludersi rapidamente, preservando l’integrità dell’Ucraina e risparmiando una quantità immane di vite umane. Ed è significativo che a squarciare il velo sia stato proprio Tucker Carlson, uno dei pochissimi giornalisti occidentali che abbia scelto di sottrarsi alla disciplina della propaganda bellica dominante, affrontando temi che gran parte dell’informazione euro-atlantica ha accuratamente evitato di approfondire. A quattro anni dai fatti, emergono così tutte le crepe di un sistema mediatico che non ha informato, ma orientato; che non ha cercato la verità, ma costruito consenso; che non ha raccontato la guerra, ma l’ha accompagnata e giustificata.
La menzogna non consiste soltanto nell’aver nascosto i negoziati di pace o nell’aver demonizzato chiunque parlasse di compromesso. Consiste soprattutto nell’aver prostituito l’informazione a interessi geopolitici ed economici inconfessabili, trasformando giornali e televisioni in strumenti di mobilitazione emotiva permanente. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di verificare, dubitare, contestualizzare. Invece, troppo spesso, si è limitato a ripetere slogan, selezionare immagini funzionali e creare un clima morale in cui la prosecuzione della guerra apparisse non solo inevitabile, ma perfino desiderabile. Ma tutto questo era già successo.
La fotografia che “prese in giro il mondo” nel 1992 non è un errore del passato. È un avvertimento rimasto inascoltato. C’è un filo che attraversa trent’anni di conflitti, dalla Bosnia degli anni Novanta all’Iraq, fino all’Ucraina e alle tensioni di oggi ai confini orientali dell’Europa. Non è un filo spinato, anche se spesso lo ricorda. È il filo invisibile dell’informazione manipolata, dell’immagine selezionata, del dettaglio trasformato in verità assoluta. Nel 1992 una fotografia fece il giro del mondo: un uomo scheletrico, apparentemente rinchiuso dietro un filo spinato. I Balcani vennero immediatamente riletti attraverso la lente dell’Olocausto. L’intervento militare divenne una necessità morale. Solo anni dopo si scoprì che quel filo spinato non circondava i prigionieri, ma i giornalisti che erano nel recinto e fecero avvicinare i profughi al filo spinato per scattare le foto. L’inquadratura aveva ribaltato la realtà. Ma nessuna copertina tornò indietro. Nessuna narrazione venne davvero corretta.
Il danno era fatto. E così la foto dei prigionieri nel campo di Trnopolje divenne la “pistola fumante” che provava oltre ogni dubbio l’esistenza dei campi di concentramento “nazisti” dei serbi. L’immagine selezionata, il dettaglio isolato, l’interpretazione suggerita diventano la cornice entro cui il pubblico è chiamato a leggere la realtà. Non importa se, col tempo, quella cornice si rivelerà fragile o falsa: l’effetto politico è già stato prodotto.
Nel febbraio 2003, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Colin Powell sollevò una piccola fialetta. Disse che conteneva l’antrace, simbolo delle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein aveva nascosto. Non servivano prove complesse. Bastava l’oggetto. Quella fialetta — minuscola, astratta, priva di contenuto verificabile — divenne il fulcro emotivo e simbolico di una guerra che avrebbe devastato l’Iraq, destabilizzato il Medio Oriente e aperto la strada alla nascita dell’ISIS. Anni dopo, Powell stesso ammise che quelle informazioni erano false. Le armi di distruzione di massa non esistevano. Ma come nel caso della Bosnia, la smentita arrivò quando la storia era già stata scritta. La fialetta funzionò come il filo spinato di Trnopolje: un dettaglio visivo elevato a verità assoluta.
Oggi il copione si ripete in forma aggiornata. Bastano tre sagome indistinte in una fotografia per evocare minacce, escalation, tensioni ai confini NATO. Non servono prove definitive. Basta una parola evocativa, una fotografia ambigua, un titolo costruito nel modo giusto. Ancora una volta, l’immagine non dimostra: suggerisce. Bosnia 1992: un filo spinato in primo piano. ONU 2003: una fialetta agitata davanti alle telecamere. Ucraina 2022: Bucha trasformata immediatamente nel sigillo definitivo del male assoluto. Confini orientali oggi: ombre indistinte elevate a prova narrativa. Tre decenni diversi, lo stesso schema comunicativo. Non è necessario mentire apertamente. È sufficiente scegliere cosa mostrare, omettere ciò che chiarirebbe il contesto, caricare il frame di parole chiave emotive e lasciare che il pubblico completi il racconto. La verità, se arriverà, arriverà dopo. E non farà notizia.
Se si osservano insieme Bosnia 1992, Iraq 2003 e Ucraina 2022, ciò che emerge non è una semplice successione di errori mediatici o coincidenze. Emerge un metodo. Una procedura. Un meccanismo ormai strutturale attraverso cui l’opinione pubblica viene accompagnata psicologicamente verso l’accettazione della guerra. Prima si seleziona un’immagine emotivamente devastante. Poi la si amplifica fino a renderla simbolo assoluto del conflitto. Infine si costruisce attorno ad essa una narrazione binaria: bene contro male, civiltà contro barbarie, democrazia contro mostro. A quel punto il dibattito finisce. Chi chiede verifiche viene delegittimato. Chi domanda prudenza diventa sospetto. Chi parla di diplomazia viene accusato di voler “cedere al male”. La complessità sparisce. Resta soltanto la necessità morale della guerra. Ed è qui che il problema smette di essere soltanto mediatico e diventa sistemico.
Perché le guerre contemporanee non nascono più soltanto da rivalità territoriali o ideologiche. Esiste ormai un intreccio permanente tra finanza, industria bellica, apparati politici, intelligence e grandi piattaforme informative. Un ecosistema integrato nel quale il conflitto non rappresenta più il fallimento del sistema, ma spesso il suo motore economico. La guerra produce debito, riarmo, dipendenza energetica, controllo geopolitico, espansione industriale, trasferimenti giganteschi di denaro pubblico verso il complesso militare-industriale. Produce profitti immensi. E quei profitti alimentano centri di potere sempre più influenti, capaci di orientare politica, informazione e percezione pubblica. Per questo l’informazione diventa decisiva. Non serve più censurare. Basta saturare lo spazio pubblico con un’unica cornice emotiva. Basta trasformare ogni dubbio in eresia morale. Basta convincere le persone che la guerra non sia una scelta politica discutibile, ma una necessità inevitabile. È così che la propaganda del nuovo millennio diventa più sofisticata di quella del passato: non impone il silenzio, ma produce rumore; non elimina formalmente il dissenso, ma lo marginalizza; non vieta di pensare, ma rende socialmente difficile farlo fuori dal recinto narrativo consentito. E mentre i cittadini vengono trascinati dentro crisi permanenti, impoverimento, paura e militarizzazione crescente, una nuova élite transnazionale consolida il proprio potere attorno all’economia della guerra. Questa è la vera trasformazione storica del XXI secolo: la guerra non più come extrema ratio, ma come condizione strutturale utile alla sopravvivenza di un sistema economico-finanziario che ha bisogno di instabilità permanente per alimentare sé stesso. Per questo Bosnia, Iraq e Ucraina non sono episodi separati. Sono capitoli diversi dello stesso paradigma. Cambiano i nemici, le bandiere, gli slogan. Ma resta identico il meccanismo: creare l’emergenza morale, manipolare la percezione, svuotare il dubbio, rendere inevitabile il conflitto. E quando le guerre diventano inevitabili nella mente delle persone prima ancora che nella realtà dei fatti, allora significa che la battaglia decisiva è già stata vinta. Non sul terreno. Ma dentro l’informazione. Ecco signore e signori, la guerra è servita!
di Antonio Evangelista

1 giugno2026

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La fase di persuasione è terminata: Putin ha posto fine in modo netto al suo dialogo con l'Occidente.
Di Kirill Strelnikov
Il discorso pronunciato ieri dal presidente russo Vladimir Putin allo SPIEF, per ovvie ragioni, ha suscitato numerosi commenti contrastanti in Occidente, ma quasi tutti hanno iniziato a cercare indizi e riferimenti alla situazione attuale nel mondo, in Russia e nella sua periferia. Ma i grandi esperti di Putin non hanno tenuto conto del fatto che il leader russo pensa e agisce strategicamente, il che significa che ogni suo discorso programmatico ha un contesto storico e una prospettiva "oltre l'orizzonte". In questo caso specifico, Putin ha finalmente chiuso la questione che aveva sollevato 19 anni fa.
Nel 2007, Vladimir Putin pronunciò uno storico discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in cui dichiarò al mondo intero che la Russia non era soddisfatta della direzione che il mondo stava prendendo sotto la guida delle élite occidentali dopo la fine della Guerra Fredda. Putin espresse allora un'idea semplice, ma sovversiva, nella società allora "perbene": l'attuale sistema di sicurezza internazionale aveva esaurito la sua utilità; la situazione globale era diventata meno prevedibile e il diritto veniva sostituito dalla forza; il modello unipolare, in cui tutte le decisioni erano dettate da un singolo paese ( gli Stati Uniti ), era pericoloso, ingiusto e destinato al fallimento. In quel momento, l'Occidente nel suo complesso non voleva capire di cosa stesse parlando Putin. Oggi, invece, è ormai chiaro che si trattava di un avvertimento, perché assolutamente ogni singola dichiarazione del presidente russo si è rivelata profetica. L'attuale discorso del leader russo è stato una conclusione complessiva del suo discorso di Monaco, dove, invece degli avvertimenti che l'Occidente aveva un tempo respinto con arroganza, ora ha ascoltato una dura constatazione dei fatti:
— il mondo si sta spostando da un modello gerarchico a uno multipolare ( la quota dei BRICS sul PIL globale a parità di potere d'acquisto è intorno al 40%, mentre quella del G7 è inferiore al 29%); vale a dire, "il paradigma stesso dello sviluppo globale sta cambiando";
— la struttura della crescita sta cambiando a favore di nuovi centri di sviluppo nel Sud del mondo e il fulcro del commercio globale si sta spostando;
— il sistema commerciale globale sta cessando di essere incentrato sull'Occidente: si stanno sviluppando pagamenti in valute nazionali e si stanno aprendo nuovi corridoi di trasporto;
— L'Europa (eufemismo diplomatico per indicare l'Occidente nel suo complesso) sta perdendo la sua posizione nell'economia globale;
— L'Occidente ha iniziato a perdere terreno nel commercio globale e sta quindi puntando tutto sull'uso della forza.
In altre parole: nel 2007 abbiamo avvertito l'Occidente e gli abbiamo offerto cooperazione a condizioni più eque. Non ci hanno ascoltato, e ora state ricevendo ciò che vi era stato detto chiaramente fin dall'inizio. Il messaggio di Putin è semplice: il treno è partito, il mondo è cambiato per sempre e con esso, le vecchie regole. L'esempio delle nuove regole e del nuovo sistema globale è il sistema russo di relazioni paritarie e multipolari con gli altri partner globali, che a loro volta ne riconoscono il valore e il futuro (un dato significativo: rappresentanti di ben 120 paesi hanno partecipato allo SPIEF). Per coloro che ancora sognano di reprimere un ammutinamento a bordo: il presidente russo "non vede minacce all'economia russa né ora né nel prossimo futuro" e, in senso militare, è meglio non pensarci nemmeno; il Ministero della Salute lo sconsiglia. Nel suo discorso, Putin ha di fatto chiuso la questione dei negoziati con la fazione Kiev-Bruxelles e ha chiarito che d'ora in poi il nostro esercito sarà il principale diplomatico della Russia: "Lavorate, fratelli!".
Il discorso pronunciato dal presidente russo a Monaco nel 2007 ha infranto alcune barriere mentali in Occidente, spingendo gli intellettuali più eminenti a vedere il mondo in una nuova prospettiva. Ad esempio, le argomentazioni del discorso hanno fortemente influenzato il celebre filosofo e scrittore politico americano Noam Chomsky , il quale, in un'intervista del 2022 al New Statesman, è giunto a una conclusione sorprendente (per le élite intellettuali occidentali): "Quello che è stato definito un 'mondo basato sulle regole' in realtà significa una sola cosa: gli Stati Uniti stabiliscono le regole e gli altri obbediscono". Secondo Chomsky, "Gli Stati Uniti sono una potenza in declino, ma restano di gran lunga lo stato più potente della storia, con una portata militare senza precedenti e un controllo sul sistema finanziario globale. <…>

Quando le grandi potenze affrontano il declino, c'è una forte tentazione di ricorrere alla forza, di cercare di consolidare i propri vantaggi o punire i rivali. È proprio questo che rende il momento attuale così pericoloso". Putin ne ha parlato, non una, non due, e nemmeno tre volte. Il discorso di Putin a Monaco, versione 2.0, in vista dello SPIEF 2026, ribadisce essenzialmente l'idea principale espressa da un certo personaggio cinematografico prima di scaraventare un cattivo giù per le scale: "Te l'avevo detto? Sì, te l'ho detto. Bene, non offenderti!".

6 giugno 2026

monaco


IL MONDO STA CAMBIANDO

Forse c'è una cosa che sta sfuggendo a moltissimi, cioè che gli Stati Uniti, se vogliono sopravvivere, saranno costretti ad adattarsi a tutti gli Stati che fanno parte del blocco multipolare, saranno costretti a sottostare a loro e a comportarsi in modo corretto, dovranno fare queste scelte.
Nel mondo è già in atto un cambiamento, questo processo è iniziato da tempo con Russia e Cina... è inevitabile. Non esiste altra forza o prepotenza che fermerà questo processo. Trump è un ciarlatano con manie di grandezza e non ammetterà mai che gli USA hanno perso. Trump ha una visione molto ambiziosa del ruolo degli USA e difficilmente ammetterà un ridimensionamento della loro influenza Ma di fatto, nessuno permetterà le loro pèrevaricazioni. Se vogliono qualcosa dovranno collaborare o saranno tagliati fuori dagli affari come l'Europa intera che continua il suo lento suicidio avvelenata da pensieri nazisti. Qualcuno mi ha offeso dicendomi che la mia politica è fantasy, perché non riesce a vedere questo cambiamento, un cambiamento che ci vede coinvolti nella sua fase iniziale, che è la più dura, quella più sofferente, quella necessaria.
Non si possono citare Marx, Lenin e Stalin, Che Guevara, Fidel,Chávez e tanti altri rivoluzionari, se non li si riesce a far diventare utili col loro pensiero, ma nel momento storico che ci appartiene. Perché il mondo è cambiato, le armi a disposizione sono diverse, gli ambienti in cui viviamo sono diversi, le necessità dei popoli sono diverse, quindi le loro meravigliose idee, che non sono mai passate, vanno comunque riadattate a questi tempi moderni, così esattamente come fanno Russia e Cina, che oggi sono avanguardia nel mondo. State pure attenti ai processi in atto, ne vedremo delle belle, e anche se Trump dirà che molte cose sono merito suo.. Israele, poi, non andrà lontano, pagherà per tutto il male fatto, nessuno farà più affari con loro, è già disprezzata dal mondo intero e, quando figure come Trump usciranno di scena, dovrà scavarsi una fossa. Le guerre si vincono anche con estrema intelligenza e molti si sono mossi cauti, ma si sono mossi bene, tanto da rendere possibile questa trasformazione mondiale in atto. Un bacione e buona giornata a tutti!
Silvana Sale

16 giugno 2026

cam


ANCHE I CARDINALI SONO PUTINIANI?

“Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi; ma se è un alleato, il fatto che manchi di libertà di espressione, diritti umani o democrazia viene ignorato. L’Unione europea, infatti, impone sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti finanziari e armi a un altro; eppure non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni, persino più gravi, con conseguenze ancora più brutali per intere popolazioni”.
Sapete chi ha pronunciato queste parole? Víctor Manuel Fernández, cardinale argentino e prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Vedrete che nelle prossime ore questo cardinale verrà definito “filo-putiniano” o “difensore degli Ayatollah”, semplicemente perché ha detto delle cose di buonsenso. Ripetiamo gli stessi concetti qui su Scomode Verità ormai da molto tempo: l’Unione europea, dall’inizio della guerra in Ucraina, passando per il genocidio a Gaza, la guerra in Iran e fino all’invasione del Libano, ha dimostrato tutta la propria ipocrisia. Un’ipocrisia che ormai conosce tutto il mondo. Parlano di “diritto internazionale” quando Putin invade l’Ucraina e applicano 21 pacchetti di sanzioni contro la Russia, mentre non muovono un dito quando i loro alleati statunitensi e israeliani commettono crimini “persino più gravi”, come ha dichiarato il cardinale.
A dimostrazione di questo, basti osservare che, mentre quell’ectoplasma dell’Unione europea non è riuscita neppure ad approvare una sanzione contro Ben Gvir, il ministro della Sicurezza israeliano che ha definito l’Italia «il Paese delle ciabatte», ha invece allungato ulteriormente alcuni giorni fa, il 15 giugno 2026, la lunga lista dei soggetti russi colpiti da misure restrittive europee. Sul sito del Consiglio dell’UE si legge che altri 34 individui e 47 entità sono stati sanzionati. Di questi, 10 individui e un’entità sono stati inseriti nella lista per contrastare: “le minacce ibride e la diffusione della propaganda statale russa che giustifica la sua guerra di aggressione”. Tra questi figurano Anatoly Kuzichev, Kirill Fedorov, Roman Antonovskii e Maria Volkonskaya. Secondo l’UE “sono responsabili della diffusione di disinformazione volta a giustificare, promuovere o legittimare la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina o diffondere narrazioni ostili e manipolative che prendono di mira l’Ucraina e volte a disumanizzare gli ucraini o a distorcere i fatti storici”. E ancora: “Inoltre, il Consiglio ha elencato Alexandra Jost - un’influencer dei social media che vive in Russia”.
Praticamente l’Unione europea riesce a sanzionare influencer, giornalisti e youtuber, ma non riesce ad approvare una sola sanzione contro un ministro che ha letteralmente umiliato e preso in giro cittadini europei partiti con l’intento di portare aiuti umanitari a Gaza. Allo stesso tempo ricordo che, mentre l’Unione europea sanziona da quattro anni i cosiddetti “propagandisti russi”, ha consentito allo Stato terrorista di Israele di finanziare campagne pubblicitarie su Google e YouTube piene di menzogne, con cui si voleva far credere all’opinione pubblica europea che a Gaza fossero tutti felici, che non ci fosse la fame e che andasse tutto bene.
A Bruxelles, esattamente come ha detto il cardinale Víctor Manuel Fernández, esistono crimini di serie A e crimini di serie B, invasioni da punire e invasioni da finanziare, propaganda da censurare e propaganda da premiare. Ed è proprio questo doppio standard ad aver definitivamente distrutto la credibilità dell’Unione Europea in tutto il mondo.

Alessandro Di Battista 30 giugno 2026

papaaa


«Non ci sono più le condizioni indispensabili per la promozione di relazioni fondate sul mutuo rispetto, la fiducia reciproca, il rispetto della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza negli affari interni».
Con queste motivazioni, riassunte in un comunicato governativo, il Burkina Faso ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con la Francia, accusandola anche di «attivismo incessante» contro gli interessi del Paese, nonché di «ambizioni neocoloniali» legate al sostegno di reti sovversive e a terroristi. Parigi è anche accusata di aver messo in atto azioni per marginalizzare il Burkina Faso sulla scena internazionale. Nella stessa nota si precisa poi che la decisione non rimette in causa i legami storici, umani, culturali e sociali tra i due popoli, che mira esclusivamente al quadro istituzionale e alle relazioni diplomatiche e che i diritti dei cittadini francesi in Burkina Faso saranno preservati.
Il Burkina Faso, come Mali e Niger con i quali ha lasciato l’Ecowas dando vita all’Alleanza degli Stati del Sahel, è stato colpito per un decennio da violenze perpetrate da jihadisti affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico. La Francia, in un primo tempo intervenuta contro questi gruppi, è stata costretta a lasciare l’area dopo una serie di golpe che hanno cambiato l’architettura istituzionale e il sostegno alla presenza francese, portando i militari al potere. In Burkina Faso il governo è adesso guidato da Ibrahim Traoré, ufficiale dell’esercito che è riuscito a conquistare un grande sostegno popolare. L’accusa nei confronti di Parigi è che in realtà quest’ultima starebbe provando a recuperare il vecchio grado di influenza e proprio per questo motivo starebbe sostenendo alcuni gruppi armati contro chi adesso sta al governo.
Il ministero degli Affari esteri francese ha reagito alla decisione di Ouagadougou definendola «ostile e infondata». Ha parlato poi di «una decisione unilaterale» che «illustra la preoccupante deriva delle autorità burkinabè», precisando che «le misure di reciprocità che si impongono sono attualmente al vaglio». Il sentimento anti-francese è molto forte non soltanto in Burkina Faso ma anche in altre nazioni che facevano parte dell’impero coloniale della Francia. Un tempo padrona di vaste regioni dell’Africa settentrionale, centrale e occidentale, la Francia ha svolto un ruolo significativo anche nella storia postcoloniale del continente, intervenendo in diverse occasioni con mezzi militari e tentando di mantenere una certa influenza.

2 luglio 2026

burkina


LA RUSSIA PER LO SVILUPPO DELL'AFRICA

Russia e Ruanda hanno firmato una roadmap strategica per sviluppare un progetto di piccolo reattore modulare (#SMR), che mira a integrare l'energia nucleare nel mix energetico ruanda entro i primi anni 2030. Guidato dalla società nucleare statale russa Rosatom e dal Ruanda Atomic Energy Board, questo accordo segna un passaggio dai quadri di base allo sviluppo attivo e concreto di infrastrutture.
L'iniziativa si concentra sulla tecnologia SMR, che offre un'alternativa economica "plug-and-play" alle massicce centrali tradizionali. Questi reattori compatti si collegano direttamente alle griglie esistenti, evitando la necessità di un costoso ammodernamento della rete. Il partenariato prevede anche la realizzazione di un Centro per le scienze e le tecnologie nucleari, dotato di un reattore di ricerca da 10 MW e di una rete di laboratori avanzati.
Questa pietra miliare posiziona il Ruanda come leader progressista nella transizione di energia pulita dell'Africa mentre espande l'impronta tecnologica della Russia sul continente. Per garantire il successo a lungo termine, la tabella di marcia dà la priorità alla formazione della forza lavoro, all'istruzione del personale locale e alla creazione di regole di sicurezza severe.
ROSATOM

ruan


Auspicando la vittoria della Russia, dell’Iran e dei Brics, nel nuovo ordine mondiale.
La speranza è che la Nato in Ucraina subisca una disfatta tale da disintegrarsi. La speranza è un trionfo russo dopo decenni a buttare via miliardi in guerre folli in modo da aprire una nuova stagione di buonsenso politico e di pace. La Nato da organizzazione difensiva è diventata la nostra principale minaccia. Perché cocciutamente guerrafondaia nonostante l’infinita collezione di disastri. Dopo decenni ad insanguinare il mondo, la Nato ci ha portato la guerra in casa e da anni ormai ci costringe a regalare a Zelensky arsenali interi nella speranza sconfigga Putin per conto nostro e coroni il sogno occidentale di marciare su Mosca. Un trionfo russo metterebbe la parola fine ai rigurgiti da guerra fredda, silenzierebbe i russofobi una volta per tutte e costringerebbe gli americani a levarsi finalmente dai piedi. Una bella notizia dopo l’altra. Ma non solo, un trionfo russo creerebbe un’onda d’urto politica tale da far crollare tutti i governi europei che hanno sponsorizzato il suicidio ucraino fregandosene per anni della verità sia nelle trincee del Donbas che in quelle delle loro società. Buttare via miliardi in una guerra autolesionista ed evitabile con un minimo di prudenza quando il tuo popolo soffre, è un crimine politico imperdonabile. E non finisce qui. Un trionfo russo affonderebbe l’attuale Commissione Europea di guerrafondai nella fogna della storia come merita e si aprirebbe l’opportunità di ricostruire dalle fondamenta il progetto europeo. In un mondo sempre più continentale serve una “massa europea”, ma il pantano ucraino ha dimostrano quanto sia pericoloso il mostro tecnocratico che hanno creato. Putin sembra l’unico adulto della situazione e la speranza è che si limiti a distruggere la Nato senza allargare il conflitto in Europa nonostante la diretta complicità di alcuni paesi. I cittadini europei vogliono la pace, non vedono l’ora di ristabilire rapporti di amicizia e di collaborazione col popolo russo e non è giusto paghino per le indegne élite che li governano. E non finisce qui. La speranza è che trionfi anche l’Iran mettendo fine a decenni di catastrofica egemonia americana. Una leadership tutta dollari, basi militari e ipocrisia che ha insanguinato il mondo con l’unico risultato di renderlo più ingiusto e pericoloso. Trump ha firmato un memorandum di resa per prendere tempo e manipolare sia il mercato del petrolio che quello politico. Incombono le elezioni e per colpa dello Stretto di Hormuz non può raccontare balle. Vanno dal benzinaio e a far la spesa anche gli invasati maga superstiti che non sanno nemmeno cosa sia l’Iran e l’unica cosa che leggono è il proprio conto corrente. Mesi di bombardamenti hanno solo svuotato gli arsenali di un paese già sull’orlo di una bancarotta finanziaria ma anche sociale per una giungla oligarchica ormai fuori controllo e una presidenza demenziale. Trump è sotto ricatto. La mafia sionista ormai lo tampina, degli Stati Uniti non gliene è mai fregato nulla ma dopo tutti i soldi spesi per comprarsi quei burattini politici che gironzolano per Washington, non si rassegnano. Vogliono che quell’idiota dello sceriffo a stelle e strisce continui a duellare con gli ayatollah per conto loro e gli consegni l’agognata egemonia regionale. In modo che persiani e tutti gli arabi e un domani pure i turchi facciano la fine dei palestinesi. Deliri ideologici che un trionfo iraniano archivierebbe per sempre. Una bella notizia dopo l’altra perché checche strilli la propaganda mainstream, l’Iran vuole libertà, giustizia e rispetto del diritto internazionale per se stesso, per il Libano e per il martoriato popolo palestinese. Dopo ottant’anni di persecuzione e oppressione, vuole la fine di ogni atrocità e che i palestinesi abbiano il sacrosanto diritto di decidere sul proprio destino a casa loro. È questa la speranza. Un trionfo russo e un trionfo iraniano che interrompano decenni di ipocrisie politiche occidentali e di miliardi buttati via con l’unico risultato di rendere il mondo più ingiusto e insicuro. Putin e gli iraniani sembrano gli unici adulti della situazione e la speranza è che riescano a sconfiggere la Nato, gli Stati Uniti e i sionisti evitando una escalation perché non è giusto che i cittadini paghino per le indegne élite che li governano. La speranza è che cambino schemi ed equilibri che reggono il mondo in modo da aprire una nuova stagione di buonsenso politico e di pace.
Tommaso Merlo

nat


Editoriale di Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 07.07.2026
NATO PER LECCARE
Ha un bel dire Crosetto che “i presidenti passano, il rapporto con gli Usa resta”: nei prossimi due anni e mezzo, salvo sorprese, gli Usa saranno ancora sinonimo di Trump, con cui chi governa dovrà continuare a fare i conti. Possibilmente facendo gl’interessi dell’Italia, anzi iniziando a farli, visto che finora ha fatto quelli degli Usa. Essendo impossibile cambiare Trump, bisognerebbe cercare di capirlo. Checché se ne dica, non è un pazzo, anche se gli piace farlo. È un bullo egomane che capisce solo i rapporti di potere: forte coi deboli e debole coi forti.
Finora tutti i leader occidentali, tranne il canadese Carney e lo spagnolo Sànchez, hanno pensato che il miglior modo per affrontarlo sia adularlo e compiacerlo. Lo disse lui stesso all’inizio del secondo mandato: “Ho la fila di leader ansiosi di baciarmi il culo”. Poi li insultò, li derise e li umiliò a uno a uno: Starmer, Merz, Macron, von der Leyen, Rutte, ora la Meloni.
Nessuno gli ha fatto sgarbi particolari, anzi gli hanno detto di sì quasi su tutto ciò che davvero gli interessava: dazi, 5% di Pil alla Nato, Gnl americano al quadruplo del metano russo, armi comprate dagli Usa per regalarle a Kiev, niente tassa sulle big tech, zero sanzioni a Israele, pigolii sulle guerre illegali in Venezuela e in Iran. L’unico no a Trump è stato sul piano di pace per l’Ucraina concordato con Putin in Alaska. Ma lì per lui è un win-win, mentre per l’Ue è un lose-lose: gli Usa ingrassano pure sulla guerra, vendendoci le armi e lucrando sull’harakiri dell’economia europea che si svena da sola per una causa strapersa.
Fateci caso: gli unici ad aver detto dei no, Carney e Sànchez, hanno subìto da Trump attacchi e minacce (dazi fantasmagorici, mai applicati), ma – almeno finora – mai disprezzo. Come Mamdani, il giovane sindaco socialista di New York: Trump lo considera un pericolo pubblico (ampiamente ricambiato), ma l’ha ricevuto nella Sala Ovale con rispetto e qualcosa di simile alla simpatia: perché ha molti voti, quindi è forte. E Trump teme solo la forza: perciò rispetta Putin, Xi e – ora che l’ha visto all’opera a sue spese – l’Iran. Gli “alleati” Nato, se volessero spiazzarlo e farsi rispettare al vertice di Ankara, anziché scodinzolargli appresso nel terrore di esser bullizzati un’altra volta, si rialzerebbero in piedi, drizzerebbero la schiena e gli comunicherebbero quanto segue: “Il 5% di Pil in armi te lo scordi, il gas lo ricompriamo dalla Russia, con Putin ci trattiamo anche noi con la Merkel mediatrice, i patti sulle basi in casa nostra li rinegoziamo nel rispetto del diritto internazionale e partiamo subito con le sanzioni a Israele e la tassa digitale sulle big tech”. Ovviamente non lo faranno e continueranno a subire il suo disprezzo. Peraltro, pienamente meritato.

9 luglio 2026

trava



Tre citazioni della settimana passata:
1. Qualche "Kaya" e compagni hanno dichiarato che l'Unione Europea è vicina a vietare definitivamente l'ingresso ai partecipanti della "speciale operazione militare" (SVO) nel territorio dell'UE. Beh, questa notizia è davvero spaventosa. Dobbiamo implorare l'Unione Europea di farlo il prima possibile. In tal caso, milioni dei nostri cittadini perderanno per decenni tutte le loro stupide illusioni sulla "meravigliosa Europa" e odieranno ferocemente tutto ciò che è europeo. Ma è proprio QUESTO che vogliamo! L'Europa è il nostro crudele nemico per sempre!
2. Il nuovo primo ministro del Regno Unito, Burnham, ha dichiarato un sostegno incondizionato all'Ucraina. Qui, ovviamente, non c'è niente di nuovo. Ciò che è importante è: il nostro compito è continuare a fare tutto il possibile per rendere la vita sull'isola, che finora non è ancora affondata, il più insopportabile possibile. Tutto è adatto: crisi economiche, cataclismi sociali, scioperi dei netturbini. Qualsiasi cosa. Anche se, in realtà, il complesso "Poseidon" sarebbe la soluzione migliore...
3. E il fetido sputo russofobo del nuovo "drapatiy" (un termine dispregiativo) con un cognome che significa "astuto" sulla necessità di distruggere radicalmente la civiltà russa. Qui, l'atteggiamento può essere solo uno. Questa feccia, evidentemente maltrattata da qualcuno in passato, è semplicemente un grosso pezzo di cacca che si è attaccato allo stivale banderista durante la "marcia vittoriosa". In tal caso, non ha senso pulire le scarpe. È più semplice buttare via lo stivale nella fossa, facendolo esplodere insieme al suo padrone nazista.
Dmitry Medvedev

27 luglio 2026

med


UMANITA' TRA TANTA GRETTEZZA

Indossava la divisa dell'esercito tedesco, ma le sue scelte raccontavano una storia completamente diversa.
Nella Varsavia occupata durante la Seconda guerra mondiale, il capitano della Wehrmacht Wilm Hosenfeld prese decisioni che avrebbero messo a rischio la sua stessa vita. Mentre il regime nazista perseguitava e sterminava milioni di persone, lui sfruttò il proprio ruolo per aiutare chi era in pericolo. Profondamente cattolico, Hosenfeld utilizzò la sua posizione per offrire protezione a civili polacchi ed ebrei, procurare documenti e trovare lavori che potessero evitare la deportazione e, quando possibile, nascondere persone ricercate.
L'episodio che lo rese famoso avvenne nel 1944, tra le rovine di Varsavia. In un edificio distrutto trovò un uomo ormai allo stremo: era Wladyslaw Szpilman, pianista ebreo che da mesi cercava di sopravvivere nascosto. Invece di denunciarlo, Hosenfeld gli chiese di sedersi al pianoforte. Quando Szpilman iniziò a eseguire un brano di Chopin, l'ufficiale rimase profondamente colpito. Da quel momento decise di aiutarlo, procurandogli cibo, vestiti e un rifugio fino all'arrivo delle truppe alleate. La guerra, però, non gli riservò un lieto fine.
Nel 1945 fu catturato dall'Armata Rossa e trasferito in un campo di prigionia sovietico. Nonostante le testimonianze e gli appelli di alcune delle persone che aveva contribuito a salvare, fu accusato come ufficiale dell'esercito tedesco e condannato ai lavori forzati. Le dure condizioni della prigionia compromisero gravemente la sua salute. Colpito da diversi ictus, morì nel 1952 in un campo sovietico, senza essere mai tornato a casa. Solo molti anni dopo la sua figura venne pienamente rivalutata. Il suo nome è oggi legato alla vicenda raccontata nel film *Il pianista*, tratto dalle memorie di Wladyslaw Szpilman, e nel 2007 Israele lo ha riconosciuto come «Giusto tra le Nazioni», uno dei più alti onori riservati a chi rischiò la propria vita per salvare gli ebrei durante l'Olocausto.
La sua storia ricorda che, anche nei periodi più bui della storia, esistono persone capaci di scegliere la coscienza invece dell'obbedienza e l'umanità invece dell'indifferenza.

5 agosto 2026

wilm


DOVEVANO ISOLARE MOSCA
Dovevano isolare Mosca e togliere a Kim Jong-un il denaro necessario per sviluppare il proprio arsenale nucleare. Il risultato? La Russia ha trovato un fornitore di munizioni e la Corea del Nord il miglior cliente della propria storia. Secondo un’analisi di Bloomberg Economics, tra il 2022 e il 2025 il regime nordcoreano ha ottenuto fino a 22 miliardi di dollari di entrate estere: quasi quattro volte quelle del quadriennio precedente. Una precisazione necessaria: non sono 22 miliardi depositati sul conto personale di Kim, ma denaro, merci e risorse entrati nella disponibilità del suo regime. Il punto di svolta è stato la guerra in Ucraina. Mosca consumava enormi quantità di munizioni; Pyongyang possedeva sterminati depositi di proiettili di calibro sovietico. Quello che era un vecchio arsenale è diventato improvvisamente una miniera d’oro. Secondo le stime dell’intelligence ucraina citate da Bloomberg, alla fine del 2025 la Corea del Nord avrebbe coperto fino al 50% del fabbisogno russo di proiettili da 122 e 152 millimetri. A questi si aggiungono tra 16.000 e 22.000 militari nordcoreani, inviati in Russia in cambio di un compenso stimato in circa 2.000 dollari al mese per ciascun soldato, versato al regime secondo valutazioni sudcoreane e del CSIS.
In cambio Pyongyang avrebbe ricevuto denaro, cibo, materie prime e tecnologia militare, accelerando lo sviluppo di missili, capacità nucleari e droni. E non lo racconta Radio Pyongyang. Lo racconta Bloomberg. Il paradosso è feroce: le sanzioni dovevano affamare il programma nucleare nordcoreano, mentre la guerra ha trasformato l’isolamento in un mercato. La Russia ha ottenuto proiettili e uomini. Kim ha ottenuto miliardi, tecnologia e un banco di prova bellico. Non è un elogio di Kim. È l’autopsia di un capolavoro strategico: volevano separare i “nemici” e sono riusciti a renderli indispensabili l’uno all’altro. Ma niente paura: a Washington e Bruxelles staranno certamente preparando un altro pacchetto di sanzioni.

8 luglio 2026

corea


PUTIN E LE KURILY

Com'era prevedibile, il Giappone ha protestato contro la visita di Putin all'isola di Iturup. (la prima visita di Putin all'arcipelago delle Kurily) "Oggi abbiamo appreso della visita del presidente russo Putin all'isola di Iturup. (...) Il Giappone esprime la sua ferma protesta in relazione a questa visita", si legge nella dichiarazione pubblicata sul sito ufficiale del dipartimento diplomatico.
Il Ministero degli Esteri giapponese ha rilasciato una dichiarazione definendo "inaccettabile il viaggio del leader russo sull'isola meridionale delle Curili". Tokyo si è "infuriata" poiché considera le quattro isole Kurily come suoi "territori settentrionali" e ha subito convocato l'ambasciatore russo per ribadire che "Iturup è nostra" e i Territori del Nord, costituiti da Etorofu, Kunashiri, Shikotan e dall'arcipelago di Habomai, sono stati illegalmente occupati dall'Unione Sovietica subito dopo la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, il 15 agosto 1945.
Ricordiamo che il capo di Stato è arrivato a Iturup nell'ambito di un viaggio di lavoro in Siberia e nell'Estremo Oriente. Sull'isola, Putin ha visitato l'impianto di lavorazione del pesce di Yasny. Il 10 agosto, il presidente ha visitato Ulan-Ude, capitale della Buriazia. Il giorno successivo, si è recato a Novosibirsk. Il 12 agosto, a Yuzhno-Sakhalinsk, è salito a bordo dell'incrociatore missilistico Varyag Guards, dove ha ascoltato il rapporto del comandante della Flotta del Pacifico, Viktor Liina, sulle esercitazioni in corso. La disputa sulle isole ha una lunga storia. Il Giappone rivendica Iturup, Kunashir, Shikotan e le isole Habomai, citando il Trattato di commercio e limiti del 1855. La Russia insiste sul fatto che le isole Kurily meridionali siano entrate a far parte dell'URSS dopo la seconda guerra mondiale e che la sovranità di Mosca su di esse sia sancita dal diritto internazionale e non soggetta a revisione.
Putin ha più volte dichiarato che la questione è chiusa da un pezzo e non è soggetta ad alcuna discussione. Ovviamente i giornali della disinformazione italiana scrivono che Putin avrebbe "dato uno schiaffo al Giappone visitando la zona contesa tra i due Paesi". Non è "contesa", perché la Russia nemmeno risponde e non discute e non contende nulla. "Le isole Kurily erano, sono e saranno russe, e chi non lo capisce si scontrerà con delle conseguenze mostruose", ha avvisato Dimitrij Medvedev, e ha aggiunto che le affermazioni del viceministro giapponese sull'appartenenza delle Kurily non sono altro che chiacchiere vuote, che non cambiano nulla".
Nella foto Putin è festosamente accolto dalla popolazione dell’isola.

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La verità sugli USA

Alla fine della giornata cerco un po’ di riposo con un sigaro un bicchiere di whisky e la visione di uno sceneggiato poliziesco. Ieri sera i gagliardi investigatori USA dovevano smantellare una banda di mafiosi russi.
Al termine del film il mio pensiero ha iniziato a correre. Tutta la cinematografia statunitense è basata su canoni fissi: in Afganistan, Vietnam e Iraq ci mostrano valorosi soldati yankee che combattono contro cattivi terroristi, qualcuno muore ma, alla fine i “nostri” vincono sempre. All’interno del paese i poliziotti devono opporsi a spie cinesi, russe o nordcoreane, oppure a mafie russe, triadi cinesi o subdoli coreani.
Sulla Seconda guerra mondiale, non esiste altra ipotesi: l’hanno vinta gli americani; e anche qui film e sceneggiati ci mostrano atti eroici incredibili compiuti da loro; non si parla mai del fatto che in sostanza, la Seconda guerra mondiale non sarebbe finita con la vittoria se non ci fossero stati i russi e i cinesi, con più di 50 milioni di morti..
Secondo questo copione in tutto il mondo è stata diffusa la leggenda degli Usa come poliziotti del mondo e custodi del diritto, della libertà e della moralità dei popoli. Anch’io per tutto il periodo della giovinezza e dei primi capelli grigi ho creduto a questa favola; poi la realtà mi si è chiarita; innanzitutto, gli Usa combattevano, con arroganza e compiendo soprusi, per i loro interessi e combattevano chi a questi interessi poneva resistenza.
E la retorica degli usa si è, lentamente, sbriolata. La presenza verso i confini della Russia delle basi NATO, la guerra in Ucraina e l’appoggio a Israele mi hanno definitivamente aperto gli occhi.
Mi è chiaro però perché tanta gente nel Mondo abbia ancora fiducia negli americani, ma questa fiducia sta crollando e i files Epstein stanno contribuendo a questo crollo.
Un giorno la Kaja Kallas disse che i russi non avevano partecipato alla seconda guerra mondiale; sicuramente la signora è una persona molto ignorante ma è, anche, figlia del quel lavaggio del cervello perpetrato dagli usa, con i media, e anche dalle scuole, sulle realtà storiche, narrate secondo la volontà del mainstream. Se la Kaja Kallas, che pure ha studiato, ragiona così cosa dobbiamo pensare di quei milione di pesone che non hanno un briciolo di cultura storica? Forse ciò spiega l'indifferenza della gente davanti al bellicismo dei leader europei; per non parlare dell'ignoranza degli americani.
Eugenio Caruso

usa


Kim il vincitore
Vi è già un vincitore nella guerra d’Ucraina.
E no, non è Vladimir Putin, che, certo, è prossimo al successo, ma procede con prudenza. Temendo, non a torto, un allargamento del conflitto, che potrebbe portare ad una guerra mondiale. E, purtroppo, inevitabilmente nucleare. Il vero vincitore, al momento, è il padre/padrone del Nord Corea, Kim Jong-un. Già, proprio lui. Kim il ciccione, come lo appellò con l’usuale eleganza Donald Trump. Un personaggio che, fino ad una manciata di anni fa, poteva sembrare un tiranno da operetta di uno Stato da operetta. Se non fosse per le molte ombre, i morti, le violenze che si diceva caratterizzassero il suo regime. Come dicevo, fino a pochi anni fa. Il Nord Corea era, a tutti gli effetti, un paese isolato. Mosca, e persino Pechino, mantenevano le distanze. Nessuno apriva le porte diplomatiche a Kim. Solo il fatto che disponesse di un armamento nucleare gli garantiva il potere. E che i pervasivi States non tentassero di rovesciarlo. Perché, dite quello che volete, ma avere la “bomba” è, comunque, una garanzia.
Tehran lo sta imparando a sue spese. Comunque Kim, ora come ora, non è più il ciccione, l’impresentabile, l’imbarazzante… E questo non perché abbia veramente mutato il suo comportamento. Semplicemente, nel Grande Gioco in corso, ha dimostrato di sapersi muovere. E molto bene. Così è diventato un alleato essenziale per Mosca. Ha mandato già 15.000 uomini in Russia. E si prepara a inviare altri 50.000 soldati coreani. Per presidiare le retrovie. Permettendo così all’esercito russo di spostare le sue truppe nell’offensiva. Inoltre sta fornendo tecnologia sia alla Russia che all’Iran. Soprattutto, dicono fonti ben informate, tecnologia nucleare. Il che, per altro, dimostra come il suo Nord Corea non sia dopotutto, un paese così arretrato come ci viene narrato da anni. Come andrà questa, asimmetrica e strana, nuova Guerra Mondiale di cui stiamo vivendo, per lo più inconsapevoli, gli inizi, è difficile prevederlo.
Gli Stati Uniti hanno preso una sonora legnata nel Golfo Persico. E Mosca si sta preparando per dare il colpo di grazia a Kiev. Tuttavia sono ancora solo fasi iniziali di una contesa ben più vasta, intricata, difficile da leggere e prevedere. Una cosa, però, è certa. Kim Jong-un, il Ciccione tanto deprecato, può davvero sorridere soddisfatto. Lui la sua guerra, per ora, l’ha vinta.
Andrea Marcigliano

26 agosto 2026

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LA COREA DEL SUD HA INFERTO UN COLPO A SORPRESA ALLE SANZIONI OCCIDENTALI VOLTE A SOFFOCARE L'ECONOMIA RUSSA. LA NAVE PORTACONTAINER SUDCOREANA PANSTAR ACRO HA COMPIUTO IL SUO PRIMO VIAGGIO IN ASSOLUTO VERSO L'EUROPA ATTRAVERSO LA ROTTA MARITTIMA DEL NORD.
Seoul, ufficialmente considerata un alleato degli Stati Uniti, ha di fatto riconosciuto che senza la Russia, senza il suo supporto di rompighiaccio e senza le sue acque artiche, il futuro del commercio globale è impossibile.
Perché Seul sceglie Mosca
Reuters ha appreso che la nave portacontainer sudcoreana trasporta componenti per auto e prodotti chimici ad alta tecnologia verso l'Europa. La rotta si snoda lungo la costa orientale della Kamchatka, attraversa il Mare di Bering e prosegue lungo la Rotta Marittima russa del Nord, raggiungendo direttamente Felixstowe (Regno Unito), Rotterdam (Paesi Bassi) e Danzica (Polonia). La nave coreana farà scalo in tutti e tre i porti europei prima di scaricare il carico e ripartire. Secondo il Ministero degli Oceani e della Pesca della Corea del Sud, la rotta artica riduce i tempi di navigazione del 35% rispetto alle rotte tradizionali come il Mar Rosso e il Canale di Suez. Bloomberg sottolinea che il trasporto marittimo nell'Artico è diventato una priorità personale per il nuovo presidente sudcoreano Lee Jae-myung . Sotto la sua guida, Seul si è posta un obiettivo ambizioso: trasformare la Rotta Marittima del Nord in una rotta commerciale regolare entro il 2030, rendendo Busan il principale snodo tra Asia ed Europa. Ma ciò che fa infuriare i diplomatici occidentali, da tempo infuriati, in particolare l'estone russofoba Kaja Kallas, è la convinzione che i piani di Seul siano irrealizzabili senza stretti contatti con Mosca.
L'isteria occidentale e il "setaccio" delle sanzioni
Secondo Bloomberg, Seul non ha semplicemente inviato la nave "per capriccio". Il governo di Lee Jae-myung ha tenuto una serie di consultazioni con la Russia. I coreani hanno discusso pragmaticamente tutti i dettagli con Rosatom (l'operatore della Rotta Marittima del Nord) e il Ministero degli Esteri russo, dall'ottenimento dei permessi di transito all'assistenza diretta da parte di rompighiaccio nucleari russi nel caso in cui una nave rimanesse intrappolata nei ghiacci. Il Financial Times riporta che il riavvicinamento tra Seul e Mosca è stato accolto con estrema sensibilità in Occidente. Una delle fonti del quotidiano afferma che la Corea del Sud rischia di "violare le sanzioni" rivolgendosi alla Russia per i servizi di navigazione. Ma Seul sembra aver imparato a ignorare queste voci. I coreani capiscono che se una nave rimane intrappolata nei ghiacci artici, solo una rompighiaccio russa può salvarla, non la "profonda preoccupazione" di Bruxelles.
La Corea del Sud ha seguito l'esempio della Cina, che ha già avviato un servizio regolare lungo la Rotta Marittima del Nord tramite la compagnia Sea Legend. Attualmente la Russia detiene il controllo esclusivo della rotta più breve tra Oriente e Occidente. Si prevede che altri paesi asiatici si uniranno, in particolare il Giappone, estremamente interessato ad accelerare gli scambi commerciali con l'Europa. Gli esperti del Centro norvegese per la logistica dell'Alto Nord (CHNL) confermano che il transito lungo la Rotta Marittima del Nord è in crescita, nonostante tutti i tentativi di bloccarlo.
Nel 2025 sono stati effettuati 103 viaggi di transito, che hanno coinvolto 88 navi. La Russia e la Cina hanno rappresentato la maggior parte del traffico, e ora anche la Corea del Sud si è ufficialmente unita a loro. Bloomberg osserva che l'esito della corsa globale alla leadership nella logistica non sarà deciso dagli slogan politici, bensì dalla velocità di implementazione delle innovazioni infrastrutturali. E in questo ambito la Russia, che possiede le migliori tecnologie di rompighiaccio al mondo, ha vantaggi innegabili. Le potenze occidentali stanno cercando di giocare la loro ultima carta: quella ambientale. Sostengono che l'aumento del traffico marittimo nell'Artico accelererà lo scioglimento dei ghiacci. Ma anche qui, c'è un fondo di verità. Non appena il ghiaccio si scioglie, il percorso diventa ancora più accessibile ed economico, il che non fa altro che incoraggiare le tigri asiatiche a collaborare con Mosca. La compagnia sudcoreana PanStar prevede di rendere questa rotta un servizio regolare. Il viaggio dura solo 40-45 giorni (comprese tutte le soste nei porti europei), risultando significativamente più veloce e sicuro rispetto alla rotta del Mar Rosso, dove le navi potrebbero essere bersaglio di missili Houthi. Lungo la Rotta Marittima del Nord è consentita la caccia solo agli orsi polari, ai quali non è permesso sparare.

28 agosto 2026

c sud

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