I MEDIA RESPONSABILI DI GUERRE E INSTABILTA' POLITICHE
Perché proprio mentre si accendeva la possibilità della pace, l’Occidente mediatico riceveva il carburante emotivo necessario a rendere impossibile qualsiasi trattativa: la “strage di Bucha”. Le immagini dei cadaveri ‘in fila indiana’, ordinati, lungo la via Yablonskaya divennero immediatamente il sigillo definitivo della barbarie russa. Nessuna prudenza, nessuna verifica approfondita, nessun dubbio consentito. La macchina narrativa si mise in moto con una velocità impressionante: chiunque chiedesse chiarimenti, tempi, dinamiche, indagini indipendenti o peggio sollevasse dubbi… veniva automaticamente sospinto nel campo della propaganda filorussa.
Quelle immagini furono usate come uno strumento politico e psicologico per consolidare una percezione assoluta del conflitto: il male da una parte, il bene dall’altra. Ancora oggi, ogni drone ucraino (il bene), che cade da qualche parte, è, per definizione del main steam, russo (il male).
La menzogna, sulle trattative di Istambul consiste soprattutto nell’aver prostrato l’informazione a interessi geopolitici ed economici, trasformando giornali e televisioni in strumenti di mobilitazione emotiva permanente, nel principio dell'emergenza. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di verificare, dubitare, contestualizzare. Invece, troppo spesso, si è limitato a ripetere slogan, selezionare immagini funzionali e creare un clima che potesse dare una patente di moralità alla guerra o alle rivoluzioni pilotate. L'asservimento dei media è consentito grazie all'immensa ignoranza di giornalisti e presentatori; si salvano solo pochi blogger, gestiti da professionisti seri tacciati, se va bene, di putinismo.
Nel 1992 una fotografia fece il giro del mondo: un uomo scheletrico, apparentemente rinchiuso dietro un filo spinato. I Balcani vennero immediatamente riletti attraverso la lente del genocidio. L’intervento militare divenne una necessità morale. Solo anni dopo si scoprì che quel filo spinato non circondava i prigionieri, ma i giornalisti che erano nel recinto e fecero avvicinare i profughi al filo spinato per scattare le foto. L’inquadratura aveva ribaltato la realtà. Ma quella narrazione non venne corretta. (Ricordo che caccia italiani bombardarono Belgrado con Mattarella ninistro della difesa e Massimo D'Alema capo di governo).
Il danno era fatto.
E così la foto dei prigionieri nel campo di Trnopolje divenne la “pistola fumante” che provava, oltre ogni dubbio, l’esistenza dei campi di concentramento “nazisti” dei serbi.
L’immagine selezionata, il dettaglio isolato, l’interpretazione suggerita diventano la cornice entro cui il pubblico era chiamato a leggere la realtà. Non importa se, col tempo, quella cornice si rivelerà falsa: l’effetto politico era già stato prodotto.
Nel febbraio 2003, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Colin Powell sollevò una piccola fialetta. Disse che conteneva l’antrace, simbolo delle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein aveva nascosto.
Non servivano prove complesse. Bastava l’oggetto.
Quella fialetta — minuscola, astratta, priva di contenuto verificabile — divenne il fulcro emotivo e simbolico di una guerra che avrebbe devastato l’Iraq, destabilizzato il Medio Oriente e aperto la strada alla nascita dell’ISIS.
Anni dopo, Powell stesso ammise che quelle informazioni erano false. Le armi di distruzione di massa non esistevano. Ma come nel caso della Bosnia, la smentita arrivò quando la storia era già stata scritta.
Nel 2010 ebbero inizio le cosidette primavere arabe; le foto di manifestanti, le immagini televisive, la foto della cattura di Saddam Hussein nel 2003, il video della cattura di Gheddafi, nel 2011,
innescarono un processo a catena che trasfomò nazioni autocratiche, ma stabili, in regioni destabilizzate da conflitti interni, governate da tribu e clan locali. Dove era l'ordine nacque il disordine. Il mainstream esultò alla vittoria della "democrazia"; nessuno mise in dubbio il fatto che tutto era pilotato dai servizi segreti occidentali.
Se si osservano insieme Bosnia 1992, Iraq 2003, primavere arabe 2010 e Ucraina 2022, ciò che emerge non è una semplice successione di errori mediatici o coincidenze. Emerge un metodo. Una procedura. Un meccanismo strutturale attraverso cui l’opinione pubblica viene accompagnata psicologicamente verso l’accettazione della guerra.
Prima si seleziona un’immagine emotivamente devastante.
Poi la si amplifica fino a renderla simbolo assoluto del conflitto.
Infine si costruisce attorno ad essa una narrazione: bene contro male, civiltà contro barbarie, democrazia contro mostro.
A quel punto il dibattito finisce.
Chi chiede verifiche viene delegittimato.
Perché le guerre contemporanee non nascono più soltanto da rivalità territoriali o ideologiche. Esiste ormai un intreccio permanente tra finanza, industria bellica, apparati politici, intelligence, grandi piattaforme informative, il circolo Epstein. Un sistema integrato nel quale il conflitto non rappresenta più il fallimento del sistema, ma spesso il suo motore economico.
La guerra produce debito, riarmo, dipendenza energetica, controllo geopolitico, espansione industriale, trasferimenti giganteschi di denaro pubblico verso il complesso militare-industriale. Produce profitti immensi. E quei profitti alimentano centri di potere sempre più influenti, capaci di orientare politica, informazione e percezione pubblica.
Per questo l’informazione diventa decisiva.
Non serve più censurare. Basta saturare lo spazio pubblico con un’unica cornice emotiva. Basta trasformare ogni dubbio in eresia morale. Basta convincere le persone che la guerra non sia una scelta politica discutibile, ma una necessità inevitabile.
2 giugno2026

IMPRESA OGGI

Tratto da https://www.impresaoggi.com/it2/2699-mondo/