La battaglia di Legnano è, solitamente interpretata dalla storiografia come un fatto di modesta importanza; ricordo che parlandone con un professore universitario (Sapienza di Roma) questi sosteneva che quella battaglia poteva essere considerata una scaramuccia locale di nessuna rilevanza storica. Eppure quella battaglia segnò dei record assoluti.
INNANZITUTTO FU LA PRIMA VOLTA CHE UN ESERCITO DI FANTI RIUSCISSE A SCONFIGGERE UN ESERCITO COSTITUITO DA CAVALLERIA PESANTE.
E' STATA L'UNICA GUERRA VINTA DA UN ESERCITO DI ITALIANI CONTRO UN ESERCITO DI TEDESCHI.
La vittoria della Lega fu totale e cambiò il corso della storia: l’imperatore non scese più in Italia e riconobbe le autonomie comunali (Pace di Costanza, 1173). Da allora gli imperatori tedeschi smisero di scendere a valle per razziare e distruggere.
“Signori milanesi,” il consol dice,
La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle"
Carducci "Il parlamento"
Quanto avvenne nei dintorni di Legnano fu un grande fatto storico. Per numero di combattenti e di morti questa battaglia superò altre battaglie dell’XI e del XII secolo; le stime parlano, da parte imperiale, di 3.000 teutonici di cavalleria pesante, soldati di profesione e qualche migliia di fanti e da parte della lega 10-15.000 fanti e circa 3.000 cavallieri. Ma soprattutto Legnano merita di essere ricordata perché fu la prima battaglia in cui la fanteria ebbe il sopravvento sulla più titolata cavalleria aristocratica. L’umile artigiano gettava nella polvere il principe tedesco.
Fu la vittoria delle forze popolari del Nord Italia rispetto alle vecchie aristocrazie medievali. Simbolicamente fu la vittoria dei ceti sociali cresciuti con i commerci e le attività produttive (le borghesie cittadine) rispetto alle vecchie forze sociali legate alla grande proprietà terriera.
Un mondo nuovo trovava la consacrazione a Legnano.
Dopo la battaglia, lunghi negoziati portarono alla firma della pace di Costanza, che prevedeva innanzitutto il riconoscimento della Lega Lombarda da parte di Federico Barbarossa. Per quanto riguarda le singole città, l'imperatore faceva concessioni amministrative, politiche e giudiziarie in particolare, Federico concesse un'ampia autonomia rispetto alla gestione delle risorse del territorio come i boschi, le acque e i mulini, nei confronti delle cause giudiziarie e le relative pene e, infine, riguardo agli aspetti militari, come il reclutamento dell'esercito e la libera costruzione di mura difensive e di castelli. Per quanto concerneva le vicende giudiziarie, i vicari imperiali sarebbero intervenuti nelle contese solo per le cause d'appello che avessero coinvolto beni o risarcimenti di valore superiore a 25 lire, ma applicando le leggi vigenti nei singoli comuni. Inoltre, il Barbarossa confermava le consuetudini che le città avevano conquistato nei trent'anni di scontri con l'Impero, e concedeva ufficialmente alle municipalità il diritto di avere un console, che doveva però giurare fedeltà all'imperatore.

Massima estensione del Ducato di Milano
(Ricordo che, da giovane, girando per la Toscana, mi imbattei, con mia meraviglia, in alcuni castelli risalenti al ducato di Milano).
Migliorarono anche i rapporti tra l'impero e Milano; dopo 200 anni Milano diventerà uno dei ducati più importanti dell'impero. Il ducato fu costituito ufficialmente l'11 maggio 1395, quando Gian Galeazzo Visconti, già Vicario Imperiale e Dominus Generalis di Milano, ottenne il titolo di Duca di Milano per mezzo di un diploma firmato a Praga da Venceslao di Lussemburgo, Re dei Romani e di Boemia. La nomina fu ratificata e celebrata a Milano il 5 settembre 1395. Gian Galeazzo Visconti ottenne la patente per inquartare il biscione visconteo con l'Aquila imperiale nella nuova bandiera ducale.
Al diploma imperiale del 1395, che istituiva il nuovo ducato esteso alla sola città di Milano e al suo "contado", seguì un secondo documento datato 13 ottobre 1396 con il quale furono estesi i poteri ducali a tutti i domini viscontei, e dove sono citati i centri più significativi del ducato: Alessandria, Asti, Avenza (Carrara), Bassano del Grappa, Belluno, Bergamo, Bobbio, Borgo San Donnino (Fidenza), Bormio, Brescia, Crema, Cremona, Como, Feltre, Lodi, Novara, Novi Ligure, Parma, Piacenza, Pontremoli, Reggio nell'Emilia, Riva del Garda, Rocca d'Arazzo, Sarzana, Soncino, Tortona, Vercelli, Verona, Vicenza. Inoltre fu adottata la primogenitura maschile legittima per la successione dinastica e fu creata la Contea di Pavia, appannaggio dell'erede al trono. Nel 1397 un ulteriore diploma imperiale istituì tra i feudi viscontei la contea di Angera (25 gennaio 1397).

Lo stemma ducale di Milano
DESCRIZIONE DELLA BATTAGLIA DI LEGNANO (29 maggio 1176)
Dopo aver passato la notte a Cairate, Federico Barbarossa riprese la marcia su Pavia dirigendosi verso il Ticino. Nel frattempo alcune avanguardie dell'esercito della Lega Lombarda di stanza a Legnano, formate da 700 cavalieri, si staccarono dal grosso dell'esercito e perlustrarono il territorio tra Borsano e Busto Arsizio. Secondo altre fonti, i cavalieri controllarono invece la zona tra Borsano e Legnano. A 3 miglia (circa 4,5 km) da Legnano, nei pressi di Cascina Brughetto, i 700 cavalieri comunali in avanscoperta incrociarono — appena fuori da un bosco — 300 cavalieri dell'esercito imperiale in perlustrazione, che rappresentavano però solo le avanguardie delle truppe di Federico. Essendo numericamente superiori, i cavalieri della Lega attaccarono la colonna imperiale riuscendo, perlomeno all'inizio, ad avere la meglio. Subito dopo i primi scontri, il Barbarossa sopraggiunse con il grosso dell'esercito e caricò le truppe comunali. Alcuni cronisti dell'epoca riportano che i consiglieri del Barbarossa avessero suggerito all'imperatore di temporeggiare per preparare una nuova strategia, ma il sovrano avrebbe rifiutato per approfittare della superiorità numerica e per non essere costretto a indietreggiare verso territori ostili; inoltre, una ritirata avrebbe intaccato il prestigio dell'imperatore. Le sorti della battaglia dunque si ribaltarono e le truppe imperiali costrinsero le prime file dell'esercito comunale a indietreggiare.
Il forte impatto subìto obbligò poi i cavalieri comunali a ritirarsi verso Milano, lasciando soli i soldati che erano a Legnano a difesa del Carroccio. Il Barbarossa decise quindi di attaccare quest'ultimo con la cavalleria, dato che esso era difeso solo dalla fanteria — secondo i canoni dell'epoca reputata nettamente inferiore alla cavalleria — e da un esiguo numero di milizie a cavallo.
A questo punto accadde un fatto eccezionale rispetto alla tradizionale dominanza della cavalleria sulle fanterie propria di quel periodo. A Legnano i fanti comunali, con i pochi cavalieri rimasti, dopo essere stati attaccati dal Barbarossa, si sistemarono intorno al Carroccio (mantenendo però una certa distanza dal simbolo delle loro municipalità), organizzandosi su alcune linee difensive lungo un semicerchio ampio 2–3 km, ognuna delle quali era formata da soldati protetti da scudi e spade. Tra uno scudo e l'altro erano poi allungate le lance, con la prima fila di fanti che combatteva in ginocchio così da formare un coacervo di lance puntate contro il nemico, una sorta di falange.
“Signori milanesi,” il consol dice,
“L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo?”
“A lancia e spada,” tona il parlamento,
“A lancia e spada, il Barbarossa, in campo!”
Durante il combattimento, che durò otto-nove ore dal mattino alle tre del pomeriggio e che fu caratterizzato da ripetute cariche inframmezzate da lunghe pause per far rifiatare e risistemare gli eserciti, le prime due linee cedettero, ma la terza resistette agli urti. Secondo altre fonti, le file che capitolarono furono invece quattro, con una quinta e ultima che respinse gli attacchi.
Nel frattempo le truppe comunali che stavano ripiegando verso Milano incontrarono il grosso dell'esercito della Lega Lombarda in movimento verso Legnano; l'esercito comunale, ora riunificato, dopo essersi riorganizzato si mosse verso Legnano e giunto nel punto dove si trovava il Carroccio attaccò sui fianchi e da tergo le truppe imperiali, che erano già stanche per i vani assalti al carro comunale. Con l'arrivo della cavalleria, anche i fanti intorno al carro comunale passarono alla controffensiva. Intuendo che il cuore della battaglia fosse ormai intorno al Carroccio, Federico Barbarossa, con l'audacia che gli era abituale, si gettò nel mezzo della mischia cercando di incoraggiare le sue truppe, senza però apprezzabile risultato. Nel fervore della battaglia il suo cavallo fu ferito a morte e l'imperatore sparì alla vista dei combattenti; in aggiunta, il portastendardo dell'esercito imperiale fu ucciso trapassato da una lancia. Gli imperiali, attaccati su due lati, cominciarono quindi a scoraggiarsi e andarono incontro a una sconfitta totale.
La strategia degli imperiali di resistere fino a sera per poi, al termine dello scontro, ripiegare per rifiatare e riorganizzarsi non andò a buon fine. Essi tentarono di fuggire verso il Ticino passando da Dairago e Turbigo, ma furono inseguiti dalle truppe della Lega Lombarda per otto miglia. Le acque del fiume furono il teatro delle ultime fasi della battaglia, che si concluse con la cattura e l'uccisione di molti soldati dell'esercito imperiale (fu una strage) e con il saccheggio del campo militare di Federico Barbarossa. L'imperatore stesso incontrò difficoltà a sfuggire alla cattura e a raggiungere la fedele Pavia.
Dopo la battaglia i milanesi scrissero ai bolognesi, loro alleati nella Lega, una lettera dove affermavano, tra le altre cose, di avere in custodia, proprio a Milano, un cospicuo bottino in oro e argento, lo stendardo, lo scudo e la lancia imperiale e un gran numero di prigionieri, tra cui il conte Bertoldo IV di Zähringen (uno dei principi dell'Impero), Filippo d'Alsazia (uno dei nipoti dell'imperatrice) e Gosvino di Heinsberg (il fratello dell'arcivescovo di Colonia).
IL CARROCCIO, che ha origine longobarda, era inizialmente utilizzato dagli arimanni come carro da guerra La sua funzione diventò prettamente simbolica, con l'aggiunta della croce, delle insegne cittadine, dell'altare e con la sua conservazione nella chiesa principale della città in un momento individuabile tra il 1037 ed il 1039 grazie all'arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano, che ne impose l'uso in uno degli assedi che Corrado II il Salico fece a più riprese a Milano. In altre parole, il Carroccio, da mezzo bellico, diventò strumento prettamente politico. Da Milano il suo uso si diffuse in molti comuni dell'Italia settentrionale, in Toscana e fuori d'Italia, fino alla decadenza nel secolo XIV. Sui documenti medievali il Carroccio è chiamato carochium, carozulum, carrocerum o carrocelum, mentre in dialetto milanese dell'epoca era probabilmente denominato caròcc.
La sua diffusione si estese ad altre città longobarde, ma ciò non può essere spiegato come una pura riproduzione del Carroccio milanese. Inoltre, i discendenti degli arimanni, ancora a cavallo tra il XI e il XII secolo, avevano mantenuto, nella società medievale dell'Italia settentrionale, una certa autonomia ed erano riconoscibili per diverse prerogative specifiche, sebbene la dominazione longobarda fosse terminata da qualche secolo.

Il carroccio milanese
5 giugno 2026
IMPRESA OGGI
