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ITALIA IN CRISI

E NOI PAGHIAMO
Editoriale di Marco Travaglio
09 luglio 2026
Se il giornalismo esistesse ancora, la stampa europea inchioderebbe i leader Nato a una domanda: “Ci spiegate perché l’Europa dovrebbe buttare altre centinaia di miliardi nelle armi, levandoli allo Stato sociale?”.
1) Rutte: “La Russia, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica”. Generale americano Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato in Europa: “Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Infatti gli Usa ritirano risorse militari in Europa (verso il Golfo e il Pacifico), pur mantenendovi basi e soldati per presidiarla e usarla come pista verso il Medio Oriente, perché non credono a minacce russe. La Nato di Grynkewich è la stessa di Rutte, o un’altra a noi ignota?
2) Gli europei s’impegnano a spendere per la difesa Nato il 5% del Pil, mentre gli Usa sono al 3,1. Nel 2026 le loro spese per la difesa salgono dai 418 miliardi del 2025 a 454, cioè il 2,4% del Pil Ue e la metà del bilancio del Pentagono, mentre la Russia ne spende appena 150 (1/3 dell’Ue e 1/10 della Nato) non solo per la guerra, ma per difendere il suo territorio di Paese più vasto del mondo.
3) La Nato spillerà ai suoi soci (Usa esclusi) altri 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, che non ne fa parte (la Meloni era contro la formula biennale, poi si è subito calata le brache). Ma Trump annuncia che “la guerra sta per finire”, forse perché ha saputo quel che accade sul campo: caduta Kostjantynivka, ora tocca a Lyman, poi ai russi restano due roccaforti per completare la conquista del Donetsk (Kramatorsk e Sloviansk). Che senso ha pianificare fondi per due anni, se tra pochi mesi potrebbe non esistere più un fronte ucraino da difendere?
4) Zelensky firma accordi con Paesi Ue per venderci un quarto delle armi e munizioni prodotte dall’Ucraina, ma intanto continua a chiederci armi gratis e soldi per fabbricarle (in 52 mesi ha avuto 215 miliardi dall’Europa e 115 dagli Usa, che ora hanno smesso). Ma se ne ha in sovrappiù, perché seguitiamo ad armarlo e a finanziarlo? E, se gliene servono di diverse, perché quelle che ci vende non ce le facciamo regalare?
5) Rutte, a sua insaputa, confessa al Financial Times: “Europa e Canada si sono impegnati ad acquistare armi dagli Usa per 300 miliardi di dollari. Questo ha l’effetto di sostenere circa 195mila posti di lavoro negli Usa”. Quindi la Nato è il bancomat di Trump, di Zelensky e delle loro industrie militari. E noi europei ci imbottiamo di armi per continuare, con più mezzi, nell’esercizio che ci riesce meglio: spararci nelle palle.
Il Fatto Quotidiano

10 luglio 2026

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«MARCO REVELLI: "IL CAMPO LARGO NON SCALDA: NEL PD TROPPI TIFANO GUERRA"» DI LUCA DE CAROLIS - FQ 12 LUG 2026
N.B.: «“La priorità deve essere il No alle armi. Conte sulla Russia? Puro buon senso”»!

«La diagnosi è severa: “La piazza di Napoli racconta che questa aggregazione non scalda il cuore a un elettorato disorientato”. La prescrizione è precisa: “Bisogna sciogliere il nodo che dovrebbe essere il primo punto dell’agenda politica, ossia la linea sulla pace e sulla guerra”. Marco Revelli, professore di Scienza Politica presso l’università degli Studi del Piemonte orientale, commenta lo stato della coalizione progressista dopo il flop dell’evento a Napoli di mercoledì scorso.
- A suo dire questa alleanza “non scalda”. Perché?
Premetto che la grettezza, la volgarità e l’incapacità della coalizione guidata da Giorgia Meloni può far comunque sperare che nelle Politiche il campo largo, o comunque lo si voglia chiamare, possa non perdere o addirittura vincere.
- Però?
Però il punto è che nel centrosinistra manca chiarezza sulla linea e sulle proposte. E la vera macina al collo di questa coalizione resta la posizione rispetto al tema della guerra. Qualcosa di inaccettabile, visto che stiamo precipitando verso un disastroso conflitto di grandi dimensioni, con tutto l’Occidente che ragiona ormai in termini di riarmo. Ma il toro va preso per le corna. I Progressisti si esprimono di continuo contro il riarmo. Compresa Elly Schlein, che pure ha i suoi problemi interni. La segretaria del Pd ha fatto qualche passo avanti sul tema, ma l’impressione è che si muova sempre su un campo minato. Ogni volta che fa affermazioni anche timide contro la logica delle armi, si scatenano contro i Delrio, i Fassino e i Guerini di turno. Per non parlare del gruppo parlamentare dem in Europa. La verità è che nel Pd c’è un partito della guerra che condiziona la segretaria.
- Potrebbero obiettarle che Putin rappresenta una minaccia per l’Europa, e che quindi bisogna rafforzarsi militarmente, no?
Questa è propaganda, non un ragionamento basato su dati di fatto. Putin è il più occidentale nella nomenklatura russa, e sa perfettamente che portare il conflitto fuori dell’Ucraina gli costerebbe enormemente. Sarebbe un’operazione suicida. Ma purtroppo tanti parlano di politica internazionale con toni macchiettistici. Ma così si corre verso un riarmo simmetrico dei fronti, e quindi verso il rischio di un conflitto globale, come avvenne nella prima guerra mondiale. A Napoli Giuseppe Conte ha sostenuto: “Stanno creando una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti”. Ed è successo un putiferio, anche nel Pd e dintorni. Conte ha detto una cosa di buon senso, evidente a chiunque sia in buona fede. Ma mezzo Pd è esploso. Una reazione significativa, alimentata da un sistema mediatico ormai in gran parte asservito a questa logica di guerra.
- Cosa dovrebbe fare Schlein?
Ah, non vorrei essere nei suoi panni. È stata eletta segretaria da un mondo di sinistra che va oltre i confini del Pd. Ma per lei e tutto il campo progressista quello della guerra resta il primo punto da chiarire. È inutile aggiungere pezzi di programma se non si parte prima da lì.
- Il problema comunque è il Pd?.
Assolutamente sì. A Napoli c’è stata la contestazione della sinistra extraparlamentare di Potere al Popolo. Tutti hanno il diritto di fischiare, ma credo che PaP abbia dimostrato di non avere davvero il senso dell’opportunità. Con quel comportamento ha perso un’occasione.
- Restando fuori dei partiti tradizionali, si continua a parlare di una discesa in campo di Alessandro Di Battista, pacifista convinto. Che effetti potrebbe avere sul campo largo?
Non saprei dirlo con precisione. La sua forma di comunicazione potrebbe funzionare. Ma credo sia tardi per nuovi innesti a sinistra. Difficilmente Di Battista farebbe accordi con i Progressisti…
- Sì, anche questo va considerato. Dopodiché, professore, ci sarebbe da ricordare anche Matteo Renzi. A suo dire a Napoli la manifestazione è andata male perché mancava la componente riformista: cioè, mancava innanzitutto lui.
Guardi, mi lasci stendere un velo pietoso. I problemi sono ben altri.»

13 luglio 2026

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RIARMO EUROPEO: UN GRANDE BLUFF
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin. Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità. I restanti 150 miliardi, il famoso strumento Safe, sono prestiti: debito comune che gli Stati beneficiari dovranno restituire, fino a 45 anni di rate. Il tutto approvato invocando l’articolo 122 del Trattato, la procedura d’emergenza che ha permesso di scavalcare il Parlamento europeo, nonché le regole minime della democrazia. E i risultati? Tra gennaio e febbraio di quest’anno la Commissione ha approvato i piani nazionali di spesa Safe: sommandoli tutti, si arriva a circa 150 miliardi. Meno del 20% della cifra annunciata, e interamente sotto forma di debito. Il resto è rimasto ciò che era fin dall’inizio: una simulazione di eurocrati, un atto di propaganda. Ma la contabilità è solo la superficie del problema. La verità più profonda riguarda la funzione che questo bluff svolge per le classi dirigenti europee. Il riarmo è stato annunciato da governi incapaci di affrontare i veri problemi del continente: la deindustrializzazione accelerata dal suicidio energetico, la stagnazione economica, il crollo del tenore di vita delle classi medie, la perdita di competitività, l’oscena concentrazione della ricchezza. Di fronte a questa agenda, che richiederebbe visione e coraggio, le élite hanno scelto la scorciatoia più antica del mondo: il nemico esterno. La “minaccia russa” ha il pregio di non richiedere alcuna riforma, alcun conflitto con gli interessi costituiti, alcuna ammissione di fallimento. Richiede solo paura. E la paura, a differenza della crescita, si può produrre per decreto. Qui sta la differenza decisiva con gli Stati Uniti. Il riarmo americano ha avuto alle spalle un vero complesso militare-industriale, quello contro cui Eisenhower mise in guardia nel 1961: una macchina produttiva colossale, radicata nei territori e nei collegi elettorali, capace di piegare la politica ai propri interessi. Il piano von der Leyen non nasce da nulla di simile, per la semplice ragione che nulla di simile esiste più in Europa: trentacinque anni di pace interna dopo il 1989 hanno ridotto l’industria militare europea ai minimi storici. Incapace di produrre in un anno le munizioni che l’Ucraina consuma in pochi mesi.
Il riarmo europeo nasce dalla spinta di un’industria diversa: l’industria della paura, che nel nostro continente è soprattutto mediatica e politica. Non fabbriche e cantieri, ma titoli a effetto, editoriali, mozioni parlamentari, scadenze apocalittiche — il 2029, il 2030 — recitate con la solennità delle profezie. È una differenza carica di conseguenze. Perché un complesso militare-industriale, una volta insediato, è quasi irremovibile. Un’industria della paura, che produce narrazioni anziché cannoni, è reversibile quanto le narrazioni stesse. Vive di consenso malsano, e di consenso muore. Ed è proprio ciò che sta accadendo. La reazione di rigetto dei popoli europei al bluff degli eurocrati è ormai visibile in ogni sondaggio. Gli elettorati si preparano a mandare a casa, uno dopo l’altro, i governanti che hanno scommesso tutto sulla paura — Starmer, Macron, Merz, Meloni. Non è pacifismo ideologico: è il buon senso di cittadini a cui si chiede di pagare, con tagli al welfare e nuovo debito, un’emergenza che non vedono e che nessuno riesce a dimostrare. La paura, quando non è confermata dai fatti, si consuma in fretta. C’è inoltre un dettaglio che manda in frantumi l’intera costruzione, ed è il comportamento del nemico designato. Chiunque abbia studiato le corse agli armamenti sa come funzionano: al piano di riarmo di una parte risponde il contropiano dell’altra, in una spirale di azione e reazione che storicamente sfocia nella guerra o nella bancarotta di uno dei contendenti. È il meccanismo che divorò l’Europa prima del 1914 e che dissanguò l’Urss negli anni 80. Ebbeen, al piano da 800 miliardi di von der Leyen, Mosca non ha risposto con alcun contropiano simmetrico. Nessun programma straordinario di espansione, nessuna mobilitazione industriale aggiuntiva rivolta contro l’Europa. Putin ha guardato il bluff, ha preso le misure di chi lo proponeva, e ha deciso che non valeva la pena di vedere le carte. La sua risposta alla von der Leyen è stata, in fondo, la più umiliante possibile: l’indifferenza. Non ha risposto perché ha ben soppesato l’inettitudine di chi lo minacciava. Questa scelta non è improvvisazione: è coerenza. Putin ha dichiarato per anni, prima e dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, che la Russia non sarebbe caduta “nella trappola di una corsa agli armamenti”. Lo ha ripetuto nel discorso alla nazione del 2024, lo ha ribadito all’Onu nel settembre 2025. E soprattutto ha fatto quanto dichiarato. Terminata la grande ristrutturazione delle forze armate avviata dopo la guerra di Georgia, la Russia iniziò a ridurre le spese militari: nel 2017, per la prima volta in diciotto anni, il bilancio della difesa russo diminuì del venti per cento. Il Cremlino annunciò l’intenzione di scendere sotto il 2% del Pil, per dirottare risorse verso la lotta alla povertà e il welfare. Alla vigilia del 2022, la spesa militare russa era al 3,6% del Pil: la metà, in proporzione, di quella dell’Urss ai tempi della Guerra Fredda, e una frazione in valore assoluto di quella della sola Europa occidentale. È questo il comportamento di una potenza che pianificava la conquista dell’Europa entro il 2030? O è piuttosto il comportamento di uno Stato che ha scelto la via della deterrenza nucleare e dell’efficienza qualitativa — pochi sistemi d’arma decisivi, ipersonici e droni al posto delle portaerei — proprio per non farsi trascinare nella competizione quantitativa in cui l’Occidente sperava di attirarlo?
A dissolvere ogni residuo dubbio è arrivata di recente una voce insospettabile: quella dell’uomo che comanda tutte le forze Nato in Europa. L’11 giugno, interrogato sull’ipotesi di un attacco russo ai Baltici, il generale americano Alexus Grynkewich ha dichiarato: “Seguo molto attentamente l’intelligence. La Russia non cerca il conflitto. Comprendono il significato del termine ‘alleanza difensiva’ e sanno che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Il generale, com’è ovvio per il suo ruolo, ha attribuito il merito alla deterrenza alleata. Ma la sostanza della sua certificazione rimane, ed è devastante per la narrazione ufficiale: l’intelligence Nato non vede alcuna preparazione, alcuna intenzione, alcun piano di aggressione russa all’Europa. E lo dice proprio mentre Washington annuncia il ritiro di capacità militari dal continente — cosa impensabile se il Pentagono credesse davvero all’invasione imminente. E ciò accade dopo quattro anni in cui l’opinione pubblica europea è stata bombardata con lo spettro dei carri armati russi a Lisbona. Il bluff da 800 miliardi si sta sgonfiando da solo, piano nazionale dopo piano nazionale. Resta il conto politico che i popoli europei stanno già presentando ai suoi autori. Perché l’industria della paura ha un difetto indelebile: prima o poi deve consegnare la guerra promessa, o restituire la paura incassata. E se il nemico rifiuta di recitare la parte che gli abbiamo assegnato, contro chi, esattamente, ci stiamo armando? [di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 16 luglio 2026]

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BIENNALE DI VENEZIA

I censori burocrati della UE hanno deciso di punire la Biennale di Venezia raccomandando all’Agenzia europea per la Cultura e l’Educazione di bloccare i 2 milioni di euro di finanziamenti destinati all’evento. Motivo? La riapertura del padiglione russo ai Giradini della BIennale, edificio proprietà, va ricordato, della Federazione Russa. La vicepresidente della Commissione Europea Henna Virkunnen ha commentato così su X: «La cultura in Europa – finanziata con il denaro dei contribuenti – dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici». Ma cara Virkunnen, se il criterio è che non si possono finanziare manifestazioni culturali che coinvolgano anche soltanto come ospiti (a spese proprie!) Paesi i cui governi non rispettano i valori democratici, allora la Biennale dovrebbe chiudere almeno metà dei suoi padiglioni, a cominciare dallo Stato genocida di Israele e dallo Stato che ha il primato in fatto di terrorismo, razzismo, violazione del diritto interno e internazionale, dello Stato più guerrafondaio del pianeta: gli Stati Uniti. La gentaccia che comanda a Bruxelles è malata di russofobia fino al midollo. Altro che valori della cultura e della democrazia! Come commentare? Noi vediamo in questa presa di posizione una ragione in più per chiedere l’uscita dell’Italia dalla UE!

18 luglio 2026

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Porro-Meloni.
Giorgia Meloni lavora allo sterminio dei bambini palestinesi in molti modi, come documento nella mia ricerca accademica su Gaza in uscita il 9 settembre prossimo in libreria. Uno dei modi in cui Meloni lavora allo sterminio dei bambini palestinesi consiste nell'arricchire il governo israeliano affinché Netanyahu abbia più soldi da investire nel genocidio. Oltre a vendere armi a Netanyahu a sterminio in corso, nel 2024, Meloni ha rilasciato 42 nuove autorizzazioni per importare armi da Israele per un totale di 154 milioni di euro pagati a Netanyahu. Nel 2024, Netanyahu ha avuto bisogno di soldi per sterminare i bambini palestinesi. Meloni gli ha dato 154 milioni di euro per aiutarlo a sterminarli. Nel 2023 Israele era il settimo Paese da cui l’Italia acquistava più armi. Nel 2024 Israele è diventato il secondo Paese fornitore di armi per l’Italia. Il PIL d'Israele è in caduta. Meloni aiuta Netanyahu a sorreggerlo con i soldi degli italiani. In sintesi, Meloni trasferisce a Netanyahu i soldi degli italiani per favorire la prosecuzione dello sterminio dei bambini palestinesi. Questa sera parlerò a Pontremoli, ospite d'onore del Premio Bancarella. Sto per mettermi in viaggio. Pienamente coinvolta nel genocidio dei palestinesi, Giorgia Meloni è la più grande vergogna della Repubblica Italiana. Questi miei post aiuteranno a capire meglio la ragione per cui Fratelli d'Italia vuole bandirmi dalla Rai. Un'ultima cosa: se Meloni è complice del genocidio palestinese, anche Fratelli d'Italia lo è giacché Giorgia Meloni è il capo di questo partito. I vari Nicola Porro non vi diranno queste cose per le ragioni che ho esposto in questo libro: " La cultura come strumento di liberazione da ogni forma di oppressione".

Alessandro Orsini

mel


«LA VERITÀ VI FA MALE» DI MARCO TRAVAGLIO FQ 21 LUG 2026
«Il professor Alessandro Orsini, calunniato da quattro anni dal 99% dei media per aver azzeccato tutte le analisi sulla guerra russo-ucraina, ha vinto la causa civile intentata al Corriere della sera, che nel 2022 l’aveva sbattuto in prima pagina come agente di una “rete” di “putiniani d’Italia” scoperta dai Servizi e dal Copasir. Naturalmente la “rete” non esisteva, Servizi e Copasir non ne sapevano nulla e il Tribunale di Milano ha condannato il Corriere a risarcirlo con 30mila euro, più le spese, per “diffamazione” fondata su una “falsa accusa”. Intanto Orsini subiva gravi danni anche alla sua carriera di docente alla Luiss e di collaboratore fisso di Rai e Messaggero (ma lì gli è andata bene: è passato al Fatto).
E il suo caso è tutt’altro che isolato: chiunque dal 2022 abbia osato raccontare cause e concause della guerra, prevederne gli esiti, riferirne il reale andamento sul campo si becca del “putiniano”: come se la verità dei fatti avesse un colore o una bandiera. Ancora ieri uno sconsolato Paolo Mieli, proprio sul Corriere appena condannato per la maxiballa, applicava il trattamento Orsini a Conte, reo di aver detto ciò che dicono tutti gli analisti geopolitici e militari seri: la Russia, a meno che non la costringa l’Europa con le minacce del riarmo a trazione tedesco-polacco-baltica, non ha l’interesse né l’intenzione né la forza di attaccare la Nato: e siccome i Paesi europei spendono in Difesa il triplo della Russia, i piani di riarmo sono soldi buttati.
Conte, come Orsini, il Fatto, Caracciolo, Gaiani, Cottarelli, il banchiere Messina, il generale Usa Grynkevich, non ha diritto di esprimere il suo parere fondato sulla realtà del campo: se lo fa, è “filorusso” e sposa “la propaganda russa”, oltre a far sanguinare il cuore di Mattarella e Gentiloni (povere stelle), ergo la Schlein deve sgridarlo e stringere un’“alleanza” pro Kiev con la Meloni (per chiarire meglio il concetto di alternativa alla destra).
Mieli&C. sono come i bimbi capricciosi che frignano e pestano i piedi perché non ottengono ciò che vogliono: manca però un genitore ad avvertirli che “l’erba voglio non esiste neppure nel giardino del re”. Con quel che ci costa, saremmo tutti felici che la guerra la vincesse l’Ucraina. Purtroppo l’ha vinta la Russia, che dopo Kostantinivka e Lyman sta assediando le ultime due città fortificate rimaste in Donbass. Perciò Zelensky cambia ministri e comandanti come calzini e bombarda obiettivi civili in Russia: per incolpare tizio o caio delle catastrofi al fronte e perpetuare la leggenda della vittoria. Così salva la faccia e la cassa per un altro po’, ma condanna il Paese. Questa è la triste realtà, che i mocciosi scambiano per putinismo. Prossimamente su questi schermi: chi s’azzarda a dire che la Spagna ha vinto i Mondiali è un fottuto filo-Sánchez.»

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CROSETTO VEDE MOSCA OVUNQUE. MENTRE WASHINGTON È NEL LETTO MATRIMONIALE
Guido Crosetto ha proposto un patto tra tutti i partiti italiani contro le interferenze russe. Non è una fantasia attribuitagli dai suoi oppositori: la proposta è stata rilanciata ufficialmente l’8 luglio ed è stata accolta con freddezza da quasi tutto l’arco parlamentare. L’unico sostegno pieno è arrivato da Carlo Calenda. (Ministero della Difesa) Pochi giorni dopo, il governo ha espulso due addetti militari dell’ambasciata russa, accusati di essere i contatti di due ex agenti italiani coinvolti in un’inchiesta sulla cessione di informazioni riservate. Esiste dunque un’indagine concreta: non occorre né negarla né trasformarla in una favola. (ANSA.it)
La questione politica è un’altra. Perché il patto dovrebbe essere soltanto contro Mosca e non contro qualsiasi ingerenza straniera? Perché la sovranità nazionale diventa improvvisamente sacra quando il sospetto arriva da Est, mentre la presenza militare statunitense sul territorio italiano viene trattata come un elemento naturale del paesaggio, al pari delle Alpi e del Colosseo? Documenti parlamentari hanno indicato otto basi disciplinate da accordi bilaterali Italia-USA, oltre a una rete più ampia di strutture statunitensi e NATO. Il numero complessivo varia secondo ciò che viene classificato come base, installazione, comando o infrastruttura condivisa. Parlare di “centinaia di basi americane” è quindi impreciso; fingere che il problema politico non esista è però ancora più comodo. (Documenti Camera)
Il punto non è assolvere la Russia.
Il punto è rifiutare la sovranità a geometria variabile:
Mosca interferisce, Washington “coordina”.
Mosca fa propaganda, Washington “comunica”.
Mosca esercita influenza, Washington “guida gli alleati”.
Crosetto chiede una firma bipartisan contro il Cremlino. Sarebbe molto più credibile se chiedesse anche un patto per garantire trasparenza sugli accordi militari, controllo parlamentare sulle basi straniere e piena responsabilità politica nell’utilizzo del territorio italiano. Altrimenti non è difesa della sovranità. È fedeltà selettiva, con l’elmetto rivolto a Est e il telecomando lasciato a Washington.
Don Chisciotte

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Avevo appena finito di raccontarvi che Kiev licenzia e Crosetto assume, quando da Mosca è arrivato l’aggiornamento con correzione automatica, schiaffo incorporato e dentiera di ricambio. Maria Zakharova ha letto che il ministro italiano della Difesa ha offerto un posto da consigliere all’ex ministro ucraino Fedorov e ha posto una domanda semplice, quasi da centro per l’impiego:
«Non si è trovato nessuno di valido in Italia?»
Poi ha aggiunto la badilata finale:
«Peccato che Osama bin Laden non sia vissuto abbastanza: sarebbe stato un ottimo consigliere del governo italiano». Sipario.
Ambulanze in via XX Settembre. Crosetto aveva appena appeso fuori dal ministero il cartello: CERCASI CONSIGLIERE. Requisiti richiesti: esperienza internazionale, conoscenza dei droni, precedente licenziamento da parte di Zelensky e disponibilità a commuoversi durante il colloquio. Cittadinanza italiana? Non indispensabile. Conoscenza delle istituzioni italiane? Gradita, ma potrebbe creare di imbarazzo. Parere del Parlamento? La selezione non prevede prove teoriche. Eventuale compenso? Sarà comunicato dopo che il contribuente avrà pagato. Perché il governo che doveva valorizzare le eccellenze italiane ha evidentemente deciso di valorizzarle così tanto da non disturbarle nemmeno con una telefonata. Generali, ufficiali, ingegneri, esperti di sicurezza, università, centri di ricerca: tutti inutili. Il curriculum decisivo è un altro:
“Appena scaricato da Kiev”.
A questo punto non si tratta più di politica estera. È raccolta differenziata geopolitica: Kiev scarta, Roma ricicla. Zelensky rimuove, Crosetto recupera. L’Ucraina produce l’esubero e l’Italia offre la poltrona, il caricabatterie e probabilmente anche il buono pasto. Zakharova, naturalmente, esagera con il paragone a Bin Laden. Ma la battuta arriva esattamente dove fa male: possibile che per consigliare il Ministero della Difesa italiano si debba importare l’uomo appena estromesso dal governo di un altro Paese?
No, Maria: in Italia qualcuno di valido esiste certamente.
Il problema è che gli manca il requisito fondamentale: non è stato ancora licenziato dal Narcoclown di Kiev. Adesso attendiamo la risposta di Crosetto. Probabilmente spiegherà che Fedorov non sarebbe un vero consulente, ma un amico speciale, un collaboratore informale, un portatore sano di esperienza, un ospite temporaneo con scrivania, telefono e accesso ai dossier. Insomma, un consigliere senza essere consigliere, come le armi italiane che partono senza che nessuno sappia esattamente cosa parta. Il nuovo sovranismo funziona così: prima gli italiani, ma soltanto dopo aver sistemato gli ex ministri ucraini.
Don Chisciotte
Fonti: il commento è stato pubblicato sul canale Telegram ufficiale di Maria Zakharova; l’offerta di Crosetto a Fedorov è stata confermata dallo stesso ministro nell’intervista a Repubblica e riportata da Reuters.

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PENSARE SENZA IL CONSENSO DELLA NATO E' REATO
Il professor Angelo d'Orsi critica il riarmo, chiede diplomazia, difende la sovranità nazionale e sostiene che l’Italia non debba comportarsi come il poggiapiedi di Washington. Per Repubblica il quadro indiziario è praticamente completo. Mancano soltanto il colbacco, una balalaika sequestrata in salotto e la fotografia di Putin nascosta dietro i libri di storia.
L’articolo di Francesco Bei mette nello stesso frullatore D’Orsi, Agorà, Di Battista, Vannacci, l’ambasciata russa, Russia Today, il Copasir e lo spionaggio. Il tutto con quella raffinata tecnica giornalistica che permette di non formulare un’accusa precisa, ma di lasciare sul tavolo abbastanza fumo da far sembrare sospetto perfino chi domanda dove sia l’incendio. D’Orsi ha quindi rivolto al giornale una richiesta scandalosa: mostrare le prove. Quali sarebbero gli eventi “filorussi” ai quali avrebbe partecipato? Chi lo avrebbe finanziato? Quali compensi avrebbe ricevuto? Quali ordini gli sarebbero arrivati da Mosca? Nomi, date, documenti, bonifici. Una pretesa davvero antiquata. Nel nuovo giornalismo investigativo le prove rischiano soltanto di rovinare una bella trama. Partecipare a un dibattito pubblico, infatti, non dimostra di essere al servizio di una potenza straniera. Altrimenti dovremmo applicare lo stesso criterio anche a chi frequenta ambasciate americane, fondazioni atlantiste, convegni NATO e salotti finanziati dall’Occidente. Ma quello, evidentemente, non è servilismo. È “responsabilità internazionale”.
Criticare Mosca significa essere liberi. Criticare Washington significa essere pagati da Mosca. Inviare armi significa volere la pace. Chiedere negoziati significa preparare l’invasione dei cosacchi. La logica è così impeccabile che potrebbe essere adottata direttamente come test d’ingresso nelle redazioni. Agorà nasce in Italia e parla di lavoro, diritti sociali, pace, sovranità popolare e autonomia politica. Idee che possono essere contestate, certo. Ma contestarle richiederebbe argomenti. Molto più comodo evocare il Cremlino, aggiungere una fotografia dell’ambasciata russa e lasciare che il lettore completi da solo il processo.
Io sto con Angelo D’Orsi e con il progetto Agorà. Non perché ogni loro posizione debba essere condivisa, ma perché una democrazia degna di questo nome discute le idee: non trasforma il dissenso in una perizia psichiatrica o in un fascicolo del controspionaggio.
D'ORSI NON SI TOCCA
E se Repubblica possiede le prove, le pubblichi. Altrimenti resta soltanto una grande inchiesta sul nulla, illustrata molto bene.
Don Chisciotte

dorsi


Zakharova: L'Ucraina è un mostro che si vendicherà dei suoi creatori occidentali.
MOSCA, 29 luglio
Il mostro ucraino creato dall'Occidente sta diventando incontrollabile e la Russia lo ha annunciato. Così ha commentato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in merito all'allarme lanciato dalla procura italiana, durante il suo programma su Radio Sputnik.
In precedenza, il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucio, aveva affermato che la mafia italiana sta cercando di acquistare sul mercato nero droni simili a quelli utilizzati in Ucraina. Aveva avvertito che le forze dell'ordine, anche armate di tale tecnologia, non sarebbero in grado di combattere la criminalità.
Zakharova ritiene questo esito prevedibile: le spedizioni di armi occidentali spesso non raggiungono Kiev per intero, ma vengono "distribuite": alcune finiscono sul mercato nero, altre in regioni del mondo dove operano i terroristi e altre ancora sul fronte ucraino. Ha paragonato il regime di Kiev a un mostro che l'Europa non riesce più a controllare.
"Il mostro creato dall'Occidente sta già avanzando, servendo gli interessi non solo della mafia italiana, ma di qualsiasi gruppo disposto a finanziarlo. Ha già raggiunto il continente africano da tempo, al punto che tre paesi africani hanno interrotto le relazioni diplomatiche con l'Ucraina... E per quanto riguarda l'Europa, era chiaro fin dall'inizio che l'intero flusso di armi diretto a via Bankova non vi è mai arrivato", ha affermato. Zakharova ha inoltre ricordato le parole del ministro della Difesa italiano Crosetto, che paragonò gli aiuti militari all'Ucraina a "medicine per un malato", avvertendo che prima o poi il regime di Kiev avrebbe colpito i suoi finanziatori. "Non state dando al paziente la forza di riconoscere il proprio crimine, di redimersi, di passare a un nuovo livello: da malato a sano, da criminale a persona consapevole del proprio crimine. Gli state iniettando qualcosa che lo mobiliterà sul letto di morte per sferrare il colpo finale contro di voi!" ha sottolineato il diplomatico.

1 agosto 2026

zakkk


Giorgia Meloni, Guido Crosetto, Elly Schlein e company devono aprire le orecchie, ma le devono aprire bene. Putin ha appena dichiarato testualmente: "Vorrei richiamare l'attenzione sulle recenti decisioni dell'Unione europea. Vediamo che le autorità di alcuni Paesi, in violazione della legge marittima internazionale, stanno cercando di limitare il movimento delle navi che appartengono ai nostri operatori economici pacifici. E recentemente sono persino usciti con l'idea di sequestrare nostre navi e rivendere la proprietà che hanno rubato a noi. Ovviamente, ciò non è altro che pirateria e rapina. Se questo verrà attuato nella pratica, saremo costretti a rispondere in modo simmetrico".
Ricordo che l'Italia, qualche giorno fa, nei pressi di Pantelleria, ha abbordato una petroliera perché dicevano facesse parte della flotta ombra russa. Tra l'altro, hanno pure esultato a reti unificate, con un comunicato emanato dal Ministero della Difesa pericolosissimo. Questi imbecilli continuano a giocare col fuoco, anche la cosidetta opposizione, visto che anch'essa persiste nel sostenere le sanzioni alla Russia usando perfino un linguaggio guerrafondaio. Solo che sul fuoco, come sempre, ci sono milioni di cittadini che non hanno alcuna intenzione di continuare a fare la guerra alla Russia.
Giuseppe Salamo

NDR Governo e opposizione tengono in non cale la volontà degli italiani che sono contrari alle sanzioni.

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Buongiorno. “Se l’Oman si mette di mezzo, lo bombarderemo fino a distruggerlo”, ha detto il presidente americano, il neofascista Donald Trump, superando se stesso in arroganza imperialista, brutalità del linguaggio e disprezzo per ogni regola del diritto internazionale.
Chissà cosa avrebbero scritto oggi i nostri commentatori “liberali”, tenacemente filoamericani, se la stessa frase fosse stata pronuncia da un altro presidente di uno quei Paesi che non hanno avuto la grazia a appartenere al mondo occidentale e ai suoi valori? E chissà come avrebbero reagito i nostri capi di Stato e di governo europei, che ogni giorno non si stancano di ricordarci che Putin somiglia a Hitler ed è pronto a invaderci e che la Cina è comunque una potenza autoritaria, espansionista e minacciosa per l’ordine internazionale, se parole simili fossero state pronunciate da Mosca o da Pechino contro un Paese sovrano? Oltretutto, la cosa più sorprendente è che l’Oman è un tradizionale partner di sicurezza degli Stati Uniti. Infatti, lo stesso memorandum USA/Iran prevedeva esplicitamente che l’Iran dialogasse proprio con l’Oman sulla futura amministrazione e sui servizi marittimi dello Stretto di Hormuz. Quindi l’Oman non si era autonomamente infilato nella trattativa ma svolgeva il ruolo che gli era stato richiesto. Ora quel negoziato di 60 giorni è arrivato alla scadenza senza un accordo definitivo e il ragionamento di Trump è semplice: l’Oman sta negoziando con l’Iran una sistemazione di Hormuz che Washington teme possa rafforzare la posizione iraniana; se quella sistemazione ostacolerà i progetti americani, allora gli USA distruggerano con le bombe l’Oman. È un passaggio politicamente enorme: la minaccia di bombardare un Paese amico e mediatore perché conduce una trattativa diplomatica mostra fino a che punto la politica estera americana stia assumendo la forma della coercizione militare anche nei confronti dei propri partner.
Diversamente, il presidente americano si comporta verso Israele e il suo amico Netanyahu che può respingere le proposte americane, continuare le operazioni militari a Gaza, rifiutare il ritiro dai territori occupati e opporsi alle pressioni internazionali senza che Trump assuma alcuna iniziativa diplomatica di pressione degna di questo nome. D’altra parte, sempre su questo tema, gli Stati europei, ad esclusione della Spagna, si allineano scandalosamente alle politiche del padrone americano. Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader dell’estrema destra israeliana, ha proposto di uccidere “30 o 40” persone ogni notte a Gaza e ha affermato che alcuni palestinesi “non sono nemmeno persone”, rivendicando Gaza come territorio israeliano e auspicando l’emigrazione di massa della sua popolazione. È evidente a chiunque voglia vedere che al governo di Israele c’è un gruppo di criminali assetati di sangue che sta compiendo il genocidio del popolo palestinese, grazie alla protezione politica e militare degli Stati Uniti e alla colpevole acquiescenza di gran parte dei governi europei, prontissimi a invocare il diritto internazionale contro i propri avversari e ad accettare che venga violato quando sono gli alleati.
Questo vale in modo particolare per l’Italia meloniana, soprattutto quando i protagonisti sono esponenti della stessa internazionale nera. Ieri, sul Corriere della Sera, Mario Del Pero, in un articolo dal titolo “Alcide De Gasperi e l’America: quasi amici”, faceva il punto sul rapporto tra il grande leader democristiano del dopoguerra e l’America sottolineando che la sua autonomia è stata molto più forte di quanto normalmente si racconti. Nel 1950, con la guerra di Corea e poi con Eisenhower e l’ambasciatrice Clare Boothe Luce, Washington comincia a pretendere molto dall’Italia: maggiore spesa militare, una politica anticomunista più aggressiva, fino alle pressioni perché il Pci fosse messo fuori legge e perché la maggioranza si spostasse a destra, aprendosi ai monarchici e attenuando la discriminante antifascista. De Gasperi dice no. E lo fa con parole durissime. Critica il bellicismo dei «fanciulloni» americani, denuncia il «maccartismo internazionale» e sostiene che un’Europa più matura ed esperta debba svolgere una propria funzione.
Del Pero parla di due costruzioni parallele dell’Italia del dopoguerra: quella repubblicana e costituzionale e quella occidentale e atlantica. De Gasperi partecipò decisamente a entrambe, ma impedì che la seconda divorasse la prima: l’alleanza con gli Stati Uniti non poteva essere superiore alla Costituzione, alla democrazia e all’autonomia politica italiana. C’è quindi un messaggio di straordinaria attualità, anche rispetto a quello di cui stavamo parlando su Trump: De Gasperi fu filoamericano senza essere servile. Scelse l’Occidente, ma rivendicò il diritto di dissentire dagli Stati Uniti; aderì all’Alleanza atlantica, ma cercò nell’Europa uno spazio politico autonomo; fu anticomunista, ma rifiutò di mettere fuori legge il Pci perché la Costituzione veniva prima delle esigenze geopolitiche dell’alleato americano.
Ho richiamato De Gasperi non perché pensi che il governo Meloni, che appartiene a pieno titolo all’internazionale nera, possa correggere le proprie posizioni, ma perché il suo esempio potrebbe rappresentare un riferimento importante per molti commentatori ed esponenti politici liberali e democratici, anche appartenenti al campo largo, aiutandoli ad assumere posizioni più nette contro il riarmo, il nuovo imperialismo americano e il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele. Viene veramente da rimpiangere i vecchi democristiani e da chiedersi dove siano i loro eredi.


IL NONNO DELLE FAVOLE È TORNATO. MA BELGRADO NON L’HA DIMENTICATO.
Sergio Mattarella torna dalle vacanze e dal Meeting di Rimini ci regala l’ennesima lezione morale: «Viviamo guerre scellerate, l’umanità aiuti a rifiutare l’odio». Parole alte, solenni, impeccabili. Peccato che, quando si parla di guerre, prima di pontificare sarebbe utile avere la memoria abbastanza lunga da arrivare almeno fino al 24 marzo 1999. Quel giorno la NATO iniziava a bombardare la Jugoslavia e Sergio Mattarella non era un semplice spettatore. Era vicepresidente del Consiglio nel governo D’Alema e, davanti al Senato, pronunciava parole molto meno adatte alle favole della buona notte: «L’Italia aderisce all’operazione militare in corso». Ecco allora il piccolo problema della memoria selettiva. Oggi le guerre sono “scellerate”. Nel 1999, invece, una guerra condotta dalla NATO contro la Jugoslavia, con l’Italia coinvolta nell’operazione e con Belgrado sotto le bombe, veniva sostenuta e giustificata dal governo di cui Mattarella era vicepresidente.
Non è nemmeno necessario fare caricature della storia. Basta porre una domanda semplice: quali sono, Presidente, le guerre scellerate? Tutte? Solo quelle combattute dai nostri avversari? Anche quella del 1999? Anche i bombardamenti su Belgrado? Anche quella guerra alla quale il suo governo dichiarò ufficialmente di aderire? Perché qui entra in scena anche il famoso principio di causalità, applicato con una curiosa elasticità. Quando la guerra la conduce il nemico, ci viene spiegato in ogni dettaglio chi ha cominciato, quali confini ha violato, quali cause hanno portato al conflitto e quale diritto internazionale è stato infranto. Quando invece a bombardare sono i nostri alleati, improvvisamente la storia diventa più corta, le cause evaporano e resta soltanto la parola rassicurante che rende tutto accettabile: necessità. Oggi, invece, arrivano i sermoni contro l’odio, gli appelli all’umanità e le condanne delle “guerre scellerate”. Tutto molto nobile. Ma la pace è una cosa troppo seria per trasformarla in una formula buona per ogni stagione politica.
Le bombe non diventano più morali soltanto perché vengono sganciate dalla parte che abbiamo deciso di chiamare “giusta”. E allora, prima delle prediche, servirebbe almeno una risposta: quando una guerra è scellerata e quando, invece, diventa improvvisamente necessaria? Forse la risposta ci direbbe molto più di mille discorsi sulla pace.
Don Chisciotte

matto

L'ITALIA FABBRICA ARMI IN UCRAINA

Il 20 maggio è nata a Kiev ‘Leonardo Ukraine’, controllata al 100% dal gruppo italiano.
Ce lo dice 3 mesi dopo ‘Milano Finanza’. Crosetto non perdona e si conferma il più grande venditore di armi del secolo. Qualcuno si azzardò a parlare di ‘conflitto di interessi’, quando Melensky lo incaricò di curare le nostre Forze Armate, ma i più si concentrarono sul fatto che, quale co-fondatore del partito insieme alla premier, quel posto gli spettasse di diritto. ‘Leonardo’, di cui fu senior advisor e consulente, è entrata a piedi pari nel sistema di guerra ucraino: droni, guerra elettronica, intelligenza artificiale, software. E proprio in Ucraina collauderà il ‘Michelangelo Dome’: il sistema di difesa missilistica del tipo dell’israeliano ‘Iron Dome’ (cupola di ferro), con una stima di mercato da circa 21 miliardi di euro in dieci anni.
Il percorso fatto dalla Melensky è un classico da manuale universitario. Prima gli aiuti ai poverini ucraini. Poi le armi ‘difensive’ (fionde e cerbottane made in Amazzonia). Poi l’addestramento degli incapaci di Kiev. Poi la cooperazione industriale per dargli un po’ di know-how (come facemmo quando insegnammo ai cinesi come si fanno le calzature!). Poi qualche ditta italiana convertita per fare droni per Kiev. Infine aziende, tecnici, capitali e brevetti da portare al Paese in guerra. E guai a chi parla di guerra! Noi non siamo in guerra con la Russia: la Costituzione e il suo guardiano del faro non lo permetterebbero. Ma il primo azionista di ‘Leonardo’ … non è lo Stato italiano? Il Parlamento dei russofobi è stato informato, o – come al solito - essendo costituito da qualche centinaio di inutili e costosi individui - non è manco pervenuto? Insomma, di nascosto dalla Costituzione e dal suo custode, si è deliberato l’avvenire dell'Italia nel CdA di un’azienda. Quando qualcuno (forse) protesterà, vedrete che la Melensky ci farà sapere che tornare indietro sarebbe irresponsabile e impossibile. Proprio come quei droni di ‘Leonardo’ che quando arrivano sull’obiettivo colpiscono e indietro non tornano più.

leo

IMPRESA OGGI

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