L’EUROPA LICENZIA. LA RUSSIA MANDA I MODULI PER L’ASSUNZIONE
Mentre l’Europa smantella lentamente una parte della propria potenza industriale, da Mosca arrivano due notizie che, accostate, assumono un significato quasi grottesco.
La prima riguarda Pierre Leclercq, uno dei nomi più prestigiosi del design automobilistico mondiale.
È belga, ha lavorato per BMW occupandosi di modelli come X5 e X6, nel 2011 è diventato responsabile del design della divisione BMW M, ha poi diretto lo stile della cinese Great Wall Motors e della coreana Kia. Dal novembre 2018 è direttore del design di Citroën. (Form Trends)
Il 13 luglio Vladimir Putin gli ha concesso la cittadinanza russa mediante decreto presidenziale.
Le motivazioni non sono state comunicate e, particolare fondamentale, non risulta che Leclercq abbia abbandonato Citroën o sia stato assunto dall’industria automobilistica russa. Presentarlo come un trasferimento professionale già avvenuto sarebbe quindi scorretto. (united24media.com)
Ma il valore simbolico della vicenda rimane.
Uno degli uomini che hanno contribuito a disegnare l’immagine dell’automobile europea sceglie di acquisire il passaporto di quel Paese che Bruxelles descrive come isolato, economicamente moribondo e privo di prospettive.
E mentre Leclercq riceve la cittadinanza russa, la Volkswagen prepara la più grande ristrutturazione della propria storia.
In una comunicazione interna, l’amministratore delegato Oliver Blume ha confermato che il gruppo potrebbe dover eliminare altre 50.000 posizioni, oltre alle circa 50.000 riduzioni già concordate tra Volkswagen, Audi e Porsche.
Il totale potenziale arriva così a 100.000 posti di lavoro.
Secondo Blume, il gruppo soffrirebbe di uno svantaggio nei costi pari al 20% rispetto ai concorrenti, mentre resta incerto il futuro degli stabilimenti di Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm. Volkswagen ha inoltre annunciato la riduzione della capacità produttiva e il progressivo dimezzamento della propria sterminata gamma di modelli. (Reuters)
Tariffe americane, perdita di competitività in Cina, impianti tedeschi sottoutilizzati, costi energetici e produttivi elevati, software in ritardo e miliardi investiti in una transizione elettrica diretta più dai calendari politici che dalla domanda reale.
Questo è il quadro.
Ed è qui che i russi hanno deciso di piazzare il loro asso.
Il 9 luglio Gagaring, azienda russa attiva nell’elettronica e nella robotica, ha pubblicato una lettera aperta indirizzata proprio agli ingegneri e ai tecnici Volkswagen che rischiano di perdere il lavoro.
Il responsabile dell’ufficio progettazione, Alexander Barashkov, ha scritto ai dipendenti tedeschi:
«La vostra esperienza e la scuola ingegneristica Volkswagen hanno un valore inestimabile».
L’offerta comprenderebbe contratti a tempo indeterminato, stipendi competitivi e assistenza completa per il trasferimento in Russia degli specialisti e delle loro famiglie.
La frase conclusiva è una stilettata accuratamente calibrata:
«Non offriamo castelli in aria, ma stabilità».
Può essere un’operazione pubblicitaria. Può essere una provocazione costruita per umiliare Berlino. Può persino essere una proposta destinata a raccogliere poche adesioni.
Ma funziona perché colpisce una contraddizione reale.
Nel 2022 Volkswagen aveva abbandonato la Russia, sospendendo produzione ed esportazioni e cedendo successivamente le proprie attività locali. Nel 2026 un’impresa russa si permette di invitare gli ingegneri tedeschi licenziati a trasferirsi proprio nel Paese dal quale il loro gruppo era fuggito. (Volkswagen Group)
Non è la dimostrazione di un esodo di massa verso Mosca.
È però il ribaltamento perfetto della narrazione.
La Russia doveva rimanere senza industria, investimenti, tecnologie e competenze. Invece riapre vecchi stabilimenti, cerca personale specializzato e concede la cittadinanza a un protagonista del design internazionale.
La Germania, nel frattempo, discute su quali fabbriche chiudere, quanti modelli cancellare e quante decine di migliaia di lavoratori accompagnare all’uscita.
Il punto non è sostenere che la Russia sia diventata improvvisamente il paradiso dell’industria.
Il punto è domandarsi come abbia fatto l’Europa, che disponeva delle migliori aziende, delle migliori competenze e delle più solide filiere produttive del mondo, a trasformare la propria deindustrializzazione in una presunta conquista morale.
Un passaporto non costituisce ancora un esodo.
Una lettera di assunzione non costituisce ancora una migrazione industriale.
Ma quando gli avversari cominciano a contendersi i tuoi tecnici mentre tu chiudi le loro fabbriche, forse il problema non è la propaganda russa.
È la politica industriale europea.
Don Chisciotte
Fonti: Reuters, Stellantis Media, Volkswagen Group.
15 luglio 2026

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