NAPOLEONE E LA RUSSIA


L’Occidente ha sempre sottostimato l'amore dei russi per la propria terra e il loro patriottismo; il primo fu Napoleone; successivamente ci provarono Hitler e la NATO, fallendo tutti.
Nel sette/ottocento l’Occidente considerava la Russia come paese retrogrado e politicamente reazionario, nonostante le riforme introdotte da Pietrro il Grande e la modernizzazione voluta dalla grande Caterina.

L ’armata napoleonica affrontò la campagna di Russia come uno scontro della civilizzazione contro l’inciviltà. Napoleone, sicuro di vincere, partì con 610.000 uomini, soldati addestrati alla guerra e valenti generali e sembra che tornarono meno di 100.000. L’esercito dello Zar era composto da circa 409.000 soldati guidati da generali poco preparati e che in diverse occasioni si mostrarono titubanti; i morti furono 210.000. Alleati dell'Impero francese erano: l'Impero austriaco, il Regno di Prussia, la Confederazione del Reno, il Ducato di Varsavia e il Regno di Napoli. Era il giugno 1812.

Dopo duri combattimenti, in particolare a Smolensk e Borodino, Napoleone giunse a Mosca.
Mentre l'imperatore, il 15 settembre, si stabiliva negli alloggi dello zar nel Palazzo delle Sfaccettature all'interno del Cremlino, i soldati francesi, soddisfatti per aver raggiunto la città e sbalorditi per la partenza in massa dei suoi abitanti, entrarono a Mosca e si dispersero in tutti i quartieri. Il primo giorno furono ispezionati i palazzi signorili e si cercò di organizzare confortevoli acquartieramenti. Presto tuttavia la disciplina militare si allentò, e per quanto Napoleone avesse proibito ogni saccheggio, le truppe estenuate dalla sfibrante campagna iniziarono a depredare e occupare le case abbandonate, mentre per le strade si aggiravano criminali e sbandati. Alle ore 04:00 del 16 settembre Napoleone venne svegliato al Cremlino da una notizia che avrebbe impresso una inattesa svolta agli eventi; un grande incendio era scoppiato in città e si stava diffondendo in modo incontrollabile mettendo in pericolo la stessa sicurezza dell'imperatore. Nonostante alcuni confusi tentativi di circoscrivere l'incendio e la cattura e la fucilazione di saccheggiatori e presunti incendiari, le fiamme continuavano a estendersi; alle ore 17.30 lo stesso Napoleone dovette abbandonare il Cremlino e rifugiarsi a dieci chilometri di distanza nel Palazzo Petrovskij. Il gigantesco incendio proseguì fino al 18 settembre e distrusse i quattro quinti di Mosca; su oltre 9.200 edifici, in maggioranza in legno, oltre 6.000 andarono distrutti; il Cremlino tuttavia rimase quasi intatto e anche le chiese, situate nelle piazze si salvarono; evidentemente i russi avevano risparmiato i propri “simboli artistici, religiosi e storici ”. Ritirandosi, Napoleone diede l'ordine di minare e far saltare tutte le costruzioni del Cremlino. Le cariche in maggioranza non esplosero; tuttavia, le perdite furono comunque notevoli: crollarono le torri Vodovoznaja, Petrovskaja e Pervaja bezimjannaja, mentre furono danneggiate seriamente la torre dell'arsenale e l'area prospiciente il campanile Ivan Velikij. La ricostruzione dei danni occupò vent'anni di lavori, dal 1815 al 1836.
Il commento di Napoleone, all'incendio della città, sembra sia stato “Questi russi sono proprio dei barbari se arrivano a distruggere la loro capitale”, ma quel sacrificio compiuto dai russi fu l’inizio della sconfitta dei francesi, che si concretizzò alla Beresina. Già l’inizio della ritirata iniziò sotto cattivi presagi; i soldati francesi erano dispersi nella capitale e gli ufficiali faticarono a ricomporre i battaglioni per una ritirata ordinata.
Circa 30.000 soldati attraversarono la Beresina, di cui circa 20.000 truppe combattenti, con i quali Napoleone continuò subito verso Vilna, passando per Zembin; nonostante la riuscita manovra dell'imperatore che permise di evitare una disfatta definitiva, le perdite francesi nella battaglia della Beresina furono molto elevate: circa 25 000 morti, dispersi e prigionieri tra le truppe combattenti e quasi altrettanti sbandati. Le sofferenze dei superstiti della Grande Armata non erano terminate, al contrario l'ultima parte della ritirata fu la più difficile e penosa per i soldati. La marcia continuò dalla Beresina a Vilna per 250 chilometri e poi per altri 60 chilometri fino a Kovno; il clima colpì duramente le truppe: mentre nella prima parte della ritirata le temperature erano state relativamente miti, nell'ultima fase vi furono ventidue giorni consecutivi di gelo. La temperatura che oscillò tra i -20 e i -30 °C, la neve e il vento completarono il disfacimento dell'esercito. Dopo una settimana di marcia verso Vilna, solo 13.000 soldati erano ancora in grado di combattere; le truppe avanzavano in silenzio, ancora disciplinate, cercando di non addormentarsi nei bivacchi per evitare l'assideramento; Napoleone marciava a piedi o a cavallo, circondato dai suoi aiutanti e dai marescialli.
Indubbiamente la ritirata non fu ostacolata dal "generale inverno" ma, come sostengono gli storici più seri, più dal fatto che il clima mite non fece gelare i fiumi e i francesi erano costretti ad attraversarli sui ponti ben sorvegliati dai russi
Il 2 dicembre Napoleone e i superstiti raggiunsero Molodechno e la strada principale che deviava verso Vilna; l'imperatore decise finalmente di informare la Francia, dove si era all'oscuro del reale andamento della campagna. Venne quindi redatto il famoso "29° Bollettino della Grande Armata" in cui Napoleone cercava di delineare un quadro edulcorato, ma tuttavia sufficientemente chiaro, dell'esito disastroso dell'impresa. Il Bollettino si dilungava su alcuni successi, imputava le difficoltà soprattutto al clima invernale, lamentava la grande perdita di cavalli e si manteneva molto reticente sulla sorte dei soldati; tuttavia parlava di "spaventosa calamità" e di armata "orribilmente stremata": il 29° Bollettino si concludeva con rassicuranti parole sull'ottima salute dell'imperatore, allo scopo di tranquillizzare i funzionari dell'impero ed evitare il diffondersi di notizie incontrollate e tentativi di colpi di stato.
In Francia dire Beresina è come in Italia dire Caporetto.

la ritirata dell'esercito francese

La ritirata dell'esercito francese

8 settembre 2026

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