VIRGILIO - LA PRIMA EGLOGA
VIRGILIO
BUCOLICHE PRIMA EGLOGA
La prima Bucolica è ambientata in un non meglio identificato scorcio di campagna mantovana, ed oppone i destini dei due personaggi principali, Titiro e Melibeo. Il primo, placidamente sdraiato sotto un ampio faggio, osserva Melibeo partire per un esilio senza possibilità di ritorno. Dietro la finzione letteraria, c’è la realtà storica della confisca dei terreni da redistribuire ai veterani della guerra civile, procedimento di cui fu vittima lo stesso Virgilio, che poté riottenere i suoi possedimenti solo per intercessione di Asinio Pollione e Cornelio Gallo. Per parte della critica, dietro al “deus” (v. 6) che concede la propria protezione a Titiro, sarebbe possibile individuare Ottaviano Augusto.
Virgilio è l''autore latino delle Bucoliche
(chiamate anche Egloghe
), che ha fissato i canoni definitivi del genere nella letteratura occidentale, unendo il mondo pastorale ad allusioni storiche e politiche (come nelle celebri prima o quarta egloga).
- M.: Titiro, tu, che stai sdraiato al riparo
- di un ampio faggio, componi una canzone silvestre
- col modesto flauto; io lascio la patria e i suoi dolci
- campi; ne fuggiamo via; tu, Titiro, sereno nell’ombra
- fai risuonare i boschi del nome della bella Amarilli.
- T.: O Melibeo, un dio ci donò questa pace. E infatti
- lui sarà sempre un dio per me, spesso un giovane
- agnello dei nostri ovili bagnerà la sua ara votiva.
- Egli ha permesso che le mie greggi pascolassero
- e che io suonassi a piacimento la zampogna.
- M.: Mi meraviglio più che invidiarti, davvero; a tal
- punto la campagna è ovunque turbata. Suvvia, io
- stesso con dolore spingo avanti a fatica il gregge,
- o Titiro; e pure questa capretta. Nel fitto dei noccioli,
- ha partorito ora due gemelli, speranza del gregge,
- sulla nuda roccia. Mi ricordo che spesso, se la mia
- mente non fosse stata leggera, le querce fulminate
- dal cielo ci predissero ciò. Titiro, dicci però chi è questo dio!
- T.: Melibeo, io credevo scioccamente che la città
- di Roma fosse simile alla nostra qui, dove noi siamo
- soliti svezzare i teneri agnelli appena nati. Così
- sapevo che i cuccioli assomigliano alle cagne, e
- i capretti alle madri; così confrontavo cose piccole
- e grandi. In realtà, Roma si innalza tanto sopra
- le altre città quanto i cipressi sui flessuoso viburno.
- M.: E perché sei andato a Roma?
- T.: Libertà, che, quando la barba tagliata già cadeva
- assai bianca, tuttavia si girò verso di me e venne
- ben tardi, dopo che Amarilli mi ha preso e Galatea
- lasciato. Infatti, te lo dico, quando Galatea mi teneva
- in suo potere, non c’era né speranza di salvezza
- né cura del mio denaro. Benché molti animali
- andassero al macello dai miei recinti, e il formaggio
- grasso fosse pressato per la città ingrata, la mia
- mano destra non tornava mai carica di denaro.
- M.: Mi meravigliavo perché, Amarilli, implorassi triste
- gli dei, per chi lasciassi i frutti pendere sull’albero:
- Titiro era assente da qui. Te, Titiro, te chiamano
- il pino, le fonti, gli stessi arbusti.
- T.: Che potevo fare? Non potevo uscire dal servizio,
- né trovare in un altro posto degli dei tanto favorevoli.
- Là vidi un protettore, in onore del quale per dodici
- giorni i nostri altari fumano. Lui per primo mi diede
- risposta: “O schiavi, pascolate le mandrie
- come prima, aggiogate i tori”.
- M.: O vecchio fortunato, i tuoi campi rimarranno
- intatti; e ne hai a sufficienza, benché il duro sasso
- e la palude col giunco fangoso occupino i tuoi
- pascoli. Foraggi ignoti non turberanno le pecore
- gravide, né il contagio malefico del gregge vicino
- le metterà a rischio. Fortunato vecchio, qui godrai
- la frescura dell’ombra tra ruscelli noti e fonti sacre.
- Da qui, presso il limite, la siepe, del cui fiore
- del salice si nutrono le api iblee, ti inviterà sempre
- con voce tenue ad addormentarti di un sonno lieve;
- da qui sotto la rupe scoscesa il potatore canterà
- al cielo; né tuttavia le stridule colombe, care a te,
- o la tortora dall’olmo smetteranno di cantare.
- T.: Prima gli snelli cervi pascoleranno nel cielo
- più alto, e i mari abbandoneranno i pesci inermi
- sulla spiaggia; prima, l’uomo parto berrà la Saône
- e il germano dal Tigri, che vagano esuli nei territori
- di entrambi; poi il volto di lui sarà lavato via da noi.
- M.: Ma alcuni di noi andranno dagli Africani assetati,
- altri in Scizia, altri verranno all’Oasse torbido
- d’argilla, e altri dai Britanni, totalmente dal mondo.
- Allora io potrò mai rivedere, dopo lungo tempo e
- dopo alquante stagioni, i confini patrii e il tetto,
- costruito con zolle, del mio povero tugurio?
- Un empio avrà questi campi così ben curati a
- maggese, e un barbaro il raccolto? Ah, fin dove
- la discordia ha reso miseri i cittadini! Per questa
- gente abbiamo seminato i campi! Melibeo, innesta
- ora il pero, ordina le viti. Va avanta, o mio gregge
- un dì felice: io da oggi non vi vedrò mai più, steso
- in una grotta verde, sbilanciarsi su una rupe cespu-
- gliosa; non canterò più; o caprette, non mangerete
- più, mentre sto sdraiato, il fiorente trifoglio e il salice amaro.
- T.: Tu tuttavia potevi riposarti qui nottetempo su un
- letto di foglie: noi abbiamo mele dolci, castagne
- morbide, e abbondanza di formaggio. E ormai
- da lontano i tetti delle fattorie fumano, e ombre
- sempre più grandi cadono dagli alti monti.
Ricordo che con la prima egloga, al liceo, abbiamo imparato a leggere le poesie sfruttando la metrica latina, il risultato è che dal punto di vista armonico la lettura risulta più gradevole, direi musicale, rispetto a una lettura classica.
- M.: Tìtyre, tù patulaè | recubàns sub tègmine fàgi
- silvestrèm | tenuì musàm | meditàris avèna;
- nòs patriaè finès | et dùlcia lìnquimus àrva;
- nòs patriàm fugimùs: | tu, Tìtyre, lèntus in ùmbra
- fòrmosàm resonàre docès | Amarỳllida sìlvas.
- T.: Ò Meliboèe, deùs | nobìs haec òtia fècit.
- Nàmque erit ìlle mihì | sempèr deus; | ìllius àram
- saèpe tenèr nostrìs | ab ovìlibus ìmbuet àgnus.
- Ìlle meàs | erràre bovès, | ut cèrnis, et ìpsum
- lùdere quaè vellèm | calamò permìsit agrèsti.
7 ottobre 2026

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