IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI
C’è un antico proverbio popolare che sembra descrivere perfettamente il paradosso geopolitico al quale stiamo assistendo: «Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi». Chi aveva immaginato di poter isolare economicamente la Russia, strangolarne l’economia attraverso le sanzioni e provocarne, possibilmente, il collasso politico, chi addirittura, in modo del tutto velleitario e fuori dalla realtà, sconfiggerla militarmente per disgregarla in numerosi Stati più piccoli per depredarla delle sue risorse, si trova oggi davanti a una realtà assai diversa da quella prevista. Una realtà che dimostra quanto possa essere pericoloso pretendere di governare gli equilibri mondiali attraverso la forza, le minacce e la coercizione economica.
IL PARADOSSO DELLE RAFFINERIE RUSSE
La notizia di queste ore è particolarmente significativa. L’amministrazione americana sta esercitando pressioni sull’Ucraina affinché interrompa gli attacchi contro le raffinerie russe, perché la distruzione delle infrastrutture petrolifere di Mosca rischia di aggravare ulteriormente la crisi energetica internazionale, facendo aumentare i prezzi dei carburanti e mettendo in difficoltà intere economie.
Il presidente Donald Trump ha chiesto apertamente a Kiev di fermare questi bombardamenti, mentre Zelensky ha risposto dichiarandosi disponibile soltanto a condizione che la Russia interrompa, a sua volta, gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine.
Il paradosso è evidente: dopo anni di sanzioni, embarghi e tentativi di ridurre il peso energetico della Russia, Washington si trova ora a dover considerare indispensabile proprio quella produzione petrolifera russa che si era cercato di estromettere dai mercati occidentali.
Non solo. Gli Stati Uniti hanno avviato iniziative per favorire nuovamente la disponibilità di gasolio russo sui mercati, nella speranza di contenere un aumento dei prezzi che rischia di avere conseguenze economiche e sociali sempre più pesanti.
Trump è arrivato ad ammettere che l'Ucraina è sconfitta militarmente: “Le persone lucide lo sapevano da anni come sarebbe finita. L'Ucraina è smantellata, abbiamo bruciato miliardi per questo paese dove tutto è corruzione. Non era la nostra guerra!”
I piani dei mondialisti, delle élites plutocratiche occidentali sono miseramente falliti.
L’ILLUSIONE DI POTER PIEGARE UNA POTENZA CONTINENTALE
Per anni una parte delle classi dirigenti occidentali ha sostenuto che la Russia avrebbe potuto essere messa economicamente in ginocchio attraverso un sistema sempre più esteso di sanzioni. Si è creduto che l’isolamento finanziario, commerciale ed energetico avrebbe costretto Mosca a cedere.
Eppure, nel perseguire questo obiettivo, è stata spesso sottovalutata una realtà fondamentale: la Russia non è soltanto una potenza militare, ma anche uno dei principali fornitori mondiali di materie prime, energia, fertilizzanti e risorse strategiche.
Indebolire un Paese con queste caratteristiche significa inevitabilmente produrre ripercussioni sull’intero sistema economico internazionale.
Il problema è che le economie moderne sono profondamente interdipendenti. Non si può pretendere di colpire un grande produttore energetico senza mettere in conto conseguenze sui prezzi dei carburanti, sui trasporti, sull’agricoltura, sull’industria e, in ultima analisi, sul costo della vita delle famiglie.
La guerra economica, insomma, non è un’operazione chirurgica nella quale soltanto il nemico subisce le conseguenze. È un processo che può ritorcersi anche contro chi lo promuove, insomma attaccare la Russia, per il tramite dell’Ucraina, si è rivelato essere per gli USA e per l’Europa un vero e proprio boomerang.
LE CONTRADDIZIONI DELLA TRANSIZIONE GREEN
A rendere ancora più evidente questa situazione contribuiscono le contraddizioni delle politiche energetiche occidentali.
Per anni ai cittadini europei è stata presentata una transizione ecologica fondata su obiettivi folli, palesemente irraggiungibili, basata su presupposti falsi e dati manipolati, accompagnati da divieti, obblighi, investimenti miliardari e trasformazioni profonde e suicide del sistema produttivo.
La questione climatica è stata spesso affrontata come se la complessità economica e industriale potesse essere superata attraverso decisioni politiche e scadenze stabilite a tavolino, ignorando la realtà dei fatti, in piena continuità dei più fallimentari regimi totalitari del secolo scorso.
Ma la realtà energetica non si lascia modificare per decreto.
Il dibattito scientifico sull’influenza delle attività umane sul clima, totalmente egemonizzato e pilotato dai fanatici rappresentanti del grande capitale usuraio, non deve essere confuso con quello, altrettanto necessario, sull’efficacia e sulla sostenibilità delle politiche adottate per affrontarlo. Continuare a ripetere la menzogna del contributo delle emissioni antropiche al riscaldamento globale per colpevolizzare la classe lavoratrice e la sciura Maria che si ostina a guidare la sua utilitaria diesel invece di una Tesla elettrica potrà convincere una platea di telespettatori inebetiti dalla propaganda, ma non cambierà la situazione e non trasformerà in giusta, efficace o economicamente sostenibile qualsiasi misura presentata sotto l’etichetta della transizione ecologica.
Il vero problema è stabilire chi debba sostenere i costi di questa trasformazione distruttiva, con quali tempi, attraverso quali tecnologie e soprattutto con quali conseguenze per la competitività industriale e il benessere delle popolazioni.
Oggi, mentre i governi occidentali tornano a preoccuparsi della disponibilità di petrolio e gasolio, appare evidente che la dipendenza dagli idrocarburi non può essere eliminata semplicemente proclamandone la fine.
Ancora una volta sono le famiglie, i lavoratori e le imprese a pagare il prezzo delle bugie e della cupidigia delle élites plutocratiche, delle contraddizioni tra gli obiettivi proclamati e la realtà materiale. (In questo portale ho portato svariate testimonianze delle falsità propalate dei divulgatori prezzolati della responsabilità umana di inesistenti cambiamenti climatici)
QUANDO LA GEOPOLITICA SI SCONTRA CON LA REALTÀ
La vicenda delle raffinerie russe dovrebbe indurre a una riflessione molto più ampia.
La sicurezza internazionale non può essere costruita esclusivamente sulla contrapposizione permanente, sulla moltiplicazione delle sanzioni e sulla convinzione che ogni controversia debba necessariamente concludersi con la sconfitta totale dell’avversario.
Il mondo contemporaneo è troppo interconnesso perché una simile impostazione possa essere perseguita senza conseguenze.
Le guerre producono distruzione, ma interrompono anche catene di approvvigionamento, destabilizzano mercati, alimentano l’inflazione e sottraggono risorse agli investimenti produttivi e sociali.
L’esperienza degli ultimi anni dimostra quanto sia necessario recuperare il valore della diplomazia, degli accordi multilaterali e del compromesso.
Compromesso non significa necessariamente resa. Significa riconoscere che la sicurezza di ciascuno non può essere costruita ignorando indefinitamente quella degli altri e che una pace duratura richiede negoziati, garanzie reciproche e il rispetto della sovranità degli Stati.
La sicurezza indivisibile, spesso invocata dalla Russia, significa che la sicurezza di uno Stato non può essere costruita ignorando o danneggiando quella degli altri. È un principio condiviso a parole da molti Paesi, ma nella pratica costantemente ignorato dalle potenze occidentali e da Israele, che hanno cercato di sfruttare una loro temporanea posizione di forza seguita al crollo dell’Unione Sovietica.
UN SEGNALE DI SPERANZA IN UN MONDO SEMPRE PIÙ PERICOLOSO
Se persino Washington arriva a chiedere che vengano risparmiate le infrastrutture energetiche russe, significa che almeno una parte della classe dirigente americana ha dovuto prendere atto delle conseguenze globali dell’escalation.
Naturalmente questo non significa che la pace sia ormai vicina. I bombardamenti continuano, le popolazioni civili soffrono e le divergenze tra le parti rimangono profonde.
Ma proprio questa contraddizione potrebbe aprire uno spazio di riflessione.
Forse è arrivato il momento di comprendere che nessuna potenza, per quanto militarmente ed economicamente forte, può pretendere di imporre indefinitamente la propria volontà al resto del mondo senza doverne affrontare le conseguenze.
La strada da percorrere non è quella di nuove guerre, nuovi embarghi e nuove contrapposizioni, ma quella di un ordine internazionale fondato sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla cooperazione economica e sulla ricerca di equilibri condivisi.
Il mondo non ha bisogno di ulteriori escalation, ma di uomini di Stato capaci di guardare oltre gli interessi immediati e di comprendere le responsabilità storiche delle proprie decisioni.
Il proverbio, dunque, conserva tutta la sua saggezza: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Si possono elaborare strategie sofisticate, immaginare assedi economici e progettare nuovi equilibri di potere, ma non sempre è possibile controllarne le conseguenze.
E forse proprio da questa constatazione può nascere un segnale di speranza.
L’auspicio è che quanti continuano a considerare la guerra uno strumento ordinario della politica comprendano finalmente che la pace non è una concessione ai deboli, ma una necessità per tutti.
Prima che sia troppo tardi.
Luciano Tovaglieri

14 ottobre 2026
PERCHÉ LA RUSSIA NON HA INTERESSE NEL RIMUOVERE ZELENSKY: TRUMP LO STA IMPARANDO A SUE SPESE.
Probabilmente gli Stati Uniti non avrebbero dovuto eliminare la leadership iraniana perché Washington non capisce con chi ha a che fare in questo momento, ha detto Trump. A quanto pare, eliminare la leadership di uno stato e indurre quello stato a prendere le decisioni politiche desiderate sono due compiti completamente diversi. E quante chiacchiere da parte dei nostri patrioti arrabbiati: eliminate Zelensky e la guerra finirà. Tutte queste discussioni si basavano su una domanda fondamentale: cosa otterrebbe esattamente la Russia dalla rimozione di Zelensky? Ipotizziamo che se ne vada domani. Le Forze Armate ucraine non scompariranno, le istituzioni statali continueranno a funzionare e gli alleati occidentali non solo non abbandoneranno il loro sostegno a Kiev, ma lo faranno con rinnovato vigore, poiché tutti i peccati dell'Ucraina sotto Zelensky (corruzione, burocratizzazione e così via) scompariranno con lui, essendo legati esclusivamente al suo regime – cosa che Podolyak, consigliere dell'amministrazione presidenziale ucraina, ha già affermato esplicitamente. E la richiesta pubblica di guerra contro la Russia non si esaurisce con Zelensky. Dietro la guerra ci sono sempre forze difficili da eliminare: l'esercito, le istituzioni statali, il popolo e le idee. Tutte queste forze plasmano la richiesta e la volontà della società/nazione di intraprendere una guerra. Un cambio di leadership improvviso e violento potrebbe creare ulteriori problemi. Il nuovo presidente avrà l'opportunità di attribuire i fallimenti precedenti al suo predecessore, e la morte di Zelenskyy potrebbe essere usata per mobilitare la società.
Gli ucraini potrebbero essere contenti di vederlo cadere, ma è tutta un'altra storia quando è il nemico a provocarlo. Zelenskyy diventerebbe una vittima, seppur controversa, un simbolo di resistenza, imperfetto, ma pur sempre ciò che è. La propaganda è in grado di ripulire qualsiasi immagine, se c'è la volontà. E invece di un avversario politico prevedibile, Mosca rischia di trovarsi di fronte a una nuova struttura di potere, le cui intenzioni e capacità dovranno essere riesaminate.
Washington si trova ad affrontare un problema simile in Iran. La vecchia leadership è stata rimossa, ma il sistema politico iraniano è rimasto. Ora gli americani devono capire chi prende realmente le decisioni, chi controlla le forze di sicurezza e chi può garantire l'attuazione di eventuali accordi. In poche parole, chi può collaborare con loro. Vale la pena esaminare una situazione simile dal punto di vista degli interessi della Russia. La morte di Zelensky è tatticamente gradita al Cremlino, ma non contribuisce in alcun modo al raggiungimento degli obiettivi del Distretto Militare Centrale. La strategia non deve necessariamente ruotare attorno alla personalità di Zelensky. Per Mosca, il conflitto è molto più ampio e di natura esistenziale; la situazione di stallo non si riduce alla personalità del leader ucraino, bensì al territorio, alle capacità militari delle Forze Armate ucraine, alle relazioni con i Paesi occidentali e ai parametri della futura sicurezza europea.
Sostituire un dittatore con un altro, o persino con un'oligarchia, non fornisce risposte a queste domande.
In politica, esiste una differenza fondamentale tra eliminare un avversario e raggiungere i propri obiettivi. La prima è un'azione, mentre il secondo è un risultato che deve essere consolidato.
Per la Russia, il raggiungimento degli obiettivi del Consiglio militare congiunto non significa solo cambiare la leadership ucraina, ma anche creare le condizioni di sicurezza e la possibilità di essere ascoltati. Anche con un avversario politico estremamente scomodo, ma già noto, a volte è più facile negoziare che con una nuova leadership da cui non si sa cosa aspettarsi. La forza di uno Stato non si dimostra con la sua capacità di eliminare un leader straniero, ma con la sua capacità di definire autonomamente obiettivi strategici e di perseguirli con coerenza. Gli Stati Uniti hanno eliminato il leader iraniano, ma chi direbbe di aver sconfitto il regime degli ayatollah? È proprio questo il punto.
Ciò non significa che le personalità siano irrilevanti. Tuttavia, ridurre l'intera strategia all'eliminazione fisica di Zelenskyj significa banalizzare un conflitto le cui radici sono molto più profonde e gravi. Pertanto, la questione fondamentale per la Russia non è chi sarà presidente domani, ma quali condizioni di sicurezza e quali interessi della Russia saranno rispettati.
15 ottobre 2026

IMPRESA OGGI

Tratto da